I confratelli di don Eugenio Blanchini


Nell’archivio parrocchiale di Antro c’è una vecchia foto provata dal tempo, rosa dai tarli, ingiallita dal fumo della cucina di qualche canonica, ma ancora abbastanza chiara da individuarvi le fisionomie di diciassette sacerdoti in cura (o nativi) nella loro parrocchia di San Pietro al Natisone, riuniti a San Giovanni d’Antro il 29 aprile 1926.

Sul retro della foto si riesce a leggere una scritta in sloveno che tradotta suona così:
«La foto ritrae tutti i sacerdoti della parrocchia di San Pietro riuniti ad Antro in occasione dell’anniversario della morte della madre del catechista di Tarcetta don Antonio Banchig.

Prima fila:
Egidio Slobbe (Matajur),
Emilio Causero (Brischis),
Pietro Qualizza (Vernasso),
Natale Zufferli (Savogna),
Giuseppe Saligoi (Mersino),
Giuseppe Jussig (Tercimonte),
Luigi Clignon (Erbezzo).

Seconda fila:
Pietro Cernoia (Cialla),
Antonio Cuffolo (Lasiz),
Giuseppe Vidmar (Vernassino).


Terza fila:
Giuseppe Venturini (Azzida),
Antonio Cosmacini (Antro),
Valentino Domenis (Tarpezzo),
Giovanni Petricig (San Pietro),
Antonio Banchig (Tarcetta),
Giobatta Cruder (Rodda),
Giovanni Guion (Azzida)».

Ad eccezione di don Qualizza e dei tre «giovani» della seconda fila (Cernoia, Cuffolo e Vidmar), che furono consacrati alla vigilia della prima guerra mondiale, gli altrí appartenevano alla generazione di don Eugenio Blanchini.
Nati negli anni 1850 -70 si erano formati nel clima di apertura sociale e di innovazione culturale del seminario udinese ed erano giunti alla maturità alla fine dell’ 800, quando i cattolici, incoraggiati dall’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII, cominciarono di nuovo ad occuparsi della vita sociale e politica (sul clima culturale e político in cui si formarono ed operarono questi preti è illuminante il contributo di mons. Duilio Corgnali).

La questione linguistica

Nella Slavia alle spinte ed alle tensioni generali della Chiesa Udinese si aggiunge la questione linguistica innescata da una positiva volontà del nuovo Regno italiano di cancellare la presenza degli sloveni dal proprio territorio, come proclamava il “Giornale di Udine” il 22 novembre 1866 ad appena un mese dal plebiscito, che aveva sancito l’appartenenza di queste terre al Regno Sabaudo (nelle valli del Natisone, e precisamente a San Leonardo, c’era stato appena un «no» all’annessione).

«Questi slavi bisogna eliminarli scriveva l’organo ufficiale per gli atti giudiziari di Udine col benefizio, col progresso, colla civiltà... Non faremo nessuna violenza; ma adopereremo la lingua e la coltura di una civiltà prevalente quale è l’italiana per italianizzare gli Slavi d’Italia, useremo speciali premure per migliorare le sorti economiche e sociali, per educarli, per attirarli a questa civiltà italiana che deve brillare ai confini, tra quegli stessi che sono piuttosto ospiti nostri».

A questa «grida» seguì la diffusione di scuole elementari e nel 1878 a San Pietro degli Slavi, divenuto frattanto San Pietro al Natisone, iniziò la sua opera di «civiltà» 1’Istituto magistrale, secondo nella provincia di Udine, fondato per educare le «giovinette» slovene nell'opera di italianizzazione della Slavia.
Ma i risultati di questa crociata non furono esaltanti:
il dialetto sloveno continuava ad essere usato, oltre che nelle famiglie e nei rapporti quotidiani, principalmente nelle chiese come era tradizione secolare.
Si può affermare che in quegli anni la Chiesa svolse un’istruzione parallela col catechismo, con la predicazione, col canto, con la diffusione della stampa slovena e in particolare dei libri editi dalla Mohorjeva družba (Società di sant’Ermacora) di Klagenfurt / Celovec.

