Gli slavi della Val Natisone - seconda parte

Religiosità e folclore ladino e slavo nell'alto Friuli

VITA RELIGIOSA O SPIRITUALITÀ DEGLI SLAVI DELLE VALLI DEL NATISONE

PREMESSA

Ora sappiamo chi sono gli Slavi delle Valli del Natisone, conosciamo la loro storia e le caratteristiche della loro terra, perciò ci sarà più agevole addentrarci nel loro mondo spirituale e coglierne il senso religioso che lo anima.

Premessa una breve nozione su ciò che s'intende per religiosità, presenterò, nel capitolo I le note caratteristiche salienti della religiosità degli Slavi della Valle del Natisone.

Prima quelle positive:
una vita legata al calendario ecclesiastico;
un parlare infiorato di giaculatorie e di richiami al soprannaturale;
un popolo che prega;
un popolo gentile ed ospitale.

Poi quelle negative:
alcoolismo;
superstizione.

Il capitolo II tratterà delle convergenze e delle divergenze di questa loro religiosità, messe a raffronto con quelle dei loro vicini e conterranei ladini: i Friulani.

Il capitolo III ci farà conoscere alcuni dei fattori principali cui si attribuisce il merito od il demerito di aver prodotto quella religiosità:
l'anima slava;
l'ambiente naturale;
la professione;
la prima evangelizzazione;
la pastorale che l'ha seguita;
il potere politico che li ha governati.

Diamo come dimostrato che religiosità e spiritualità sono sinonimi, secondo il dizionario italiano. Noi di conseguenza, li useremo promiscuamente. Va anche detto che, nel caso nostro, si tratta di religiosità o spiritualità cristiana cattolica.

Quanto ai teologi, per il Rahner (Rahner K. Saggi di Spiritualità. pp. 45-47) dire vita religiosa è lo stesso che dire spiritualità pratica. Essa consiste nell'organizzare in senso cristiano tutte le proprie azioni. E la decisione visibile di seguire Cristo come suoi discepoli; è lo sforzo di raggiungere la migliore configurazione morale col Cristo.

Il prof A. Mataniéc definisce la religiosità una risposta alla vocazione universale alla santità, secondo l'invito di Gesù: "Siate perfetti com'è perfetto il Padre vostro che sta nei cieli" (Mat. 5, 48).

Secondo l'esortazione del C. Vat. II è la volontà di vivere più intimamente uniti a Cristo.

Questo comportamento, dice il Matanic, i Tedeschi lo esprimono con la parola: frömmigkeit e noi aggiungiamo che gli Sloveni, anche quelli delle Valli del Natisone, con pobožnost (2).

(2) Cfr. i rispettivi vocabolari di GUSTAVO SACERDOTE, per il tedesco; E. Wangenscbidt. Berlin, 1962; di ANDROVIČ G.,per lo sloveno; E. Vallardi, Milano 1936. Quest'ultimo vocabolo sloveno, a parer nostro, racchiude un significato più appropriato, rispetto a quello tedesco e di sapore quasi biblico. Deriva, infatti, da po (conforme, latinamente: secundum) e Bog (Dio), come dire: secundum Deum. Perciò il richiamo è quasi immediato all'espressione Paolina: "Rivestitevi dell'uomo nuovo creato secondo Dio", (in latino: secundum Deum, Rom. 4, 24).

Per I. Colosio la religiosità è la teologia viva o teologia vissuta; per A. Dagnino religiosità è vita cristiana o vivere da cristiani ed anche vita di perfezione, vita interiore. Queste espressioni arieggiano quelle del C. Vat. II che riportiamo ad litteram: "Tutti i fedeli di qualsiasi stato e grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana ed alla perfezione". (3)

(3) v. MATANIČ Vocazioni e Spiritualità (pp. 11-34) DAGNINO A. Vita Cristiana (pp. 35-37) e lumen Gentium 40 n. 6, COLOSIO I. in: Rivista di ascetica e Mistica anno 1965 pp. 311-363. C'è in sostanza una sola spiritualità o religiosità cristiana, osserva il prof. Matanic, ma essa presenta delle differenze, non delle antinomie, degli accidens propri, diremo con la Scolastica, che variano secondo i tempi, i popoli, i luoghi, le istituzioni e le professioni o vocazioni.

La vita religiosa o spiritualità di cui noi intendiamo parlare, la caratterizzeremo con degli aggettivi: attuale, locale, etnica, perché si riferisce agli Sloveni delle Valli del Natisone d'oggi; sotto l'aspetto professionale la diremo: rurale, contadina (4).

(4) Le varie definizioni di "spiritualità" sono dedotte dalle opere degli autori citati. Qual'è, dunque, la religiosità vissuta dagli Slavi della Val Natisone? Quando essa raggiunge la configurazione morale col Cristo? Lo diranno le caratteristiche positive e negative salienti che si riscontrano nel loro comportamento religioso, messo al confronto con quello dei loro vicini ladini, cioè dei Friulani.

1. Le caratteristiche salienti positive e negative della religiosità degli Slavi di Val Natisone. Abbiamo affermato che la zona è priva di industrie. La gente è costretta a dedicarsi all'agricoltura, spesso poco promettente, ed all'allevamento del bestiame. I pochi che non vanno all'estero arrotondano le entrate anche facendo gli operai pendolari nel cementificio di Cividale e nei mobilifici di Manzano, della pianura friulana. Perciò il loro modo "di andare a Dio, di rivolgersi a Dio" non può essere che quello del rurale e dell'operaio pendolare, caratterizzato da pregi e da difetti.

I - Caratteristiche positive.

Tenendo presente quanto poc'anzi è stato detto, è facile evidenziare la prima:

a) Vita legata al calendario ecclesiastico. Le date del calendario ecclesiastico: ricorrenze, feste liturgiche, il dies natalis dei santi, sono, per gli Slavi della Val Natisone, punti di riferimento per certi determinati lavori, per partecipare a certi riti religiosi, non solo, ma sono determinanti per la scelta del tempo libero, quindi per divertirsi e anche per il controllo della cucina, cioè per la confezione di determinati cibi.

Il P. Metod Turnšek, cistercense, ha pubblicato, in quattro volumi, un bellissimo lavoro di accostamento tra il calendario ecclesiastico e la vita degli Sloveni, che riguarda anche quelli della Val Natisone. Esso porta il titolo: "Pod Vernim Krovom" (Accanto al focolare cristiano) (5).

(5) Il pio e dotto Circestense è autore di un'altra opera del genere, ma di tono minore: Božji Vrelci, (Sorgenti Divine), è una raccolta di folclore religioso; del Rimski Misal (messale tradotto in sloveno) e di molte altre pubblicazioni di letteratura profana. Di folclore religioso sloveno tratta anche A. CICERI, nel suo articolo: Le tradizioni popolari della Val Natisone e convalli, in: Val Natisone S.F.F., pp. 174-203 e P. CRACINA in: Nozze ieri in Friuli. Quanto stiamo per dire lo abbiamo spulciato dai quattro volumi del Turnšek, dal Catapano o calendario liturgico del sec. XIV dell'A.P.S.L., oltre che dal bagaglio delle nostre esperienze ed inchieste. Seguiamo l'anno ecclesiastico per sommi capi.

Avvento. È il tempo della Confessione e della Comunione solenne che si fanno con particolare festosità, anche esterna, in giorni determinati da una tradizione plurisecolare, due volte l'anno. Vi attende un'équipe di Sacerdoti (quattro o cinque) che passa di villaggio in villaggio, ospite del Sacerdote locale. Vi sono interessati anche i venditori ambulanti di frutta, dolci, giocattoli e indumenti di prima necessità, disposti sulla piazza, normalmente di fronte alla chiesa. Sono giorni in cui anche le osterie vedono un numero maggiore, rispetto al consueto, di... clienti. Il fenomeno si ripeterà poi in Quaresima.

San Nicola e S. Lucia, (6 e 13 dicembre) rendono lieti i bambini buoni i quali, svegliandosi di mattino, trovano le scarpette o le calze piene di dolci. Per i bambini cattivi la sorpresa è amara: carbone e bastone. Oggetti simbolici, ben s'intende!

Il 16 Dicembre tutti sono indaffarati nel preparare la Devetica (la novena di Natale) della quale parleremo più avanti.

Natale, Capodanno ed Epifania hanno un nome particolare:
svete noči (notti sante) forse per le antiche e lunghe veglie di ciascuna vigilia. Esse portano in tavola specialità gastronomiche come gli struki: specie di dolci confezionati con farina di frumento, uva secca e pignoli, a forma di gnocchi (specie di ravioli) e lo žuč: una specie di gelatina ricavata dalla cottura, in acqua, di zampe di vitello.

Questo è pure il tempo per lo scambio degli auguri che gli adulti esprimono con calorose strette di mano; per i bambini, disposti in gruppetti, è riservato il giro intorno al villaggio, al tradizionale grido di: koleda! koleda! È l'augurio di buon anno, ma anche la pretesa di ottenere un regaluccio. Le padrone di casa lanciano, contro i simpatici schiamazzatori manciate di castagne secche, noci e noccioline.

Il 2 Febbraio: festa liturgica della Purificazione di Maria e della Presentazione di Gesù bambino al Tempio; di mattino, in chiesa, si ricevono le candele benedette che si accenderanno quando farà cattivo tempo oppure al letto dei moribondi. In ogni caso serviranno per la processione notturna del Venerdì Santo e per le nove sere della "Devetica" (= novena), nome improprio perché la "Devetica" dura quaranta giorni.

