Fattori positivi e negativi

che hanno determinato la particolare spiritualità degli Slavi di Vai Natisone.
A nostro modesto parere, le cause che hanno prodotto quel determinato tipo di religiosità o di spiritualità che dir si voglia, che abbiamo riscontrato nel popolo slavo delle Valli del Natisone, sono molteplici; noi le riduciamo a sei: alcune decisamente benefiche e positive, altre negative o dannose.

1.-L’anima slava.

Accettiamo pienamente l’affermazione del prof. Zavalloni:
“Tutti gli uomini hanno una naturale predisposizione alla religiosità che, però, si manifesta in diverse forme” (71 Cfr. ZAVALLONI R.: Compendio di Psicologia Pastorale, pp. 54-60.)

Quale ne è il motivo?
Secondo il prof. De Mandato (71 bisCfr. DE MANDATO P., o.c., p. 39.)
la natura, cioè il principio intrinseco delle nostre azioni.

Sostanzialmente tutti siamo uguali, accidentalmente (in senso filosofico scolastico!) siamo diversi.
Di qui razze e lingue diverse.
E religiosità diverse.
I valligiani del Natisone sono slavi, di conseguenza, l’origine lontana del loro modo di andare a Dio, di configurarsi al Cristo, non può essere che quel tal modo di essere uomini, quel tal modo di essere indoeuropei che è l’essere slavi o sloveni; cioè:
l’anima slava.

Ci piace riferire, in proposito, giudizi di alcuni eminenti storici degli Slavi.

Sotto l’influsso del Vangelo, si svilupparono nei popoli slavi i felici doni di natura che li onorano: il senso vivo delle cose di Dio e l’indole generosa (7 È un giudizio di RENES J.,in Sancti Cyrillus et Methodius Vita et Opera, p. 120.

È tradizione che Paolino, Patriarca di Aquileia, decise di inviare ad essi sacerdoti slavi e che appena i nostri montanari udirono la spiegazione del Vangelo nella lingua dei santi Cirillo e Metodio, con grande facilità si convertirono alla nuova fede (73) Cfr. PODRECCA C., in: Slavia Italiana, p. 28; e P. PASCHINI, in: S. Paolino pag. 63.

Sembra che non solo nella Baviera invasa dagli Slavi, ma anche in Italia, nelle terre da essi occupate, sia penetrata pacificamente la religione cristiana. Infatti non ci sono preoccupazioni, a loro riguardo nè in Alcuino, amico di Paolino d’Aquileia, nè alla conferenza del Danubio (74 Questo afferma P. PASCHINI, in S. Paolino Patriarca e la Chiesa A quileiese alla fine del sec. VIII, p. 72.

II - L ‘ambiente naturale.

Il Gruden ci informa che gli antichi Sloveni vivevano in stretto contatto con la natura, tanto che la loro primitiva manifestazione religiosa fu l’adorazione del cielo e della terra. Tutte le forze della natura personifieavano la Divinità ed ogni fenomeno naturale era, per loro, una manifestazione di essa (75 Cfr. GRUDEN Vi., in: Zgodovina Slovenskega Naroda, i zvezek, p. 31.)

I teologi insegnano che si dimostra l’esistenza di Dio guardando e studiando il creato.
Essi definiscono “naturale” la cognizione di Dio acquisita in questo modo (76 Cfr. MANZONI C.: De Deo uno et trino, voi. IL, p. 34.
) Lo afferma anche la Bibbia.

Leggiamo, di fatto, nel libro della Sapienza: XIII, 1-9: “Dal creato si può conoscere il Creatore”.
E S. Paolo: Rom., 1-20, “Dio èinvisibile, ma lo si può riconoscere da quello che si vede”.

Gli Sloveni che popolano oggi le Valli del Natisone non vivono nella giungla di cemento delle nostre città, opera dell’uomo, ma in mezzo ai campi, ai prati, ai boschi, opera di Dio; non sotto il tetto di un capannone, ma sotto la volta del cielo sfolgorante di sole o pallidamente illuminato dalla luna e trapunto di stelle, da cui scaturisce spontanea l’ispirazione religiosa.
Ecco perchè il salmista esclama: “I cieli narrano la gloria di Dio e le opere da Lui fatte predica il firmamento (77 Cfr. NOLLI G., in: Lessico Biblico, p. 483.)