Nel 1895, a quasi trent’anni dal proclama del «Giornale di Udine», Francesco Musoni (Sorzento 1864 Udine 1926), geografo, saggista e politico, è costretto a constatare che l’istruzione elementare delle scuole ufficiali italiane non mette lo sloveno delle valli del Natisone «in condizione di comprendere la nostra lingua letteraria; quindi né di libri, né di giornali italiani esso fa acquisto, se non raramente.
Comprende invece quanto basta la lingua slovena, anche scritta, e perché poco dissimile dal dialetto e sopra tutto in grazia del clero, il quale, avendo cominciato da alcuni anni a questa parte a far uso nelle chiese di un linguaggio più corretto di quello che abitualmente dal popolo si parli, ha convertito il pulpito in una vera cattedra di lingua, praticamente e con molto profitto insegnata. Ecco perché, da quando il livello di cultura si è alquanto innalzato anche in questi paesi, per effetto del decrescente analfabetismo, a quelle italiane si preferisce l’acquisto di pubblicazioni slave e la Società di S. Ermacora si va facendo sempre più numerosi aderenti anche in Friuli» (1).
I1 numero degli iscritti alla Mohorjeva družba andrà crescendo di anno in anno e raggiungerà nel primo decennio di questo secolo quasi quattrocento unità, una cifra considerevole se pensiamo al livello di alfabetizzazione dell’epoca.

I libri che arrivavano da Celovec / Klagenfurt trattavano non solo di religione, ma anche di storia, narrativa, scienze e medicina popolare; erano preziosi manuali di agricoltura e di allevamento del bestiame. L’autorità statale e gli ambienti nazionalisti guardavano con sempre maggiore diffidenza alla diffusione di queste pubblicazioni e in generale alla vivacità e solidità della cultura slovena, sostenuta e diffusa dal clero.

Probabilmente per la mancanza di una preparata classe intellettuale laica, accanto a quella ecclesiastica, questo movimento non si tradusse in azione politica caratterizzata etnicaniente e non sfociò nel riconoscimento di questa comunità, cui mancavano i sostegni e le strutture necessarie al mantenimento ed allo sviluppo della sua cultura slovena.
I1 sospetto ed il controllo delle autorità statali e degli ambienti nazionalisti furono concentrati quindi sui sacerdoti sloveni locali, che rappresentavano l’intellighenzia e spesso anche la fucina politica della Slavia e proprio per questo furono accusati di panslavismo e fatti oggetto di una dura campagna di diffamazione.

Queste accuse, purtroppo, trovarono orecchi attenti ed interessati anche nella Curia udinese, tant’è vero che l’arcivescovo, mons. Pietro Zamburlini, inviò alla Congregazione dei Riti una lettera in cui si accusavano i preti sloveni di aderire al movimento panslavista.
I 23 sacerdoti delle due parrocchie di San Leonardo e San Pietro scrissero all’Arcivescovo una ferma lettera di protesta, spiegando i motivi della loro scelta pastorale di usare nella catechesi e nella liturgia la lingua slovena locale e di diffondere i libri della Mohorjeva dru#ba. Mons. Corgnali ha già citato questa lettera, ma ritengo opportuno riportare qualche passo più ampio per far conoscere il clima in cui operavano questi sacerdoti e lo spirito che animava la loro azione pastorale.

«Dopo la fede, la lingua è la cosa più cara aI mondo»

Eccellenza R.ma
Le decisioni della S. Congr. dei Riti del 5 marzo p. p. provocate da Lei ci sorprendono e ci addolorano assai, perché ora conosciamo che anche l'Arcivescovo è contro di noi, quantunque mai gli avessimo mancato di rispetto avendoci egli fatto condannare addirittura da Roma, senza nemmeno sentirci, coll’addurre fatti meno esatti e col proclamarci davanti al mondo panslavisti.

