COSTUMI

E' uno dei capitoli più lunghi e più interessanti
Enrico Palladio, storico udinese del secolo XVII, così descrive gli Slavi d'allora stanziati nel Friuli: "Sclavi propriam habent linguam Illyricorum cognatam, corpora procera, salubria, laboribus assueta, quae sola ferme senectus dissolvit, mores vero barbaros deprehendas, quibus nullum finitimorum commercium aut exemplum humaniorum sensuum adhuc invexit. (Rer. Forojul.)"

Il giudizio morale è aspro, ma se anche il fatto dopo due secoli sussistesse, non bisogna giudicare questa propaggine di stirpe slava coi criteri della civiltà latina, ma piuttosto con quelli dei novi popoli che successero e succederanno a quella, e siccome, in ogni caso, corre "maggior affinità fra Slavi e Tedeschi che fra questi e gl'Italiani" (J. von Zahn. I castelli tedeschi in Friuli,. traduz. Murero, pag. 3), Così io trovo che all'antico slavo si attagli piuttosto il ritratto che lo Schupfer nelle sue Istituzioni Longobardiche bellamente riassume da Tacito intorno al Germano:

"Ha piantate le sue dimore in riva a un fiume o all'ingresso di un bosco, in luogo solingo e appartato, nè tollera case unite od attigue, nè compagni se non cerchi da lui stesso, nè obbligazioni se non volontariamente consentite. Ciò che colpisce a prima vista nei costumi degli antichi Germani è la passione dell'indipendenza, irrequieta, indomita, selvaggia......

La stessa famiglia risentiva del carattere indipendente del popolo, chè i più deboli erano condannati ai lavori domestici e alle occupazioni agricole accanto ai servi, e la donna, perchè inabile alle armi, a perpetua tutela. Il matrimonio stesso fatto per compera, conservava la poligamia. Il fanciullo appena nato, veniva deposto sulla nuda terra a' piedi del padre, arbitro di sua vita. Insomma non eravi propriamente che una persona libera, cioè il capo."

Così infatti, o press'a poco così, avvenne del nostro Slavo.Egli piantò naturalmente la sua prima dimora in luogo solingo e appartato, in riva al fiume (rieka), dalla quale toglierà anche il cognome (Podrieka - presso il fiume). Presto la solitudine si popolava per lui di Crivapete, ovvero streghe dai piedi arrovesciati, e tuttora si mostra vicino ai Casale Massera sull'Alberone la loro caverna.

E la natura selvaggia circostante suscitava eziandio superstizioni, che ti fanno sentire ancora il loro cachinno satanico.Negri nuvoloni si avvoltolano nell'aria in forme di spiriti, e lo Slavo porrà nella sua casa le panche e le seggiole a rovescio. Fuori della porta disporrà le falci col taglio in aria. Poi caricherà il fucile con polvere benedetta e chiodi tolti in cimitero alle casse da morto, sparerà e la sua fantasia gli farà vedere la lenta caduta di capelli umani misti a pezzettini di vestito.

Una volta un santese, dopo di aver fatto dei fomenti con fiori benedetti in chiesa, degli asperges coll'acqua santa e suonate le campane per iscongiurare il temporale, vedendo che a nulla giovava e che la grandine batteva orrendamente le messi, diede di piglio ad un diavolo di legno penzolante sotto 1'effigie di san Michele, lo scaraventò dalla rupe nel precipizio e: - Tutti i diavoli - gli disse - sono fuori; vacci dietro anche tu! - Ma la bulata gli costò 100 ducati, onde egli lasciò dappoi che tutti i diavoli facessero in pace il loro mestiere.

Vi sono anche i maghi che predicono le sorti della vita umana, riferiscono quelle dei defunti e rivelano perfino gli autori dei furti. Su questo proposito ricordo un fatto non ha guari successo.

