STORIA POLITICA

L'autore si chiede: "Donde provennero i nostri slavi?" E dà la sua risposta, sintetizzando anche la loro storia.
I1 comm. Pigorini, direttore del Museo preistorico di Roma, visitando nel 1880 questa regione, trovò nei pressi di S. Pietro alcuni avanzi della età del ferro, simili a quelli scoperti ad Halstatt in Carinzia e ad Este nel Veneto, che dinotavano la presenza dell'uomo, almeno nella valle del Natisone, fino da que11'epoca remota. Accennato semplicemente il fatto, entro nel periodo storico.

Donde provennero i nostri slavi? I1 friulano senatore conte Prospero Antonini nel suo patriottico libro - Del Friuli ed in particolare dei trattati da cui ebbe origine la dualità di questa regione - a pag. 52 scrive:

" I Vindi (Winden-erranti) da cui in seguito rampollarono gli Slovenzi o Sloveni, invaso il Norico mediterraneo, arsero chiese e badie (545), calati in Italia sulle orme di Alboino, qualche anno appresso fissarono stabile dimora nelle valli della Mura, della Sava e della Drava. Occupata ne11a Carniola (Craingau) la marca Craina o Scabonica (548), indi la Carentania o Carinzia, scesero nella valle Giulia, dove i Boioari o Bavari li respinsero, e fecero argine perché non s'inoltrassero dal Norico nella Rezia rinnovando le loro escursioni (585)."

Sebbene 1'Antonini, d'accordo colla genera1ità degli autori, non metta dubbio con quelle parole che anche i nostri slavi dall'ultima tappa della Carinzia scendessero nella valle Giulia, pure, ed al solo scopo d'invogliare altri migliori di me a nuovi studi sul punto importante della provenienza, esporre un'altra versione basata sui seguenti dati:

Di storia: - I1 canonico Guerra nel suaccennato Otium forojuliense, vol. LVIII, VVV, pag. 218, riporta un'antica relazione della città di Cividale del Friuli, in cui è detto: "il monte che occupa il Settentrione, ed il Levante (del territorio di Cividale) è abitato dai Schiavi, così chiamati fino da Paolo Diacono, de' Schiavi o Illirici di Dalmazia."

L' autorità invocata del Diacono, storico quasi contemporaneo all'entrata degli Slavi in Italia e per giunta cividalese e quindi vicino agli stessi, sarebbe decisiva, ma nè nelle Gesta dei Longobardi nè nelle altre sue opere mi venne fatto di trovare il preteso accenno. Un dato storico più preciso ci sarebbe fornito dalla lettera di papa Gregorio al clero dell'Istria, commiserante le continue irruzioni degli Sloveni: "affligor in his, quoniam in vobis patior; conturbor, quia per Istriæ aditum jam in Italiam intrare coeperunt ". (Greg. I, lib. X, Ep. XXXVI.)

Di tradizione: - E' tuttora viva in queste montagne (e la trovai perfino a Luicco Illirico) la tradizione che i nostri Slavi provenissero dalla Dalmazia o dalla Bosnia ed Erzegovina anzichè dalla Carinzia.

Di lingua: - Qualche esempio: - I Carintiani dicono mleco latte, lepov bello, luba amante, reka fiume. In Dalmazia invece, come nella nostra regione, si raddolcisce l'elle, pronunciando mlieco, liepo, liuba, rieka. I nostri hanno la desinenza in c eguale a quella dei croati, serbiani, dalmati; per es. Birtic, Blasutic, Mucic, mentre in Carniola è diversa: Bertic, Blasutic, Mucic. I nostri terminano al pari degli slavi più meridionali, alcune parole in ac ed ar, per es. Ivanac (Giannetto), Lurinac (Lorenzino), Petar (Pietro), vietar (vento), anzichè in ec ed in er come i cragnolini: Ivanec, Lurinec, Peter, vieter, ecc.