Il calendario ecclesiastico, al 31 dicembre, porta la festa di S. Silvestro. Se si eccettuano i parrocchiani di Antro e di S. Leonardo che venerano il Santo: gli uni come titolare della chiesa parrocchiale, gli altri come titolare di una chiesa filiale, i nostri Slavi del Natisone generalmente lo ignorano. Per loro il 31 dicembre è l'ultimo giorno dell'anno. Per i più tradizionalisti e per i più devoti, quella è una data sacra: la chiamano sveti večer (la santa sera), o sveta nuoč (la santa notte). Di fatto vanno in chiesa alla funzione sacra di ringraziamento e poi in casa recitano il rosario al termine del quale cantano o recitano la: "Canzone del Giudizio Universale" (6).

(6) La notte di S. Silvestro è descritta nei suoi particolari sacri da Turnšek M., nella sua preziosa opera: Pod Vernim Krovom, voi. I: Od adventa do Kresa, pp. 67-70; e voi. IV: Odkresa do Adventa, pp. 78-80 e nei suoi particolari profani da CICERI A. o.c., pp. 191.192. Ai meno devoti S. Silvestro ricorda, invece, il cenone con il tacchino arrosto, cenone che si protrae fino a mezzanotte e l'abitudine di scambiarsi gli auguri, girando di casa in casa al grido di: Koleda! Koleda! (= buon anno dateci la mancia!) (7).

(7) Al riguardo di S. Silvestro fra gli Sloveni, sia al di qua come al di là del confine Italia Jugoslavia, abbiamo trovato soltanto due chiese dedicate al Santo Papa che portano il nome di S. Passo e S. Basso. Esse sono: la chiesa di S. Silvestro di Merso di Sotto-S. Leonardo, (cfr. CRACINA A. Una Messa d'oro a Cosizza, p. 10) e quella di S. Silvestro (Vipacco-Jugos., già diocesi di Gorizia) cfr. Folium periodicum Goritiense 1878 p. 86 e Lettera del Cancelliere Arc. di Gorizia, Dr. Rodolfo Klinec, al parroco di Buia del 26/7/'73 (B.Cr.). Abbiamo letto lo studio su S. Basso martire africano di P. CARAFFA e quello di G. ELDAROV in: B.S.La., voi. II, pp. 966-967, ma non ci fu dato di scoprire il flesso tra S. Silvestro e S. Basso o Passo. A pp. 1078-1082, vol. XI della B.S.La. è detto molto di S. Silvestro Papa, ma nulla che possa collegarsi con S. Basso o S. Passo. S. Antonio (17 gennaio), S. Sebastiano (20 gennaio), e S. Biagio e S. Valentino (3 e 14 febbraio), sono santi cui la gente vuol bene: il primo protegge gli animali della stalla; il secondo preserva dalle malattie della pelle; il terzo dal mal di gola ed il quarto dal mal caduco. Tutti e quattro sono detti Snegari: portatori di neve. S. Antonio è invocato anche contro l'herpes zoster (malattia cutanea = fuoco di S. Antonio - v. CARAFFA F.: S. Antonio abate, in B.S.La., voi. TI, pag. 113). S. Apollonia e S. Mattia Ap. (9 e 24 febbraio), rappresentano due date meteorologiche. La Santa dice: - E' tempo di seminare i cavoli! - E il Santo: - Bada di non levarti ancora la maglia, perché se il ghiaccio c'è, lo rompo, ma se non c'è lo faccio!

Il tempo che va dall'Epifania alle Ceneri è detto carnevale. Sulla derivazione di questo nome italiano se ne dicono tante. Anche E. Levi ha detto la sua: - La parola carnevale e carnasciale sono sinonimi, vengono dal latino carnem levare e carnem laxare, per indicare il tempo vicino a quello in cui ci si astiene dalle carni (quaresima) -(8 bis).

(8bis) cfr. LEVI E.: Vocabolario etimologico, alle parole "carnevale" e "carnasciale". A noi interessa la denominazione slovena: Pust. I nostri Slavi dicono Pust. Pust ti dice: pust' (= lascia, non curarti!), quindi dimentica le preoccupazioni, sii allegro!

Pustovi sono quelli che vanno in maschera e, normalmente, si disimpegnano molto bene.

La Quaresima è, per gli Slavi delle Valli del Natisone, il secondo tempo della Confessione e Comunione "ufficiale". Esse si adeguano, nelle coreografie esterne, alla Confessione e Comunione d'Avvento.

La Domenica delle Palme (detta Ojčnica od Ojčinca da ojka = Olivo) vanno in chiesa non solo per ricevere l'olivo benedetto, che useranno in determinati momenti e circostanze come la candela benedetta, ma anche per ascoltare il canto (od il racconto) della Passione del Signore, secondo Matteo, nella loro parlata. Il testo da me esaminato, è una traduzione, dal latino, attribuita al Sac. G. Podrecca Senior, poeta, scrittore ed agronomo di fama, e che risale al 1850 circa.

Fino a cento anni fa, la cerimonia era eseguita all'aperto, nel luogo del "Grande Arengo", presso la chiesa di S. Quirino, parrocchia di S. Pietro al Natisone (9).

(9) Cfr. PODRECCA C.: Slavia Italiana. p. 28. Un ricordo seppur pallido, di quella sacra rappresentazione pubblica, si poteva riscontrare nel canto della Passione del Signore eseguito dai sacerdoti, quando le due grandi parrocchie della Val Nat. S. Pietro e S. Leonardo, non erano ancora smembrate, cioè fino al 1940. L'una contava 14 sacerdoti, e l'altra 9 o 10. Essi, nella domenica delle palme e per la settimana Santa, convenivano in parrocchia e celebravano insieme la sacre funzioni. Gli attori sacri erano dunque loro, i Preti che interpretavano, per tradizione, chi Pilato, chi Giuda, chi Caifa ecc. con gran soddisfazione del popolo. Ovviamente questo non si poté fare durante il periodo della persecuzione fascista, come vedremo in seguito, essendo proibito usare la lingua slovena in chiesa (1933-43). Queste scene religiose avevano il sapore delle antiche Sacre Rappresentazioni. Smembrate le due antiche, tradizionali parrocchie, questo rito è in vigore soltanto in qualche chiesa. Aboliti gli uffizi cosiddetti delle tenebre la sera di mercoledì, giovedì e venerdì santo e trasferite le sacre funzioni mattutine della settimana santa di sera, è scomparso anche un certo caratteristico folclore religioso connesso a quei riti: ad es. il fracasso delle raganelle e dei crotali, il lavarsi il viso al suono del Gloria ecc.

È rimasta la processione serale della Croce, la benedizione delle uova e degli insaccati di maiale e quella del pane: venerdì e sabato santo. Da notare che il pane benedetto, quello normale e quello tipico della festa che ha nomi diversi: Kruh objejan. golobice, manihi, gubance. pogača, ecc., si mangia solo dopo aver assistito alla S. Messa.

La gubanca o gubana, grossa focaccia fatta con farina di frumento mescolata con molti altri ingredienti (per la sua forma, forse, detta gobana = grosso fungo), è il dolce di lusso, tipico delle feste solenni.

La liturgia della Settimana Santa è tutta una preparazione alla Pasqua di Resurrezione: anche queste cose profane servono a preparare il clima festoso della festa liturgica. Per tutti i cristiani la Pasqua è una festa grande; che dire poi per gli Sloveni che la definiscono: Velikanoč (= la gran notte), nome che si adegua molto bene all'espressione agostiniana "O beata nox!", dall'Inno Exultet del sabato santo e al nome latino dato la settimana santa "Major hebdomada".

La S. Pasqua raggiunge il culmine delle feste religiose per tutti gli Slavi, anche per gli Ortodossi russi che il giorno di Pasqua si abbracciano col saluto: Hrìstos Voskrìese = Cristo è risorto! Lo è nonostante il comunismo imperante che, proprio il giorno di Pasqua ha stabilito la festa di Vjesna = la primavera (1O).

(10) Interessante, a questo proposito, l'articolo: La gioia Pasquale nella liturgia bizantina, in Russia Cristiana di ieri e d'oggi, di E. GALBIATI, a 1960, n. 4, p. 3; e quello di A. EBIERPIJ: Zdrastvuj Vjesna (=Evviva la Primavera!), Prazdniki, Obrjady, Tradizij (=Feste, Riti e Tradizioni), nella rivista sovietica: Nauka i Religija (Scienza e Religione), 1969, n. 4, p. 72. Il nome Velikanoč che gli Sloveni danno alla Pasqua, fa ricordare quello caratteristico che essi danno di domenica. La chiamano "nedelja", quanto a dire: giornata tipicamente non lavorativa (ne delati = non lavorare). Mentre i Friulani dicono alla latina: domenie (dies dominica = giorno del Signore). E i Russi molto meglio ancora: voskressenje = risurrezione (del Signore). In tutto il Friuli, dopo la festa di Pasqua, i Sacerdoti vanno a benedire le case. Nelle Valli del Natisone e in Val Canale, ove vivono anche Slavi, si va, invece, subito dopo l'Epifania, e s'imparte la benedizione anche alle stalle, benché la benedizione degli animali sia a parte, per la festa di S. Antonio Abate.

Quello della benedizione delle case è un rito suggestivo per la formula tradizionale che usa il Sacerdote, dopo aver pronunciato quella del rituale, e per il segno che lascia.

