Gli slavi della Val Natisone

Religiosità e folklore ladino e slavo nell'alto Friuli. Primi due capitoli della tesi di laurea di Mons. Angelo Cracina

PREMESSA

Per un'opportuna ed approfondita conoscenza della spiritualità, connessa ai problemi pastorali degli Slavi delle Valli del Natisone, è opportuno premettere qualche cenno riguardante gli elementi storici ed etnici che li caratterizzano, prima di addentrarci nella parte viva del nostro argomento.

Perciò il nostro discorso, al riguardo, si soffermerà sui seguenti quattro punti: 1 - Il Territorio. 2 - La Popolazione. 3 - Le Vicende politiche e religiose dalle origini ai nostri giorni. 4 - Il mio proposito.

1 - Il Territorio.

Suo Nome ed Ubicazione. Quando i Friulani parlano della Val Natisone, d'ordinario non intendono riferirsi solo ai versanti montagnosi tra cui scorre il fiume Natisone, ma anche alle valli contermini bagnate dai suoi affluenti: l'Alberone, il Cosizza, e l'Erbezzo. Di fatto, per loro, sia quando parlano o quando scrivono, le due espressioni: Val Natisone e Valli dei Natisone, hanno lo stesso significato.

A questo senso ci si atterrà anche nel presente lavoro. Dagli scrittori sloveni, Val Natisone è denominata Beneška Slovenja o semplicemente Benečija, intendendo, però, alle volte, tutto il territorio abitato da Slavi nella Provincia d'Udine, così il Rutar, il Feigel-Nanut ed altri. Per gli Italiani, questa particolare zona, va sotto il nome di: Val o Valli dei Natisone o Slavia Italiana, come per Carlo Podrecca; e recentemente, per Giuseppe Marchetti, va sotto il nome di Slavia Friulana (1).

(1) V. Cotterli O.: Le Valli del Natisone e le citate opere di Carlo Podrecca. di Simon Rutar, di Feigel-Nanut e di Giuseppe Marchetti nella bibliografia (Storia e Spiritualità). Gli abitanti del luogo denominano se stessi Nedižuc, se vivono abitualmente in Val Natisone e Val Alberone; Rečanj, se in Val Cosizza ed Erbezzo. Accenno anche a due soprannomi che si danno vicendevolmente le due parti.

Per i Rečanj, i Nadižuc sono "Lesnikari": mangiatori di noccioline; per questi ultimi, i Rečanj, sono "Žabari": mangiatori di ranocchi (2).

(2) È un vezzo popolare comune quello di attribuire dei nomignoli. Esso è tuttora vivo anche qui a Buia del Friuli, come ci riferisce il noto pubblicista P. Menis. Gli abitanti della frazione di S. Stefano sono, infatti, detti: "àmbui", prugnoli, dai frazionisti di Madonna di Buia; questi ultimi dai Buiesi sono detti: "cuargnui". corgnoli. C. Podrecca nella sua Slavia Italiana (Le "Vicinie" p. 30), scrive di aver riscontrato quest'uso, ai suoi tempi, anche nel Pordenonese. Quivi due frazioni si davano l'una l'altra l'epiteto di: "romans", latini, e "sclavons", slavi. Questa zona è composta di quattro vallate di cui la più lunga e la più ampia è quella percorsa dal fiume Natisone, situata a Nord-Est di Cividale, al confine con la Jugoslavia. In tutto 170 km.q. di superficie e 9645 abitanti (2bis).

(2 bis) v. "Dom", dicembre 1972, e nota n. 9 a pag. 162 del testo. Da Cividale alle Valli del Natisone si accede per tre strade principali: la Cividale-Castelmonte ad oriente; la Cividale-Purgessimo a mezzogiorno; e la Cividale-S. Quirino ad occidente. La prima è relativamente recente; le altre due ricalcano due strade romane dette: Appia Antica e Appia Nuova.

Secondo il Quarina (Cfr. LODOVICO QUARINA: Le Vie Romane del Friuli, Udine, Tarantola-Tavoschi, 1970, p. 16) era detta "Appia" la strada che da Cividale proseguiva per Carraria e Purgessimo, lungo la sponda sinistra del Natisone, verso la Valle del Natisone. In seguito da Cividale, biforcandosi e proseguendo, si diramò anche lungo la sponda destra del fiume, sempre verso Nord e fu chiamata Appia Nuova.

Queste due importanti vie furono così denominate dai console romano Appio Claudio Pulcro (143 a.C.) che le percorse tra i primi, quando le conquiste romane puntarono oltre le Alpi Orientali.

Le due Appie convergono al ponte S. Quirino, formando un'unica via che da lì, per la Valle del Natisone, Caporetto, Plezzo e Tarvisio, giungeva a Virunum nel Norico: ora Mariasaal in Carinzia.

Il Quarina asserisce che dal Ponte S. Quirino si staccava un'altra strada romana che da Algida (Azzida), scendeva nella conca di S. Leonardo, saliva a Clodig e, scavalcato il Colovrat, entrava nella Valle dell'Isonzo.

Ponte S. Quirino, modesto villaggio agricolo, ma geograficamente in una posizione strategica, ha una certa importanza commerciale e turistica, senza contare poi che unisce il Comune di S. Pietro al Natisone con quello di Cividale. O. Marinelli gli attribuisce anche una particolare importanza storica, perché costruito dai Romani, e sociologica, perché rappresenta il punto d'incontro e di buon vicinato, tra Ladini e Slavi (3).

(3) Cfr. MARINELLI O., Guida delle Prealpi Giulie, pp. 159-160. Da notare la seguente sua affermazione: "Il confine linguistico tra Slavi e Ladini coincide con la linea di falda dei monti". Cenni geologici, litologici e climatologici. La zona è montuosa, or lievemente or subitamente digradante in piccoli spazi pianeggianti. Le cime più alte sono: il monte Matajur: m. 1.643; il Mia: m. 1.244; il S. Martino: m. 983; e il Hum: m. 917. Le più basse altitudini si riscontrano a Merso di Sotto: 153 s.m.; e al ponte di S. Quirino: a 145 s.m.