Alcuni de' nostri montanari, seguendo pei loro commerci la recente occupazione austriaca della Bosnia e dell'Erzegovina, vi trovarono con loro sorpresa nomi identici a quelli di famiglie e villaggi delle loro montagne, come Ciubiz, Costanizza, Gabrovizza, ecc., locchè dissero di non aver riscontrato nella più vicina Carinzia.

Potrebbe darsi però che entrambe le origini fossero parzialmente vere, e cioè che gli slavi della Carinzia per la strada del Pulfero venissero ad occupare una vallata della nostra regione, e precisamente quella di S. Pietro, e gli slavi della Dalmazia o della Bosnia ed Erzegovina l'altra, ossia quella di S. Leonardo ed i monti del vicino comune di Prepotto.

A suffragare quest'ultima versione starebbe qualche differenza etnografica avvertita fra gli abitanti della valIe di S. Pietro e quelli della valle di San Leonardo, e perfino una specie di antagonismo fra loro, onde i primi chiamavano fin 1'altro dì Saberi (mangiatori di rane) i secondi, e questi di rimando gli altri Lesnicheri (mangiatori di pera acerbe).

Ma lasciamo le ipotesi, e veniamo ai fatti. Esporrò questi, finchè lo posso, colle parole dello storico dei Longobardi (traduzione del Viviani) perché fonte unica ed originale, e se anche si rimarcherà qualche lacuna, io non mi credo autorizzato a colmarla.

"Morto Lupo ....‚ Varnefrido suo figliuolo volle nel luogo del padre ottenere il ducato di Forogiulio; ma temendo le forze del re Grimoaldo, rifugiossi alla nazione Schiava in Carnunto che corrottamente chiamavasi Carantano, (Carinzia). Costui poscia ritornatosene alla testa degli Schiavi, quasi per volere colle loro forze riacquistare il ducato, i Forogiuliani presso il castello di Neinas (Nimis), il quale è posto in vicinanza del Forogiulio, gli si precipitarono sopra e 1'uccisero". (Anno 666 - Lib. V, cap. XXII.)

Si nota qui che probabilmente gli slavi della Carinzia si unirono coi nostri a Varnefrido e poi tutti furono battuti presso Nimis, le cui montagne erano e sono occupate da altri Slavi.

"Dopo queste cose fu costituito duca del Forogiulio Vettari, oriundo della città di Vicenza, uomo benigno, che governava dolcemente il popolo. Ora avendo inteso la gente degli Schiavi, che egli era partito per la città di Ticino, radunarono una grossa moltitudine per assaltare il castello dei Forogiuliani. Per lo che vennero ad accamparsi in un luogo che chiamasi Broxa (Brischis) non molto distante dal Forogiulio.

Ma secondo la divina disposizione, accadde che i1 duca Vettari, all'insaputa degli Schiavi, la sera innanzi giungesse 1à da Ticino. E poichè i suoi cavalieri (nell'originale: comites) come si suol fare, eransi ritornati alle loro case, essendogli arrivato sì fatto annuncio degli Schiavi, con pochi uomini, cioè con venticinque, marciò contro di loro. Onde gli Schiavi vedendolo venire con si scarso numero: si misero a deriderlo, dicendo: ecco il patriarca che viene coi chierici contro di noi.

Ma Vettari essendosi avvivinato al ponte del Natisone (detto di S. Querino) il quale è posto nel sito ove risiedevano gli Schiavi, strappandosi l'elmo (aveva egli la testa calva) mostò il suo volto agli schiavi; ed allora avendo essi conosciuto esser quegli Vettari, improvvisamente atterriti si misero a gridare Vettari, Vettari: onde cosi spaventandogli Iddio pensano anzi alla fuga che alla battaglia. Allora Vettari, piombato sopra di loro coi pochi che avea, ne fece cotanta strage che di cinquemila uomini appena alcuni poterono scampar colla fuga." (Anno 67O - Lib. V, cap. XXIII).