E la più grave accusa appunto è quella di averci dichiarati, senza riflettere al vero significato delle parole sacerdotes agitationi panslavisticae adhaerentes (sacerdoti aderenti al movimento panslavista, ndr.) .
Non ci mancava altro!
Anche 1a autorità politica ci getta spesse volte in faccia la medesima accusa perché siamo ascritti e facciamo propaganda della Società di S. Ermacora approvata dal papa e arricchita di indulgenze, che distribuisce libri di pietà e di sana lettura ai suoi membri per conservare la fede e la buona morale nelle famiglie cristiane: libri che si leggono volentieri specialmente nelle lun­ghe serate d’inverno, e che fanno un mondo di bene nelle famiglie dove entrano, escludendo i giornalacci italiani sul tipo del Gazzettino, che ora appestano anche i nostri villaggi del piano. Ma poiché questi libri son scritti in lingua slava in modo che anche i nostri contadini e donnicciole, senza essere stati a scuola li capiscono sono odiati e proscritti dai liberali. (...)
Per colpa dunque di questi libri, e perché non vogliamo parlare italiano in chiesa, l’autorità politica ci chiama panslavisti e ci perseguita.
Se V. E. dichiaraci panslavisti per la medesima cagione dobbiamo rassegnarci; ma se avesse altri motivi, ce li dica francamente perché l’accusa è gravissima in bocca dell’Arcivescovo.
Sappia V. E. che per il panslavismo alcuni di noi abbiamo subito acerrime persecuzioni, fummo accusati al ministero, abbiamo avuto diverse volte in casa delegati e birri, e che tutti siamo rigorosamente sorvegliati.
Ora poi che 1’Arcivescovo istesso ci dichiara panslavisti in un documento pubblico che spedisce a Roma, la polizia, in mancanza d’altre prove, si servirà di questa per gettarci le mani addosso liberamente.
Ma sia fatta la voiontà di Dio. (...)

E per ogni buona regola aggiungiamo anche questo.
Si sente dire che le decisioni presenti non sono altro che semplici avvisaglie della guerra che in seguito ci verrebbe fatta sul conto della lingua e specialmente sul modo d’insegnare le orazioni.
Non sappiamo quanto ci sia di vero: però fin d’ora scongiuriamo, per l’amor di Dio, V. E. a non creare novità, perché la loro esecuzione sarebbe dopo impossibile: e noi piuttosto che metterci a lottare con le nostre popolazioni testarde, e contro coscienza, cederemo campo ai novatori che vogliono spingerla al passo inconsulto per la nostra rovina. Iddio ci tenga la mano sul capo e ci preservi sempre da spropositi, però le diciamo apertamente che, dopo la fede, la lingua tanto a noi preti come al nostro popolo, è la cosa più cara al mondo, e che quanto più sarà perseguitata tanto più l’ameremo pronti a sostenere qualunque sacrifizio per essa.
Per i nostri paesi essa è un valido scudo contro l’incredulità, e ne sono prova evidente i nostri mangiacarte, i quali quanto più spregiano la loro lingua per mostrare una qualche tintura d’italiano, tanto più perdono la fede.

Nei paesi dove poco si conosce l’italiano non c’è questo pericolo: di Drenchia p. e. dove quasi nessuno lo sa, tre Arcivescovi in visita, vedendo la divozione di quella gente patriarcale meravigliati dissero:
non inveni tantam fidem in Israel (non ho trovato una fede cosl grande in Israele Lc. 7, 9 ‚ ndr.).

E basta questa sola prerogativa per rendere noi preti attaccati ferocemente ad essa, che quanto più è combattuta tanto più fiorisce.
Qui a San Pietro il governo, per italianizzarci, ha messo su scuole sovra scuole, aggiungendovi le normali, e si lavora alacremente per ottenere lo scopo: eppu­re dopo 38 anni d’impegni e sforzi nella lotta con­tinua la lingua slava si custodisce con più gelosia nelle famiglie, e si rende ogni giorno più pura, più prospera e rigogliosa.
Vogliam dire che se anche Lei volesse mettersi su tale strada, ciò che non crediamo, la nostra popolazione resterebbe salda nell'affetto alla lingua materna, e nel mentre che a Lei i nostri liberali batterebbero le mani portandola alle stelle, le anime buone si angustierebbero assai, e si rivolterebbero.
E Iddio non voglia che ciò succeda.

lnfine dichiarando di non avere alcun rancore con Lei, ma piuttosto di voler protestare colla presente contro coloro che, ingannandola, La spinsero e forse in avvenire spingeranno a farci la guerra senza nessun vantaggio spirituale.
La preghiamo di compatirci se ci scappò qualche frase sconsiderata e di benedirci istessamente perché ci dispiace molto di contristarla.