III - La professione.

È pur vero che la natura parla ad ogni uomo, al turista, al viandante, ma quanto più intensamente a chi vi è nato, vi dimora e vi lavora!

I valligiani del Natisone sono agricoltori ed allevatori di bestiame; dalla terra traggono sostentamento per se stessi e per i loro animali domestici; dalla terra vengono i loro modesti guadagni.

La loro professione, meglio di ogni altra, ha la possibilità di far comprendere la piccolezza dell’uomo di fronte alla grandezza di Dio; la debolezza umana e l’onnipotenza divina.
L’agricoltore, infatti, è alla mercè della pioggia, del sereno, del freddo e del caldo; fenomeni metereologici che incidono decisamente sulla semina, sul raccolto, e sulla stessa salute fisica dell’uomo.
Ecco perchè abbiamo rilevato un attaccamento così forte al calendario liturgico da parte dei nostri Sloveni della Vai Natisone e dei Friulani di montagna e di pianura.
Anche un Papa, scomparso di recente, figlio dei campi, ne sentiva la nostalgia pure da vecchio e ci tornava appena gli era possibile, almeno per qualche giorno: quivi gli sembrava di sentirsi più vicino a Dio. L. Masetti Zanini
(Cfr. L.M.Z., in: Giovanni XXIII e la vita dei campi, p. 9, 22, 28., ne ha raccolto le impressioni, ne riportiamo alcune.)

“Nel lavoro agricolo la persona umana trova mille incentivi per la sua affermazione, per il suo sviluppo, per il suo arricchimento, per la sua espansione anche sul piano dello spirito... È quindi un lavoro che va concepito e vissuto come una vocazione e come una missione: come una risposta, cioè, ad un invito di Dio a contribuire alla attuazione del suo piano provvidenziale nella storia; e come un impegno di bene ed elevazione di se stessi e degli altri e un apporto all’incivilimento umano.

“O la terra, la terra! quali, lezioni di vita può impartire! Com’è edificante pensare che Dio volle il primo uomo nella cornice serena di un giardino, affinchè lo coltivasse e lo custodisse. Com’è bello sapere che i riti più santi della Chiesa, diciamo i Sacramenti istituiti da Gesù Cristo, traggono dalla terra la nobile materia che diventa segno efficace della Grazia... Ecco poi tutte le benedizioni con le quali la Chiesa accompagna, con premura materna, il crescere dei frutti della terra e gli atti che li preparano.

“Come dire poi della predilezione con cui la Chiesa ha sempre seguito le buone genti della campagna? Grandi santi, eroici sacerdoti, ferventi religiosi e innumerevoli religiose hanno trovato nella loro famiglia rurale, il terreno propizio per sbocciare in un’altra vocazione”. Diremo, allora, con Papa Giovanni che sono frutto di questa religiosità rurale le 65 chiese, i 45 religiosi e i 32 sacerdoti che conta attualmente la Forania, di S. Pietro al Natisone
( Questi dati sono desunti dal volume: Sacerdoti, Religiosi e Religiose del Friuli nel mondo, E.A.C. Udine 1953; e da: Stato personale e locale del Clero dell’A rcidiocesi di Udine. Agraf 1966 e 1970.IV.)

IV - La prima evangelizzazione.

Ne ascriviamo il merito, come abbiamo detto, a S. Paolino di Aquileia (+802) ed ai suoi missionari. Storici valenti come il Rutar, il Grivec, il Trinko che hanno scritto dei nostri Sloveni, lo affermano decisamente. Si leggano in proposito le loro opere citate nella bibliografia di storia.

Il Paschini (È molto interessante, a questo proposito il cap. III, pp. 58-81.) in: San Paolino Patriarca: afferma che non possediamo documenti specifici al riguardo, però, possiamo trarre deduzioni attendibili dal cosidetto Sinodo del Danubio voluto da Pipino, proprio per beneficiare del consiglio dei Vescovi (c’era anche Paolino) sull’evangelizzazione dei pagani Avari e Slavi. E Paolino, che aveva gli Sloveni alle porte di Cividale ove si era trasferita la sede patriarcale, non poteva ignorarli.