Un proprietario si trovò mancato del lardo e del denaro. Ricorse subito al mago. Questi, dopo di aver accettata la profertagli tassa, gli intimò: - Stanotte, alle undici, spalancate tutti gli usci e le finestre di vostra casa; poi entrate solo nel cimitero; quivi sdraiatevi sulla fossa dell'ultimo sepolto facendo capezzale alla testa di quella terra, e restate immobile sino alla mezzanotte. Nel frattempo il ladro dovrà riportarvi la roba in casa e si fermerà impietrito ad aspettarvi. - Sembra però che la ricetta fosse troppo eroica, perchè, senza sperimentarla, il dabben uomo rinunciò alla roba, alla tassa ed alla soddisfazione di scoprire il ladro.

Se 1'angustia del suolo non permette sempre allo Slavo di mantenere le case disgiunte, quelle soltanto saranno unite che diramano da una stessa famiglia, e tutti gli abitanti della frazione così sorta porteranno lo stesso cognome. (Blasin di Blasiu, Clinaz di Clinaz, Trinco di Trinco, e similmente Clavora, Buttera, Zuodar, Massera, Bordou, Oballa, Oriecuja, Stefanigh, Domenis, Ceruetigh, Clodigh, Ruchin, Cocevaro, ecc.)

Queste frazioni saranno frequenti nelle vallate e sui monti, perchè lo Slavo non ama i grossi villaggi della pianura e tanto meno 1'agglomeramento pletorico delle città.

Il casolare slavo, che s'inerpica su altissima rupe, può dirsi una tana, in cui il fumo dell'omerico fuoco ha 1'unico sfogo dalla porta.

La casetta della frazione ha la facciata regolare, lungo la quale corrono ad ogni piano gli anneriti poggiuoli di legno, da cui pendono a festoni le gialle treccie dal granoturco. Finestre piccole a riparo del freddo, e porte sovente così basse da dover chinare la testa per entrarvi. Il tradizionale forno, che serve anche di stufa, nel tinello (isba), ove dorme in massa la famiglia nei rigori dell'inverno. Su quella stufa poi, e col solo farmaco dell'acquavite, si stende il vero montanaro, quando prova i brividi della febbre, e risorge in pochi giorni o muore.

V'è anche la casa propriamente civile, che lo Slavo ha imparato ad imitare nelle sue peregrinazioni a Pest ed a Vienna, e continuerà a piantarla isolata in riva all'acqua (casa Massera a Savogna), oppure ad imitandum in mezzo alle frazioni (case Blasutigh, Carbonaro, Domenis, Faidutti e Podrecca a Rodda, Brischis, Tarpez e Scrutto) e finalmente le bellissime case di S. Pietro, che preparano 1'evoluzione del villaggio alla città. (Cucavaz, Liccaro, Miani, ecc.)

Il tipo più vergine della razza si trova a Montefosca, il Montenegro di questa regione.

Uomini dalla statura atletica, occhi sanguigni, capelli intonsi e barba rara del colore del fuoco. Una semplice maglia di lana disegna il muscoloso torace e lascia aperto a tutti i venti il petto, intorno ai cui peli d'inverno si rapprende 1'acqua gelata.

Uomini e donne portano sulle spalle o sulla testa dalla pianura alla ripidissima cima tutto quanto è necessario alla vita umana e perfino, nelle siccità, 1'acqua del Natisone, facendo letteralmente da bestie di soma e col solo cibo di carote o di bisna in corpo. Eppure avendo io interrogato, a metà del monte, uno, che era quasi sepolto sotto un prodigioso fascio di legna, e che era stato artigliere a Napoli, quale soggiorno preferisse, seccamente mi rispose: Montefosca.

Gli altri Slavi hanno un tipo più incivilito: sono generalmente biondi, d'occhio ceruleo e d'alta statura; fra le ragazze poi, e specialmente nei comuni di Rodda e di Drenchia, si rimarcano carnagioni così delicate, fisonomie così soavi e corporature tanto snelle, quali invano si cercherebbero in altri contadi.