S. Pietro degli Slavi, 2 giugno 1904
Devotissimi...
(Seguono le firme (2)

Da Trinko a Petricig

Ma chi erano questi sacerdoti, confratelli, coetanei, conterranei, amici di don Eugenio Blanchini e con i quali, benché così preso dalla sua incessante e multiforme attività, egli condivideva ansie e preoccupazioni sostenendoli e spronandoli nelle loro scelte ed attività per il progresso della sua Slavia?

Già il numero di questi sacerdoti è impressionante, se pensiamo alla situazione di oggi, ma e sorprendente anche il loro livello di preparazione, lo zelo, la personalità, l’apertura intellettuale, la tenacia e la resistenza di fronte alle avversità ed alle incomprensioni, l’affiatamento e la collaborazione tra di loro.
Molti hanno lasciato una profonda traccia nelle parrocchie dove hanno operato, per cui non è raro tra le persone anziane sentire ancora oggi parlare ad Antro di don Antonio Cosmacini, a Rodda di don Giobatta Cruder, ad Erbezzo di don Luigi Clignon, a San Pietro di don Giovanni Petricig, a Matajur di don Luigi Blasutig, ad Azzida di don Giovanni Guion, per non parlare dei più famosi mons. Ivan Trinko, mons. Luigi Faidutti e del nostro don Eugenio Blanchini.

Ecco un breve ritratto di questi personaggi che hanno segnato la storia della Slavia a cavallo tra il XIX e XX secolo.

Ivan Trinko

Nel 1863, come don Blanchini, nacque a Tercimonte di Savogna mons. Ivan Trinko che fino alla morte nel 1954 rimarrà il maestro, il consigliere, la guida e il punto di riferimento dei sacerdoti sloveni della diocesi di Udine.
Fu consacrato sacerdote nel 1886; insegnò filosofia presso il seminario diocesano fino al 1942, quando ritornò nella natia Tercimonte.
Trinko si distinse per le sue doti e per i suoi multiformi interessi:
fu poeta in lingua slovena, compose brani di musica sacra, tradusse in italiano opere letterarie dallo sloveno e da altre lingue slave, scrisse saggi ed articoli di arte, musica, sulla storia degli sloveni della Benecia e diede alle stampe una storia della Jugoslavia, si interessò di linguistica e pubblicò una grammatica della lingua slovena, collaborò alla stesura del catechismo degli sloveni della diocesi di Udine e alla fine della vita lasciò come testamento alla sua gente il libro di preghiere «Naše molitve». v Nel 1902 fu eletto consigliere provinciale di Udine, primo sacerdote della diocesi ad assumere tale carica, e da quella sede si adoperò per il progresso sociale ed economico della Slavia Friulana.
Fu tra i fondatori del Partito popolare in Friuli, in quel partito fu rieletto consigliere provinciale con altissime percentuali di voti e conservò il seggio fino al 1923, quando per regio decreto il consiglio fu sciolto.