Nella nota al testo di Paolo Diacono, nella raccolta degli scrittori Rerum italicarum, a pag. 483, si osserva giudiziosamente, essere più probabile che qui vi sia alterazione di numero fatta dai copisti, anzichè l'autore abbia scritto di buona fede l'avvenimento incredibiie, che venticinque uomini avessero ucciso cinquemila nemici. Certo si è che presso il ponte di S. Querino si trovano innumeri ossa ed armi, prova di quella strage. E sopra la porta della pubblica loggia del borgo Brossana di Cividale veniva collocata una lapide in marmo colla seguente iscrizione:

Non procul hine Broxas est in finibus Antri
Qui nomen tibi Porta dedit broxana vetustum,
Dux ibi finitimos percussit Vectaris hustes,
Cun ga1eam abjecit currens in prae1io calvus,
Teste Natiso et rubicondi sanguine montes.

"Essendo morto nel Forogiulio Aldone, che dicevano essere stato prefetto del palazzo, assunse il Ducato certo Ferdulfo nativo dalle parti della Liguria, uomo lubrico e vanaglorioso; il quale, agognando il vanto di vincitor degli Schiavi, recò infinito danno a se stesso ed ai Forogiuliani. Costui corruppe con premi certi Schiavi, affinché a sua istigazione introducessero nella Forogiuliana provincia una mano di armati della loro nazione. Il che appunto è avvenuto.

Ecco perciò qual fu la cagione della grande ruina, a cui soggiacque la detta provincia. Piombarono i malandrini dalla Schiavonia sopra le greggi e sopra i pastori, che pascolavano nei loro confini (l'originale: in eorum vicinia), e ne trasportarono grosso bottino. A costoro tenne dietro il rettore del luogo, che nella propria lingua dicono essi Sculdais, nobile personaggio di cuore e di forze valorosissimo, ma non potè in alcun modo raggiungerli.

- Onde ritornando indietro gli si fece contro Ferdulfo; ed avendolo interrogato qual cosa fosse avvenuta di quei malandrini, Argait (arga, voce ingiuriosa, come presso gli ebrei raca), cosi quegli chiamavasi, rispose, che coloro se ne eran fuggiti. -

Allora Ferdulfo sdegnato, così proruppe: Quando mai potresti fare alcuna prodezza tu, cui viene da Arga il nome d'Argait? e 1'altro, punto da grandissima collera, siccome era uomo valorosissimo, così rispose: Voglia Dio, che nè io, nè tu, o Ferdulfo, esciamo da questa vita, prima che gli altri conoscan chi di noi due più meriti il nome d'Arga.

- E poichè s'ebbero dette tra loro queste villane parole, avvenne che dopo non molti giorni giugnesse con grandi forze l'esercito degli Schiavi già preparato dai premi datigli da Ferdulfo. - E avendo piantato sulla più alta cima del monte gli alloggiamenti, ove da qualunque parte era diffici1issimo a loro accostarsi, il duca Ferdulfo sopraggiunto col proprio esercito cominciò a circuire lo stesso monte per potere pei luoghi piani sopra di loro scagliarsi.

- Allora Argait, del quale or ora prarlammo, disse a Ferdulfo: ricordati, o duca, che dicesti che io sono poltrone e da nulla, e che con vile parola mi chiamasti Arga. - Or dunque l'ira di Dio cada sopra quello di noi, che l'ultimo s'accosterà a questi Schiavi. - Ciò detto voltò il cavallo per 1'asprezza del monte, dove più malagevole era l'ascesa, avviandosi verso il campo degli Schiavoni.

- Ora Ferdulfo recandosi a vergogna se anch'egli per gli stessi disastrosi luoghi non fosse salito ad assaltare gli Schiavi, si prese a seguitarlo per tutti quegli scabri, difficili e dirupati sentieri. Parimenti il suo esercito vergognandosi di non seguitare il suo duca, si mosse tosto dietro i suoi passi.

- Vedendo perciò gli Schiavi inoltrarsi i nemici su pei declivi della montagna animosamente s'apparecchiarono alla difesa, e più colle pietre e co' bastoni che colle armi, contro di loro pugnando, gettategli da cavallo quasi tutti li uccisero; e cosi anzi per caso che per virtù conseguirono la vittoria.