Il Pogačnik (POGACNIK J.: Il Patriarcato di Aquileia e gli Sloveni, alle pag. 10 del quaderno 10 di Scuola Cattolica di Cultura, anno 1966, Udine, Agraf. Il Pogačnik traduce alla lettera e le unisce insieme le parole che Prešeren mette in bocca a Hogomila a pag. 155 e al sacerdote cristiano Paolino a pag. 158. V. Poezije doktorja Franceta Prešerna. Pri Slovenskem Knjižnem Zavodu, Ljubljana 1960. v. pure Nota 12, pag. 164-165 del testo.,)
afferma che, di Paolino evangelizzatore saggio e buono degli Sloveni, si parla anche nel maggior poema sloveno, in: Krst Pri Savici (= il Battesimo presso la Savizza) di Prešeren.

Le parole che il poeta mette in bocca a Bogomila, diventata cristiana sono le seguenti:

“Un uomo pio istruì gli uomini:
Che il vero Dio si chiama: — Dio della verità —Egli ama tutti come figli suoi.
Creò tutti per il santo Paradiso,
Siamo figli dell’unico Padre
E gli uomini sono tutti fratelli.
Dobbiamo amarci: ecco il suo insegnamento”.

Sopravvivono ancora tracce dell’opera di S. Paolino d’Aquileia in certe verità di fede da lui tenacemente affermate come quella che lo Spirito Santo è vero Dio, ribadita proprio nel Concilio Forogiuliese (Cividale), Spiritus namque sanctus verus Deus vere et propie Spiritus Sanctus est”.
(v. ELLERO G.: S. Paolino d’A quileia, pp. 20-30)


Questa verità di fede è ripetuta ancora, come si è detto,. dagli Slavi della Valle del Natisone, nelle litanie, benchè non la trovino più scritta nei libri di devozione (v. CRACINA A.: Devetica božična v Podutanski Fari, pag. 7

Perchè essi dicono il Credo sempre dopo la Recita del Rosario?
Noi diciamo perchè non è spenta, nonostante il logorio del tempo, la norma del loro primo Vescovo S. Paolino.
Di fatto nello stesso Concilio egli prescriveva: “Symbolum vero et Orationem Dominicam omnis Christianus memoriter sciat” .

I primi missionari di Paolino sono stati i Sacerdoti della Chiesa cividalese.
“Le tribù slave stanziatesi nel versante italiano, furono evangelizzate direttamente da Cividale; così pure quelle che occuparono la valle dell’Isonzo, durante tutto il Medioevo e furono così strettamente unite al Capitolo collegiato che inviava, come suoi Vicari, i Sacerdoti che avevano cura di quelle popolazioni” (v. PASCHINI, o.c., p. 79.).

Così si spiega perchè il Klinec dice che nelle Valli del Natisone e nel Goriziano: “Il Vangelo è venuto da Cividale” È così pure che si spiega perchè qui e là si usava il calendario della Chiesa Aquileiese.

Il Klinec è d’avviso che tra i primi missionari, tra i nostri Sloveni, fossero pure i Monaci dei monasteri di S. Giovanni al Timavo e di S. Gallo di Moggio (v. KLINEC R., in: Manja v Zgodovini Gorigke, pp. 18-22.). Lo ammettiamo, ma i più vicini alle Valli del Natisone erano quelli di Castelmonte e di Antro
(v. BIASUTTI G., in: Castelmonte, p. 37 e in: Proprium SanctorAquilejese. p. 6.). Di Castelmonte il Biasutti dice che la prima chiesa ivi eretta (sec. VII), era affidata al clero della prepositura, dunque comunità, di S. Stefano di Cividale.

