Lasiz


Canti sacri nel comune di Pulfero
Se è vero che Brischis era l’avamposto, il punto di penetrazione nel territorio volto ad uniformare alla lingua italiana anche il campo religioso e quindi con il graduale abbandono del canto di matrice slovena, è vero altrettanto che il caposaldo di resistenza a questo disegno è stata la comunità di Lasiz.

Va subito detto che del gravoso e mal compreso compito, se ne fece carico don Antonio Cuffolo che nel periodo di maggiori ostilità iniziatesi con il periodo fascista ed ancora oggi presenti, per ben quarant’anni, dal 1920 al 1959, anno della sua morte, non spostò di una virgola quanto aveva trovato al suo arrivo; seppe bensì incrementare il repertorio canoro e rinverdire, previe informazioni presso gli anziani, gli usi atavici che si tramandavano da secoli e che durante il periodo bellico 1915/1918, in mancanza di un prete stabile che ne curasse la continuità, erano stati in parte abbandonati.

Una piccola cappellania

I due soli paesi di cui la piccola comunità era allora composta, Lasiz e Cicigolis sono stati sempre strettamente legati fra di loro da radici profonde sia nelle usanze come la koleda, la benedizione dei cibi, la raccolta del pane dei morti hliebčiči, le rogazioni, la benedizione individuale dei campi, le sagre parrocchiali oltre a quelle che si celebravano tre volte all’anno nella primitiva chiesetta di San Donato in monte.
Ciò che manteneva sempre vincolati i due paesi era il canto, profano o sacro, che possedeva medesime caratteristiche.
In monte, durante la varie operazioni agricole, ad ogni crocicchio in cui si incontravano due o più persone, risuonava immancabilmente un canto a cui si aggregavano voci provenienti dagli appezzamenti vicini.
In chiesa invece, il canto sacro assumeva toni ed espressività difficilmente descrivibili.


L’antico modo di cantare poi aveva delle caratteristiche del tutto particolari che nel linguaggio locale si indica ancora oggi con il termine gelit.
Un frammento di tale modo di cantare è giunto fino a noi ed è incluso nella cassetta registrata come termine esemplificativo (8 B).

Sequenza dei preti

Nel periodo anteriore all’arrivo di don Cuffolo, già cappellano militare, invitato dal vescovo Anastasio Rossi a reggere la cappellania in attesa della nomina di un titolare, ma soprattutto per “un periodo di riposo e con valescenza “, avevano prestato servizio a Lasiz tutti sacerdoti locali,
da Don Antonio Dorbolò di Pegliano a don Giovanni Clignon di Cicigolis,
da don Giobatta Domenis di Rodda a don Antonio Podrecca di San Pietro
fino a don Vittorio Squarzolini di Sanguarzo che per ragioni di salute non fu quasi mai presente.

La successione di preti locali consentì perciò una continuità nell’ uso del canto religioso che d’altra parte, almeno per quanto riguarda il latino, si uniformava alle grandi cerimonie delle feste pasquali, della Pentecoste, di Cristo Re che costituivano la prerogativa della parrocchia di San Pietro, subordinata a sua volta al Capitolo di Cividale.

I custodi del canto antico

Gruppo corale misto - anno 1953
Gruppo corale misto - anno 1953
In queste grandi manifestazioni religiose, la lettura del Vangelo, le litanie dei santi, le implorazioni e la predica stessa del celebrante o predicatore, erano espresse in una lingua comprensibile a tutti gli abitanti della valle del Natisone, cioè il dialetto sloveno.

Ma chi veramente tramandava il canto religioso in chiesa, erano alcuni anziani, normalmente dodici, forse a simbolizzare gli apostoli, che avevano assegnato in coro il proprio posto ai lati dell’altare.