- Ivi perì tutta la nobiltà friulana, ivi cadde il duca Ferdulfo, e con esso fu morto colui che lo aveva provocato. E quivi sciaguratamente per una vana contesa, e per imprudenza furono rotti tanti uomini valorosi, quanti per concordia di volontà e per salutare consiglio avrebbero bastato a sconfiggere migliaia e migliaia de' loro nemici. Co1à, nondimeno un longobardo di nome Manichi, il quale fu padre di Pietro duca dei Forogiuliani, o di Orso pur duca dei Cenedesi, solo animosamente ed eroicamente operò.

- Essendo questi precipitato da cavallo, improvvisamente gli diede addosso uno schiavo che gli legò le mani con una fune; ma egli colle mani legate traendo dalla destra la lancia del medesimo schiavo, e datogli un gran colpo con quella, così legato com'era, gettandosi per quei dirupati sentieri, fuggi." (Anni 695 o '705? - Lib. VI, cap. XXIV.)

Morto dunque il duca Ferdulfo nel modo che abbiam detto, fu sostituito in suo luogo Corvulo, il quale per poco tempo tenne il ducato. Costui per avere offeso il re, privato della luce degli occhi, vituperosamente se ne visse. " (Lib. VI, cap. XXV.)

In opposto Pemmone, uomo ingegnoso e utile alla patria, meritò il ducato. Costui fu generato da padre bellunese, cioè di Belluno... Questo duca, raccolti insieme i figliuoli di tutti i nobili ch'erano morti nella battaglia, della quale abbiamo detto, 1i alimentò insierne co' suoi, nello stesso modo che se fossero stati da lui medesimo generati. " (Lib. VI, cap. XXVI.)

Costui, essendo già fatti adulti i fanciulli di quei nobili che avea fatto allevare in compagnia co' propri figliuoli, in un momento ebbe la nuova che un'immensa moltitudine di Schiavi era giunta in un luogo che si chiamava Lauriana (probabilmente Laurino di Torreano presso Cividale, piuttosto che Lavariano come vogliono i commentatori). Ond'egli co' detti giovani, per la terza volta piombato sopra coloro, li ruppe con grandissima strage, nè più dopo ivi fu morto alcuno della gente dei Longobardi, eccetto che Sigualdo, il quale era molto avanzato negli anni.

Questi nella guerra antecedente, fatta sotto Ferdulfo, perdette due figli. Benchè nelle due prime volte s'avesse egli, secondo il voler suo, vendicato di quegli Schiavi, non potè neppure la terza volta dal divieto del duca e degli altri Longobardi essere raffrenato; ma invece cosi loro rispose: Ho vendicato quanto basta la morte de' miei figliuoli, e se ora verrà la morte lietamente 1'incontrerò. Cosi fu: ed egli solo in quella zuffa vi rimase estinto. Ma Pemmone, poichè ebbe uccisa gran quantità de' nemici, temendo di perdere alcuno de' suoi nella mischia, stipulò nello stesso tempo la pace cogli Schiavi, e da quel tempo costoro cominciarono ognor più a paventare delle armi de' Forogiuliesi. " (Anno 718 -Lib. VI, cap. XLV.)

Ratchi (figlio di Pennone) divenuto duca del Forogiulio, entrato co' suoi nella Carniola, patria degli Schiavi, ne uccise una gran moltitudine, e tutte le cose loro ruinò. In questo luogo, essendogli improvvisamente venuti addosso gli Schiavi, prima che egli avesse preso dallo scudiero la propria lancia, alzata una mazza, che portava in mano, colpi con quella il primo che a lui affacciossi, e lo stese morto."‚ (Anno 739 - Lib. VI, cap. LII.)