Entrato in casa, anzi in cucina, il Sacerdote dice: Mir božji vam bodi (= pax huic domui); nella stanza da letto: Buoh vam di zdrauje (Dio vi dia salute); e nella stalla: Buoh di srečo (Dio vi dia fortuna). Prima di andarsene definitivamente, il Sacerdote scrive sulla porta di casa, col gesso benedetto, le lettere G.M.B. (Gaspare, Melchiore, Baldassare, nome dei tre Remagi). Sopra le tre lettere segna una croce e, sotto, il numero dell'anno in corso.

Il popolo rispetta il Sacerdote che ufficialmente lo denomina: Duhovnik (= uomo spirituale) e Mašnik (= colui che celebra la Messa); familiarmente è detto: Gospod (= Signore); per i bambini: Gospod nunac (= Signor Padrino). Per questo la sua visita è gradita, specie in questa circostanza.

Gli abitanti lo ricevono volentieri, gli offrono qualcosa da bere e l'onorario (berarnja) in generi od in denaro.

Per queste popolazioni è ancora un offesa grandissima se il Sacerdote non passa a benedire le loro case. (11).

(11) Tutto questo è narrato, con ricchezza di particolari, in: Costumanze Religiose di Nostra Gente, di A. CRACINA, pp. 20-23. S. Giorgio (24 aprile) e S. Marco (25 Aprile) danno inizio all'apertura dei pascoli, dove ci sono, ed al termine della semina del mais.

Sono giorni in cui si trae il pronostico per la vendemmia: se piove, annata cattiva; se fa bel tempo, la vendemmia sarà abbondante. (12)

(12)(A. CRACINA, o.c. p. 28). Per il foraggio bisogna, invece, prendere il pronostico alla rovescia. Una tradizione veneta vuole che S. Marco da Alessandria d'Egitto abbia portato il Vangelo ad Aquileia. Ma secondo mons. Spadafora non si è certi neppure che S. Marco abbia fondato la Chiesa di Alessandria (13)

(13) (V. SPADAFORA F. S. Marco in B.S.La. vol. VIII pag. 117). La Festa di Pentecoste ha relazione anche con la cucina perché, dove si fa il pane in casa, oggi si confeziona il lievito dello Spirito Santo, il quale servirà a fare il pane per tutto l'anno.

S. Floriano (4 maggio), tiene lontani gli incendi.

S. Giovanni ante portam latinam (6 Maggio), protegge contro le punture degli insetti ed i morsi delle vipere: basta bagnare i piedi e le gambe con il vino benedetto in questo giorno.

Dopo il 6 maggio comincia la stagione della fienagione.

Tre giorni prima della festa dell'Ascensione si fanno le Rogazioni: lunghe processioni, sempre, però, più brevi di quella di S. Marco: gli itinerari sono precisi, tradizionali, con le dovute soste per la merenda...

Le fermate sono obbligatorie presso le croci campestri cui il Sacerdote deve affiggere un ramoscello d'olivo ed un pezzetto di cera benedetta.

Il giorno dell'Ascensione il Sacerdote benedice tante crocette di legno o di metallo; esse saranno fissate in terra, ai margini dei campi coltivati oppure appese alle pareti delle stanze. Per questo la festa porta il nome di: Svet Kriz; la settimana che la precede: Križev Tjedan, (S. Croce, settimana della Croce).

Magnificamente sfarzosa è sempre La Processione del Corpus Domini che, nelle tre vecchie parrocchie, si fa nella giornata segnata dal calendario liturgico, nelle domeniche successive la fanno le altre.

Il concorso della gente è massimo. Si portano in processione tutte le croci giacenti in chiesa; alcune di esse sono veramente belle: antiche, preziose, in rame dorato o in argento artisticamente lavorato; e tutti i vessilli. Bambine vestite di bianco spargono fiori; le confraternite sono presenti al completo; così pure il clero dei paesi vicini.

Presenti sempre anche i venditori ambulanti di dolci, frutta e gelati. Durante la processione il celebrante fa quattro tappe fissate dalla tradizione: in ognuna di esse i borghigiani erigono un altarino per posare l'ostensorio e fare la trina benedizione.

Durante ogni singola sosta, uno dei ministri, in dalmatica, canta in latino od in sloveno, l'inizio dei quattro Vangeli: Mt. I, 1-16; Mr. I, 1-18; Le. I, 1-17; Gv, 1-14. Il celebrante, quindi, prende l'ostensorio ed imparte la benedizione al luogo, agli abitanti, ai campi, ai frutteti, secondo un antico rituale in uso nelle diocesi di Gorizia, Trieste e Capodistria.(13 bis)

(13 bis) (Cfr. Liber Precum Diocesis Goritiensis, pp. 273-286). La Festa della Dedicazione della Chiesa si fa non secondo il calendario diocesano, ma nel giorno segnato dalla bolla di consacrazione, molte volte trascritta od incisa su una pietra, all'interno della chiesa. E una festa solenne molto sentita, celebrata con fasto in chiesa ed... a tavola.

Non mancano le manifestazioni folcloristiche, compreso il ballo. Questa ricorrenza è detta: senjan e vi fa accorrere i vicini e i parenti. Perciò tutte le famiglie, in questo giorno, hanno parecchi ospiti. Questa festa, è detta anche; opasilo, per la pubblica processione intorno al sacro edificio aspergendolo e cantando: Coelestis Urbs Jerusalem, (Opasilo da opasati = circondare, circuire).

Nella Festa di S. Giovanni Battista (24 giugno) e di S. Pietro (29 giugno) si accendono grandi fuochi. Li chiamano: Kres (reminiscenze pagane del dio Kres?) Il Battista è titolare della famosa chiesetta di Antro e di quelle meno note di Tribil di Sopra e di Sotto, ma è un santo che interessa tutti: le ragazze si frizionano la pelle con pannolini bagnati nella rugiada di S. Giovanni, come cosmetico; le massaie, in questo giorno raccolgono fiori da appendere, in cornice, sopra la porta di casa come talismano; gli uomini maturi, nella festa del più austero dei Santi, non si sa perché, si sentono autorizzati ad abbondanti libagioni.

Il Giorno di S. Pietro, la gente delle Vallate del Natisone si riversa copiosa nel capoluogo dell'antico Distretto per assistere alla S. Messa solenne (un tempo vi convenivano tutti i Sacerdoti della zona) e per partecipare alla gran fiera degli attrezzi agricoli.

La Festa dell'Assunta (15 agosto) qui è detta Rozinca perché è il giorno in cui si portano in chiesa, per essere benedetti, piccoli fasci di erbe medicinali: finocchi, malva, assenzio ecc.; serviranno per decotti. Questo rito ha, forse, relazione con una tradizione orientale, secondo cui, nel sepolcro vuoto di Maria SS. furono trovati il suo velo e fiori (14).

(14) Cfr. A. CRACINA, o.c. p. 27; TOSCANO G., in il Pensiero Cristiano nell'Arte, p. 218; ROSCHINI G. M. Maria nella tradizione Patristica, in B.S.La., vol. VIII pp. 840-858; BALIC C.: Maria nel Dogma Cattolico in B.S.La., vol. VIII, pp. 857-877; RAES A.: Maria nel Culto in Oriente, in B.S.La. vol. VIII, pp. 878-879. S. Rocco (16 agosto) è prottettore contro la peste. Quel giorno la gente delle Valli va tutta a S. Leonardo, alla messa, alla processione e al... ballo.

A S. Bartolomeo (24 agosto) la padrona di casa si alza di buon mattino per fare il burro in casa: servirà per ungere la pelle contro le dermatosi.

Per S. Egidio (I settembre) i pastori scendono dalle malghe e le massaie raccolgono le ultime e migliori tegoline. Per questo il Santo è detto scherzosamente, nelle Valli del Cosizza, Svet Uojnar (dal friulano uaina = tegolina, fagiolini teneri in guaina).

La Natività di Maria (8 settembre) è detta: Marija Bandimica, forse dalla voce dialettale: bandima = vendemmia. Di fatto si mangia la prima uva, la più precoce. Alcuni grappoli con pampini adornano, in questo giorno, l'altare della Vergine SS.

S. Michele (29 settembre) spinge giù dai monti i pastori ritardatari; i contadini guardano il cielo e fanno i loro pronostici: se il sole squarcia ancora le nubi, farà ancora caldo, altrimenti l'inverno è alle porte. S. Michele è venerato come vindice dei diritti di Dio e della sua giustizia e si crede accompagni le anime al suo tribunale (15)

(15) (v. CARAFFA F.: S. Michele Arcangelo, in B.S.La., voi. IX, pag. 416 e seg.). La Madonna del Rosario (I domenica d'ottobre) vuole una processione solenne ed a tavola il vino nuovo e le caldarroste.

È difficile che a S. Volfango (31 ottobre) i bambini vadano a scuola: genitori ed insegnanti chiudono un occhio; essi debbono andare alla questua per i morti...; ne parleremo appresso (v. nelle pagine seguenti: "La questua dei morti").

S. Leonardo (6 novembre) come S. Anna (26 luglio) ricevono le confidenze delle spose quando desiderano od attendono un figlio. Le sposine si rivolgono a lui, le anziane a lei.