Uno di questi di cui ancora è rimasto il ricordo, fu Giovanni Medves, Uanz, di Cicigolis, sempre piazzato bene in vista nel primo scranno “Cornu evangeli”, con il suo bell’orecchino d’oro appeso al lobo, simbolo riservato al primogenito maschio della famiglia.
Alla sua scomparsa, avvenuta il 5 dicembre 1942, all’età di 91 anni, don Cuffolo senti il dovere di dedicare due righe del suo diario tali da consentirci di inquadrare un cantore singolare.
Ecco il suo profilo:
“Caratteristica figura di vecchio stampo, popolarissimo in tutta la valle perché non mancava mai a cantare la messa “po starin” (all’antica) in nessuna festa, nessuna sagra, nessun pellegrinaggio, mentre a Lasiz fin dalla gioventù dal suo posto fisso in coro intonava i canti popolari”.

Le figlie di Maria

Accanto a questi personaggi che godevano di grande stima e considerazione, apprezzati per il loro contributo canoro in modo particolare in occasione dei funerali, l’altra colonna portante nella esecuzione, conservazione e diffusione del canto religioso era il gruppo femminile delle Figlie di Maria.
Esse accompagnavano con il canto tutte le funzioni ma erano specialmente con i canti alla Madonna che sapevano esprimere tutta la dolcezza, la melodiosità, il sentimento di cui sono capaci le donne quando usano la propria lingua materna.

I brani eseguiti provenivano dalle “pesmarice” libretti di canti assai diffusi come pure i libri di preghiere in cui erano inseriti i testi dei canti più noti, ancora oggi in auge.
La distribuzione di questi libretti, stampati a Gorizia, Lubiana, in Cecoslovacchia, avveniva tramite i sacerdoti locali che li ricevevano lungo canali di cui essi conoscevano il percorso.
Per quanto riguarda Lasiz, uno di questi solerti distributori di preghiere ed altri oggetti devozionali (Statuine, sacre immagini, santini, corone di rosario), fu don Natale Moncaro, pre Nadalio, di Lasiz che ebbe un rapporto tormentato con il vescovo di Udine a causa soprattutto di essere stato esautorato come rettore di Castelmonte dopo esserne stato il ricostruttore.
Dalla diocesi di Gorizia dove si trasferì, pre Nadalio inviava o portava direttamente il sacro materiale curando in particolare che portasse i connotati della lingua slovena.
La sua compaesana Raffaella Pierigh, mamma di chi scrive, ricevette nel 1913, all’età di sedici anni, il libro di preghiere “Večno živlenje/La vita eterna” donatole proprio da pre Nadalio.

Le ragazze impararono ben presto i canti delle pesmarice che di generazione in generazione, sono giunte ai nostri giorni.
I nomi che ancora si ricordano sono quelli delle nostre nonne e mamme, le coetanee di Raffaella come Rosaria Dorbolò, Maria Gubana, Toninza Varhoukna, Elvira Lukzova, e poi giù giù le sorelle Olga e Vittoria Deganutti, Marcella e Maria Sturam, Ilde Chiabudini, Marta Taljanova, Mariza Cuffolo ed altre.
Accanto ad esse si distingue oggi, per passione ed impegno veramente encomiabili, Anna Gubana, animatrice del coro interparrocchiale che grazie al suo impegno ha ripreso il vecchio repertorio già sull’orlo dell’estinzione.

Il gruppo maschile

L’ archivio parrocchiale di Lasiz, uno dei pochi relativamente ben conservati, se non l’unico con Antro, ci fornisce altre indicazioni in materia di canto religioso.
I numerosi frammenti di partiture per le messe cantate, recano in testa il nome del cantore consentendoci in tal modo di datare approssimativamente l’epoca delle esecuzioni e l’autore della musica.

Troviamo così i nomi Carlin Gusola e dei suoi figli Zaccaria e Bruno, della macchietta Giovanni Manzini Uagrinkni, Rodolfo Vanu di Podvarschis, di Giorgio Manzini (Lesiak), di Livo Plata, dei fratelli Balus, Pierigh e Dorbolò oltre ai Gubana, Raccaro ed altri.
Il vero maestro però della diffusione del canto religioso, il giovane che in perfetta sintonia con don Cuffolo sceglieva i brani, le messe, i canti nuovi da imparare, fu il compianto organista Zaccaria Gubana di Cicigolis. Egli fu non solo diffusore e maestro del canto ma animatore di tutto ciò che poteva essere utile a mantenere la gioventù legata alle proprie radici e tradizioni.