Il terreno appartiene, nella quasi totalità, all'eocene. Nelle parti più interne ed elevate, affiorano zone appartenenti al cretaceo. Esse si trovano in formazioni potenti di calcari ed in masse talvolta isolate ed intercalate (calcari grigi), sotto forma di banchi compatti, anche bracciosi, a marne scagliose e brune.

Si riscontrano altresì, rocce calcaree magnesiche ben stratificate, con frequenza di piccoli depositi di scisti bituminosi (i cosiddetti "bogheads") che sembrano dovuti all'accumularsi di talli e di alghe nel mare triassico. Tali banchi bituminosi sono evidenti nelle formazioni eoceniche tra Montefosca, Erbezzo e Tribil di Sopra.

Nell'eocene inferiore, a fasce prevalentemente calcaree, si trovano calcari a grana compatta, conosciuti sotto il nome di "pietre piasentine" (Cave di pietra di Azzida, Tarpezzo, Clastra ed Osgneto), le quali forniscono ottimo materiale da costruzione.

Questi tipi di calcare sono alternati con marne o calcari marnosi, compatti e grossolani (cave di S. Leonardo e di Vernasso), sfruttati per cementi e calci idrauliche.

Il cretaceo, poi, affiora specialmente nella parte più alta della zona ed è abbastanza ricco di manifestazioni carsiche e di grotte. Fra queste ultime, le più note sono quelle di Antro, la Veljkajama e la Častita Jama, meno note lo Starčedat, lo Starikot e la Spelonca di Osgneto nella conca di S. Leonardo. La distinzione tra cretaceo ed eocene ha il suo riflesso nelle culture agricole, perché, dove appare l'eocene, il terreno si ammanta di ottima vegetazione. Questo fenomeno è ben visibile nella zona di Losaz, sotto il Matajur, nel Drenchiotto e alle falde del Colovrat: la cui altitudine è di m. 1.243, ed è in territorio sloveno.

Da segnalare anche un deposito argilloso a sedimenti, con conchiglie lacustri, a Cemur, nella parte inferiore della vallata dell'Erbezzo, la quale, in epoche remotissime, doveva formare un lago (4).

(4) Se ne fa un cenno in Atti del Comprensorio di Bonifica Montana - Valli del Natisone, 14/3 - 1960, p. 7. Più diffusamente ne parla O. MARINELLI, o.c., pp. 140-160. Il clima è abbastanza temperato; le oscillazioni della temperatura non sono molto forti: minime: -13; massime: +36. Le precipitazioni atmosferiche sono elevate: in media 2.000 mm. di pioggia l'anno; le massime sono in primavera e in autunno. Ciò influisce molto sull'economia agraria che è basata sulla coltivazione delle piante da frutto: meli, peri, peschi, castagni, susini, alle volte ostacolate, nella fioritura, da questa situazione meteorologica.

La neve, eccettuati i rilievi più elevati, non è abbondante e rimane poco tempo sul terreno; invece forte è la ventilazione, ma è mitigata dalla tortuosità delle valli.

Questo fenomeno abbassa presto la temperatura d'inverno ed apporta dolce frescura d'estate.

Vi si coltiva, discretamente, la vite che dà un vino non delle migliori qualità: clinton, americano o uva fragola, e un bianco: il famoso cividino che sta scomparendo.

Anche i cereali vi hanno un discreto posto: primo fra essi il mais per fare la polenta; poi il frumento, l'orzo, i fagioli e le patate. Sta scomparendo la semina del gransaraceno, detto heida; scomparsa quasi la pastorizia e fortemente diminuito l'allevamento del bestiame. La zona è discretamente fornita di rete stradale; è povera di prodotti alimentari; è mancante di industrie: una fornace di calce, una di laterizi, una cava di marna, tutto qui per ora (5).

(5) Al riguardo possiamo aggiungere quanto appresso. C. PODRECCA in Slavia Italiana a pag. 93 parla di filoni di mercurio trovati a Cisgne (S. Leonardo) e a Stupizza, e di pepite d'oro sul Matajur. Il periodico Novi Matajur del 15-30 aprile 1976 a pag. 4 informa che a Oculis (Naukula) presso S. Pietro al Natisone si stanno facendo sondaggi per cercare petrolio. Recentemente ad Azzida, la Ditta Danieli di Buttrio ha aperto una fabbrica di pezzi meccanici di ricambio. Se questa zona non è ancora completamente abbandonata, lo si deve alla forte resistenza fisica dei suoi abitanti e al tenace amore alla loro terra natia.

2. La Popolazione delle Valli del Natisone

Osiamo affermare subito che essa è di ceppo slavo. Possediamo, al riguardo, testimonianze dirette, vale a dire espresse dagli stessi abitanti delle zona. Fra le altre la seguente.

Il 24 Ottobre 1896 il Principe di Napoli Vittorio Emanuele III di Savoia, poi Re d'Italia, sposa la Montenegrina, e quindi Slava, Principessa Elena Petrovič-Njeguš. Gli abitanti del Distretto di S. Pietro al Natisone, circoscrizione civile che comprendeva tutte le Valli del Natisone, ne sono entusiasti ed inviano agli augusti sposi un omaggio augurale su pergamena miniata, dove essi si dichiarano "Italo-Slavi" e definiscono, la bella principessa, "Il più bel fiore della Jugoslavia che ora si trapianta nell'Italico Giardino, all'ombra del glorioso albero dei Savoia". E per dimostrare che sono Slavi, si preoccupano di esprimere i loro sentimenti non solo in lingua italiana, ma anche nella loro parlata slava (5 bis).