Di Antro parla G.C. Menis (In: Sonderdruck aus ‘Der Schlern”, a. 1971, n. 45, p. 457.) come di una chiesa od oratorio monastico (sec. VIII). Perciò è lecito pensare che il Diacono Felice il quale nel 889 riceve in dono dal Re Berengario la chiesa ed i prati di Brischis e il casale di ; e il prete Lorenzo, suo predecessore, fossero stati i primi missionari di quelle terre
(v. COTTERLI, Le Valli del Natisone Sentinelle d’Italianità, p. 30.

Dai primordi dell’evangelizzazione nasce pure la grande devozione dei nostri valligiani alla Madre di Dio. Essi la nominano molto di frequente, unita al nome di Gesù, nei loro caratteristici saluti ed auguri e visitano annualmente i santuari di Stara Gora (Castelmonte); Sveta Gora (Gorizia) e Svete Višarje (Val Canale)
( v. KLINEC, o.c., ibid., e del medesimo: Zgodovinski Podatki o Ohlejskem in Gradežkem Patriarhatu. p. 3.).

Non è fuori luogo ricordare che la prima e la più antica chiesa di Cividale è dedicata a Maria SS. Assunta.

Da quanto abbiamo detto finora ci pare, perciò, accettabile la distinzione delle spiritualità, anche secondo le Scuole ed Istituzioni Ecclesiastiche, fatta dal Matanič, (v. MATANIC A.: Spiritualità Cattolica contemporanea e Vocazione e Spiritualitd.).
Per cui possiamo definire la religiosità degli Slavi della Vai Natisone; una religiosità aquileiese perchè è cividalese nelle origini.

V - La Pastorale che l'ha continuata.

Essa ha aggiunto un’altra caratteristica alla spiritualità dei vailigiani del Natisone: la possibilità di esprimerla in un modo ad essi familiare, cioè nella loro lingua slava.

Gli Sloveni della Vai Natisone salutano cristianamente, pregano devotamente, cantano deliziosamente nella loro parlata.

S’è detto pure che un tempo, fino ad un secolo e mezzo fa, usavano anche il messale glagolitico. Questo risulta non solo dalla scoperta del prezioso testo liturgico avvenuta l’anno 1973, nell’Archivio Parrocchiale di S. Pietro al Natisone (90), ma anche da testimonianze raccolte dallo scrivente tra la stessa popolazione, e dall’uso, in parte, della lingua slava nella celebrazione della S. Messa e nell’amministrazione di certi Sacramenti (Battesimo, Matrimonio), prima del Vat. TI, dall’uso di certi paramenti liturgici detti “alla schiavonia”

(Si tratta, per la precisione. di un Messale e di un Breviario in glagolitico rotondo o croato, proveniente da Ochrida (Macedonia). Il primo è del sec. XVIII e il secondo del sec. XVII. Si sapeva da tempo della loro esistenza, ne parlava spesso il dotto Don Cuffolo, parroco di Lasiz (+1959) ma era vietato farne ricerca, C’è voluta la bontà del Parroco di S. Pietro al Natisone, Mons. F. Venuti e la diligenza del sac.ti Don Cencig, Parr. di Tribil di Sopra e di Don Kragelj, Parr. di Liga (Jugoslavia), per portarli a conoscenza del pubblico.)

(cotte, camici) e di certe suppellettili chiesastiche (lampada del SS. mo, pile di acqua santa, tabernacolo del SS.mo) e dal curioso rito alla S. Comunione: dare un sorso di vino a colui che ha appena ricevuto la Comunione (v. Cracina A.: Costumanze Religiose di Nostra Gente, p. 14.).
Questo rito ci fa pensare alla concessione di Papa Paolo IV alla Stiria, Carniola e alla Carinzia di ricevere la S. Comunione sotto le due specie, per impedire che il popolo ricevesse la Comunione dai preti protestanti che ne facevano largo uso (14 luglio 1554).