L’organista Zaccaria Gubana

Olga Deganutti, corista e Zaccaria Gubana, organista
Olga Deganutti, corista e Zaccaria Gubana, organista
Zaccaria studiò musica a Cividale con il prof. Cozzarolo ed essendo a quel tempo (1920, ‘30, ‘40), l’unico organista della zona, veniva conteso dalle parrocchie vicine come insegnante del coro e come organista in occasione delle sagre.
Chiamato alle armi nel 1943 ed inviato in Sicilia, scomparve nel marasma conseguente allo sbarco degli Alleati sull’isola.

Gli anziani ricordano con grande rimpianto questo loro coetaneo che sapeva mantenerli uniti e motivati in attività che ne elevassero il tono culturale e spirituale.
Zaccaria fu una bella figura di persona colta, sensibile e da tutti amata ed apprezzata, un giovane che le parrocchie del circondano invidiavano per le qualità di cui era dotato.
Sua sposa divenne la paesana Olga Deganutti che rimase la memoria storica dei canti imparati da Zaccaria in gioventù, trasmessi ai suoi tre figli Anna, Beppino e Giovanni.

---+++La perpetua Irma Scubin

Il vuoto lasciato dall’organista ed animatore Zaccaria Gubana, fu incolmabile e solamente grazie alla volontà ed intelligenza della perpetua Irma Scubin nativa di Mernicco, fu posto rimedio in qualche modo alla mancanza di un organista.

Il cappellano don Cuffolo, avvalendosi dell’amicizia di sacerdoti musicisti, anche di fama internazionale quali Richard Orel e Rado Lenček, che soggiornarono per brevi periodi a Lasiz, diede ad Irma la possibilità di apprendere i rudimenti musicali indispensabili per la esecuzione dei canti tradizionali. Anche a lei va dato merito se a Lasiz si cantano ancora non solo i canti già in repertorio bensì numerosi altri che si sono aggiunti tramite Irma, provenienti dai suoi luoghi di nascita ed infanzia.
Sia Lenček sia R. Orel, hanno lasciato a Lasiz alcuni preziosi manoscritti contenenti trascrizioni musicali direttamente sul luogo (vedi parte II).

Richard Orel

Nato a Prevacina nel 1881 si diplomò maestro elementare a Capodistria.
La passione per la musica lo condusse a Vienna a studiare teoria musicale.
Fu da noi una prima volta nel primo dopoguerra e particolarmente nel comune di Pulfero raccolse, trascrisse e diede alle stampe una raccolta di canti popolari comprendente 64 brani, dal titolo Narodne pesmi iz Benečije/Canti popolari della Benečija.
Dopo la prima guerra mondiale, gli insegnanti delle cosiddette “Terre redente” furono trasferiti in diverse parti d’Italia. Orel fu inviato in Molise dove raccolse molto materiale della tradizione slava, lascito degli antichi insediamenti esistenti in quella regione.

Durante una breve permanenza a Lasiz nel novembre 1947, il musicista trascrisse di suo pugno alcuni brani indicativi come sono eseguiti in loco. Fra questi c’è il noto canto natalizio conosciuto in tutte le nostre valli e di cui, assieme ad altri due, si sono occupati nel tempo vari studiosi.
Prenderemo ad esemplificazione quanto scritto da un nostro conterraneo, poeta, filosofo, musicista, scrittore e traduttore mons. Ivan Trinko di Tercimonte.

Dove romba il cannone

La rivista “Ars cristiana” ospitò nel 1916 uno scritto del Trinko dal titolo. “Saggio di antiche melodie liturgiche dei paesi ove oggi romba il cannone”. In esso sono descritti tre brani corredati della relativa partitura musicale in uso a San Leonardo e specificatamente il Te dan già citato, il canto pasquale Jezus je od smarti ustal/Gesù è risorto da morte ed il canto per la benedizione del SS.mo Na kolena dol padimo/Cadiamo in ginocchio.