(5bis) Il testo integrale del documento si trova in: CRACINA A., Il Giubileo Sacerdotale d'Oro del m.r. Don P. Cernoia. Parroco di Brischis. pag. 22 e Nota 11 a pag. 163. Da notare l'appellativo che essi stessi si danno nella versione vernacola di quel documento, si dicono: "Italjansko-Slovinski". Questo: "Slovinski" precisa a quale ramo etnico essi si dichiarano di appartenere: s'intuisce, al ramo sloveno! Di fatto l'aggettivo slovinski non è altro che "slovenski", come oggi si dice, cioè sloveno. In altre parole, essi si riconoscono propaggine di quel popolo che abita la Repubblica di Slovenia che politicamente confina con la loro terra.

Nel 1912, dopo la visita nella zona del Prefetto di Udine, il Consiglio Comunale di Grimacco, uno dei sette comuni della zona nella Valle del Cosizza, stende alla Prefettura una relazione sulle condizioni socioeconomiche di quel settore; in essa troviamo una dichiarazione etnicologica simile alla precedente. Infatti, vi leggiamo testualmente: "Il Comune di Grimacco è disposto, per la maggior parte, in monte; misura una superficie di ettari 1.570 ed è popolato da circa 1.700 abitanti tutti di razza e lingua slava, e di costumi in tutto simili alle popolazioni di confine della stessa razza e lingua del limitrofo Impero Austro-Ungarico" (6).

(6) Queste dichiarazioni si leggono a pag. 6 del citato documento dal titolo: Comune di Grimacco - Relazione del Prefetto di Udine in occasione della sua visita fatta nei novembre 1911 al Comune, Udine, Stab. Tip. S. Paolino 1912. Francesco Musoni, oriundo di queste Valli e poi Sindaco di S. Pietro al Natisone, afferma: "Lo sloveno è parlato in tutto il Distretto di S. Pietro al Natisone. Il Distretto di S. Pietro al Natisone è interamente slavo: lo scarso elemento non slavo, è costituito da docenti, impiegati, guardie di Finanza, fittavoli" (7).

(7) MUSONI F.: Tedeschi e Slavi in Friuli. pp. 8-11. Il Musoni è il primo e uno dei migliori studiosi, tra i conterranei, della Val Natisone. Pavle Merkù, triestino, ricorda nella rivista Jezik in Slovstvo, anno 1972-73, n. 4, p. 151, che il Musoni tenne un'interessante prolusione su: Il capitolo XXIII° del V° libro della Historia Langobardorum e gli Sloveni in Friuli, al Congresso storico tenutosi a Cividale il: 3, 4 e 5 settembre 1899. Vedi pure Nota 1, pag. 155 del testo. Lo storico udinese T. Ciconi in: Udine e Sua Provincia, alle pagine 3 15-517, afferma: S. Pietro degli Slavi, grosso villaggio, capoluogo della zona, giace sulla riva sinistra del Natisone; tutta la popolazione parla slavo. Un dialetto slavo simile a quello di Lubiana, parlasi degli abitanti dell'intero Distretto di S. Pietro, detto perciò, "Degli Slavi".

Nell'opuscolo: Stato personale del Clero della Città ed Arcidiocesi di Udine, per l'anno 1863, edito da quella Curia, pp. 27-28, sotto il titolo: "Arcidiaconato dell'insigne Capitolo della Colleggiata di Cividale", si leggono i nominativi delle Parrocchie da esso dipendenti, tra cui S. Pietro degli Slavi e S. Leonardo degli Slavi, le due maggiori Parrocchie in tutta la zona a quel tempo. La tipica denominazione: "degli Slavi" si trova in tutti i documenti ecclesiastici che le riguardano, fino al 1931, ed in quelli civili fino al plebiscito del 1866.

Fra le numerose documentazioni, ecco alcune.

"MDXXIII in ditione decima die vero po mensis septembris, in parochiali S. Petri de Sclavonibus praesentibus R0 D0 Christophoro et ven0 presb.o, Joanne Vicario in Sancto Leonardo de Sclavonibus", (8).

(8) Il volume è manoscritto e non numerato; quanto è qui riportato si trova nel fascicolo, dal titolo citato, alla pagina che inizia c. s.: "In Paroccbiali S. Petri de Sclavonibus... In Parocchiali S. Leonardi de Sclavonibus". GD. Guerra, nella sua importante raccolta storica, nota sotto il nome di Otium Forojulinense, ora proprietà del M.N.C., cita un "Placitum Christianitatis Archidiaconi Capituli die Martii septimo MCCCCXXXVI in sancto Leonardo de Sclavonibus...; in Sancto Pietro de Sclavonibus" (9).

(9) Cfr. Otium Forojuliense, voi. XXVI, pp. 508-601. A conferma dell'etnia slava della popolazione della Val Natisone citiamo anche lo Sprachen-Atlas (Atlante delle lingue) del prof. Hickmanns, edito a Vienna nel 1818 dalla Tip. Freytag et Bernardtges-. Schattenfeldgasse, 62. Esso contiene 6 carte geografiche a colori e 4 pagine di didascalie. I colori indicano i popoli secondo la loro lingua. In color verde (che indica gli Sloveni) è tratteggiato tutto il territorio del distretto di S. Pietro al Natisone come la zona di Caporetto, Tolmino e canale d'Isonzo. Tutto questo è sulla carta IV. La didascaIia dice: il colore indica la lingua parlata da oltre il 50% della popolazione secondo il censimento del 1890. C. Podrecca nella sua Slavia Italiana-Le Vicinie, p. 66, riporta un Decreto del Senato della Repubblica di Venezia del 13 giugno 1788, dove le Valli del Natisone sono denominate: "Schiavonia, nazione diversa e separata dalla Patria del Friuli".