S. Martino (11 novembre), con S. Michele, è titolare di molte chiese slovene. Gli Slavi di Val Natisone hanno dedicato loro due delle più antiche: nella parrocchia di Liessa e di Montemaggiore. Secondo il calendario della chiesa Aquileiese, le feste di questi due Santi erano di precetto. Un tempo la festa di S. Martino aveva una risonanza anche in campo profano: era un giorno di carnevale, era l'ultima gran festa prima dell'Avvento, tempo di penitenza; una traccia è rimasta ancor oggi. (16)

(16) Che a S. Martino la liturgia fosse festiva, appare dal calendario liturgico catapano, del sec. XIV che si conserva nell'Arc. par. di S. Leonardo in VaI Natisone. Di fatto, sotto, la data: "III Id. Nov." è scritto in rosso: "Festum S. Martini ep. et conf.". Come poi si svolgesse questa festa, dentro e fuori della chiesa lo dice il TURNŠEK, nella già citata opera: "Pod Vernim Krovom", v. IV, p. 70. In Friuli i fittavoli pagano l'affitto o cambiano padrone. La gente delle Valli del Natisone, di fatto, nella ricorrenza di questa festività, scende numerosa a Cividale per vedere i carrozzoni dei saltimbanchi ed assaggiare i tipici e squisiti vini friulani: merlot, tocai, verduzzo ecc.

b) Un parlare infiorato di giaculatorie e di richiami al soprannaturale.

Diamo alla parola: giaculatoria il significato che le dà il Romani in "Enciclopedia del Cristianesimo" e lo Spiazzi in "Enc. Moderna del Cristianesimo": breve invocazione a Dio e ai Santi, impetratoria per ottenere un bene, deprecatoria per essere liberati da un male.

Ebbene: il parlare dei nostri Sloveni è permeato di tali invocazioni e di riferimenti alle verità di fede. Questo avviene quando parlano la loro lingua famigliare, perché quando usano altre lingue (siccome sono o sono stati emigranti ne conoscono parecchie) si adattano al rispettivo vocabolario.

Possiamo affermare che i loro convenevoli sono sempre accompagnati dal nome di Dio e di Maria SS. Espressioni tradizionali come: buon giorno! Buona sera! Buona fortuna! Sono seguite dalla giaculatoria (è la parola) Ti dia Iddio e Maria! Es. Dobro jutro, Buoh dî (= buon giorno ti dia Iddio); dobro srečo, Buoh dî an Maria! (= buona fortuna ti dia Iddio e la Madonna!).

Ad uno che starnuta si augura normalmente: salute! essi, invece dicono: Buoh pomaj! (ti aiuti Iddio!) A chi sta per partire si augura un buon viaggio; essi dicono: Buoh di srečno rajžo! Buoh s tabo, pred tabo an za tabo! (Dio ti dia un buon viaggio! sia con te, davanti a te, dietro di te!). Al saluto si risponde: Buoh dî o semplicemente Amen! (Dio lo dia! così sia!).

Il saluto che rivolgono al Sacerdote è il seguente: Hualjen bod' Buoh (oppure: Ježuš) an Marija! (Sia lodato Iddio opp. Gesù e Maria).

Il nostro "grazie", nella letteratura slovena, equivale a: hvala lepa! (come il tedesco: dankeschön); i nostri, invece, dicono cristianamente: Bohloni! (Iddio vi rimeriti). Il: buon appetito! La lingua letteraria slovena lo esprime con: dober tek! i nostri: Buoh žegni! (Dio benedica).

È morto il tale: pace all'anima sua, diciamo noi; essi Buoh se smil' čez njega dušico! (Dio abbia misericordia di lui!).

Essi si richiamano alla verità di fede quando dicono: Buoh je teu, Buoh je dau, za Buogam nič za strojt!, Buoh previda! (Dio ha dato, Dio ha voluto, dietro Dio non c'è nulla da aggiustare, Dio provvederà!).

A questo proposito torna alla mente un'espressione latina che concorda con le precedenti, mentre appare irriverente per la storpiatura del latino: Deus prevedèus (sic!). Ma essi si esprimono in buona fede e con tutta riverenza; con i medesimi sentimenti cantavano fino a poco tempo fa: Dije sila dije sjero (in luogo di: Dies irae dies illa) (17).

(17) Cfr. 11 Latino in bocca alla Gente, in: Le costumanze religiose di nostra gente, di A. CRACINA, pp. 33-34 e pag. 189 del testo. Fu detto a Pietro: - Tu sei uno dei discepoli di Cristo, la tua favella lo dimostra! - (Mt. XXVI). E intendevano fargli un rimprovero... Pensiamo che le poche frasi su riportate, dimostrino a sufficienza che la gente delle Valli del Natisone è fortemente attaccata al Cristo e lo sarà anche in avvenire se conserverà questo suo parlare cristiano. (18)

(18) (Cfr., o.c., A. CRACINA, p. 78). c) È un popolo che prega.

Non solo parlando, come abbiamo detto, il popolo slavo delle Valli del Natisone, prega; ma la sua preghiera la esprime anche con il canto, con espressioni sue particolari, in pubblico ed in privato, in famiglia ed in chiesa.

Preghiere personali. Dalle esperienze personali e dalle inchieste fatte, posso affermare che sono rarissimi quelli che anche oggi, non dicono le orazioni mattina e sera. Ordinariamente esse si riducono al Pater, Ave, Gloria ed il Requiem, sempre nella parlata locale fino al 1928.

Da quell'anno per disposizione dell'Arcivescovo Nogara, i Sacerdoti hanno cominciato ad insegnare la recita delle preghiere quotidiane anche in latino, e, per imposizione del governo fascista, nel 1933, anche in italiano. Dove la tradizione è rimasta più radicata sopravvivono altre preghiere di marca popolare come (pag. 184 del testo) la: Večerna molitu od sedan ključu (la preghiera serale delle sette chiavi) o il Te Zlati Očenaš (il Pater Noster d'oro). Esso è una lunghissima preghiera in rima, di cui si conoscono almeno quattro varianti e che ha un lievissimo riferimento al vero Pater Noster insegnatoci da Gesù.

Ne trascriviamo qui la più breve detta: Marsinski zlatiočenaš (Il Padre Nostro dorato di Mersino) Bom molila te zlati očenaš, (Reciterò il padrenostro d'oro,)
bom prosila mojega Ježuša (pregherò il mio Gesù,)
de mi da tri andgelce: (che mi mandi tre angioletti.)
Dan me bo spižu, (Uno mi porterà da mangiare,)
druh me bo vižu, (l'altro mi verrà a guidare,)
te treč, me parplje (il terzo mi condurrà)
t'u svet paradiž. (nel santo paradiso.)

Ne hanno uno simile anche i Friulani (v. pag. 91 del testo).

È opportuno, però notare che mentre le prime preghiere in dialetto friulano, a quanto ci consta, risalgono al XVI sec., quelle in sloveno, precedono: appartengo al XIV secolo e XV (20).

(20) Lo "Zlati Očenaš" si legge per intero in: Zbirka Ljudskih Nabožnih Pesmi (Raccolta di Canti Religiosi Popolari), del Sac. A. CUFFOLO; ms. conservato nella B.Cr. Le orazioni: Credo, Pater, Ave, in sloveno, sono riportate dal LEGIŠA in Zgodovina Slovenskega Slovstva (Storia della Letteratura Slovena), v. I, p. 174; e nel Regesterium B.V. Mariae de Monte, che si conserva nell'A.C.C. Il più antico Padre Nostro in friulano è riportato dal periodico friulano Int Furlane, settembre 1972, p. 2. Cito con piacere una recente scoperta in proposito che riguarda proprio gli Sloveni della Val Natisone.

Nell'Archivio Capitolare di Cividale e precisamente nel volume manoscritto dal titolo: Regesterium B. V. Mariae de Monte, nel settembre 1962 mons. G. Biasutti, bibliotecario arcivescovile, scoperse un foglio che risale al 1492, esso contiene i nomi degli iscritti alla Confraternita della B.V. di Castelmonte, abitanti nelle Valli del Natisone, e le preghiere del Credo. Pater, Ave nella loro lingua. Ne riporto il testo in appendice.

Preghiere familiari. Anche le anzidette si possono definire:
"familiari" perché recitate separatamente od in gruppo in famiglia; ma la preghiera per eccellenza che porta bene l'appellativo di "familiare" una volta di più, oggi di meno, è il Rosario.

I nostri recitano il Rosario ancora secondo la forma tradizionale: cinquanta Ave, cinque Pater, cinque Gloria, cinque Misteri gaudiosi, dolorosi, gloriosi, secondo il giorno. Il Rosario intero di 15 poste si recita solo il giorno dei morti (2 novembre) e nella "veglia del morto", la sera prima del funerale. La forma moderna suggerita da P. Rossetti: enunciare solo un mistero, meditarlo, aggiungervi una preghiera mariana e terminare con un canto, qui non è conosciuta.

Non si conosce neppure l'Ave dimezzata, cioè quella senza: Sancta Maria ecc., anche se l'Ave che essi recitavano nel 1492 comprendeva proprio solo la prima parte, come dal già citato Regesterium B.V. Mariae de Monte (21).