Non cade nella retorica mons. Trinko quando introducendo il saggio scnve:
“Migliaia e migliaia di valorosi figli d’Italia che in quella ospitale regione attendevano ansiosi di slanciarsi alla conquista delle finitime terre, entrando alla festa nelle umili chiesuole di quella popolazione Slava, avranno udito qualcuna di quelle melodie cantate a pieno popolo e ne avranno subito tutto il misterioso fascino”.
Ed ancora:
“L' esecuzione del canto da parte del popoio è meravigliosa, specialmente nei paesi dove c’è migliore disposizione musicale. Chi assiste ad essa la prima volta, riporta una impressione profonda. Il popolo canta un po’ all ‘unisono, un po’ armonizzando a modo suo, lentamente, con gravità e devozione e quasi a mezza voce.
Quando viene il momento di cantare, ognuno depone il libro di devozione, o la corona od interrompe la preghiera e tutti prendono parte al canto:
uomini, donne, vecchi, giovani, fanciulli, con tutte le varietà e gradazioni di voci, con tutte le sfumature, con un affiatamento e fusione perfetta.
Tutti apprendono il canto come un atto doveroso, da compiersi colla massima divozione e quindi l’esecuzione non manca mai di efficacia.
L’immortale Jacopo Tomadini, che ebbe l’occasione di assistere qualche volta a questi canti, non poteva trattenere le lacrime ascoltando.

L’impressione descritta da Trinko è non solo veritiera ma si ripete ancora oggi quando il popolo si esprime liberamente in un canto tradizionale, come è capitato a chi scrive ad Erbezzo il 15 agosto di quest’anno, nell’ ascoltare il canto “Tebi Marija” eseguito da tutti i fedeli presenti.

I tre canti trascritti da Ivan Trinko e da Orel

Scrive Ivan Trinko:
“Gli Sloveni d’Italia, oltre che essere fedeli ed affezionati sudditi, sono anche assai religiosi e ligi alle loro tradizioni ed usanze.
Hanno un grande trasporto pel canto sacro e profano.
Del primo conservano ancora melodie, che erano diffuse nel mondo cristiano nel secolo XV ed anche prima, così p.e. si canta ancora oggi una, che in una raccolta di canti del 1584 chiama “stara velikanočna pesen (antico canto pasquale)”.
La raccolta proviene dal Trubar, sacerdote protestante sloveno (15081586).
Il testo preriformistico si trova stampato anche nel Vocabolario Italiano e Schiavo a cura del p. Gregorio Alasia da Sommaripa.
Ora il testo e la melodia vivono soltanto fra gli sloveni d’Italia”.


Come accennato, fra i manoscritti di Lasiz si trova anche la trascrizione della variante che il musicista Richard Orel ha udito in loco.

Riprendiamo quanto scrive Trinko:
Per le feste natalizie s’è conservata e si canta un ‘altra melodia di cui il Trubar sopracitato dice ―Solemnis ille cantus dies est letitiae, a quodam ante haec tempora bene translatus ― Sembra di origine germanica, perché l ‘esemplare più antico si trova in un manoscritto tedesco del sec. V.
Fra gli Sloveni Austriaci fu esumata ed armonizzata a quattro voci da A. Forster nella sua eccellente raccolta di canti sacri “Cecilja” del 1883.
La melodia come si è conservata da noi ha qualche variante”.


Del “Te dan” e del successivo “Na kolena dol padimo” parliamo nella II Parte.
Quest’ultimo canto, Na kolena, che era eseguito “ab immemorabili” e che ormai era caduto in disuso, sulla base del manoscritto di Orel è stato riesumato quest’anno 1998 ed eseguito con maestosità da ben cinque cori riuniti nella chiesa di san Pietro al Natisone in occasione della rievocazione storica dell’Arengo che si svolge il giorno della sagra di san Pietro (29 giugno).

Il coro interparrocchiale

Le modificazioni avvenute nella organizzazione del servizio religioso, hanno portato un gruppo di belle voci a riproporre i canti del passato mediati dalle attuali consuetudini.
Va dato merito al medico condotto dott. Cavallaro, animatore musicale all’occorrenza, di avere compreso la validità dei canti dal punto di vista melodico tanto da inserirsi nel gruppo canoro con l’intento di recuperare il possibile.

