SLAVIA ITALIANA - CAPITOLO 1

In questo primo capitolo l'autore tratta delle Valli soprattutto dal punto di vista fisico

PER COMINCIARE

Una mattina del... 1884, percorrendo la strada che da Cividale conduce nel distretto di S. Pietro, mi sentii irresistibilmente fermato sulla riva di Azzida a contemplare il paesaggio.
In faccia, chiusa da monti scuri, la bassa valle di S. Leonardo, tortuosamente corsa dalla Rieka e seminata di paeselli, sui quali allora si librava la nebbia. A sinistra, la più alta valle di S. Pietro, solcata dal Natisone e sulla quale eccelle nella gloria del cielo il Matajur, cui mandano un saluto i vicini picchi nevosi della Carinzia.

Alla mia destra, sulla punta di un monte, il santuario della Vergine nel1'aureola dell'alba. Indietro poi, fra le linee del castello diroccato di Grunberg da una parte e le colline digradanti dall'altra, le mura, le torri ed i campanili dell'antica Forogiulio, misticamente vaporosa ed illuminata dal sole nascente. La vista complessa mi fece riflettere: non è maturo il tempo di far conoscere all'Italia, un po' meglio che non la sia, questa sua Slavia? e no 'l potrei tentare io, cui, se possono far difetto a ciò il tempo, i necessari materiali e l'ingegno, soccorrerà la dilezione per una terra che fu culla dei miei padri? Ed ecco l'origine di queste note.

STORIA FISICA

Il Girardi, a pag. 153, vol. I. della sua Storia fisica del Friuli, sulla base della tradizione e di antichi autori, asserisce che nel Monte della Vergine esistevano infissi e disposti allo stesso livello alcuni grossi anelli di ferro, e ne induce che "anticamente fin 1à venissero le navi, estendendosi a quel punto le acque marine e che a quei anelli di ferro si attaccassero".
A conferma di ciò altri assicurano di aver oggigiorno veduto simili ane11i alla medesima altezza sui monti di S. Canciano, di S. Martino, di S. Bortolomio, nei comuni di S. Pietro, Grimacco e S. Leonardo.

I1 padre Sturolo, nei suoi manoscritti rinfrescanti 1'Otium forojuliense del canonico Guerra, ammette 1'esistenza di questi ane11i, ma opina che servissero o per calare al piano, lungo le funi a que11i assicurate, legna e pietre, o per legarvi, giusta il costume dei tempi, i prigionieri.
Gli ane11i quindi possono esistere o no come 1' araba fenice, ed in ogni caso essere stati messi per tutt'altra destinazione che per attaccarvi le navi.

Accennato ad ogni modo il fatto, sembrami degno di maggior considerazione 1'altro, che il prof. Catullo, già ornamento dell'ateneo udinese, osservava nei dintorni di Vernasso il calcare con alcuni nicchi stratificati di bivalvi, e della stessa natura di quelli di Ronchi di Monfalcone procedenti da Duino, e simile in tutto al calcare jurassico del Bellunese. - La scienza quindi ci assicurerebbe che nei tempi preistorici 1'Adriatico arrivava fin 1à.

Ritiratosi il mare, le valli della Schiavonia restarono laghi, e ne sono argomento la 1oro conformazione, gli strati di tutta ghiaia che a profondità diverse si trovano quasi ovunque ed il terreno alluvionale che specialmente si avverte negli scavi pel materiale delle fornaci di Merso.
Una tradizione poi vuole che quei laghi fossero sostenuti da una diga di terriccio, che correva dal monte di Purgessimo ai contrapposti monti di Vernasso, e che, rotto quel debole sostegno dalle acque, queste irrompessero sulla pianura di Cividale.

Spariti i laghi, restarono i torrenti fra cui primo il Natisone, avente nome ed onore di fiume. La straordinaria profondità del letto di quest'ultimo vuolsi spiegata dalla tradizione che 1'Isonzo pure vi correva entro e che dicesi deviato da una frana caduta dal Matajur nella valle di Starasella pel diluvio d'acqua dell'anno 589, segnalato da Paolo Diacono nella sua storia dei Longobardi, lib. III, cap. XXXIII.

A proposito di questo cataclisma il sullodato Girardi, a pag. 27 del vol. II, scrive: "Sorprendenti sono i profondi strati di pudinga sui quali il Natiso sprofondandosi effettuò prodigiosamente il suo corso, incominciando poco sopra S. Pietro, e non molto lungi, oltre Cividale progredendo. Calcarea è dessa ed in masse irregolari ammonticchiata, e quantunque sia porosa, cariata, cellulare, è non pertanto dura e consistente. Si trova anche molto al disopra dell'attuale letto del Natiso, locchè prova 1'antico corso di una gran massa di acque a quella volta, la quale strascinò seco de' ciottoli di varia natura correndo allora quelle acque sopra un livello maggiore di que11o che conservano presentemente."

Quegli poi che oggi voglia accompagnare il corso del Natisone soltanto da S. Pietro al ponte di S. Quirino, dovrà convenire, che, e per le sue ardite tortuosità e pelle rive altissime tagliate a picco e pei massi ciclopici che in tutti i sensi e forme ne ingombrano il letto, è forse il fiume più singolare d'Italia.