La parola; Schiavonia o Schiavi, e latinamente Sclabonia o Sclavonia, Sclabones o Sclavones, dice M. Kos in: Zgodovina Slovencev p. 87, sono sinonime di Slovenia e di Sloveni perché quando gli Sloveni occuparono la Pannonia e poi le Prealpi, i popoli che incontrarono li chiamarono Sclavi e la terra da loro occupata Sclavinia o Sclavonia, nome che davano in generale a tutti gli Slavi e al luogo del loro insediamento. I Tedeschi, invece, li diranno Vendi o Windisch; i Friulani: Scas o Slas. Essi, però, chiamano se stessi Slovjenji (leggi Slovjegni) come riscontrò e scrisse, già nel 1841, l'eminente filologo russo Izmail Ivanovič Sreznevskij (10).

(10) I. IVANOVIČ SREZNEVSKU: Friulskje Slaviane. p. 29. Il volume è stato tradotto in italiano a cura del Circolo di Cultura Resiano e pubblicato a Gorizia da Lucchesi nel 1950. Nome, quello di "Slavo", osserva il Verdiani, di significato nobile e bello, come dire: gente civile ed onorata, da slava onore, o da slovo parola buona. Lo stesso dice L'Androvič in: Dizionario della lingua Italiana e Slovena, alla VII° pagina, (11).

(11) VERDIANI C.: Il Problema delle Origini degli Slavi, p. 20. ANDROVIC G.: Dizionario delle Lingue Italiana-Slovena, Prefazione, p. VII n. 1: "Già dal sec. VII, per i Bizantini ogni Slavo Meridionale è Sklabenos, e la loro terra: Sklabìa. v. anche: "Theophanes", in Chronografia, anno 649, p. 530. La stessa denominazione adottarono anche i Veneziani. Perciò nei documenti ufficiosi veneti spesso si legge: Sclavonia seu Dalmatia... Che la parola schiavo o schiavone non abbia relazione alcuna con il disprezzo poco è da dirsi. Non fu mai nome di scherno, ma corruzione della parola Slavo ed anzi un ingrandimento; tal che di Slavo si fece Slavone. quasi grande Slavo. v. Venezia e le sue lagune, Venezia, 1847, cap. I, pag. 189. Tale senso hanno le denominazioni venete: "Riva degli Schiavoni", e "Chiesa S. Giorgio degli Schiavi". Così si giustifica pure il titolo: Vocabolario Italiano-Schiavo del nostro Fra Gregorio Alasia da Sommaripa. L'ANDROVIČ è pure l'autore di un: Dizionario delle Lingue Croato-Italiana, Milano, Hoepli, 1943, XXI.

3. Vicende politiche e religiose dalle origini ai nostri giorni.

Donde vennero gli Sloveni? Quando giunsero nelle Valli del Natisone? Quale la loro organizzazione sociale? Quale il loro sentimento religioso? Chi trovarono sul luogo e come si stabilirono definitivamente in queste Valli?

Interrogativi ovvi che meritano una risposta, per quanto possibile, esauriente.

Non sarà, però, pleonastico il premettere la conclusione a cui è giunto il Verdiani dopo accurati studi sui popoli slavi. Egli afferma che gli Sloveni sono, con i Croati ed i Serbi, il ramo meridionale dei Protoslavi, della grande famiglia indoeuropea, detta anche Slavo-Baltica. Essi, prima dell'epoca delle emigrazioni e delle divisioni, sec. VI0 a.C., abitavano un territorio che, grosso modo, si può circoscrivere tra il corso dell'Elba, il bacino del Dnieper e i fiumi russi: dalla Russia Bianca, cioè, alla Polonia, alla Volinia, e alla regione di Kiev (12).

(12) VERDIANI C.: o. c., pp. 15-16. Il primo a parlare dei nostri Sloveni è Paolo Diacono, nella sua Historia Langobardorum, dalla loro prima comparsa in Friuli, fino al 738. Ed è documentatissimo sull'argomento, sebbene un po' partigiano verso la sua gente, i Longobardi. La sua opera è molto interessante per la storia degli Sloveni del Friuli. E per questo che tutti gli storici, quando parlano degli Sloveni, fanno capo a lui (13).

(13) Cfr. AGOSTINETTI N.: Gli Storici Italiani che parlano degli Sloveni, in "Srečanja", n. 33-34, a. 1972, p. 37. PASCHINI P.,in Storia del Friuli, vol. I, pp. 113-123, II Ed., Udine, 1953. v. Nota 3, pag. 156 dei testo. Degli Sloveni si comincia a parlare nel VI° secolo della nostra Era, quando assieme alloro alleati, gli Anti ed i Bulgari, si spingono oltre i Carpazi, nel bacino meridionale del Danubio. L'anno 560 vede arrivare in Pannonia gli Avari, popolo di razza tartarica, detto dagli Sloveni: Obri. Essi si scontrarono prima con gli Anti e con gli Sloveni che miravano a sottomettere; poi con i Longobardi e i Gepidi di razza germanica.

Alboino, Re dei Longobardi, per sbarazzarsi dei Gepidi, cede la sua terra agli Avari e si spinge verso il Friuli, col patto di ritornarvi se le cose non gli fossero andate bene. Era il primo di aprile, secondo giorno di Pasqua dell'anno 568, racconta P. Diacono (14),

(14) v. PAOLO DIACONO: Historia Langobardorum, lib. Il, e. VII e VIII. quando l'esercito longobardo raggiunse le Prealpi e dalla cima del monte detto: "Monte del Re", prospiciente la pianura italica, ammirò, assieme al suo Re, l'ampia vallata sottostante: discese e se ne impadronì. Fu così che i Longobardi conquistarono il Friuli pedemontano, con il vecchio Forumjulii (Cividale) ed ivi stabilirono il loro primo famoso Ducato. Poiché pare che i Longobardi non amino ritornare alle loro terre da cui sono partiti, si muovono, nella loro direzione, anche gli Avari e gli Sloveni e giungono alle Prealpi Giulie ed in Istria, con grave preoccupazione dei Cristiani di quelle terre e dello stesso Papa Gregorio Magno. Siamo agli inizi del VII secolo.