Una validissima iniziativa si è svolta recentemente a Lasiz il 15 giugno di quest’anno dal titolo Muzika pod turman/Musica sotto il campanile con l’esecuzione di quindici brani presentati in un libretto con relativa traduzione dei testi in lingua Italiana.

Il nome “Nove stazicelNuovi sentieri” che il gruppo si è dato, sia di buon auspicio per una continuità di intenti ed opere.

Hagada

Come accennato in premessa, vi sono espressioni di carattere religioso che pur non rientrando nel canto propriamente inteso, hanno un ritmo cadenzato tale da essere paragonabili ad esso.
Il nome Hagada, parola ebraica che significa racconto biblico, è dato a tutte le forme ritmate e ripetitive di avvenimenti biblici od evangelici.
Una di queste hagade Dvanaist resnic Jeguga Krigtuga/Le dodici verità di Gesù Cristo viene ancora oggi eseguita nella famiglia ex Medves, Uancovi di Cicigolis, na svete tri noči/ nelle tre sante notti che sono la vigilia di Natale, di Capodanno e dell’Epifania.
Il testo, riportato al n. 8 della II parte (Hagada), presenta parecchi lati oscuri dal punto di vista dottrinale e tradizionale, specialmente se paragonato agli almeno venti altri simili raccolti all’inizio del secolo in Slovenia da Karel Strekel. (Pesmi pobožne/canti sacri - note pagina 772).

Nella hagada di Cicigolis, infatti, si parla di due Mosè, anziché di due tavole di Mosè come nelle altre trascrizioni.
Alle nozze di Cana si parla di “Vietru” anziché “vrčov/brocche” d’acqua.
Inspiegabili sono gli otto doni dello Spirito Santo (dovrebbero essere 7) e per quanto riguarda l’undici, si riferisce alle migliaia di vergini, compagne di sant’Orsola che in realtà furono solo undici ma che per errore di lettura di una lapide divennero undicimila. C’è qualcuno che si sta interessando a decifrare questi rebus.
A noi basta segnalare la singolarità della hagada pervenuta nel nostro territorio di cui non vi è notizia in altri comuni limitrofi.

Diremo solo, per concludere l’argomento, che delle hagade esiste una vastissima letteratura.
Stanislavo Prato ne ha scritto un libro intero:
Le dodici parole della verità - Novellina cantilena popolare considerata nelle varie relazioni italiane e straniere - Palermo, 1892 pag. 159.
Della hagada hanno scritto lo sloveno Iležič, A.N. Veselovski, il rumeno PetriceicuHasdeu, il russo Sumcov, il polacco Sew-Udziela, il Ceko Zibrt, lo stiriano tedesco Rossegeriev ed altri.
Questi dati ci danno la vastità del territorio in cui è praticata l’hagada e di cui una unica variante è giunta chissà come fino dalle nostre parti.

Altri canti diffusi

Tanti altri canti di carattere religioso non hanno mai cessato di essere eseguiti.
Di tutti questi è riportata la partitura ed il testo con relativa traduzione, nella variante più omogenea fra le varie parrocchie.
Trascuriamo l’elenco di tutti questi canti per mettere in risalto quelli particolari di Lasiz che sono:
Vi oblaki ga rosite/ Voi cieli cospargeteli di rugiada, canto per la novena dell’Immacolata,
Ave Maria in latino, molto armoniosa,
Častito/Sia lodato, eseguito alla chiusura della recita del rosario serale
Krištuš je ustu/ Cristo è risorto, tratto dal manoscritto di Orel e descritto con competenza nella prefazione della II parte
Lahko noč/ Lieve notte
Nad zviezdami/ Sopra le stelle ricco di espressioni poetiche che lo stesso don Cuffolo chiese gli fosse cantata ai funerali.
Gli anziani ricordano la commozione destata dal brano eseguito dalla cantoria alla quale egli dedicò tanta parte di se stesso.
Luciano Chiabudini
Nino Specogna

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