Luigi Faidutti

Nel 1861, due anni prima di Blanchini e Trinko, nasce a Scrutto di San Leonardo Luigi Faidutti sacerdote, operatore sociale, politico, diplomatico della Santa sede in Lituania. Studiò nel seminario di Udine fino al 1880, quando si trasferì a quello di Gorizia e prese la cittadinanza austriaca.
Fu consacrato sacerdote nel 1884 e continuò gli studi all’università di Vienna. Insegnò poi al seminario diocesano e a 40 anni fu nominato preposito del Capitolo metropolitano.
La sua azione, ispirata dalla dottrina sociale della Chiesa, fu diretta a sollevare le condizioni economiche dei contadini del Friuli orientale tramite la costituzione di cooperative, di banche e consorzi agricoli; si batté per il riscatto dei coloni.
Nel 1902 fu eletto nel consiglio comunale di Gorizia e in quello provinciale. Nel 1907 fu eletto nel parlamento di Vienna e nel 1913 presidente della provincia di Gorizia.
Durante la prima guerra mondiale organizzò i soccorsi per i profughi, ma alla fine del conflitto, che lo raggiunse a Vienna, non volle rientrare a Gorizia.
Dopo un breve soggiomo a Roma, nel 1924 venne inviato con importanti mansioni alla nunziatura della Santa Sede a Kaunas in Lituania.
Morì nel 1931 a Kònigsberg nella Prussia Orientale.

Luigi Pelizzo

Tra le grandi personalità della Slavia a cavallo tra XIX e XX secolo possiamo annoverare anche mons. Luigi Pelizzo, nato a Faedis nel 1 860 da famiglia proveniente da Ravne / Costapiana, un paese di mezza montagna dove si parlava il dialetto sloveno.
Fu consacrato sacerdote nel 1884; nel 1886 si laureò in diritto canonico a Roma e da allora trascorse la sua vita in seminario, prima come professore di diritto e storia della Chiesa, poi come vicerettore e infine come rettore.
Nel l905 fu consacrato vescovo e nel 1907 raggiunse la sede di Padova, dove rimase sedici anni e si distinse per lo zelo e l’azione sociale.
Anche a causa delle sue convinzioni antifasciste, fu «promosso» arcivescovo titolare di Damiata e in Vaticano gli fu affidata la Sacra Congregazione della Fabbrica di San Pietro. Morì nel 1936 a Faedis; è sepolto nella chiesa parrocchiale che contribuì a costruire e ad abbellire con i marmi della Basilica di San Pietro.

Antonio Banchig

Anche don Antonio Banchig, chiamato il «professore» di Tarcetta, come Faidutti e prima ancora don Ivan Oballa di Mersino, scelse la via dell’«esilio», quando nel corso del quarto anno di teologia a Gorizia divenne cittadino austriaco.
Nato a Tarcetta nel 1865 compì gli studi nel seminario di Udine e poi a Gorizia. Fu ordinato sacerdote nel 1890 a Trieste, dove per due anni fu cappellano nella parrocchia di San Giacomo e poi fino al 1931 catechista nelle scuole pubbliche, prima in via Barriera Vecchia e poi in via Parini.
Era noto come buon latinista e con ispirazione componeva versi in latino (nel 1938 scrisse un «Disthicon» in omaggio al neoeletto vescovo di Trieste, mons. Antonio Santin).
Era in stretto contatto con mons. Ivan Trinko ed era amico fraterno di don Antonio Cuffolo, cappellano di Lasiz.
Andato in pensione, si ritirò nella natia Tarcetta da dove intrattenne rapporti di amicizia con i sacerdoti sloveni della zona. Morì nel 1945.

Antonio Cosmacini

Se questi sacerdoti si distinsero per la loro opera all’esterno della Slavia, altri e numerosi loro coetanei dedicarono la vita alla propria gente come pastori d’anime e spesso anche come operatori sociali e promotori del bene comune. Ne ricordiamo solo alcuni.

