Giuseppe Zorza - Pizo

Non è certo frequente imbattersi in un fotografo che appartenga pienamente alla cultura popolare. Zorza Giuseppe, detto "Pico" per la sua barbetta, rappresenta questa rarità e, per quanto ne sappiamo è davvero unico almeno qua nelle Valli. Del suo lavoro troppo è andato perduto. Ne abbiamo recuperato in parte, ma siamo convinti che esistono ancora tante altre splendide foto. Per questo facciamo appello agli eventuali possessori, perchè ce le prestino per pubblicarle su questo sito delle Valli.
Una cultura è valida, quando è capace di soddisfare tutte le esigenze materiali e spirituali dell'uomo. La cultura contadina è stata capace di tanto e lo ha fatto nella maniera più umana possibile, vale a dire a misura d'uomo.

Il canto popolare è sicuramente uno degli aspetti più significativi di tale cultura e certamente il più universale, in quanto è sempre presente nel tempo e nello spazio in ogni mondo contadino. Altri aspetti come l'arte culinaria, la narrativa, le usanze calandariali e quelle funebri, le pratiche devozionali, l'etnoiatria con le sue formule e pratiche magiche, sono pure anch'essi sempre presenti.

Un valore culturale molto meno presente in esso, anzi eccezionale, è la fotografia. La cultura popolare delle Valli ha la fortuna di possedere anche un fotografo popolare nel vero senso della parola e non solamente perché assolutamente autodidatta, ma soprattutto in quanto le sue foto hanno convissuto la cultura contadina, hanno celebrato la stessa realtà; hanno il sapore genuino e autentico delle cose uscite dalle mani della nostra gente.<

Probabilmente non a caso questo fotografo eccezionale è uscito da Mersino. Mersino, infatti, può vantare altri personaggi importanti, molto caratteristici, sicuramente eccezionali, come, ad esempio, il famoso erborista, semplicista (così è scritto sulla sua lapide) Gorenszach.



Il fotografo è Giuseppe Zorza, detto Pizo (Pico), di Pozera in comune di Pulfero.

Aveva un'anima inquieta: autodidatta, voleva sperimentare tutto, voleva imparare tutto, voleva fare tutto. Faceva il contadino, ma anche il sarto, il fotografo, il musicista. Il mestiere del contadino non lo soddisfaceva: era troppo monotono per il suo carattere, gli offriva poche occasioni per sbrigliare la sua fantasia. Così cuciva giacche, calzoni, camicie e, anziché farsi pagare in denaro, chiedeva giornate lavorative per portare a termine i lavori indispensabili dei suoi campi.

Anche da contadino però tentava soluzioni inusitate. Si racconta che un anno, per rendere il vino più forte, volle mettere una certa polvere di sua invenzione in una botte di vino bianco da quattro ettolitri. Dopo qualche tempo trovò la cantina allagata: la botte era scoppiata e tutti i quattro ettolitri di vino bianco erano colati sul pavimento.

Era anche musicista autodidatta: sapeva leggere la musica, insegnava a suonare e a cantare. Il coro parrocchiale si recava a Pozera in casa sua per le prove. Sua moglie, quando entrava in cucina dove si svolgevano le prove, diceva immancabilmente: "Jojžuš, gre lepua, gre lepua!". Pizo sceglieva i canti da alcuni libri che egli possedeva, tra i quali "Čečilija", "Slovenska Pesmarica" e "Ljudska Pesmarica". Osservando tali libri, si sa subito quali canti insegnava, in quanto le relative pagine sono assai consumate e portano la patina dell'uso continuo. Quando dirigeva in chiesa, aveva il corista per prendere l'intonazione; questo faceva ridere tutti, specie i bambini.



Aveva anche una "orchestra", così la chiamava la gente, fatta di strumenti a fiato e fisarmonica. Sopra una cartolina a lui indirizzata da Bepo Štefenadu, lontano amico emigrato negli Stati Uniti (Al sig. Zorza Giuseppe, sarto - Pozera) alla fine così si legge : "Salutami la vecchia e la nuova orchestra." Pizo suonava di solito il bombardone.

Ma l'attività che sicuramente più gli dava soddisfazione era quella di fotografo, anche in questo caso, autodidatta.

Prendeva sulle spalle le "krošnje", piene dei ferri del mestiere, e iniziava a girare di paese in paese, pronto a scattare le sue foto ad ogni richiesta. Prime comunioni, cresime, sagre, carnevali, foto familiari, foto di gruppo erano l'occasione più adatta per il suo lavoro. A volte la voglia di fermare l'attimo fuggente, gli faceva dimenticare il bisogno di guadagnare, come dimostra questa foto. Infatti, la signora che ce l'ha data ricorda che le due bambine sulla sinistra stavano bisticciando animatamente; per caso passava di lì Pizo, che non si è lasciato sfuggire l'occasione per immortalare il momento.

Fotografava anche i paesi per ricavare poi cartoline.

Fatte le sue foto, ritornava a casa stanco e sudato. Appena giunto, ordinava alla nuora un bicchiere d'acqua, nel quale versava un bicchierino di grappa. Poi si metteva al lavoro. Aveva la camera oscura completamente sottoterra; vi si accedeva dalla cantina. Quello era il suo sancta sanctorum, dove non era concesso entrare a nessuno.



La gente diceva di lui: "Mille mestieri, mille miserie." Eppure oggi tutte le famiglie dei nostri paesi, specie quelli di montagna, conservano tanti ricordi per merito suo: non solo Mersino, ma anche Masarolis, Canebola, Robedischis, Bregignj, Drežnica, Matajur, ecc.

Dopo la sua morte, purtroppo, carriole intere di foto, che lui aveva scartato perché non riuscite perfettamente, sono state buttate via. Una perdita incalcolabile!

Dalle sue foto (tratte da foto di gruppo che lui ha eseguito con l'autoscatto) si capisce chiaramente perché la gente lo chiamava Pizo.

Nino Specogna

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