"Le corrosioni effettuate dalle acque dei monti" - continua il Girardi a pag. 29, - "fecero nascere i scoscendimenti d'intere montagne, a11'imperversar dei tremuoti in particolare, sembrando anche originato in tal guisa l'Antro non lontano di s. Giovanni, dappoichè gli antri non si rinvengono mai nel granito, ma nella calce, nel gesso e nelle montagne arenarie soltanto."

Una visita a questa grotta.
Vi si ascende per 114 gradini di pietra, e circa a metà della scalea leggesi goticamente incisa la data 1101.
Arrivato in alto, trovi dapprima scavata nel monte una cella con entrovi gli avanzi di un forno senza cemento ed un mortaio nel suolo petroso. Quivi sostiamo ad ascoltare una curiosa tradizione, alla quale forse si allude nei versi:

C' era una volta una regina
Che volea far pane
E non avea farina.

Questa regina erasi rifugiata nella grotta, e le orde di Attila 1'assediavano a lungo dal piano sottoposto di Biacis tanto che la poveretta erasi ridotta a pestare da sola il frumento nel mortaio ed a cuocersi il pane nel forno.
Un giorno un parlamentario si studiò di sorprenderla colla lusinga di una resa onorifica, ma essa lasciando animosamente cadere nella valle i grani delle due ultime misure di frumento, "se il tuo signore" - gli disse - "ostinerassi nell'assedio tanti anni quanti sono questi granelli, io resisterò, perché i viveri mi vengono mandati da altri paesi traverso la grotta".

Si credette a ciò, 1'assedio fu levato come infruttuoso, la regina tornò a dominare la valle d'Antro, e 1'antico suo rifugio assunse il nome glorioso di fortezza degli Slavi.
Fortezza e prigione, perché il sullodato padre Sturolo scrive: "Alcuni pensano che il nostro duca Pemmone, padre di s. Rachisio, fosse stato relegato nell'Antro di s. Giovanni dal re Luitprando allorquando esso duca imprigionò il patriarca Callisto, e collegatosi ai circonvicini schiavi voleva a forza riacquistare questo suo perduto Ducato."
(Fortilizio d'Antro, pag. 119.)

Entriamo finalmente nella grotta: ha forma semicircolare, e al terzo inferiore dell'altezza è divisa da un doppio arco petroso, in parte artefatto, sotto cui precipita una perenne corrente d'acqua freddissima, la quale, ingrossata dalle pioggie, manda un fragore spaventoso rintronando sotto le sassose volte della caverna.
Gli archi che nascondono il torrente formano pavimento all'atrio, e di lì stendesi un salone lungo circa 16 metri, largo 10, alto 14, a cui macigni enormi variamente protuberanti sono soffitto e pareti. Su queste ultime, due lapidi con caratteri assai logori, che nessuno seppe decifrare, e di cui una col millesimo 1208.

A destra, una cappella dalla cui finestrina godi una vista incantevole.
Dietro il rustico altar maggiore si comincia a scendere. Lo starnazzare dell'ali di una miriade di pipistrelli attaccati alle volte ti danno lo sbigottimento che coglie chiunque voglia addentrarsi nelle viscere misteriose della terra.
Poi silenzio e tenebre, fantasticamente rotte dalla fiaccola della guida. Ma 1'acqua nera del fondo, i massi informi di pietra, su cui devi arrampicarti per proseguire nel periglioso viaggio, ti spingono al ritorno, e nessuno, che io mi sappia, arrivò al termine, il qua1e, secondo i terrazzani, ha la sua uscita, dopo un chilometro e più, da un'altra grotta dei monti di Prestento.

Gli stessi caratteri calcarei presenta il Matajur, che 1'Hacquet è incerto se assegnare a limite fra le Alpi Carniche e Giulie invece del Terglou.
Non è sterminatamente alto, come il suo nome potrebbe far credere, perchè misura soli metri 1642 sul livello del mare, ma dirò coll'illustre esploratore delle Ande, E. Vhimpen: "quelli che non possono scalare le cime delle Alpi, si consolino, imparando, ch'esse non offrono generalmente i panorami che lasciano nella memoria 1'impressione più forte e durevole.
Certamente alcuni panorami che si scoprono dalle più alte vette sono sorprendenti, ma non eguaglieranno mai quelli delle cime isolate e centrali, che hanno un gran valore dal punto di vista pittoresco."

A me quindi, più impressionista che scienziato, sia permesso digredire di nuovo col racconto di una salita fatta nel dicembre 1881, in quella stagione che, secondo un altro autore, il Corona, è la più propria per gustare completamente uno spettacolo alpino.
Eravamo giunti a Stermizza, paesello a metà di Montemaggiore e che forma centro delle altre frazioni e casa1i che si inerpicano sulle larghe spalle del gigante. I1 cappellano del villaggio ci condusse a vedere la nuova sua chiesa e ci fece rimarcare la pietra dei pilastri della porta e dell'altare, che fu sviscerata dal monte.
Sono monoliti di rispettabile grandezza, e quel che è più venati e 1ucidi da scambiarsi col marmo.