Caratteristico era 1'abito nazionale. Il colore bianco (bielo) è il più in onore presso tutti gli Slavi, che chiamano il sovrano russo lo czar bianco. Quindi i nostri uomini d'estate vestivano in tela bianca e d'inverno in lana dello stesso colore. Portavano cappello di feltro nero con cupola rotonda e falde larghissime da coprire le spalle. Lunghi i capegli e fermati dal pettine. Camicia con colletto largo arrovesciato. Un filo di bottoni d'argento o di panno verde sul gilet chiuso fino al collo, e fila di bottoni sul davanti e sul di dietro aperto della giacchetta. Calzoni corti e scarpe colle fibbie d'argento o stivaloni. Per la pioggia, mantello di striscie di scorza.

Le donne portavano un fazzoletto, che ora fasciava loro la testa come vediamo nei ritratti di Dante, ora colle punte ricascanti dietro le spalle, ora rimboccato sul cocuzzolo e sempre con grazia, la camicia stretta dal corsale ricamato in argento e d'estate nude le belle braccia. D'inverno poi infilavano una giacca di lana uguale a quella degli uomini. Completava 1'abbigliamento una gonna piuttosto lunga, calze ricamate e scarpini pure con fibbia.

Più tardi si aggiunsero altri colori, e prevalentemente il verde od il rosso, si raccorciarono le giacchette e le gonne a dar varietà e maggior eleganza al costume.

È rarissimo che uno si pieghi a farsi dipendente od affittuale dell'altro, ma tutti si accontentano di essere piccoli possessori e poveri. Se servi vi hanno, chiamerannosi più umanamente famigli e non si distingueranno dai padroni. I rari giornalieri sono pagati il doppio che al piano, pattuiscono quattro pasti al giorno e dettano legge sulle stagioni del lavoro.

Nel monte il campicello viene letteralmente fabbricato: si livella dapprima la roccia colle mine e poi la si copre di terra trasportatavi a braccia.

La domenica, dopo una settimana così laboriosa, il paterjamilias non cercherà compagni dì svago, ma passeggierà solo, ore ed ore, i confini della terra sua.

Nelle sagre invece, e specialmente in quella di S. Pietro, lo Slavo cercherà i suoi fratelli di razza. Quel giorno si riversano nella piccola capitale della Schiavonia tutte le vallate, e perfino il negoziante girovago ripartirà dalle steppe dell'Ungheria per non mancarvi un solo anno.

Dopo la Messa, come nel medio evo, il mercato festivo e poi il ballo, la passione sfrenata degli Slavi.

Sotto un meridiano sole di giugno, un tavolato è steso sur un disagevole cortile, magari all'orlo di una concimaia, senza pericolo che le damigelle slave svengano pegli effluvi. In fondo, sopra un carro adattato a palco, siedono in maniche di camicia i suonatori, i quali accompagnano il ritmo della Stajera e della Ziguzaina colla testa, colle braccia, colle gambe. E durante la nota tenuta, il primo clarino si sente tirato su in piedi e chiude entrambi gli occhi per non perdere il filo del motivo, mentre i compagni aspettano la rientrata col piede sospeso.

Il popolo conserva ancora la tradizione della sua provenienza Traco-Frigio-Pelasgica in una danza, che chiamano Štari Ples, la cui origine è così spiegata da Plutarco: "ucciso ch'ebbe Teseo il minotauro nel laberinto di Creta, e liberati i giovanetti e le fanciulle dall'obbrobrioso tributo, istituì ed eseguì un ballo che rappresentasse i misteriosi rivolgimenti e le uscite dallo intricato labirinto."

Una volta quel ballo si eseguiva dai nostri Slavi in questa maniera: un giovane sceglie una donzella, le dà in mano 1'estremità di un fazzoletto bianco mentre egli trattiene 1'altra, e così, a coppia a coppia, al suono di una musica molle, passano danzando da stanza a stanza imitando i circuiti e i giramenti del labirinto. Ritornati nella sala, si collocano a destra le ballerine, a sinistra i ballerini e intrecciano a cadenza svariate figure, finchè si raccolgono tutti intorno al coreografo, quasi per attestargli la loro gratitudine per la ricuperata libertà.

