Allarme cave


Si temono deturpazioni ambientali, disagi e nessun vantaggio per la gente.
Deciderà la Regione passando sulla testa dei Comuni.
Il Consiglio Regionale sta per varare la nuova normativa sulle attività estrattive che accentrerà le decisioni.
Tra poco, infatti, i comuni non potranno più decidere se aprire o meno cave sul loro territorio.
Questo è quello che succederà se la giunta regionale approverà il Piano re­gionale delle attività estrattive (Prae) che prevede che la gestione delle cave sia ad appannaggio della Regione, la­sciando i comuni privi di qualunque potere decisionale.
L’articolo 5 della nuova normativa prevede che gli enti locali adeguino gli strumenti di pianifi­cazione comunale e sovracomunale alle prescrizioni contenute nel Prae entro 180 giorni dalla sua pubblicazione.
Qualora ciò non accada arriverà una diffida dalla Regione e il comune avrà ancora trenta giorni per l’adeguamen­to, allo scadere dei quali, se non avrà ancora provveduto, verrà inviato un commissario regionale per eseguire il compito al posto dell’amministrazione comunale.
Questo provvedimento subentrerebbe alla legge 35, in vigore dal 1986, che prevedeva che fosse il comune a decidere sull’apertura della cava.

La nuova normativa spaventa, soprattutto in un territorio come quello delle valli del Natisone in cui le cave rappresentano per la maggior parte de­gli abitanti solo un mezzo per rovinare l’ambiente e rendere la vita difficile a coloro che vivono nei loro paraggi.
Di cave, infatti, ce n’è più d’una: tre nella zona di Torreano, tre a Clastra, una a Tarpezzo (che recentemente ha solle­vato molte polemiche) e una ad Alto­vizza.
Le cave, a detta di coloro che vi­vono nelle loro prossimità, hanno arre­cato più danni che altro.
Risulta, infat­ti, difficile adattarsi a vivere in un luo­go in cui c’è un continuo rumore di escavatori per dieci ore al giorno, dalle sette di mattina alle cinque di pomerig­gio, a volte anche durante la fine setti­mana.
I fondi stradali sono spesso sconnessi perché non sono in grado di sostenere il traffico di mezzi pesanti.

Inoltre, l’aumento delle polveri causato dai gas di scarico e dalle esplosioni per l’estrazione della pietra rendono l’aria irrespirabile e poco salubre.
Oltre a questi aspetti di facciata, pochi forse sanno che l’attività estrattiva rovina l’e­quilibrio geologico del terreno creando nel sottosuolo dei catini d’acqua, e cambia completamente i connotati della montagna rendendola, tra le altre co­se, inaccessibile per lunghi periodi a causa dei lavori.
L’estrazione della pie­tra piasentina, inoltre, produce una grandissima quantità di scorie che ri­mangono sul territorio e che rappre­sentano circa il 70% del lavorato.

L’attività delle cave, contrariamente a quanto si possa pensare, non ha por­tato nelle valli del Natisone nessun tipo di guadagno.
Non crea nuovo lavoro in quanto molto materiale viene usato per la costruzione di scogliere a rinforzo degli argini dei fiumi per i quali non c'è bisogno di un particolare lavoro di modellatura da parte di scalpellini, senza contare che di solito le imprese che si occupano delle estrazioni porta­no spesso con sé gli operai, non coin­volgendo minimamente gli abitanti della zona.
Inoltre, nonostante i comu­ni ricevano un compenso in denaro da queste imprese, la somma spesso non è nemmeno sufficiente per sistemare le strade danneggiate dal transito dei ca­mion carichi di pietra.
Ilaria Banchig
da DOM n. 21 - 2010
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