Le campane frattanto suonavano mezzogiorno; uno splendido sole riscaldava 1'aria tranquilla; io aveva tre ore libere prima di tornare agli uffici che mi avevano chiamato 1assù, e: - "vuoi, zietto, che ne approfittiamo per conquistare la vetta?" - mi disse la nipote signorina Adele Parravicini, venuta da Milano a respirar 1'aria di questi monti. - "Andiamo!" - fu la mia risposta.
I1 degno cappellano, che ora dorme 1'eterno sonno nel cimitero della sua chiesa, non si sentì da tanto di esserci compagno nel precipitoso viaggio, ma ci fornì di una guida all'altezza della nostra discreta audacia.

Dopo il villaggio di Montemaggiore, l'ultimo abitato umano su quel dosso e presentantesi qua1e un'oasi in mezzo a conifere, i circostanti monti abbassatisi ci consentirono la vista dell'Adriatico.
Ma il rapido salire si era reso impossibile, ad onta che 1'avveduta guida ci facesse girare gli arti del mostro, e ciò pel difetto di ogni sentiero e per 1'erba sdrucciolevole.

Alcune donne, che la coglievano e riponevano nei casoni perduti in quelle sterminate praterie, mostrarono nel loro linguaggio la più alta sorpresa nel vedere 1'ardita alpinista fittasi in testa di domare 1'indocile terreno.
Fortunatamente si cominciò a trovare la neve nei fossi, e la guida ed io i nostri scarponi e la signorina i suoi stivaletti, affondammo nel bianco elemento, onde inumidire l'erba riarsa e così fermare i nostri passi.

Finalmente un vento impetuoso ci annuncia la vicinanza della cima.
A questo punto finisce i1 terreno levigato e si rizza un cono di bianchi massi, che disegnano le loro forme colossali sul verde terreno. Su, su, su: noi siamo giunti sul cocuzzolo e nessun ostacolo si frappone a spaziare lo sguardo intorno.
Che festa di monti!
E quelli della Carinzia, della Stiria, del Tirolo; poi quelli del Litorale e da ultimo la distesa delle Alpi italiane.

Ed in giu vallate senza sole, di cui si distinguono appena i bianchi paeselli colle loro basse miserie. Ed in lontananza il mare sempre rutilante come una conca d'oro.
Ed in alto un azzurro cupo, che fa divinare le infinite profondità dei cieli.

La bufera infernal che mai non resta

su quella cima suscitò in quel momento all'accesa fantasia le leggendarie figure di Alboino, che cupido, undeque quantum prospicere potuit Italiae contemplatus est; di Narsete, che in ricambio della conocchia portag1i dall'imperatrice Sofia presenta ora all'invasore i frutti d'Italia per allettarlo a discendere; e più basso di uno slavo che guata le mosse del nuovo padrone per occupare la terra che egli lascierà dietro di sè.

Tre grandi popoli ivi rappresentati: il romano morituro, il longobardo virile ed il giovane s1avo, che dovevano cambiare il mondo antico, mettere in iscena il moderno e preparare forse il futuro............

Ritiratesi le acque dai monti, questi e le valli soggette si coprirono di boschi, che lussureggiavano anche sotto il patriarcale dominio. Eredità di quei boschi restarono a lungo gli animali feroci (lupi e orsi) ed a difesa da questi ultimi, perfino alli 11 settembre 1666, le ducali venete accordarono agli slavi il porto degli archibugi lunghi. E fino e specialmente nel torno di detta epoca le condizioni fisiche della regione dovettero essere pessime.

Frequenti pestilenze, le quali spiegano i relativi servizi internazionali imposti agli slavi. Gli ultimi servizi emergono dai documenti prestati negli anni 1613, 1614, 1620, 1621, 1622, 1624 fino al 16 luglio, e poi dal 29 marzo 1630 fino al 17 settembre 1648 e finalmente dal 1649 al 1658.

Grandini desolatorie e conseguenti carestie, e, ad esempio, da una supplica per anticipazione di miglio presentata da Stefano Cosmacino deputato delle convalli di Antro e Merso al serenissimo Principe in data 29 ottobre 1660, rilevò che "di giorno in giorno ritrovansi giacenti morti nelle strade, abbattuti dalla fame." Forse commozioni telluriche, come si evincerebbe dal seguente documento, confermato per la verità dal Provveditore di Cividale, Cesare Balbi:

"Faccio indubitata fede p.r q.do sottoscrito, qualmente nelle contrade di Antro et Merso, il cattivo tepo habbia del anno 1666 et 1667 fatto notabile dano in diverse Ville nelle dette Contrade.
Il Pete vero anno alli 18 Lugio 1668, à fatto destruto la maggior parte di Villagij nelle medeme Contrade. In quom Fidem. Adì 14 8bre 1668 in S. Leonardo.
Lo D. Zuane Suberle Vicario Curato in S. Leonardo."
Carlo Podrecca - LA SLAVIA ITALIANA
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