Tuttavia, l’8 Giugno 1566, la concessione fu poi revocata da S. PIO V a seguito dell’insistenza del Patriarca d’Aquileia Giovanni Grimani.
La distribuzione del vino, subito dopo la S. Comunione, a S. Leonardo, in Val Natisone, durò fino alla fine del 1700 circa (v. PASCHINI P.: Eresia e Riforma in Friuli, p. 32 e Cracina a., o.c., p. 14.).
A chi si deve l’introduzione di queste pratiche religiose?
Al clero cividalese?
Il Paschini (v. S. Paolino Patriarca, p. 79; v. pure CRACINA A.: Antiche preghiere popolari Slovene del Santuario di Castelmonte, pagg. 17-19.) ammette che a Cividale, fin dai tempi della prima evangelizzazione degli Slavi si conosceva la parlata slava. Probabilmente furono tradotte in sloveno, per prime, le orazioni usuali: Credo, Pater, Ave, come risulta dal Regesterurn B. V. Marie del Monte di cui si è parlato, ma non è possibile stabilire, per ora, una data fissa che segni il tempo in cui lo slavo era usato anche nella Messa.

Probabilmente di questo si sono occupati i pastori che vennero dopo i primi missionari. Noi pensiamo ai santi Cirillo e Metodio. e poi ai Sacerdot i slavi dell’Istria, della Valle dell’Isonzo, della Carinzia e poi delle Valli del Natisone, quasi unici curatori di anime in questa zona fino al 1933 (v. Elenco dei Vicari Curati e dei Cappellani, in: A.P.S.L. e in: A.P.S.P.; v. pure SMOLIK M., o.c.). I santi Cirillo e Metodio certamente non hanno percorso le Valli del Natisone, per evangelizzarle, ma hanno beneficamente interferito: osiamo affermano in base ai documenti che possediamo.

Citiamo per primo Il Grivec (In: Slovenski Knes Kocelj, pp. 61-69.compagnati dal loro amico: Koce~ duca di Carintia, fino ai confini del patriarcato e quivi indirizzati a percorrere la strada romana che portava a Roma, passando per il Friuli. Era loro interesse incontrarsi con il Patriarca di Aquileia perchè la stessa gente slava che abitava la Pannonia e la Carinzia, aveva diramazioni anche nel Friuli ed era soggetta al Patriarca d’Aquileia; ed i due Santi avevano bisogno del suo appoggio anche contro le molestie del clero tedesco. Il quale era presente nella loro sfera pastorale per evangelizzare, ma anche per tedeschizzare quelle popolazioni ed era contrario alla liturgia slava).
Egli afferma che i due Santi debbono aver avuto contatti con Aquileia per la questione della liturgia slava e della predicazione. Nel loro viaggio a Roma onde ottenere il “placet” per l’uso dello slavo nelle sacre funzioni, furono ac

Dopo l’incontro con il Patriarca d’Aquileia, proseguirono per Venezia, ivi fecero una sosta di parecchie settimane per discutere, con quel clero, intorno alla loro riforma pastorale e liturgica (traduzione della Bibbia in slavo e suo uso liturgico); poi proseguirono per Roma.

Va detto che a Venezia si pensava un po’ come a Salisburgo, che cioè la Messa in slavo umiliasse la Messa in latino.

J. Merell
(Sancti Cyrillus et Methodius. Vita et Opera, p. 22.)
riferisce che a Venezia i due santi trovarono molta opposizione circa la loro nuova prassi liturgica, ma Cirillo, con le sue chiare e profonde argomentazioni, citando S. Paolo (Filip. 11, Il “Ogni lingua proclami che Gesù C. è Signore”) e con altri passi della Bibbia, confuse i suoi contradditori.

Il Merell afferma, inoltre, che Cirillo e Metodio giunsero a Venezia percorrendo la strada romana che da Emona (Lubiana) si inoltrava verso Forumjulii (Cividale) e Aquileia e proseguiva per Venezia.

Lo storico cecoslovacco V. Vavi~inek
(In: Cirkveni Misie v déjnach Velke Moravy, pp. 113-114.)
precisa che l’incontro col Patriarca aquileiese Lupo avvenne nel giugno dell’867 a Cividale, dove era stata trasferita la sede patriarcale già nel 734 dal Patriarca Callisto.

Lupo inviò a Papa Nicolò I una lettera in cui lo informava dell’arrivo dei due fratelli e si diceva favorevole alla loro liturgia slava, sebbene prima avesse fatto le sue riserve sull’istituzione di una Diocesi slava autonoma.
È impossibile che in quel convegno non si sia parlato di una prassi pastorale e liturgica da usare con gli Sloveni, compresi quelli delle Valli del Natisone.