(21) Del nuovo metodo per recitare il Rosario, v. P. ROSSETTI, in: Il Rosario Rinnovato, Milano, Ancora, 1972, II ed. Per Ave Maria dimezzata s'intende la parte di essa che termina con le parole et benedictus fructus ventris tui Jesus. Così era la Ave M. fino al 1400; di fatto, termina così l'Ave in sloveno: sia quella del cosiddetto Celovski Rokopis (Manoscritto di Klagenfurt, 1362-1390), riportato dal Legima, o.c., p. 11; sia quella del citato Regesterium (1492). Gli storici attribuiscono a S. Antonino Arc. di Firenze (+1459) la II parte dell'Ave: "Sancta Maria" ecc.; v. ROMANI S. in Enciclopedia del Cristianesimo. p. 232; cfr. pure: La Chiesa nel mondo, n. 10, 1973, p. 39. I Misteri sono enunciati secondo il metodo tradizionale italiano o friulano, cioè dopo ogni decina di Ave. Gli Sloveni oltre confine li enunciano ad ogni Ave (22). (22) (v. Liber: Precum Cultus Publici Diocesis Goritiensis. pp. 80-82). Dopo le 50 Ave segue il Credo, la Salve Regina, le Litanie, il De Profundis e si termina con un canto eucaristico-mariano, il Častito, l'italiano Vi adoro (in Friuli ora quasi dimenticato).

Qualche anziana padrona di casa vi aggiunge dei Pater-Ave per certi defunti e conclude con l'antica formula: Pomo spato, z Buogam prebivat (andiamo a dormire e stiamo con Dio) a cui si risponde: Duor je z Buògam Buoh je ž njim (chi è con Dio, Dio è con lui) (23). (23) Quest'ultima breve espressione di preghiera è riportata in: CRACINA A., Costumanze Religiose di Nostra Gente, o.c., p. 17; se ne possono leggere altre, molto più ampie, riportate dal TURNŠEK in: Pod Vernim Krovom, v. IV, pp. 79-80. MENIS P. e MOLINARO R. affermano che le suddette brevi preghiere si riscontrano anche a Buia del Friuli in versione ladina. Altra preghiera familiare tradizionale è 1'Angelus (Angel Gospodu) che recitano nella loro parlata, al suono della campana grande a mezzogiorno e di sera (raramente di mattino). Alla sera vi aggiungono il De Profundis (Zglobočina), quando la campana suona per la seconda volta, che denominano: ura noči (= un'ora di notte).

Brevi, ma sempre belle preghiere familiari, sono i saluti che i nostri Slavi si scambiano andando a letto: Z Buogam! (Con Dio!); e alzandosi al mattino: Hualjen bod' Ježuš an Maria! (Sia lodato Gesù e Maria!).

A tavola, prima del pasto: Buoh žegni! (Dio benedica!); dopo di esso: Čast Bogu! (gloria a Dio!)

Preghiere pubbliche: definiamo così quelle preghiere che i nostri Slavi recitano quando, per particolari motivi, si trovano assieme; ci soffermeremo su due in particolare: La Novena di Natale e La questua dei morti.

Alla Novena di Natale non si partecipa andando in chiesa, ma nelle singole borgate, suddivise in gruppi di nove famiglie; se il numero eccede, si forma un altro gruppo il cui turno sarà l'anno successivo nella direttiva della piccola cerimonia, nel medesimo borgo. Partendo dalla supposizione che la Madonna e S. Giuseppe abbiano impiegato nove giorni per andare da Nazareth a Betlemme, le nove famiglie s'incaricano di dare loro ospitalità, a turno, una per sera.

La Sacra famiglia è rappresentata da un'immagine senza pregi artistici, discretamente incorniciata. Essa è portata in processione tutte le sere e rimarrà definitivamente nella famiglia ove giungerà l'ultima sera (24 dicembre) e sarà collocata su un altarino nell'izba (la stanza più calda), come le sere precedenti.

Ogni sera, alla cerimonia convengono tutti i borghigiani, con candeline accese o lanterne. Si recita il Rosario, poi la padrona di casa saluta la "Sacra Famiglia" (Si rivolge, però, solo alla Madonna), le chiede scusa se non la ha servita degnamente; affida, poi, l'immagine a due ragazze e l'accompagna, in corteo, con gli altri abitanti della borgata, verso la nuova famiglia ospitante: giunta sulla soglia, fa la consegna alla padrona.

Chi presenta e chi riceve lo fa con una formula tradizionale tanto patetica da commuovere veramente!

Durante la processione e dopo, si cantano le litanie lauretane e varie canzoni natalizie: il repertorio è veramente ricco! (24) (24) Della Novena di Natale si tratta diffusamente in due pubblicazioni di A. CRACINA, in: Costumanze Religiose di Nostra Gente, pp. 19-20; e in: Devetica Božična v Podutanski Fari, pp. 1-10. Ne parla anche CICERI A. in: Val Natisone, pp. 189-190. Dopo Natale la "devetica" continua con la recita del Rosario e con i canti natalizi, nella casa dove la Sacra Famiglia è giunta per ultimo, fino alla sera del 2 febbraio.

La questua dei Morti: altro motivo d'incontro a carattere religioso fra compaesani, senza, però, la presenza del Sacerdote ministeriale. Ci sono gli adulti, ma i bambini non mancano mai. E un percorrere tutto il paese e anche fuori, passando di casa in casa, tra il 30-31 ottobre, disposti in gruppo e pregando per le anime. Questa cerimonia è detta: brat hljepce za te dušice (mendicare il pane per le anime, in suffragio delle anime). Oggi gli oranti non ricevono più pane, se non raramente; ricevono, invece, denaro e derrate. Lo scopo è però, sempre religioso: suffragare i morti (25). (25) Cfr. CRACINA A.: Costumanze Religiose di Nostra Gente, p. 30. CICERI A.: Tradizioni popolari della Val Natisone e Convalli, in: Val Natisone. p. 189. Il pensiero di suffragare le anime dei defunti, con la preghiera e la elemosine, è profondamente radicato negli Slavi della Val Natisone e lo esprimono anche in altre circostanze, nelle domeniche delle Quattro Tempora (di felice memoria) con le cosiddette vilje = piccole offerte in denaro al Sacertote perché preghi per i defunti, e con la recita del Rosario nella casa del morto fino al giorno della sepoltura, con il pranzo nel giorno del funerale e nel settimo giorno dopo la morte del parente (sedmina).

L'uso del pranzo solenne nel giorno settimo, sta scomparendo; permane viva l'offerta caritatevole, in cibo o bevanda, a qualche bisognoso, in suffragio del morto, il giorno della sua sepoltura. Da notare l'uso di suonare a morto le campane tre volte al giorno fino alla sepoltura e alle volte per tutta l'ottava.

La preghiera liturgica. È la preghiera ufficiale della Chiesa, sia universale sia locale (26). (26) PODHRASKI G.V.: Nuovissimo Dizionario di Liturgia. pp. 312-314. L'autore precisa, però, che: "I pii esercizi del popolo, che si celebrano nelle chiese diocesane, si dovrebbero chiamare propriamente: sancta exercitia". La nota caratteristica della preghiera liturgica o preghiera della Chiesa, nelle Valli del Natisone, è il largo uso della lingua volgare slovena. Non sappiamo se S. Paolino d'Aquileia, il quale stabilì che il Clero Curato conoscesse la lingua del popolo, che insegnasse a pregare nella lingua del popolo abbia autorizzato quest'uso (27). (27) v. MADRISIO G.F.: Sancti Patris Nostri Paulini Patriarchae vita et opera,p. XIII. v. PODRECCA C. in: Slavia Italiana. p. 58. v. MARCUZZI, in: Sinodi Aquileiesi, p. 49. v. DE RUBEIS, Monumenta Ecclesiae Aquileiensis. colonna 400. Né sappiamo se i suoi successori, che ebbero contatto con i santi Cirillo e Metodio, abbiano introdotto l'uso del volgare slavo anche nella S. Messa. (28)

(28) Circa i rapporti dei santi Cirillo e Metodio con il Patriarca di Aquileia, è molto interessante quanto scrivono: il GRIVEC in: Slovenski Knez Kocel, p. 21; il MERELL, IN Sancti Cyrillus et Methodius, Vita et Opera, p. 22; il VAVRINEK, in: Cirkveni misie v dèjnach Veike Moravy, pp. 113-114; il POGAČNIK in: Il Patriarcato di Aquileia e gli Sloveni, p. 12. Però sappiamo che nelle chiese della Val Natisone, un tempo si usarono suppellettili liturgiche alla schiavona; che nel sec. XVIII era in uso, in queste Valli, il Messale ed il Breviario glagolitico: rito romano-lingua slava (29). (29) Cfr. le Visitationes degli Arcidiaconi del Capitolo di Cividale, fascicolo 1590-1597; la visita del canonico Michele Missio, Vicario Patriarcale, in: Le Parochiali di S. Pietro et S. Leonardo de Schiavoni 1599-1602. (Archivio Cap. di Cividale e Archivio Curia Arc. di Udine); e CRACINA A.: Costumanze Religiose di Nostra Gente, pp. 13-14. È noto anche che il Sacerdote usava lo sloveno in alcune parti della Messa: al Domine non sum dignus se distribuiva la comunione e nelle Preces imperatae da Papa Leone XIII. Due usanze che riguardano la Comunione dei fedeli meritano qui di essere ricordate. La prima, in vigore fino alla fine del sec. XVIII era quella di dare un sorso di vino subito dopo la Comunione.