Adesso resta il fondo della danza e solo, non avendosi a disposizione il labirinto delle stanze, le coppie si accontentano di passeggiare nei riposi del ballo sul tavolato e sempre sotto il padiglione del cielo.

Alla sera di quel memorabile giorno, i canti. Uno a volo ne colgo, in pretto vernacolo di S. Pietro, che qui trascrivo:

BOŽIME

Ta zadnja vičeri
O juba je leta!
Božime dikleta,
Iest muoren iti
Na priden vič tode
Ne v zime, ne v liete
Božime o diete!
Iest muoren iti.
Pod oknu napriden
Vič pieti veselu,
Kir v drugu daželu,
Iest muoren iti.
Ti pride na vietre,
Ku iskra od plemena,
Iubezan ognjena,
Od mojga sarca.
Bon ža1ostan klicu
Za smilnost dobiti,
An ti še morbiti
S' na zmis1iš na me!
Pa smiljena s' bila,
An nimar si taka,
Na me saromaka
Se zmis1iš ti že.
An kadar zag1edaš
'Nu ob1jičje jokati,
Nadužno zalvati,
Se zmisliš na ne!
Če t' pride novica,
De niesan na sviete,
Na ža1vi se diete,
Pa moli za me.
Resnično jubezan
Nie muoč pozabiti,
Tud jest pa moliti
Čen v nebi za te!

E vuol dire:


ADDIO.


Questa è 1' ultima sera,
o diletta!
addio fanciulletta,
io devo partir.
Non verrò più in queste parti
nè d'inverno, nè d' estate:
addio, diletta,
io devo partir.
Non verrò più a cantar
allegramente sotto la finestra,
poichè per altro paese
io devo partir.
Ti verrà sull'ali di zeffiro,
come scintilla dalla fiamma,
1'ardente affetto
del mio cuor.
Chiamerò accorato
per conseguir pietà,
e tu forse neppur
ti sovverrai di me!
Ma tu fosti sempre pietosa,
e tale sei tuttora;
di me tapino
ti sovverrai ancor.
E quando vedrai
un volto piangente,
accorarsi innocente,
ti sovverrai di me!
Se ti verrà la nuova,
che io non sono più al mondo,
non affannarti,
o diletta, ma prega per me.
Non è possibile di scordare
il vero affetto,
anch'io voglio pregare
in cielo per te!


Nel loro spirito d'indipendenza sono ossequientissimi alle autorità, ed a dimostrarlo valga il seguente caratteristico esempio udito dai vecchioni dell'epoca napoleonica.

Si era inaugurata la coscrizione militare e dapprincipio i Sindaci sceglievano essi i giovani che riputavano idonei al servizio, li facevano legare, e così li mandavano ai corpi destinati a morire sotto le nevi della Russia. Un giorno uno di questi Sindaci slavi scopre un nerboruto giovanetto, che spaccava colla sua ascia un castagno secolare, e gli scaraventa il sacramentale: tu sei soldato. Il giovane non apre bocca, impallidisce, non si muove. Allora il Sindaco, non avendo pronta la corda, gli liga i polsi con un filo e con questo se lo tira dietro.

Una sol volta, ho trovato, che l'antica ferocia slava risorgesse e accompagnasse la ribellione ad un'autorità, quella di finanza. Il fatto inaudito però fece tanto chiasso che il cronista Sturolo stimò di descriverlo ed io credo utile di riportarlo nella sua crudezza ingloriosa, perchè questo libro non vuol essere soltanto un panegirico.

