Scambio Slavia - Primiero

L’ipotesi di uno scambio tra Slavia e Primiero fu un’invenzione politica
Le considerazioni riguardo il nuovo confine austriaco, le proposte non ufficiali austriache e le relative smentite apparse sulla stampa di quell’epoca hanno lasciato le proprie tracce anche nei documenti storici.
Citando Carlo Podrecca, Simon Rutar ha ripetuto l’affermazione che nell’agosto del 1867 l’Austria offrì all’Italia il distretto tirolese di Primiero (circa 12000 abitanti, nel Trentino orientale) in cambio di quello di San Pietro degli Slavi
(Cfr. C. Podrecca, Slavia Italiana. Polemica. Cividale 1885, p. 25. S. Rutar, Beneška Slovenija, Ljubljana 1899, p. 171).

Ma nei documenti austriaci sui lavori della commissione sui confini, sostiene Jaromir Beran nella già citata dissertazione sul plebiscito e la definizione dei confini negli anni 1866 — 1867, non c’è traccia di tutto ciò.
La commissione, infatti, si è dovuta attenere rigidamente alle dettagliate istruzioni del ministro della Guerra e di quello degli Affari esteri, dai quali non fu avanzata tale proposta.
Il ministero degli Esteri, in particolare, vegliava attentamente sul fatto che sotto ogni punto di vista la commissione si attenesse all’articolo IV del Trattato di pace (in base al quale i confini dovevano rimanere quelli tra il Lombardo — Veneto e l’Austria, ndr), senza complicazioni e rinvii.
Più volte manifestò il timore che la parte italiana, cercando di rimandare e sollevare sempre nuovi problemi, cercasse il modo per aggiustare un po’ qua e un po’ là il confine in suo vantaggio.
Il ministero pretese decisamente che la parte austriaca della commissione non permettesse che neppure si discutesse su questi problemi e che ne prendesse atto solo ad referendum, vale a dire come possibile materia di trattative o accordi diplomatici tra i due governi.
Oltre a ciò diede l’ordine di accelerare i lavori poiché gli interessi dello stato necessitavano una sistemazione definitiva dei rapporti con l’Italia.



Già durante i lavori della commissione per la definizione dei confini, nei giorni 1 e 2 luglio 1867 ci fu una discussione nel parlamento italiano sul nuovo confine con l’Austria, ma anche lì non fu fatta parola sul possibile scambio delle due regioni.
Durante i lavori i membri italiani della commissione in via di principio non acconsentivano ad un cambiamento del territorio nazionale.
Erano d’accordo, invece, sul fatto che la regolazione della linea di confine avvenisse secondo il principio del vantaggio reciproco, a scapito eventualmente solo di territori disabitati e di minime dimensioni.
Si appellavano anche alla loro responsabilità politica, per il risultato del lavoro da presentare al re e al parlamento.
Le ferme posizioni di entrambe le commissioni hanno fatto in modo che la linea di confine tra i due Stati rimanesse invariata.

Il distretto di Primiero, in effetti, nei documenti viene nominato più volte.
Esso era legato all’entroterra tirolese solamente attraverso un passo a 1956 metri sul livello del mare, mentre riceveva i rifornimenti lungo la valle del Brenta nel Veneto.
Le autorità austriache erano così costrette a trattare con quelle italiane sul transito, attraverso quella valle, del servizio postale, dei gendarmi, delle scorte delle persone arrestate, dei soldati in licenza ecc.

Il 6 dicembre 1866 il governatorato imperiale tirolese intervenne presso il governo per ottenere un adeguato provvedimento in materia.
Essa venne affidata al ministero degli Affari esteri e della Guerra che avevano la competenza di risolvere i problemi venutisi a creare con la nuova frontiera.
Il tribunale distrettuale inoltrò una richiesta per una più adatta linea di confine; il ministero degli Esteri la trasmise a quello della Guerra il 2/10/1866 con la precisazione che l’azione diplomatica in questa questione era fuori luogo.

In base a quanto riferito non ci fu, dunque, nessuna proposta austriaca per la cessione e lo scambio del distretto tirolese di Primiero con la Slavia friulana.
La notizia di questa possibilità rientra nell’insieme delle ipotesi che la politica poteva divulgare in mancanza di un’informazione ufficiale. Jaromir Beran termina il suo documentato ed illuminante studio sulla definizione dei confini tra Italia ed Austria negli anni 1866 — 1867 con alcune precisazioni sul metodo adottato dalla parte austriaca nel corso delle trattative.
La commissione era composta da militari, altri componenti venivano consultati in caso di problemi particolari.
Le posizioni che la commissione doveva sostenere erano dettate dal ministero degli Esteri in accordo con quello della Guerra o altri, a seconda dei problemi che si presentavano.

Nel corso delle trattative non si verificarono particolari contrasti tra le due parti.
I tentativi della commissione austriaca e del ministero della Guerra di modificare la linea di confine a vantaggio dell’Austria venivano bloccati dal ministero degli Esteri con l’avvertimento che ogni proposta austriaca, che superava la linea del ‘confine amministrativo’ del Veneto, per la parte italiana poteva rappresentare un motivo per avanzare inaccettabili pretese.

La prima istruzione alla commissione del 25 ottobre 1866, invero, non escludeva una rettifica del confine dove c’era un interesse reciproco delle due parti, in particolare di natura militare.
Nel Goriziano, ad esempio, il confine tra il Kanin e lo Stol poteva essere modificato in modo che all’Austria venissero ceduti i corsi superiori dei torrenti Uccea / Učja e Rio bianco / Beli potok.
Altri punti di possibile trattativa erano alcuni territori in Val Canale, Sella Nevea, Val Saisera.
Ma il 23 marzo 1867 il ministero degli Esteri e il 26 aprile 1867 il ministero della Guerra stabilirono definitivamente che i confini dovevano essere quelli amministrativi, come stabilito dall’articolo IV del Trattato di pace.
Il che lasciò aperti alcuni punti controversi tra le comunità locali, tra i quali anche quello del Kolovrat. L’Atto finale di confinazione venne definito il 22 dicembre 1867 in lingua italiana in quanto i commissari italiani avevano una scarsa conoscenza del francese.
Da parte italiana il documento finale con la firma del re d’Italia, Vittorio Emanuele II, porta la data del 12 gennaio 1868, mentre da parte austriaca ci fu solamente la dichiarazione, del 13 gennaio 1868, da parte del ministro degli Esteri che l’imperatore, Francesco Giuseppe, aveva approvato il trattato internazionale.
Appena il 3 marzo, su richiesta dell’Italia, l’Austria redasse un documento di ratifica con la firma dell’imperatore.
L’atto finale fu pubblicato nella Gazzetta ufficiale il 9 luglio 1868.

- Fine -
Giorgio Banchig
DOM - n. 20

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