Nello scontro fra queste popolazioni barbariche, in un primo momento i Longobardi hanno la peggio: i figli del Duca Gisulfo, Tasso e Caco, sono fatti prigionieri ed a stento riescono poi a fuggire.

Nel 630 gli Sloveni, con l'aiuto dei Franchi subentrati ai Gepidi in Pannonia, si liberano del giogo degli Avari e quarant'anni più tardi, nostalgici del Friuli che avevano già conosciuto, seguendo il corso del Natisone, arrivano fin quasi alle porte di Cividale, nella località detta Broxas (ora Brischis) nei pressi del ponte S. Quirino.

I Longobardi di Vettari riescono a riccacciarli sui monti; però essi ridiscendono molto presto, devastano i pascoli e rubano il bestiame ai pastori friulani. Sono di nuovo respinti, ma riescono ad avanzare verso Est, sulle alture che dominano la sponda sinistra del Natisone, si fortificano sul monte Karkos (m. 445).

Fu allora che i Longobardi costruirono dei castelli fortificati lungo la pedemontana che va da Cividale a Nimis e che ora portano nomi di famiglie nobili tedesche come: Grunenberg, Urusberg, Schaffemberg, Attems ecc. (15).

(15) Queste ed altre più dettagliate notizie sono narrate da P. Diacono o. c. lib.V, e. XXII, XXIII, L. VI, c. XLV; da M. Kos in: Zgodovina Slovencev, pp. 28-55; da S. RUTAR, in: Beneška Slovenja, pp. 103-108. La guerra tra Sloveni e Longobardi terminò, nella Bassa Friulana, nell'anno 726 (secondo il Kos) e precisamente a Lauriana ora Lavariano, ove si concluse la pace tra le due parti: agli Sloveni furono lasciate le terre da loro conquistate. Però, dice I. TRINKO (16),

(16) Cfr. 1. TRINKO: Dell'Origine degli Sloveni del Friuli, art. rip. dalla Riv. Forum .Iulii, a. VIII, n. 33, 2/1 1892, p. 20. Cfr. pure N. AGOSTINETTI, o.c., p. 37; i. GRUDEN, in: Zgodovina Slovenskega Naroda, I zvezek, pp. 12-16, v. Nota 4, pag. 157 del testo. le incursioni continuarono dalla parte di Gorizia. Per cui accadde che, un po' per volta, gli Sloveni occuparono anche le terre orientali, della pianura forogiuliense, che trovarono deserte. Essi, di fatto, preferirono rimanere sotto la dominazione longobarda ed attendere pacificamente all'agricoltura, piuttosto che ritornare nelle loro terre meno feconde.

Il Trinko accenna anche alla grossa colonia Slovena di Belgrado, in Comune di Varmo e ad altre più piccole del Basso Friuli, fondate dagli Sloveni, ben presto scomparse perché i loro fondatori erano isolati e troppo lontani dai propri connazionali: sopravisse, soltanto il nome. Su quest'ultimo argomento solo un cenno perché esula dal nostro tema.

All'inizio del IX° secolo, gli Sloveni in Friuli occupavano i monti e le relative valli dei Distretti di S. Pietro al Natisone, di Cividale, di Tarcento, di Gemona e di Moggio, parte più occidentale dei loro possessi. Secondo G. Pellegrini: quando gli Sloveni, lasciati i Carpazi, invasero la Pannonia, parte del Nordico, l'Istria ed il Friuli, trovarono sul posto Celti, Illiri, Retici e Veneti romanizzati ed, in parte almeno, cristianizzati.

Il Kos afferma, infatti, che esistevano già i Vescovadi di Juvamm (Salisburgo), Virùnum (Mariasaal) nel Norico, di Emona, Celeja e Sirmio, nella Pannonia Inferiore ed Istria (ora Jugoslavia), Forum Julii (Cividale), Forum Julium Carnicum (Zuglio) ed Aquileia. Anche nelle Valli del Natisone furono trovate tracce di insediamenti umani anteriori alla venuta degli Sloveni (17).

(17) Cfr. PELLEGRINI G.: Popoli Preromani nelle Alpi Orientali, in: "Alpes Orientales", n. V 1969, pp. 37-53; KOS M., o.c., pp. 17-27; LEICHT P.S., in: Breve storia del Friuli, p. 16; ANELLI F., in: Val Natisone, S.F.F., 1972, PP. 20-23; RUTAR 5., oc., p. 96; CARACCI P. e CHIAPPA B., Sui reperti fatti nella Grotta di Antro, in: "Sot la Nape", n. 4, 1959, pp. 38-44; e Storia e Leggenda della Val Natisone, Ed. Scuola Media Locale, 1965, p.4 e seg. Di località cristianizzate nelle Valli del Natisone, prima che vi giungessero gli Slavi, conosciamo solo due: S. Giovanni d'Antro e Castelmonte, per il fatto che esistevano due chiese, quella di S. Giovanni nella Grotta d'Antro, e quella di S. Michele a mezzogiorno del monte Spich, ora Santuario della Madonna di Castelmonte. Probabilmente erano dei romitori distaccati dalle comunità monastiche di S. Stefano e di S. Pantaleone, site nei sobborghi di Forum Julii (Cividale) e risalenti ai secoli VI°, VII° o VIII°.

Della chiesetta di S. Giovanni d'Antro (Val Natisone), G. Menis dice: "Uno di questi piccoli monasteri (dell'epoca longobarda) potrebbe essere quello della grotta di S. Giovanni d'Antro, la cui origine si farebbe risalire al IX0 secolo. Però quella grotta, evidentemente, era un luogo di culto molto prima, forse già dalla seconda metà del sec. VII0 (18).

(18) in: Sonderdruck aus der Schlern, (Rivista di Bolzano), n. 45, anno 1971, p. 457. G. Biasutti, a proposito della Chiesa di S. Michele e della B. V. del Santuario di Castelmonte, afferma che: "Si ha la prova dell'esistenza della costruzione, sulla vetta di Castelmonte, sin dall'epoca longobarda, di una Cappella della Vergine, e quasi a copia gemella, di una cappella più orientale, di S. Michele Arcangelo.