"L'anno 1763,16 giugno, attesi li grossi contrabbandi "poc'anzi trovati dagli uffici di questa Città nella Schiavonia, e specialmente in Pulfero confinante cogli Austriaci, con non poco detrimento di quelli, si risolsero, tutti d'accordo riuniti, gli circonvicini villaggi vendicarsi colla morte del Cavalliere, e di quattro suoi ufficiali in questo modo: Finsero una spia, che fu Andrea Mulligh di Vernasso, che venuto in Città dal detto Cavalliere dandoli a credere, che di nuovo erano stati introdotti grossi contrabbandi nel Pulfero, che perciò tosto si portasse di nuovo colassù coi suoi ufficiali a far le sue.

Perlocchè oggi ben forniti d'arme e di coraggio tutti e cinque verso colà s' avviarono, ma arrivati alla strettezza della via fra altissimi Monti spalleggiati da una parte dall'inacessibile Monte, dall'altra dal Natisone, guardando innanzi videro una folta schiera di schiavi armati, che li venivano incontro, voltati all'indietro, ne era un'altra che li seguivano; alzato lo sguardo a quell'alte cime de sovraposti monti, udirono gli schiammazzi d'un intiero esercito di uomini donne e fanciulli, che armati di sassi e pietre gridavano nei lor linguaggio: dai, dai, uccideteli, ammazzateli; e questi era gran parte Tulminotti ed Austriaci; quindi li cinque miseri dopo d'essersi inginocchiati ed aver ad alta voce pregata la vita e perdono a quegl'infuriati, diedero mano alle pistole ed alle archibugiate ed allora si videro più che mai alle strette, attorniati da quelli del piano con armi, ferri, fuochi, legni e sassi, e da un nembo di pietre che dai monti piovettero; onde chi qua chi là tutti si videro miseramente estinti, l'ultimo dei quali, anzi il più vecchio, semimorto com'era, cercando arrampicarsi su per il Monte, una di quelle schiave lo ributtò addietro schiacciandole la testa con grosso sasso scagliatogli giù da quello; indi andatigli addosso gli spogliarono di quanto avevano seco, li lasciarono nella semplice camicia; e la mattina seguente posti quei cinque cadaveri su d'un carro, sepolti furono nel Cimitero di S. Pietro dei Schiavi con concorso grande de Curiosi paesani e specialmente cittadini."

La proprietà divisa fra tutti, o quasi, rende pressochè impossibili i furti, e tu, percorrendo la via angusta traverso alle loro frazioni, meraviglierai nel vedere le loro porte senza serrature e tutta la loro ricchezza mobile esposta notte e giorno alla fede pubblica.

Conseguenza per altro dello sminuzzamento dei campi, della moltiplicità dei confinanti e della necessaria difesa del frusto di terra, a sudori di sangue fatto fruttare, si è lo spirito di litigio, cancrena della Schiavonia: questionano per una zolla, per una zucca che abbarbichi le sue radici in terra non sua!

Si comincia colle proteste, i vanti, i gridi, a cui prendono parte donne e fanciulli, sul luogo della turbativa, e poi, senza essersi torto un capello, corrono in Pretura. Ma anche quì si trattano con cavalleria rusticana, onde non è raro il caso che attore e convenuto facciano il viaggio e pranzino assieme, che l'uno presti all'altro i denari pei bolli della causa e poi combattono accanitamente, per le vie di tutti i possibili incidenti, in tutti i gradi di giurisdizione, usque ad consurnationem.

In questi duelli ci mettono anche la teatralità, e mi ricordo che, in un accesso giudiziale a Masarolis, un vecchio ottuagenario si fece portare a braccia fuori del letto onde veder la Pretura e potere prima di morire cantare il nunc dimmittis, mentre tutti i paesani se ne stavano pittorescamente disposti sui gradi del monte.

Quando poi restano spennati, fanno il racconto glorioso delle loro cause, ed erudiscono con altera benignità i novizi coi frutti dell'esperienza a così caro prezzo acquistata. Non sono molti lustri che viveva un vecchione, chiamato il dottore di Mersino, il quale senza saper leggere, conosceva a memoria tutti i paragrafi del Codice civile austriaco!