Quando nel 1893 don Antonio Cosmacini divenne cappellano comunale di Antro, eletto dai capifamiglia, che godevano del giuspatronato, don Eugenio Blanchini dall’orfanotrofio «Mons. Francesco Tomadini» di Udine gli scrisse una lettera affettuosa, rallegrandosi per la nomina e dicendosi sicuro che la sua azione pastorale avrebbe contribuito a portare la concordia tra la gente della cappellania e con le autorità comunali. Don Antonio riuscì nella sua opera e in quasi quarant’anni di permanenza nella capellania di Antro (1893 1932), vi profuse tanto zelo e portò a termine numerose iniziative tra le quali la costruzione dell’organo (1897), la ricostruzione della chiesa distrutta da un incendio nel 1920, la rifusione delle campane sulle quali fece incidere frasi in latino e in sloveno.
Era nato a Sorzento di San Pietro al Natisone nel 1861 e fu consacrato sacerdote a 22 anni nel 1883.
Fu mansionario nel duomo di Cividale, poi cappellano ad Erbezzo e a Vernassino. Nell’archivio di Antro sono con­servate oltre 150 sue prediche e due quaderni di lezioni di catechismo scritti nel dialetto sloveno del Natisone. Morì nel 1932.

Giobatta Cruder

Compagno di studi e di attività pastorale dei precedenti sacerdoti è stato don Giobatta Cruder (pre Tita).
Nato nel 1863 a Sammardenchia, una delle ville «slave» del Tarcentino, è stato ordinato sacerdote nel 1888.
Passò i primi anni di attività pastorale tra le valli del Natisone e del Torre: prima a Oblizza ed a Prossenicco come cappellano e maestro, poi a Lusevera come vicario, infine fu per 30 anni cappellano a Rodda di Pulfero.
Pre Tita era un sacerclote combattivo e difensore dei diritti della propria gente, per questo motivo fu anche perseguitato dalle autorità.
Già prima della Grande Guerra, probabilmente perché accusato di austriacantismo in quanto difendeva l’uso della lingua slovena nella liturgia, fu confinato in un istituto di Firenze e durante la guerra subì il carcere a Stra in provincia di Venezia, dal quale fu liberato anche grazie all’intervento del vescovo di Padova, mons. Luigi Pelizzo.
Nel 1935, due anni dopo la proibizione dello sloveno nelle chiese delle valli del Natisone su intervento di Mussolini, si ritirô nel paese natale, dove morì nel 1945.

Luigi Clignon

Durante la prima guerra mondiale la stessa sorte di confino e persecuzione toccò a pre Luigi Clignon (come pure a don Lovo di Azzida, don Saligoi di Mersino, don Cemotta di Liessa) nato nel 1859 a Cicigolis nella cappellania di Lasiz, allora comune di Tarcetta, ora di Pulfero.
Consacrato sacerdote nel 1 882, fu un anno cappellano a Monteaperta e poi cinque anni a Canebola.
Nel l 890 fu nominato cappellano di Erbezzo (Pulfero), dove rimase fino al 1934, quando, ad un anno dalla proibizione dello sloveno nelle chiese, stanco, ammalato e deluso fece ritorno nel paese natale dove morì nel 1942.

Pre Luigi era un sacerdote intelligente e combattivo; accusato di austriacantismo durante la prima guerra mondiale fu confinato per due volte a Firenze; subì un processo a Stra e nel 1919 venne assolto.
Nel 1921 pubblicò a Cividale un testo per la Via Crucis nel dialetto sloveno locale e lascio nell’archivio parrocchiale di Lasiz 41 testi di prediche scritte in sloveno e 5 in friulano.

Luigi Blasutig

Ricordiamo brevemente ancora pre Luigi Blasutig, nato a Vernassino nel 1865 e morto nel 1926.
Consacrato sacerdote nel 1887 fu cappellano a Topolò, Stregna, Clenia e dal 1904 fino alla morte cappellano curato a Matajur / Montemaggiore.
Pre Luigi è ricordato soprattutto come apprezzato predicatore sia nelle valli del Natisone che in Friuli.
Di lui si conservano alcune prediche di rara efficacia in dialetto sloveno, in friulano e italiano.
I1 ricordo di alcuni aneddoti della sua permanenza a Matajur è ancora vivo nella memoria della gente.
Dopo la sua morte sulla facciata della chiesa venne fissata una lapide con la seguente scritta:
«Qui per venti anni don Luigi Blasuttig con mente eletta e cuore generoso rese più gradito e bello il silvestre paese e l’alpe eccelsa. Qui amici ed arnmiratori ritorneranno lui ricorderanno memori e grati».