Qui il Diacono finisce la storia della lotta fra i Longobardi e gli Slavi, e bisogna arguirne che questi ultimi, ruinati, non pensassero alla rivincita. Ma le guerre e la lebbra portata dai Longobardi in Italia avevano spopolato il Friuli, onde gli Slavi, invitativi o trasportati dai loro monti nel basso Friuli, vi lavorarono le terre più incolte, i deserti latifondi dei Longobardi maggiori, dei conti rurali, dei baroni di stirpe salica, bavarica, ovvero i mansi appartenenti ai monaci ed alle badie.

Questi coloni rurali dopo qualche generazione, poco a poco si confusero coi vicini abitanti di altre stirpi, lasciando di sè unica traccia nei nomi di sclavica derivanza, che tuttora sono propri di alcuni paesi, quali: Gorizia, Gradisca, Gradiscutta, Belgrado, Sela o Selo (villaggio), Precenicco, Sernico, Virco, Sammardenchia, Lonca, Blauzzo, Poceco, Pocenia, Doliuzza, Santa Marizza, Jalmicco, Sclaunicco, Visco, Versa Sclabonica, Pasian Schiavonesco, ecc.

L' illustre pubblicista friu1ano cav. Pacifico Valussi mi faceva osservare in argomento, che a Mortegliano ed a Talmassons vi è il borg dei Sclavons; che nella campagna del secondo villaggio sonvi due strade di biele (bianco) e di cerne (nero); che a Rivignano un'acqua si dice tuttora potoc; e, quel che è più degno di nuovi studi, che i paesi occupati allora dagli Slavi descrivono pressa poco la forma di un T, la cui base si può far partire da Gorizia, la linea perpendicolare si distende nel Friuli e le braccia orizzontali si formano alle rive del contrapposto Tagliamento. Per altro anche al di là di questo fiume arrivarono, benchè in minor numero, gli Slavi, e caratteristica è la loro distinzione dai friulani, espressa nei nomi dei due villaggi presso Pordenone: Romans e Sclavons.

Pare che nelle nuove sedi i nostri Slavi non vivessero a lungo tranquilli e che anche ad essi (sendo impossibile di scindere la loro storia da quella degli altri Slavi finitimi) si riferisca l'accusa mossa negli inizi del secolo IX dalle città litorane dell'Istria contro Giovanni duca franco che li favoriva:

Insuper Sclavos super terras nostras posuit, ipsi arant nostras terras, et nostros roncoros, segant nostra prata, et de ipsas nostras terras reddunt pensionen Joanni.

Perciò nel P1acito tenuto per ordine di Carlomagno sulle rive del Risano (804) fu sentenziato:

Mittamus eos (Sclavos) in talia deserta loca ubi sine vestro damno valeant remanere.... Advenae homines qui in vestro rexederint, in vestra sint potestate. ... ubi aliquam damnietaten facient, nos eos eijciamus foras.

Reconfinati gli Slavi in queste montagne e passati successivamente sotto il dominio dei patriarchi d'Aquileja, considerarono finalmente 1a regione quale stabile patria, che nel loro dialetto è chiamata con ben cinque nomi: dom, domovina, òcetgnava, ogniske o dazèla.

Ne11'Instrumentum Pacis inter sereniss.m Duc: Dom: Veneti: et Magnificam Communitatem Civitatis Austriae, 11 luglio 1419, a rogiti del notaio Marcus Serafino filius Serafini civis et nob. Venet., 1a citta di Cividale consegnando omnia fortilitia et bona sua que sunt sub suo dominio, prometteva omne auxilium, consilium, et favorem, introitum, et exitu in locis, et per Loca sua contra Patriarcam, et Commitatem Utini, et contra omnes alios compatriotos dictae Patriae qui sunt et erunt inimici dicti Ill.mi Duc: dominii Venet.

Nell'anno successivo i nostri Slavi fecero alla stessa repubblica la loro dedizione, del qual atto importantissimo non trovai copia negli archivi comunali della regione, ma che, nella prossimità della sua data, si può ritenere simile a quello della dedizione di Cividale. Da questo momento la storia della nostra Slavia, come quella del Friuli, si confonde prima colla storia della repubblica veneta e poi, fortunatamente, con quella di tutta 1'Italia.