Giacchè mi trovo nell'argomento del tuo e del mio, non so resistere alla tentazione di narrare un caso di resa privata di giustizia, perchè quella ufficiale poteva arrivar tarda.

Una sera arriva a Clap un forestiere, discute con una povera vedova il prezzo della sua vacca, e, sembrandogli conveniente, conclude che glielo pagherà al mattino e si condurrà via la bestia. Pentitosi invece nella notte del contratto stipulato, prima che albeggiasse se la svigna.

Ma aveva fatti i conti senza 1'oste, perchè ad un miglio da Clap fu raggiunto da tutti i paesani, i quali, senza dirgli una parola, od usargli una mala grazia, se lo presero a braccetto, lo riaccompagnarono dalla vedova, 1'obbligarono a versarle il prezzo, gli consegnarono la vacca e poi cortesemente gli augurarono il buon viaggio.

Data anche la ragion politica, come si spiega che i nostri Slavi riuscirono a conservarsi inalterati i loro eccezionali privilegi per forse mille anni? Con 1'attaccamento che ci mettono ai loro possessi e con 1'energia tenace ed i sagrifici che adoperano quando quelli sono minacciati.

Se la Repubblica veneta favoriva i loro privilegi, provveditori, gastaldi, daziari, abbocatori li controminavano assiduamente.

Ma gli Slavi sempre all'erta. Avevano formata una cassa nacionale al solo scopo di aver pronti i mezzi per far valere i loro diritti. Al primo allarme 1'arrengo si convoca, e nomina i suoi noncj, i quali accorrono ove il pericolo lo domandi, a Cividale, a Palma, a Udine.

Quando poi un vento contrario spira in provincia, non lo affrontano, ma virano di bordo, e via, col viatico di quattro ducati, alla Dominante.

Quì lo Slavo, che avrà viaggiato tutta la notte, arriva all'alba. Coll'occhio ai suoi cari monti non si lascierà abbagliare dalle iridescenze dei palagi marmorei di Venezia, preoccupato del solo scopo della sua missione; non sentirà le punture della brezza marina sul petto scoperto; non si accascierà per trovarsi solo, e con linguaggio non compreso in mezzo ai mattinieri barcaroi che lo canzoneranno, ed in attesa che si faccia il giorno pei zentilomini, vicino alla porta della carta del palazzo ducale, aspetterà.

Ma quale magica parola avrà egli pronunziato, perchè dopo gli si spalanchino i battenti dei Provveditori sui feudi, dell'Eccellentissimo Senato, e perfino del Doge, il quale in persona vorrà riceverne il giuramento di fedelissimo? Come avrà egli fatto ad ottenere lettere, terminazioni e ducali, che obbligheranno i daziari a risarcirlo del maltolto ed a romper contratti d'appalti, Provveditori ad umiliarsi avanti a lui a pena di esser formati debitori a Palazzo, e Luogotenenti ad ascoltarne pazientemente i lagni?

Non ritorna egli sui suoi passi con una pergamena fra le mani che conferma alla sua Schiavonia "la giurisd.ne civile et criminale et criminalissima col mero et misto imperio?"

Oh una gente la quale con tanta perseveranza di propositi riesce ad ottenere e conservarsi tutto questo, non diserterà di fronte a qualsiasi nemico un palmo del terreno, che 1'Italia gli ha assegnato, a costo di farsi ammazzare!... Fermo questo attaccamento ai possessi ed ai diritti, che molte volte confina colla taccagneria, i nostri Slavi sono volonterosamente generosi ed ospitali, onde un cividalese può percorrere giorni e giorni le loro montagne senza spendere un soldo nelle osterie e quel che è più senza tema di essere importunato pel ricambio dagli ospiti quando affluiranno ai mercati di Cividale; e questa larga ospitalità viene usata a tutti, anche a quelli che loro fanno del male, e lo sanno gli uscieri, che dopo eseguito un pignoramento sono molte volte convitati dall'esecutato.