La seconda, da me osservata a Vernassino fino al 1938: chi si accostava alla Comunione toccava la pianeta o la stola al sacerdote, faceva il segno di croce e poi riceveva la Comunione. Lo sloveno si usava anche nelle altre sacre funzioni, quasi completamente nell'amministrazione del battesimo e del matrimonio. Il popolo partecipava, cantando inni appropriati in volgare anche in determinati punti della S. Messa (30). (30)(v. PODRECCA C., o.c., pagg. 50-60 e CRACINA A., a pag. 37). Avevano, perciò una liturgia in volgare "ante litteram"! Oggi l'uso dovrebbe essere pacifico.

Esaminando certi molitveniki (libri di pietà) editi nell'ex Patriarcato di Aquileia e certi manoscritti di uso ufficiale chiesiastico, come Le Molitve za popoldansko Andoht (preghiere per la funzione pomeridiana) del secolo scorso, ho riscontrato, con grandissimo piacere, che nelle litanie lo Spirito Santo è sempre detto Resnični Buoh = Vero Dio. Il riferimento alla dottrina di S. Paolino, sulla divinità dello Spirito Santo, è evidente.

Una particolare devozione allo Spirito Santo si trova anche nel Katolicky Kancional (manuale di pietà in lingua cèca del 1869), però vi si leggono solo le Litanie dello Spirito Santo. Oggi l'appellativo: Resnični Buoh è scomparso dai manuali di pietà privati e pubblici sloveni, ma il popolo li usa ancora, cosicché la devozione allo Spirito Santo rimane ancora una caratteristica particolare del popolo slavo.

Anche i Cristiani Orientali Ortodossi hanno un alto concetto dell'essenza e del ruolo dello Spirito Santo nella Chiesa, dice Paul Evdokimov (in: Lo Spirito Santo nella Tradizione Ortodossa), ma una particolarità del genere la troviamo solo nella pietà di questi nostri valligiani, il che a mio modesto avviso, si deve attribuire all'evangelizzazione di S. Paolino e dei suoi Missionari (30 bis). (30bis) Cfr. MADRISIO G.F., o.c., p. 71 e CRACINA A., in: Devetica božična v Podutanski Fari, pag. 7. A proposito dello Spirito Santo troviamo un parallelo tra l'appellativo che Gli attribuiscono gli Orientali, come P. EVDOKIMOV (v. o.c.), e quello degli Slavi di Val Natisone. Per Evdokimov lo Spirito Santo è il Panagion, il tutto Santo, il datore d'ogni bene. I nostri Slavi non lo esprimono con un aggettivo, ma con una frase equivalente. Quando uno sta bene di salute e di quattrini, dicono: Ha tutti i doni dello Spirito Santo = Ima usè daruove Svetega Duha. Invece di uno che o non ha salute o è un povero in canna, dicono: Non ha neppur un dono dello Spirito Santo = Nima darù Svetega Duha. Ciò può ricordare l'invocazione che si legge nelle litanie dello Spirito S. del Katolicky Kancional dei Cecoslovacchi (Ed. di Olomouc, 1869, p. 469): Duchu, darce wssech darou wybornych = O Spirito, datore dei migliori doni! v. anche BULGAKOV S.: Il Paraclito, pag. 263. Il Canto Sacro; Abbiamo detto dell'amore delle popolazioni slave, in particolare di quelle delle Valli del Natisone, per il canto sacro in volgare e in latino. F. Ilešič (31). (31) (ILESIČ F.: Trubarjev Zbornik, p. 126) afferma che il canto sacro popolare è molto antico nella Chiesa di Roma, le cui prime espressioni furono le invocazioni: Kyrie elejson Christe elejson, come eco al canto del clero. Egli afferma che il popolo parlava la lingua greca e che furono chiamati poi col nome di "Kirieleinson" i canti sacri in volgare. Secondo M. Smolik (32). (32) In: Odmev verskih resnic v cerkveni slovenski pesmi, pp. VII-XV) dopo Roma fu la Germania ad iniziare il canto sacro in volgare e precisamente la Chiesa salisburghese che ebbe, assieme ad Aquileia, il primo contatto con gli Slavi dal sec. VIII. Riconosce, però, con l'Ilešič, che i primi grandi volgarizzatori del canto sacro popolare slavo furono i Fratelli Moravi, discepoli di Hus, che lo usarono nella traduzione dal tedesco. Seguono i Protestanti Slavi come Primož Trubar da Raščica, nel Cragno. Egli è l'autore del famoso: Catechismus in der Windischen Sprach' (1550) e dell'Abecedarium (1555); Sebastianus Krelj Iuri Dalmatin ed altri.

La prima raccolta stampata di canti sacri sloveni fra i cattolici, è quella del gesuita Lenart Pachernecker (1574); segue quella di fra Gregorio Alasia da Sommaripa dei Servi di Maria, stampata (vedi combinazione) proprio a Udine nel 1607 (33). (33) Il LEGIŠA ha fatto diligenti ricerche ed uno studio importante circa il canto sacro popolare sloveno, dalle sue origini fino al sec. XVIII. Cfr.: Zgodovina Slovenskega slovstva, v. I, p. 214 e p. 316. La Chiesa Slovena è stata, in seguito, sempre più feconda di tali pubblicazioni che vanno sotto il nome di Pesmarice. Ben presto questi canti religiosi in volgare sloveno, arrivarono anche in Val Natisone e diventarono geloso patrimonio dei suoi abitanti. Essi ne fanno ancora largo uso in chiesa e fuori chiesa, specialmente durante la Devetica (novena di Natale).
Le più note canzoni sacre popolari delle Valli in oggetto, sono:
Te dan je usegà vesejà; Na zapuoved je paršlà (natalizie) e Ježuš je od smarti ustu (pasquale). Numerosissime quelle mariane.

Gesti e Testimonianze devote. Ricordiamo, innanzi tutto, il segno di croce muto, che i nostri Slavi usano fare con il pollice della mano destra davanti alla bocca, quando sbadigliano; ampiamente, con la destra, quando passano davanti ad una chiesa o ad un'immagine sacra. Così pure si può vedere tracciare il segno di croce con il cucchiaio sulla scodella prima di iniziare a cibarsi o con il mestolo sulla pentola che bolle, con la frusta davanti al carro prima che esso si metta in movimento e scoprirsi il capo al suono dell'Angelus.

E le Testimonianze? Pensiamo di non far sorridere se citiamo le numerosissime edicole ai crocicchi delle strade. Sono edicole vecchie di autori anonimi, e nuove di questo secolo, per lo più fatte dal famoso pittore popolare friulano Giacomo Meneghini, detto: Jacum Pitor. Le croci campestri, le immagini sacre sui muri esterni delle case e delle stalle, le tre grandi Confraternite, presenti nelle tre parrocchie più antiche della zona: del Crocefisso, del Carmine e del Rosario.

A cui si devono aggiungere quella di S. Valentino ad Azzida e quella della Madonna di Castelmonte diffusa qui e in tutto il Friuli. Una menzione particolare merita la Pia Unione delle Figlie di Maria, detta qui: "Marijna Družba" che dalla fine del secolo scorso fino alla nascita dell' "Azione Cattolica" ha dato tante buone mamme alle famiglie e tante buone suore alla Chiesa. Sopravvive qua e là ancora, ed è ancora più sentita dell'Azione Cattolica.

d) È un popolo gentile ed ospitale.

Abbiamo raccolto e trasmettiamo, a questo proposito, voci del passato e voci del presente.

La Repubblica di Venezia. "Fideles nostri incolae montanearum et covallium Civitatis Forijulii, habito presertim respectu quod ultra quod sunt personae pauperes, sunt etiam illi soli qui suis laboribus et impensis curam et onus habent custodiendi angustias illorum passuum" (= Si prendono cura da soli ed a loro spese custodiscono i valichi di frontiera... di Pulfero, Luico, Clabuzzaro, S. Nicolò e Clinaz). Dalla "Lettera Ducale, 26 settembre 1492, al Luogotenente della "Patria del Friuli".

"Si confermano i privilegi degli abitanti delle covalli d'Antro e di Merso assicurandoli in ogni tempo della pubblica predilezione et Patrocinio (34). (34) PODRECCA C., Lettera Ducale al Luogotenente della Patria del Friuli, 8 Giugno 1715, in: Slavia Italiana, pp. 66-82; e Le Vicinie pag. 112. Izmail Sreznevskij filologo, archeologo, scrittore russo: "... la via migliore per arrivare alle montagne degli Slovegni è quella di Cividale a S. Pietro ed oltre, seguendo il corso del Natisone... Gli Slovegni sono di statura superiore alla normale... La loro fisionomia esprime ardimento e fiducia in se stessi contemporaneamente a bontà... Sono gentili ed ospitalissimi" (35). (35) IZMAIL SREZNEVSKij: Gli Slavi del Friuli, pp. 21-24. A riguardo merita di essere letto il grazioso episodio accaduto al canonico cividalese Gian Giacomo de Portis (1795-1874), pubblicato dal c.o Enrico del Torso, in: Ce Fastu?, 1927. Lo abbiamo letto nella rivista lubianese: Prostor in Čas, a. 1971, pp. 50-54, nella traduzione di P. Merkù. È il canonico stesso che descrive una sua gita, in compagnia di altri Prelati, alla chiesa di S. Giovanni d'Antro, ed è colpito, inizialmente dal gesto gentile di mamma Minca (leggi: Minza Menica). Essa, vedendo la comitiva impacciata nell'attraversare il Natisone, chiama il figlio Matevz (Matteo): questi, caricando ad uno ad uno i Canonici sulle spalle li trasporta all'altra sponda, li guida, poi, fino al paese, accontentandosi di un modesto grazie! Entusiaste lodi esprime poi il canonico al Sacrestano ed al Cappellano di Antro per aver ospitato, gratis et amore Dei, in casa loro, lui e i compagni di viaggio. v. anche PODRECCA C. in Slavia Italiana, pag. 82.