Non avremmo difficoltà a scorgere, nella maggior aula sotterranea, la chiesa primitiva: uguali pavimenti sono stati trovati nelle chiese d'Aquileia e di Cividale; in grotta è scavata anche l'antichissima chiesa di S. Giovanni d'Antro. Da notare che anticamente Castelmonte era chiamato "Monte degli Eremiti" forse perché era dipendente dal Preposito di S. Stefano (Antico Monastero cividalese) (19).

(19) in: Castelmonte. (pp. 26-37.) Dello stesso parere è anche P. Redento da Alano, il quale, come il Biasutti, si richiama all'appellativo che danno gli Sloveni a Castelmonte: Staragora (Montagna Antica) per affermare che essi, al loro arrivo, sec. VII°, vi hanno già trovato costruito un luogo sacro (20).

(20) in: Gli ex voto dei Santuario di Castelmonte, pp. 10-12. Cfr. anche G.M. del BASSO, La Grotta di San Giovanni d'Antro, pp. 30-31. Seguendo ora le vicende politiche degli Sloveni, si può affermare che essi rimasero sudditi dei Longobardi fino l'anno 776 quando il Duca Rotgaud fu vinto dai Franchi (21).

(21) RUTAR.: Beneška Slovenja. p. 113. Furono quindi incorporati nella Marca Friulana comprendente un territorio che si estendeva dall'Adriatico fino alla Drava. Quando l'Imperatore Enrico 1V0 trasformò il Patriarcato d'Aquileia in un Principato Civile, (con la Contea di Furlania, dell'Istria e della Carniola, anno 1077), essi diventarono cittadini di diritto di questo territorio (22).

(22) KLINEC R.: Zgodovina Goriške Nadškofije, p. 22. Alla conquista del Friuli da parte della Repubblica di Venezia (1420), passarono sotto la Serenissima. Venezia concesse loro una larga autonomia amministrativa e garanzie, con il solo obbligo di fare la guardia al confine. Parecchi di loro andarono poi a formare il famoso corpo armato degli Schiavoni in Venezia stessa.

Vive ancora la memoria dei due Parlamenti d'Antro e di Merso, detti anche Banche, e del Parlamento Pieno o Grande Arengo di S. Quirino alla confluenza delle Valli. Era quasi vero che la Schiavonia era una nazione separata dal Friuli e si governava da sé (23).

(23) PODRECCA C.: Slavia Italiana. Le Vicinie, pp. 59-67. Dopo tre secoli di dominio, Venezia dovette soccombere di fronte all'avanzare dei Francesi Rivoluzionari. "Addì 8 Messidor, anno V0 della Repubblica Francese (23 giugno 1797), il generale Bernadotte costituiva il Governo Centrale del Friuli e così anche gli Sloveni del Natisone furono iscritti nel Dipartimento di Passariano, nel Regno Italico (24).

(24) CICONI T.: Udine e Sua Provincia, pp. 253-254, riporta per esteso il proclama del Generale. Dopo la disfatta di Napoleone ed il trattato di Vienna (1815), le Valli del Natisone passarono all'Austria, nel Regno Lombardo-Veneto.

L'Austria, nel 1816, creò il nuovo Distretto di S. Pietro degli Slavi, ridusse il numero degli Comuni da 36 a 8, ma non ripristinò i privilegi concessi da Venezia, soppressi dai Francesi.

Nel 1866 l'Austria, sconfitta, cedette il Lombardo-Veneto all'Italia che lasciò la situazione immutata; tale è ai nostri giorni. Unica novità: il capoluogo del distretto è Cividale ed i Comuni della Valle del Natisone sono sette (25).

(25) PODRECCA C. o.c.,pp. 147-151. Ma quale la vita sociale degli Slavi al loro insediarsi nelle Valli del Natisone, quale la loro religione?

Il Gruden in: Zgodovina Slovenskega Naroda, afferma che gli antichi Sloveni si caratterizzavano per una vita comunitaria molto accentuata, a cominciare dalla famiglia. Un solo figlio si sposava, i suoi fratelli restavano in casa, con molto vantaggio per l'asse famigliare.

Più famiglie formavano il parentado ed il vicinato, detto da loro sosednja o Župa, con a capo lo starešina o Župan (anziano, capo). Più Župe (noi diremo: vicinie), formavano le Vojvodine (Ducati) con a capo il Vojvoda Knez democraticamente eletto. Uno dei più famosi è stato Kocelj o Cacellino fondatore dell'Abbazia di Moggio in Friuli.

Nelle Valli del Natisone, le Vicinie formarono due circoscrizioni amministrative dette, come abbiamo ricordato, Banche, alla cui testa stava il Decano Grande. Gli Sloveni erano un popolo di pastori e d'agricoltori, guerrieri solo nel periodo delle invasioni, poi tornavano al primitivo tenore di vita secondo la loro indole pacifica ed ospitale.

In fatto di religione erano politeisti: credevano nell'esistenza di più dei, uniti in una famiglia, a capo della quale stava Svarog o Perun, una specie di Giove, padrone del cielo. I suoi figli erano: il sole, la luna, le stelle ed il fuoco (kres); le figlie: Zora (Alba) e Danica (Stella del Mattino: Venere). Da notare che la luna, in sloveno è maschile (mesec)! (n. d. r.: sic! ?)

Credevano anche nei geni o spiriti (duhovi) e nelle fate e ninfe (vile) (26).

(26) Così tutti i popoli primitivi, dice G. Perusini in Alpes Orientales pagg. 139-144, V. 1969. Molte le feste religiose: le celebravano sotto frondosi ed alti alberi oppure accanto alle fonti, offrendo vittime (animali) ed accendendo fuochi. Il tiglio (lipa) e la felce (prapot) erano per loro piante sacre in modo particolare. (26 bis).