Memori in ciò dell'antica ospitalità pella quale (scrive il Cantù nella sua St. Univ. Vol. X. Parte I. Cap. VIII) "l'avveniticcio otteneva il primo posto al focolare, o alla mensa, i frutti più belli, il più fresco pesce. Uno slavo ricusava asilo? Gli altri venivano a devastarne i poderi e abbatterne la casa. S'ei non avesse di che onorare 1'ospite, poteva andare a rubar gli alimenti e gli attrezzi necessarj."

Non volendo, come il Germano, restar imprigionato sempre in una cerchia determinata e seguendo invece, come scrive Pomponio Mela, 1'antico costume dei Sarmati di non fermarsi mai in un luogo, il nostro Slavo cammina, cammina sempre, e conquista ai suoi commerci quelle regioni della sterminata Slavia, che dalla speculazione non sono state ancora visitate.

Parecchi si perdono senza che altro si sappia di loro, o muoiono senza che al Comune natale pervenga manco 1'atto di morte. E tanto le famiglie sono avvezze a queste periodiche sparizioni che non ne provano 1'ansia civile od il dolore smodato.

Per questo forse è possibile il banchetto consuetudinario dei funerali, cui la famiglia del morto convita tutta la parentela.

Del matrimonio fatto per compera resta un simbolo nella caparra che dà il garzone alla donzella, e che rappresenta il prezzo con cui il primo compera la libertà della seconda.

Descriverò la relativa cerimonia, perchè gli usi nuziali mettono in vista molta parte dei costumi di un popolo.

Nei nostri matrimoni slavi uno degli attori principali è il mediatore, che si chiama chioccia (clochie) forse perchè unisce i pulcini ossia i futuri sposi. Il di lui confidente od aiutante è un fratello del nubendo.

Quest'ultimo, accompagnato dagli altri due, si presenta direttamente alla ragazza e la domanda in isposa. Essa arrossendo abbassa il capo e questo è 1'assenso di rito.

Allora il giovane incoraggiato combina coi di lei genitori la dote e quindi versa una somma di denaro, a titolo di caparra, alla sposa, la quale lo ricambia con un fazzoletto di seta. Spari di fucile annunciano al di fuori la conclusione degli sponsali.

Due sere prima del matrimonio ritorna la comitiva per levare il corredo della ragazza e trasportarlo nella casa dello sposo, ma trova sbarrata la via con una corda. Per ottenere che sia tolta, bisogna regalare ai giovinotti del paese, che 1'hanno tesa, mezzo ettolitro di vino e più, a seconda dei mezzi economici degli sposi, e quindi si fa un primo banchetto in casa della ragazza. Alla vigilia uno secondo e più solenne.

Nel giorno del matrimonio, lo sposo colla chioccia, il fratello e numeroso corteo ritornano per levar la sposa, preannunciando il loro arrivo coi soliti spari. Prima la chioccia va per entrare in casa, ma i domestici escono, chiudono dietro di loro la porta e le domandano cosa vuole. La chioccia allora finge di leggere una carta, e risponde che è venuta a prendere una sposa. I domestici negano che questa vi sia. Ma la chioccia insiste e soggiunge che ne sente 1'odore. Dopo un lungo battibecco, i famigliari conducono fuori una vecchia e domandano alla insistente se quella sia la sposa.

E la chioccia: nò; quella che io chiedo ha la fronte liscia, le guancie rosate e spira un olezzo soave d'amore. Poi le conducono una ragazza, prossima essa pure a1 matrimonio, e le domandano se quella sia. Avuta nuova negativa, le presentano la sorella della sposa e la chioccia osserva che odora di sposa, ma che non è la sposa. Finalmente vanno a prendere la genuina, che stavasene chiusa in una stanza colle sue compagne, e la chioccia le prende senz'altro la mano, e la pone in quella dello sposo. Quindi a due a due e fra i ripetuti spari, tutti si avviano alla Chiesa ed al Municipio.