Giovanni Sdraulig

Di poco più giovane dei precedenti era don Giovanni Sdraulig (Seuza di Grimacco 1866 Lubiana 1 956).
Consacrato sacerdote nel 1891, dopo essere stato cappellano a Oblizza e a Masarolis, nel 1899 entrò nella congregazione dei Lazzaristi.
Svolse il suo ministero a Celje, Maribor, Lubiana e a Mirenski Grad presso Gorizia. Nel 1934 le aulorità fasciste lo confinarono in provincia di Brindisi.
Don Sdraulig si distinse come predicalore di rnissioni al popolo e di esercizi spirituali.

Giovanni Guion

Dobbiamo ancora ricordare i confratelli più «giovani» di don Blanchini come don Giovanni Guion (Biacis 1877 Valbruna 1966), cappella­no a S. Volfango, Azzida, Valbruna; fu sacerdote attivo anche in campo sociale e cooperativistico; a lui il compaesano don Eugenio Blanchini in occasione della prima messa dedicò l’opuscolo «La Slavia».

Giuseppe Gorenszach

Don Giuseppe Gorenszach (Mersino 1878 Cividale 1950) fu cappellano di Mersino e poi parroco di San Leonardo dove fondò la cassa rurale; don Nataie Zufferli (Azzida 1875 Purgessimo 1942), che svolse la sua azione pastorale a Resia, Prepotto, Codromaz, Platischis, Savogna; con fermezza si oppose alla proibizione dello sloveno nelle chiese e con don Giuseppe Cramaro si recò in Vaticano a difendere i diritti della sua gente.

Natale Moncaro

Dovremmo parlare ancora don Natale Moncaro (Lasiz 1 879 Camburzano 1 932) ricostruttore del santuario mariano di Lussari

Giovanni Petricig

e di mons. Giovanni Petricig - Vernassino l87l - Cividale 1964) cappellano a Faedis, poi parroco a San Leonardo e di San Pietro al Natisone nei difficili anni della prima guerra mondiale e dell’avvento del fascismo, ma questa ricerca oltrepasserebbe i limiti che ci siamo prefissi.

Quelli del Risorgimento

Questa schiera di sacerdoti (e ne abbiamo rnenzionato solo alcuni) fu preceduta cla un’altra generazione forse più numerosa e non meno attiva, incarnata e partecipe alla vita sociale e politica della Slavia attraversata dal 1848 al 1866, come il Friuli, dai fermenti risorgimentali.
Essa era sostenuta dalla speranza che il giovane Regno Sabaudo, che si presentava sotto una veste libertaria e progressista, potesse ridare alle valli del Natisone l’autonomia ed i privilegi goduti sotto la Repubblica cli Venezia.

Giuseppe Blanchini

Alcuni sacerdoti sloveni parteciparono attivamente ai moti del 1848, come don Giuseppe Blanchini, zio di don Eugenio, per lunghi anni cappellano di Rodda.
Carlo Podrecca descrive così la delusione della gente delle valli del Natisone alla notizia che nella primavera del 1 848 Udine si era arresa alla pressione degli austriaci, mentre la Guardia civica delle valli teneva bloccata una compagnia di 397 fucilieri imperiali sul San Martino:
«Fu un urlo selvaggio quale gli Slavi non mandavano da mille e più anni, un momento di ribellione per resistere all’ordine, ma poi prevalse l’innato ossequio al dovere, ed una mano di generosi, fra cui il defunto sacerdote don Giuseppe Blanchini di Biacis, sî recarono a San Pietro, ricevettero in deposito la bandiera della guardia civica disciolta, silenziosi la portarono al Pulfero ed ivi la conservarono nascosta sotto la rioccupazione austriaca, pei tempi della riscossa» (3).

Stefano Domenis

Lo stesso anno don Stefano Domenis da Tarpezzo, morto a 96 anni nel 1919, partecipò alla difesa di Venezia.