Carlo Podrecca, avvocato e scrittore cividalese, afferma: "I nostri Slavi sono generosi ed ospitali onde un Cividalese può percorrere giorni e giorni le loro montagne senza poter aver bisogno di spendere un soldo e quel che più è, senza tema di essere importunato per il ricambio agli ospitanti, quando essi affluiranno ai mercati di Cividale. E questa larga ospitalità viene fatta a tutti, anche a quelli che fanno loro del male. Lo sanno gli uscieri che, dopo eseguito un pignoramento, sono molte volte convitati dell'esecutato"(v. PODRECCA C.: Le Vicinie, pag. 112).

La stessa cosa esprime in: Le Vicinie, pag. 156: "Gli Italiani dovrebbero principiar a studiare questa gente del nostro Friuli ove la si ammira buona, in guisa che, per esempio, a Cividale ad onta dei quotidiani contatti e dei mercati settimanali, a memoria d'uomo, non si lamentò mai una baruffa tra Slavi e Friulani".

Da: Promemoria dell'Ente Provinciale per l'Economia Montana, marzo 1960, pp. 2-3: "È assiomatico, per ciò che concerne le Valli del Natisone, che gli abitanti hanno qui contribuito con la loro razza e le loro abitudini ed all'infuori delle condizioni generali proprie a tutte le popolazioni di montagna, a caratterizzare la zona ed a renderla unica nel suo aspetto... Sono di cuore, ospitali e gentili; ed è raro che incontrando un montanaro non vi rivolga il buon giorno (dobar dan) o la buona sera (dobar večèr) od anche la buona notte (lahko noč).

In loro è altissimo il sentimento religioso, tant'è che il Sacerdote, grazie all'ascendente che ha sulle anime, ha possibilità di azione anche nel campo morale religioso ed anche in quello agrario. La Cattedra Ambulante di Agricoltura, nelle sue molteplici manifestazioni, come ha chiesto e chiede l'ausilio dei Sacerdoti, ha trovato in essi il massimo appoggio ed interessamento."

Leone Comini, giornalista scrive: "Gli abitanti delle Valli del Natisone sono persone tranquille... Questa delle Valli del Natisone, è una gente semplice e meravigliosa. Ha saputo custodire, di generazione in generazione, usanze ed abitudini, serbando il meglio, per insegnamento, iniziativa, operosità ed onestà... Chi percorre oggi la Valle del Natisone, incontra paesi deliziosissimi, di una nettezza eccezionale, garbati e sereni come un abito femminile da dì festivo; case ornate da rampicanti, finestre allegre di gerani, orti assiepati di rose e di rosmarino.. Una gente brava e buona anche troppo". (36).

(36) Cfr. Vita Cattolica, 25/11 1972, p. 2. v. pure la Nota n. 4, pag. 157 del testo. Bontà d'animo, devozione, collaborazione, lealtà e rispetto anche verso l'Autorità in genere, verso lo Stato in particolare, sono documentate, tra le altre, nelle pubblicazioni che qui citiamo; Le Valli del Natisone vedette d'italianità di Cotterli; Il giubileo d'oro di don Pietro Cernoia e Nozze d'oro a Cosizza di Cracina A.

II - Caratteristiche Negative.

Accanto alle note positive che con soddisfazione abbiamo esposto, riguardanti gli Slavi della Val Natisone, ne presentiamo altre negative. Sorvolando sul passato, diremo solo quello che oggi si vede e si scrive al riguardo e sentiremo anche ciò che essi dicono di se stessi.

a) Alcoolismo.

Un articolo di fondo del "Dom", il Bollettino interparrocchiale delle Valli del Natisone, diretto dal Parroco di S. Volfango, afferma: "Uno dei fenomeni più impressionanti, che si è andato sempre più allargando e radicando nelle Valli del Natisone, è l'alcoolismo ed è uno dei più deleteri, sia per l'individuo che n'è colpito, sia per le famiglie e soprattutto per tutta la comunità delle nostre Valli" (Cfr. Dom, aprile-giugno 1970, p. 3).

Una conferma ed una deplorazione del fatto si legge pure nel già citato Promemoria - Valli del Natisone, p. 2. Riportiamo testualmente: "Timidi, pacifici, ma vivaci d'intelligenza, gli abitanti delle Valli, sono parchi nell'alimentazione e piuttosto amanti delle bevande alcooliche ad alto titolo... Dall'uso di esse traggono svantaggio fisico e morale".

Anche L. Comini (Cfr. Vita Cattolica, I., c. e pag. precedente n. 36) voleva, forse, alludere a questo quando scriveva: "Non è che lo Stato Italiano abbia dato un gran che a questa gente... Forse le spese statali nel complesso sono state maggiori nel mantenimento di forze militari, per il controllo di un'abitudinaria fabbricazione di grappa che, da secoli, questa gente era usata a fabbricare con pienissimo consentimento da parte della precedente amministrazione austriaca. Non certo per scopi commerciali o di lucro, ma solamente per resistere ad un clima invernale localmente niente affatto accaldato".

Il freddo invernale dovrebbe essere, dunque, una forte scusante. E l'attenuante anche per l'articolista del "Dom", il quale vi aggiunge: la miseria, la mancanza di svaghi, di ricreazioni al di fuori dell'osteria. Egli, però, lamenta la facile ed incontrollata (a suo giudizio) concessione di licenze per la vendita di vini e liquori (v. Dom l.c).

Per la verità dobbiamo, accennare alle numerose esortazioni contenute nella rivista slovena di pastorale: "Duhovni Pastir" contro l'ubriachezza. La rivista è conosciuta e letta dal Clero delle Valli del Natisone. Il citato articolo del "Dom" è pure una chiara testimonianza che il clero attuale continua la santa crociata in queste valli.

b) Superstizione.

Premettiamo che vogliamo dare a questa parola il significato che le danno i teologi.

Dal Dizionario di Teologia Morale di P. Roberti e P. Palazzini, vo. 11, p. 1643, si legge quanto segue: "La voce superstizione ha molte accezioni. Essa può significare la credenza che anima molte pratiche occulte; può significare il complesso di queste pratiche od anche le singole pratiche in particolare. In genere significa un vizio contrario alla virtù della religione per eccesso. E cioè, il peccato di chi attribuisce a Dio un culto sconveniente o dà un culto divino a persone o cose non divine. Culto non conveniente a Dio è, per es., cercare di cattivarsi il favore divino con formule di preghiera per favori temporali, con la promessa di infallibile successo. Questo si chiama culto vano e superfluo.

Ma si può rendere a Dio anche un culto falso, i cui atti sono menzogneri o per il loro simbolo o perché cose false sono usate in omaggio a Dio; come propugnare, come vere, profezie, miracoli, rivelazioni false; o il compiere riti religiosi se non si è persone qualificate ad hoc".

Scritti, inchieste e scoperte personali, hanno rivelato che nelle Valli del Natisone ci sono ancora tracce di superstizione. Ne hanno scritto tra gli altri:
L. D'Orlandi, (in Cefastu? Consuetudini e Credenze popolari, gen.-dic. 1957-1959, p.; N. Cantarutti, (in Cefastu': Credenze Sopravviventi in Friuli, gen.dic. 1964, p. 17); A. Ciceri, (in: Val Natisone: Religiosità popolare, p. 209); A. Cracina, (in: Costumanze Religiose di Nostra Gente: Un curioso rituale non approvato, p. 32); P. Merkù, (in: Sodobnost: Ljudje ob Teru, n. 12, 1968, p. 1251); M. Matičetov, (in La Leggenda di Giosafat e Barlaam, Udine, S.F.F. 1970. In: Le Conte et ies Conteurs Slovenes d'Aujourd'hui, in Le Livre Siovàne. Ed. L. Pravica, n. VIII, p. 136, Lubiana, 1970). Le relazioni di questi autori sono frutto di ricerche personali, quindi attendibili.
Riportiamo qui alcuni esempi di credenze e di atti superstiziosi raccolti da Don Pasquale Guion nella zona del Matajur, ma note in tutte le Valli del Natisone.