Noi pertanto osiamo ascrivere anche ai Santi Cirillo e Metodio il merito di aver creato il tipo di religiosità che si manifesta nelle popolazioni delle Valli del Natisone: quando pregano, cantano le lodi a Dio e alla Vergine SS. nella loro parlata slava.) precisa che l’incontro col Patriarca aquileiese Lupo avvenne nel giugno dell’867 a Cividale, dove era stata trasferita la sede patriarcale già nel 734 dal Patriarca Callisto.

Lupo inviò a Papa Nicolò I una lettera in cui lo informava dell’arrivo dei due fratelli e si diceva favorevole alla loro liturgia slava, sebbene prima avesse fatto le sue riserve sull’istituzione di una Diocesi slava autonoma.

È impossibile che in quel convegno non si sia parlato di una prassi pastorale e liturgica da usare con gli Sloveni, compresi quelli delle Valli del Natisone.

Questa prassi, cominciata dalla Chiesa Patriarcale Aquileiese, è proseguita da quella Arcivescovile Udinese che manda in questa zona per cura d’anime, in prevalenza clero slavo o comunque conoscitore della lingua slava: clero esemplare.

La storia ecclesiastica dei 1200 anni di Cristianesimo nelle Valli del Natisone, registra due soli Sacerdoti che abbiano contristato la Santa Madre Chiesa: un prete apostata del sec. XVI, ed un prete ribelle nel sec. XIX
(Del prete apostata parla il GUERRA in: Otium Forojuliense. v. XXIII, p. 510; per conoscere chi sia il Prete ribelle, v. RINALDI C., in: Chiesa e Risorgimento in Friuli nella Contestazione del Vogrig.).

Segnala, invece, con compiacimento, molti che l’hanno onorata.
Ricordiamo solo alcuni:

Don Pietro Podrecca (+1890), Pastore, poeta e agronomo.
Mons. Luigi Faidutti (+1931), sociologo, politico e diplomatico.
Giovanni Trinko (+1954), filosofo, sociologo, musicista, naturalista, scrittore valente, per molti anni professore di Filosofia nel seminario di Udine.
Don Antonio Cuffolo (+1959) accurato raccoglitore di memorie e tradizioni popolari slovene.
Mons. Giovanni Petricig (+1964), pastore zelante, anima di grande vita interiore.
Don Giuseppe Cramaro (+1975) dotto ed intrepido difensore dei diritti della Chiesa contro il fascismo
(v. L ‘attività del partito popolare friulano. Vienna, Herold, 1918.
v. Trinkov Koledar, annate 1955-1965,
BEINAT S.- LONDERO P.: Luigi Faidutti:
e A. BONETTO: Don Giuseppe Cramaro, pag. 256, pag. 197 del testo.
Il bollettino parrocchiale di S. Leonardo, annate 1957-1965.
CAUCIG P. mons. Luigi Faidutti sociologo e diplomatico.


Don A. Cuffolo è ritenuto il prete che personifica il “Capellano Martin Cedermac” protagonista del famoso romanzo storico omonimo, di F. Bevk (100).).

E due benemeriti anche in campo socio-economico: mons. Giuseppe Gorenszach (± 1950) e
don Giovanni Guion (± 1970), creatori di casse rurali, di cooperative e di latterie.

Don A. Cuffolo è ritenuto il prete che personifica il “Capellano Martin Cedermac” protagonista del famoso romanzo storico omoni­mo, di F. Bevk (100)
in Kaplan Martin Cedermac, Trst, Gregorčičeva Založba, 1946. Tra i sacerdoti che hanno onorato le Valli del Natisone, senza però aver esercitato la cura d’anime, possiamo annoverare un personaggio ben noto fra i filosofi di etica: Jacopo Stellini somasco, morto a Padova nel 1770. Qualcuno fin dal secolo passato, Io ha detto nativo di Cividale; v. il Messaggero Veneto, 28/6/1949. Il Gazzettino, 1/7/1949; Stele di Naddl, 1970: DAMIANI P., in: Jacopo Stellinj, Udine, Agraf 1970.
Ma a nostro avviso nessuno ha potuto ancora confutare l’articolo di G. MARCHETrI in: Patrie dal Friul, 1-IS luglio 1949; egli, documenti alla mano, dimostra che Stellini è nato a Tribil di Sopra (S. Leonardo) il 18/7/1669. v. pure PODRECCA dott. D. Antonio: Della patria di Jacopo Stellini, Tip. Prosperini. Padova, 1871.