(26 bis) Noi vi abbiamo appena accennato, ma J. Gruden, o.c., I zvezek, pp.27-33, parla ampiamente della vita sociale e religiosità degli Sloveni. Attualmente gli Sloveni delle Valli del Natisone sono tutti cristiani cattolici. Quando lo diventarono e per opera di chi?

Dagli storici più noti: Paolo Diacono, il Gruden, il Paschini, il Kos, ecc. sappiamo che l'evangelizzazione degli Sloveni del Natisone, cominciò dopo la pace di Lauriana o Lavariano, anno 725, che fu iniziata e condotta a termine dai Missionari d'Aquileia e di Forum Julii (Cividale).

Il primo ed il maggior merito, in questo campo, va riconosciuto al Patriarca d'Aquileia Paolino 110 (726-802). Il De Rubeis (27)

(27)(Monumenta Ecclesia Aquileiensis, colonna 400. (V. Nota 5, pag. 157 del testo) ed il Madrisio (28)

(28) in (Sancti patris Nostri Paulini Patriarchae, vita e Opera, p. XXX. Cfr. pure: Marcuzzi G., Sinodi Aquileiesi, pp. 46-51. Dizionario dei Concili, Ist. Giov. XXIII, P.U.L., pp. 280-291; POGAČNIK J., Il Patriarcato d'Aquileia e gli Sloveni, pp. 12-16; CREMONESI A., L'Eredità del Patriarcato d'Aquileia, (pp. 37-39; DOLENC J. - MIKLAVČIČ M., in: Leto Svetnikor, pp. 151-152) gli riconoscono il merito di aver cristianizzato anche la Carinzia, assieme ad Arno, Vescovo di Salisburgo, ma sottolineano il suo zelo per gli Slavi più vicini, quelli del Friuli, e citano le sagge norme da lui date ai missionari, nei due Concili: del Danubio a. 795 e di Cividale a. 796.

Ci piace, in proposito, riportare le parole di M. Smolik: "Gli Sloveni del Sud della Drava fino alla pianura friulana, sono stati cristianizzati dai Missionari di Paolino. I quali non si curarono di colonizzarli e di italianizzarli, ma solo di evangelizzarli". E R. Klinec: "Dopo la divisione fatta da Carlo Magno, tra le Diocesi di Salisburgo e d'Aquileia, a. 811, è stata solo la chiesa aquileiese la missionaria degli Slavi del Sud della Drava fino al Friuli. Ed essi accettarono il "Vangelo Cividalese" (29).

(29) SMOLIK M. in Odmev Verskih Resnic v Slovenski Cerkveni Pesmi, pp. 75-166, e KLINEC R. in: Marija v Zgodovini Goriške, pp. 18-20, si diffondono molto nel narrarci la conversione degli Sloveni al Cristianesimo, mettendo in rilievo e lodando il metodo di Paolino TI e dei suoi Missionari e disapprovando quello dei Missionari Tedeschi. Vi accenna anche A. Cremonesi, o.c., p. 39. La prima Comunità Cristiana della Val Natisone, secondo il Rutar e il Mor, è stata quella di S. Pietro; la seconda quella di S. Leonardo. Il Mor lo deduce dall'importanza del luogo e dal fatto che il culto a S. Pietro vigeva già al tempo dei Longobardi; quello di S. Leonardo è venuto dopo i Franchi, al tempo delle Crociate.

Leonardo Trusnig, Parroco di S. Leonardo, (1792-1830) attesta che la chiesa di S. Leonardo, secondo documenti da lui consultati a Cividale, risale al sec. XI (30).

(30) LEONARDO TRUSNIG, oriundo da Drenchia, Valli del Natisone, è stato parroco di S. Leonardo dal 1791 ai 1835 Sacerdote zelante, pio e dotto: a lui si deve il riassetto dell'Archivio Parrocchiale e la compilazione diligente e documentata dell'Anagrafe Parrocchiale. Il suo giudizio sull'antichità della chiesa parrocchiale è, perciò, accettabile. Il Rutar assegna la costruzione della chiesa di S. Pietro al tempo del Patriarca Valpert (877-900), quando nacquero le Pievi di Caporetto, Plezzo, Tolmino e Volzana.

Il Quaglia riporta la Bolla di Celestino III (1192) che nomina: "Ecclesia cum Cappellis", quella di S. Pietro, e la Bolla di Pio II (1450) che nomina nello stesso modo quella di S. Leonardo; cita quella di S. Maria di Drenchia come Parrocchia recente: 1865.

Queste sono, invero, le chiese più antiche della zona. Presente-mente le parrocchie sono ventiquattro ed i loro Pastori giuridicamente in una posizione profondamente mutata rispetto alle primitive prime tre chiese cattoliche della zona, che erano alle dirette dipendenze dell'Arcidiaconato del Capitolo di Cividale. Dal 1751, soppresso il Patriarcato d'Aquileia, fanno parte dell'Arcidiocesi d'Udine e dal 1912 formano un Vicariato Foraneo separato da quello di Cividale (31).

(31) Delle chiese di S. Pietro e di S. Leonardo parlano di proposito il RUTAR, o.c., p. 114, e C.G. MOR in: Val Natisone, Udine, S.F.F., 1972, p. 43. DOMENICO QUAGLIA, notaio rotale, parla di queste ed anche delle chiese di S. Maria di Drenchia, in: Summarium S. Cong. Concilii, p. 1. v. anche Nota n. 6, pag. 158 del testo.

4. Il mio proposito.

Parlare della Religiosità e dei Problemi Pastorali degli Slavi della Val Natisone.

Quanto ho finora scritto si riduce a notizie geografiche, etnografiche e storiche. Le ho apprese da autori celebri come: Paolo Diacono, Teobaldo Ciconi, Carlo Podrecca, Ivan Trinko, Simon Rutar, Olinto Marinelli, volendo citare i più antichi (32).