Dopo lo sposalizio, marcia del corteo, sur una via seminata di rose e sotto verdi archi, alla casa maritale. In vicinanza di questa un tentativo di rapimento della sposa alla chioccia, onde questa non possa consegnarla alla suocera, ma non ci si riesce e 1'antica madre di famiglia può finalmente consegnare alla giovane sposa la cucchiara, emblema della nuova padronanza e di tutti gli uffici casalinghi. Quì scambio di baci della sposa con tutti i famigliari e da ultimo il terzo banchetto, che, intramezzato dai soliti spari e dalle danze, dura perfino tre giorni.

Per 1'accettata soggezione, la moglie dà del voi al suo signore, e sino a poco fa, la padrona di casa non siedeva ai conviti di famiglia, ma serviva gli ospiti. Quando poi essa veniva invitata in altra casa, conduceva seco tutti i suoi marmocchi, li collocava sotto la tavola intorno ai suoi ginocchi e dal suo piatto toglieva per essi i bocconi.

La frequente indifferenza della donna pella qualità del1 uomo cui è destinata, si rivela dal seguente fatto.

Nel 1883, in circondario di Tiflis, Asia minore, alcuni europei comperarono dagli eredi di un generale russo un podere onde coltivarlo in società. Postisi all'opera, si accorsero che mancavano loro le donne per accudire alle domestiche faccende e per tante altre belle cose. Detto e fatto: uno di Costne, in quel di Grimacco, fu incaricato dell'incetta singolare pella nuova colonia, ed egli pella bisogna tornò al paese natio, cominciò dallo scegliere per sè una donzella di Jainich che bravamente sposò avanti all'Ufficiàle dello Stato Civile di S. Leonardo e poi, persuase due sorelle pure di Jainich, un'altra ragazza di Altana e l' ultima di Drenchia ad unirsi con lui e colla nuova sua sposa, via in carovana alla cerca dei mariti. Due di esse seppero al momento della partenza che erano destinate a due boemi, ma le altre lo avranno saputo al termine del lungo viaggio.

Una simile indifferenza da parte dell'uomo per la donna si manifesta altra volta così:

Un giovane sposa una bella ragazza, ma sorta subito dopo questione sulla dote, non l'avvicina per due anni, finchè gli affini non si decidono per disperazione a pagargliela.

Nè vi è a dire per questi esempi che i nostri montanari non provino gli stimoli del senso, anzi il contrario, e per ciò l'Austria (a quanto udì raccontare) forniva i chako più stretti agli Slavi, le chiese locali mantengono nei loro ambienti assoluta separazione fra gli uomini e le donne, e perfino a Boriana ed a Lonc, su quel del vicino Caporetto, la ragazza non si lascierà trovare dal promesso che dentro un sacco ermeticamente chiuso intorno al collo di lei!

Quando c'è una puerpera in casa, tutti le coprono il letto con doni mangerecci, ed al battesimo la regala il padrino, ma per 1'avvertito spirito d'indipendenza, i parenti del neonato si affretteranno a ricambiarlo ad usura.

I nomi più antichi sono quelli di Marino e di Maria (Minza), il più comune quello di Giovanni Battista, quasi precursore della nuova civiltà, e tanto soddisfa, che in una famiglia viene imposto successivamente a più figli, i quali si distingueranno così: Giovanni I, Giovanni II, III e IV, come in una genealogia di re.

Il padre (se pure il fanciullo appena nato non è deposto in terra ai piedi di lui arbitro della sua vita) è brusco e rigoroso coi figli.

A favore poi del primogenito, donazioni, vitalizi, testamenti; e questa è altra piaga della Schiavonia, avvegnachè i vecchi donanti, siccome arnesi inutili, si lasciano dopo mendicare. Eppure questi non si lagnano in vista che tale fu sempre il sistema per conservare 1'unità e la forza della famiglia.

Insomma non havvi fra loro (a somiglianza del Germano di Tacito) che una persona in tutti i sensi libera, cioè il capo.

Carlo Podrecca - LA SLAVIA ITALIANA

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