Riserbandomi di dimostrare in apposito luogo la fedeltà dei nostri Slavi alla repubblica veneta, dirò intanto che il regno italico li trovò pronti al primo appello nella ricostituzione dell'Italia ad unità, onde li ritenne degni di occupare tutti gli uffici governativi della regione. Nell'archivio municipale di Savogna, (oltre alla corrispondenza d'ufficio dei ff. di Commissari di Polizia del Cantone di S. Pietro de' Schiavoni, S. Coren e G. Batta Podrecca) mi venne fatto di trovare i seguenti due onorifci documenti:

N. 330. - Regno d'Italia - Dipartimento di Passariano - S. Pietro de' Schiavoni 26 agosto 1809

IL DELEGATO GOVERNATIVO DEL CANTONE DI S. PIETRO DE' SCHIAVONI

Alla Municipalità di Savogna

Sono incalcolabili i vantaggi derivanti dalla beneficenza sovrana agl'abitanti dei Regno, i quali nel corso delle passate vicende hanno saputo resistere a11e voci della seduzione e conservare la loro fede1tà ed attaccamento al Governo italico, a diversità di que' spiriti perversi malvagi e deboli, che obliando se stessi, ed i doveri del suddito, si sono lasciati indurre ad aver parte ne' torbidi suscitati, per cui ora che li prosperi eventi della Guerra ci hanno posti al sicuro dagli nemici, stano per piombare su di loro i castighi provocati dalla publica indignazione e vendeta.

Fra i1 numero dei primi trovandosi fortunatamente anche gl'abitanti di questo Cantone, io mi fo' un preciso dovere di far conoscere a tutti i miei amministrati tale loro felice situazione a merito della tenuta plausibile loro condotta, ben certo che ciò li animerà a stare vieppiù attaccati alla santità delle nostre istituzioni, il cui scopo tende unicamente alla publica prosperità, e sicurezza; vogliano pure le Municipalità occuparsi con tutto l'impegno di questa interessante commissione, facendola conoscere ai proprj amministrati nelle vie le più convenienti, ed attesto loro tutta la mia stima.

ANT. CUCAVAZ

N. 11. - Reqno d' Italia - Dipartimento di Passariano - S.Pietro de' Schiavoni lì 22 gennaio 1811.

LA COMMISSIONE CANTONALE DI LEVA DI S. PIETRO DE' SCHIAVONI

Alla Municipalità di Savogna

Con dispazio 21 decembre decorso N. 27539 diretto alla Prefettura si è degnato S. E. il s.r Co. Ministro dell'Interno di manifestare la particolar sua soddisfazione per li felici risultati, che coronarono la Leva dalla Risserva verificata nell'anno rivolto esprimendosi d'informare di conformità S. A. I. il nostro buon Principe.

Avendo codesta Municipalità cooperato moltissimo nel proposito riguardo al contingente della propria Comune, seguendo la vo1ontà del S.r V.e Prefetto, m'affretto di metterla al fatto di questi encomi che la bontà del prelodato Ministro si compiacque di compartire, perché sì bene ha corrisposto alle viste superiori. Ha il piacere questa Commissione di salutarla con stima.

ANT. CUCAVAZ

Contro la dominazione austriaca invece i nostri Slavi si valsero dell'elemento di forza della loro stessa razza ed aggiunsero alla storia del risorgimento italiano una pagina che afferma i1 loro immutato patriottismo, e che stimo doveroso togliere dall'immeritato oblio. Correva il memorando 1848. Già le vallate slave risuonavano della canzone:

Predraga Italija
Preljubi moj dom,
Do zadnje moje ure
Jest ljubu te bom.
Si u kjetnah živiela,
Objokana vsa,
'Na dikla špotlijva
Do zdaj ti si b'la
Raztargi te kjetne,
Obriši suzo
Gor uzdigni bandiero,
Treh farbih lepo.

Che voleva dire:
"Più che cara tu, Italia, amata mia casa, fino all'ultima ora io ti amerò. Hai vissuto in catene tutta piangente, la schiava vergognosa finora sei stata. Spezza le catene, tergi 1a lagrima, innalza la bandiera " bella di tre colori."