Giovanni Vogrig

I1 prof. don Giovanni Vogrig da Clastra di San Leonardo (1818 1904), esponente di primo piano del cattolicesimo liberale in Friuli,

Antonio Droli

il maestro e poeta don Antonio Droli da Scrutto (1808 - 1888),

Antonio Podrecca

don Antonio Podrecca da San Leonardo (1822 1886) assieme ad alcuni laici erano i componenti più attivi del Comitato civico, una specie di Comitato di liberazione per l’annessione all’Italia.

Michele Muzzigh

In quei decenni cruciali era parroco di San Pietro don Michele Muzzigh, che fu il punto di riferimento non solo per l’attivitâ religiosa e pastorale, ma anche politica per i sacerdoti e i laici impegnati a favore dell’unificazione con 1’Italia.
Ciò allora non contrastava con la fedeltà alla lingua e cultura slovene, infatti, nel 1869 a Gorizia egli, assieme al poeta don Pietro Podrecca cappellano di Rodda, pubblicò il «Katekizem za Slovence Videmske Nadškofije na Beneškem», iI catechismo per gli sloveni della Benecia (3).

Pietro Podrecca

Lo stesso don Pietro Podrecca da San Pietro (1822 1889) con la sua azione e la sua personalitâ segnò questi decenni.
Nel 1848 inneggiò all’Italia con i versi:

«Predraga Italija
preljubi moj dom
do zadnje moje ure
jest ljubu te bom» (4).

Ma pochi decenni dopo, deluso, compose versi amari nei confronti del Regno Sabaudo che voleva cancellare la presenza degli sloveni dall’Italia. Don Podrecca lavorò anche in campo sociale promuovendo a Rodda la cooperazione e la frutticoltura.

Ricordiamo ancora un altro illuminato parroco di San Pietro, don Antonio Guion da Mersino (1849 1917) studioso di storia locale e autore di interessanti articoli su «Pagine friulane».

Valentino Liccaro

Lustro alla Slavia diedero in quell’epoca anche don Valentino Liccaro da San Pietro, che a Udine fu coadiutore nelle opere assistenziali e caritative del beato Luigi Scrosoppi,

Giovanni Cernoia

don Giovanni Cernoia da Tarcetta, che fu cappellano del Monte di pietâ e insegnante al ginnasio liceo di Udine.

Ivan Oballa

Tra l’Istria e la Carinzia svolse il ministero pastorale don Ivan Oballa di Mersino (1824 1898), tra i primi scrittori e poeti della Slavia che pubblicò poesie e racconti in lingua slovena.

Negli anni Sessanta svolgevano il ministero pastorale nelle valli del Natisone ben 32 sacerdoti nativi della zona (18 nella parrocchia di San Pietro, 12 in quella di San Leonardo e 2 a Drenchia), altri erano in cura d’anime in diverse parrocchie della Slavia, da Resia atle valli del Torre fino a Canebola, a Masarolis e alla valle dello Judrio, altri ancora in Friuli.

Questa era la «famiglia», questo era l’humus spirituale, culturale e sociale in cui è cresciuto ed ha operato don Eugenio Blanchini.
La Slavia, guidata dagli uomini che abbiamo ricordato, non soffriva né di isolamento né di emarginazione, ma era attraversata da correnti sociali e culturali d’avanguardia, alle quali si ispirò anche don Eugenio (6).

Note

1) F. Musoni, Sulle condizioni economiche e sociali degli Slavi in Italia, in Atti del 11 congresso geografico italiano, Roma 1895, p. l l.

2) Dom, 5/1981

3) C. Podrecca, Slavia Italiana, Cividale 1884 (ristampa anastatica, Trieste 1977), p. 25.

4) Cfr. A. Cracina, i1 giubileo sacerdotale d’oro del m. r. don Pietro Cernoia parroco di Brischis, Gorizia 1964, pp. 13 15.

5) «Carissima ltalia, / amata mia casa, / fino all’ultima ora! io ti amerò».

6) I dati biografici di alcuni sacerdoti sono tratti da “Primorski slovenski biografski leksikon” (fascicoli vari), Gorizia 1974 1994.
Giorgio Banchig
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