(32) PAOLO DIACONO, Benedettino cividalese, (+799), è il primo a parlare degli Slavi del Natisone nella sua Historia Longobardorum, I. V, c. XXIII. CICONI T., udinese, ne parla a p. 517, nella sua opera Udine e sua Provincia, (1862); PODRECCA C., avvocato cividalese, è autore di due interessanti pubblicazioni: Slavia Italiana, 1884; Le Vicinie, 1887; quest'ultima evidenzia l'aspetto storico e sociologico di quelle popolazioni. Nel 1892 compare sulla riv. 'Forum Julii" uno studio storico-sociologico di I. TRINKO, sacerdote oriundo della Val Natisone, dal titolo: Gli Slavi nel Friuli. Nel 1899, a Gorizia, esce la Beneška Slovenija (Slavia Veneta) di S. RUTAR che ricalca nella sostanza l'art. del Trinko. Nel 1912 a Udine si stampa la Guida delle Alpi Giulie di OLINTO MARINELLI. Egli parla di tutti gli Sloveni del Friuli, di quelli della VaI Torre a pagg. 417-446; del Cornappo a pagg. 563-569; del Natisone a pagg. 631-688. Un accenno ad altri gruppi Slavi minori, si trova alle pagg. 571-619. Come s'è detto, altri autori hanno trattato l'argomento, più o meno ampiamente, il che è evidenziato anche nella bibliografia generale pertinente.

Parecchio di quanto esposto, è già noto al pubblico colto. Ma mi è sembrato logico presentare, nel modo migliore possibile, prima il soggetto: gli Slavi della Val Natisone, poi, per poterlo comprendere agevolmente, il predicato, cioè la loro religiosità ed i loro problemi pastorali. Questo è, appunto, il compito che mi sono assunto.

Oso annunciare che dirò qualcosa di nuovo rispetto a quanto finora fu detto degli Slavi della Val Natisone. Di loro si è scritto parecchio dalla metà del secolo passato a questa parte, ma non consta che alcuno abbia messo ancora in evidenza la loro religiosità ed i loro problemi pastorali: è quanto, modestamente tento di fare nel presente lavoro, naturalmente dopo aver attinto a diverse fonti: scritti, inchieste ed esperienze personali.

Ho potuto ampliare le mie cognizioni durante la frequenza all'Ist. di Liturgia Pastorale di Padova prima, poi all'Ateneo romano; attraverso la ricca bibliografia che mi è stata suggerita, da cui è scaturito il concetto, spero chiaro ed esatto, di religiosità, di folclore, di pastorale, di sociologia, di storia e di liturgia, utili per il tema da me scelto.

Ho consultato Enciclopedie, dizionari, riviste; ho letto articoli di giornali, catechismi, libri di pietà, predicabili, biografie, monografie, che presentavano qualche attinenza con la mia ricerca.

Non meravigli che tra le pubblicazioni elencate nella bibliografia, alcune siano redatte in lingua straniera: la popolazione di queste valli, ed anche i Friulani, hanno una spiccata tendenza, e la necessità li spinge, ad essere, a modo loro, poliglotti.

Questa Regione è popolata, nella stragrande maggioranza, da figli di emigranti o da emigranti temporanei, perciò poliglotti.

La posizione geografica, poi, del Friuli, ha facilitato, anche in passato, il passaggio e l'occupazione del suo territorio, da parte delle popolazioni straniere confinanti, perciò, conoscerne la lingua, era ed è talvolta, in determinate contingenze, l'unico modo per riuscire, comprendendosi, a sopravvivere.

Perciò, grazie alla seppur modesta conoscenza che ho di diverse lingue, ho potuto capire e tradurre le opere straniere da me elencate. Ho frugato anche nelle vecchie carte del passato per scoprire l'origine benefica o malefica di certe attuali situazioni e di certi vecchi problemi della Vai Natisone, come:

Gli Archivi Capitolari di Udine, delle Curie di Udine e di Gorizia, di Cividale; del Monastero di S. Maria in Valle di Cividale; delle parrocchie di S. Pietro al Natisone; di S. Leonardo; di S. Maria di Drenchia; di S. Antonio di Lasiz; di S. Lorenzo di Buia.

Le Biblioteche della P.U.L.; dei Seminari di Udine, Gorizia, Lubiana, Klagenfurt; dell'A.S.L.; del Comune di Udine; del Circolo "Ivan Trinko" di Cividale e della Fam. Cracina di Campeglio.

Il Museo Nazionale di Cividale.

Non potevo trascurare le notizie colte dalla viva voce delle persone: dei giovani, degli anziani, dei pastori d'anime di oggi. Ho fatto, perciò delle inchieste nella Parrocchia di S. Pietro al Natisone, di S. Leonardo in Vai Natisone e nella Parrocchia Friulana di S. Lorenzo di Buia ove ora mi trovo. Mi è stato utile anche tuffarmi, per interrogare, nel mondo studentesco di quelle Valli.

Ed ecco le inchieste presso l'Istituto Magistrale, Tecnico e Professionale delle Madri Orsoline di Cividale, frequentati da giovani delle Valli del Natisone e di altre località del Friuli, quindi mi sento veramente agevolato nel continuare il mio discorso.

Mons. Angelo Cracina - GLI SLAVI DELLA VAL NATISONE

Realizzazione della pagina Ruben Specogna



Questo sito, realizzato e finanziato interamente dai soci, è completamente independente ed amatoriale.
Chiunque può collaborare e fornire testi e immagini a proprio nome e a patto di rispettare le regole che trovate alla pagina della policy.
Dedichiamo il sito a tutti i valligiani vicini e lontani di Pulfero, San Pietro al Natisone, Savogna, Stregna, Grimacco, San Leonardo, Drenchia, Prepotto e di tutte le frazioni e i paesi.

www.lintver.it
© 2000 - 2018 Associazione Lintver
via Ponteacco, 35 - 33049 San Pietro al Natisone - Udine
tel. +39 0432 727185 - specogna [at] alice [dot] it