L'Austria allora muniva la strada militare del Pulfero, ed i nostri montanari ammassavano intanto sulle vette, enormi macigni per riceverla. Era stata minacciata la fucilazione a chi portasse armi, e gli slavi (primi fa questi i Crucil di Stupizza) introducevano quasi ogni giorno nelle zaglie del carbone, fucili, picche ed altre armi delle quali empivano le loro caverne, senza che un solo tradisse il segreto.

Allo scoppio della rivoluzione, la guardia civica si trovò quasi per incanto armata, ed organizzata in ogni Comune sotto il comando del Generale Francesco Podrecca di S. Pietro; pattugliava di giorno e di notte, perquisiva tutti i forestieri pel timore di spie, procedeva ad arresti ed il distretto, lasciato in balia di se stesso, si governava mirabilmente da sè. Senonchè, nel venerdì santo di quell'anno, una compagnia di 397 cacciatori austriaci riusciva a deludere la vigilanza ed i pericoli della strada del Pulfero, passando il confine traverso le cime dei monti, ed a fortificarsi sul culmine piramidale di quello di S. Martino in Comune di Grimacco.

A tale impreveduta apparizione si ordina immediatamente il suono a stormo delle campane di tutte le chiese delle vallate, si chiama a raccolta la guardia civica, si distribuiscono le munizioni, si cinge d'assedio quel monte, e si spingono tanto in alto gli avamposti che questi scambiano le fucilate colla compagnia. Ma quel monte è 1'Osoppo slavo e ben se 'l sapevano gli austriaci, i quali impunemente di là (si badi all'importanza capitale di questi confini) alla sera lanciarono le racchette, che diedero il segnale dei bombardamento di Udine, la Brescia del Friuli.

Allora il comando della guardia civica ordinò che 1'esercito slavo restasse sotto le armi tutta la notte, che si dividesse in isquadre, e che tutte accendessero immensi fuochi per tener lontani altri nemici e per avvisare la capitale fulminata che gli slavi vegliavano per lei. A1 mattino sospirato si decise la marcia verso Udine, e di vincere o morire sotto quelle mura, quando una staffetta spedita di là recò il funereo annuncio che la città si era arresa, e 1'ordine che anche gli slavi si sottomettessero.

Fu un urlo selvaggio quale gli slavi non avevano mandato da mille e più anni, un momento di ribellione per resistere all'ordine, ma poi prevalse 1'innato ossequio al dovere, ed una mano di generosi, fra cui il defunto sacerdote don Giuseppe Blanchin di Biacis, si recarono a S. Pietro, ricevettero in deposito la bandiera tricolore della guardia civica disciolta, silenziosi la portarono al Pulfero ed ivi la consegnarono nascosta sotto la rioccupazione austriaca, pei tempi della riscossa.

Altri giovani quindi seguirono le sorti d'Italia all'assedio di Venezia, fra cui Deganutti Giovanni, Strukil Michele, Pirich e Sturolo Gio. Batta di S. Pietro, Manzini ingegnere Giovanni del Pulfero, Tomasetigh Valentino di Cosizza e finalmente Vogrigh cav. Stefano di Clastra, ora maggiore del R. Esercito in quiescenza, il quale prese parte a tutte le successive campagne dell'indipendenza, da quella di Crimea in poi. Durante i moti del Friuli nel 1864, ventiquattro giovani slavi fecero una parata in uniformi garibaldine avanti alla chiesa di S. Canciano sopra Vernassino.

Liberato il Veneto nel 1866 ed indetto il plebiscito, i nostri montanari, che pure potevano credersi liberi di dichiararsi pella vicina Slavia che li allettava, tutti meno uno deposero nell'urna il voto: "Dichiariamo la nostra unione al Regno d'Italia sotto il Governo monarchico-costituzionale del Re Vittorio Emanuele II, e dei suoi successori."

Carlo Podrecca - LA SLAVIA ITALIANA

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