Il primo dell'anno nuovo, nessuna persona di sesso femminile deve entrare per prima in casa: porta sfortuna.
A Carnevale alle maschere bisogna fare un regalo per propiziarsi una buon'annata.
Se il venerdì santo si porta in casa della verdura, questa sarà infestata dalle formiche.
Non portare il fieno l'ultimo giorno di carnevale, altrimenti le pantegane rosicchieranno le corna e gli zoccoli alle mucche.
Se l'ultima domenica di carnevale si cuoce la polenta, le talpe recheranno danno ai prati.
Se il giorno di tutti i Santi (I nov.) si va a caccia, c'è pericolo di perdere la strada del ritorno.
Bisogna coprire il recipiente del latte mentre lo si trasporta: qualche persona malevola potrebbe farci la fattura.
Per eliminare i bitorzoli ("bradovice") dalle mani, si deve ungerli con una lumaca. Dopodiché si seppellisce la lumaca. Quando questa sarà marcita, anche i bitorzoli saranno spariti.
Non parlare di nidi di uccelli sotto il tetto di casa, se non si vuole che i piccoli (degli uccelli) muoiano prima ancora di nascere.
Se nel mettere a covare sotto la chioccia le uova, si estraggono queste dalla tasca del grembiule o del vestito, i pulcini non nasceranno.
Il bambino non cresce se si passa sopra di lui.
Non mettere in casa o fuori di casa il bambino attraverso la finestra: si impedirebbe la sua crescita. Per neutralizzare tale sbadataggine, bisogna farlo ripassare all'inverso per la stessa finestra.
Per guarire dall'orzaiolo ("ičimen") che si annida fra le palpebre, si deve fare tre volte un segno con la mano davanti all'occhio ammalato, come se la mano fosse un falcetto, ed altrettante volte sputare a lato.
Se l'orologio del campanile batte le ore nel mentre la campana piccola dà l'annuncio della morte di una persona, è certo che tra breve ci sarà un altro morto nella parrocchia.
Se la mucca non dà latte, si porta la crusca a benedire in tre chiese diverse; ma la persona che porta la crusca non deve parlare con nessuno durante il viaggio e neanche salutare i conoscenti. Per non aver paura del defunto, bisogna toccargli i piedi.
Non battere la scopa sopra una ragazza, altrimenti questa non si sposerà.
Se il 2 febb. c'è sereno: bue pasciuto, uomo affamato.
Se nel venerdì santo c'è il sole, ci sarà molto fieno.
Se il primo lampo, del nuovo anno, guizza a Nord, ci sarà grandine nell'anno.
Se una biscia ti schizza il veleno, recita il Credo e bagnati tre volte oltre lo spiovente della casa.

Altre superstizioni sono meno note.

Formule di scongiuro Contro Certe malattie.
Contro l'orzaiolo: tenere davanti all'occhio un'ascia e dire tre volte "via, via orzo selvatico!" e sputare tre volte.
Contro le infezioni del rospo: (si crede che il rospo, col suo contatto, produca delle infezioni sulla pelle), cercare un rospo, infilzarlo con la forca e poi gridare tre volte "vai, vai contaminatore!"
Contro i gonfiori: gridare tre volte la seguente parola (di significato oscuro) "Abot!" e aggiungere: "se sei nei nervi, va nelle ossa; se sei nelle ossa va nella carne; se sei nella carne, va nella pelle; se sei sotto la pelle, scappa via!" Ogni volta che si pronunciano queste parole si soffia sopra la parte malata.
Contro gli spiriti, dice il rituale (non approvato): - Quando ti compare uno spirito, digli subito: "Cos'ha detto Cristo nell'ultima cena?" Egli deve rispondere: "Ha detto pace a voi!" E tu chiedigli allora: "E tu perché non hai pace?" A questo punto lo spirito ti dirà cosa vuole. Se, però, non lo vedi, ma senti soltanto il suo rumore, digli: "Da parte di Dio dimmi chi sei." A queste parole ti deve dire chi è, poi tu gli parlerai secondo la formula anzidetta.

Le formule devono essere pronunciate non da chiunque, ma da determinate persone, per raggiungere lo scopo. Da notare anche il riferimento al numero tre: dire tre volte, sputare tre volte, soffiare tre volte.
Da ciò appare evidente che si tratta veramente di superstizione. Peccato? Oggettivamente sì, ma soggettivamente..., c'è tanta buona fede (46).

(46) Generalmente si attribuisce un potere magico ai primogeniti, specialmente contro gli uragani e la grandine. Essi debbono tracciare dei segni di croce nell'aria con una roncola senza, però, pronunciare alcuna formula speciale. Le formule su esposte sono tenute segrete e si insegnano soltanto a persone che ci credono (e non sono poche!). Riportiamo due superstizioni non di origine slava, ma importate.

L'epistola (salvacondotto) di Papa Leone IV.

È apocrifa ed è stampata alla macchia: ci si accorge subito alla lettura del primo brano. Titolo: "J.E.L. Epistola di S.S. Papa Leone IV mandata da un angelo al Re Carlo Magno Imperatore.

Si legge che la santità di Papa Leone IV mandò questa SS. epistola al Re Carlo Magno Imperatore nel tempo che si trovava alla battaglia per la S. Sede; ed ordinò ad onore di ognuno che facesse la copia e la portasse in dosso che ogni persona sarà salva, e chi la leggerà e porterà in dosso non gli potrà accadere alcun male né di giorno né di notte.

E sempre andranno bene i suoi negozi. Se qualche donna stesse in disgrazia con il marito, avendo questa SS. Epistola in dosso, bisogna che suo marito la torni ad amare. Se vi fosse qualche donna che non potesse partorire, mettendosi la presente in dosso partorirà subito e senza dolore... Se questa SS. Epistola alcuna persona l'avesse in mano, ne faccia copia e la conservi che poche copie se ne trovano... Queste sono parole, ovvero la lettera che mandò Papa Leone IV al Re Carlo Magno e la trovò stampata nell'archivio antico del suo palazzo nell'anno di nostra salute 1169: Erue sit + Amen. Deum erue in quamomni tempore te adoro + Erue Cristi afferat ad me Domine quidem me opprimat inimicus Christum nobiscum sit. Amen. Jesus Maria Joseph. Franciscus, Antonius, Jacobus, Andrea, libera me Joseph" ecc., ecc."(47)

(47) Questa epistola fu regalata allo scrivente da Dugaro Antonia di a. 60 da S. Leonardo nel 1940 (B. Cr.). Come si vede la storia, (Carlo M. morì nell'814 e Leone IV nel 963) la logica e la sintassi sono malmenate, ma l'occultismo e la magia hanno bisogno di questi sistemi per far colpo sulle anime semplici. Ne è prova anche la "Lettera di Gesù Cristo" che riportiamo a pag. 99-101.

La (pseudo) Indulgenza di Papa Giovanni XXII

Essa si riferisce alla venerazione dell'orma di un piede della B.V. Maria. Anzi, secondo le precise parole del documento stesso (si tratta dell'orma di una pianta di scarpa femminile su carta dura, di centimetri 20) (47 bis).

(47 bis) L'originale si conserva nell'A.P.S.L. La devozione al Piede della Madonna (meglio all'orma del piede) esiste tuttora sopra Cialla, sulla strada che va da Cividale a Castelmonte. Qui c'è una grossa pietra con l'impronta, appena riconoscibile, di un piede femminile. I pellegrini che vanno al Santuario di Castelmonte, vi sostano a pregare e i novellini vi depongono una crocetta fatta con stecchi raccolti ai margini della strada. Il sig. BLP ha riscontrato la stessa cosa a Monteaperta di Nimis. Egli scrive (v. Mess. Veneto, 12/2/1973, p. 3) che presso la chiesetta di SS. Trinità, c'è una località detta: Piede della Madonna. Ivi, sopra un masso di notevoli dimensioni, sta impresso, nitido come un sigillo, un piede destro di un'adolescente, che la gente venera come "piede della Madonna". Nella loro parlata: "Štanpenj Device Marije". "Giusta misura del piede della B.V. Madre di Dio, cavata da una scarpa della Stessa, che si conserva in un monastero di monache in Saragoza di Spagna. Papa Giovanni XXII concesse di guadagnare anni 8.700 a chi bacerà la detta col dire tre Ave Marie; confermato anche da Papa Clemente VIII l'anno 1605. Di questa misura se ne possono cavar dell'altre. Vivat Xstus; Vivat Deus, Vivat Jesus. Amor meus. Amen".

Questa, come la precedente, è una "devozione esotica", non fosse altro perché scritta in lingua italiana.

Ha pure trovato buon terreno nelle Valli del Natisone, la Catena di S. Antonio, simile, almeno in parte, alle due precedenti per i benefici che promette per l'impegno che impone. E, forse, la più difficile a scomparire. Sono passati, grazie a Dio, alcuni secoli da quel lontano 1588, quando quattro persone di Cravaro, frazione della Parrocchia di S. Leonardo, furono condannate per pratiche superstiziose e malefiche. Si trattò di Elisabetta Saculina e di suo figlio Mattia; di Stefano Vuola e di sua sorella Leuca, accusati di far nascere vermi nella farina, nelle uova e nel vino e di fare fermare il latte alle giovenche ed alle puerpere(48)

(48)(DE BIASIO V.: Fermenti ereticali in Friuli nella seconda metà del sec. XVI. p. 33). E' scomparsa, seppure da poco, l'epoca in cui si credeva all'esistenza di esseri mitici(49)

(49) CRACINA A.: Costumanze religiose di nostra gente. pag. 26) come lo škrat o škarifič (esseri malefici maschili) le torke e le krivapete (esseri malefici femminili) le vile e le vesne.(50)

(50) Cfr. i già citati articoli di D'ORLANDI L, CANTARUTTI N., CICERI A., MERKÙ P.: Vile = fate, Vesne = ninfe) E non c'è più neppure chi crede che, per ottenere immediatamente molto denaro, bisogna trovare un gatto tutto nero, portarlo di notte (a mezzanotte) lontano dall'abitato dove non possa giungere il suono delle ore o il cantare del gallo, come Anton Piščak di anni 85, da S. Leonardo raccontava allo scrivente. Però c'è chi, di solito nascostamente, usa ancora il "rituale apocrifo" di cui abbiamo parlato e "butta carte", cioè crede di scoprire segreti o di predire il futuro maneggiando le carte da gioco.

Mons. Angelo Cracina - GLI SLAVI DELLA VAL NATISONE

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