VI La politica che li ha governati.

Se la religiosità degli Slavi della Vai Natisone manifesta le tipiche caratteristiche già descritte (non abbiamo la pretesa di aver detto tutto ai riguardo) c’entra anche la politica: la veneziana, la liberale, e la fascista.

a) La politica di Venezia.

La Serenissima in una disposizione dell’il giugno 1788, si esprimeva nel seguente modo; “La Schiavonia - (Slavi delle Valli del Natisone) è come una nazione diversa e separata dal Friuli e si governa da sé” (v. PODRECCA C., Slavja Italiana, p. 66.).
Essa rese i nostri valligiani autonomi, ma alquanto isolati, per cui poterono mantenere le loro tradizioni, ma non li arrichì di cultura.

b) La politica liberale Italiana.

Nel plebiscito dell’anno 1866, gli Slavi del distretto di S. Pietro, votarono nel seguente modo: “Dichiariamo la nostra unione al regno d’Italia sotto il governo Monarchico Costituzionale di Re Vittorio Emanuele Il e dei suoi successori.”

Il nuovo regio governo si preoccupò subito di sopprimere il Distretto, di S. Pietro e di assoggettare i nuovi cittadini a quello di Cividaie (lo erano pure al tempo di Venezia), e d’istituire a S. Pietro un Istituto Magistrale anche per estirpare la lingua slava (v. PODRECCA C., o.c., p. 126.)
Ciò portò un vantaggio culturale, ma un impoverimento spirituale. È pacifico che le tradizioni religiose sono legate anche alla lingua.

e) La politica fascista.

Dal: Libro Storico della Parrocchia di S. Leonardo degli Slavi, 15 agosto 1933.
Scrive Don G. Gorenzach. Parroco dal 1919 al 1939, poi Canonico del Capitolo di Cividale (±1950).

“Oggi il Parroco, alla I Messa lesse in italiano quanto segue. Ieri sera sono stato chiamato nella caserma dei RR.CC. (= reali Carabinieri) di S. Leonardo dal Sig. Tenente di detta arma e da esso ebbi ordine — a nome di S.E. il Prefetto di Udine — di parlarvi da oggi in poi, in lingua italiana. In italiano le prediche, i catechismi e la Dottrina Cristiana ai fanciulli. È data facoltà, fino a nuovo ordine, di riassumere in lingua vernacola, quanto prima si dice in lingua italiana. Devo dirvi, infine, che tutti i Catechismi Sloveni sono sequestrati...”

19 agosto 1933. “Oggi il Vicario Arciv. di Udine comunica al Parroco di S. Leonardo degli Slavi che a Cappellano Parrocchiale èstato nominato don Ascanio Micheloni da Buttrio. Egli è quindi il primo cappellano che entra nella nostra Slavia senza aver la più piccola nozione della lingua slovena: la sola parlata dalla stragrande maggioranza della popolazione. La nomina è logica conseguenza degli ordini dati dal Tenente dei Carabinieri
( Don Micheloni però ha cercato di apprendere al più presto la parlata locale.1110 i Sacerdoti che hanno fatto il reclamo si sono dimostrati abbastanza passionali.).
In data di ieri, il Vicario di S. Pietro al Natisone, scrive al Parroco che S.E. Mons. Arcivescovo ad evitanda mala maiora, ordina di fare le prediche in italiano, anche il catechismo e poi spiegarlo, se non fosse capito, in lingua slovena. Roma ancora non si è pronunciata, quindi, nell’attesa faremo come sopra.
31 ottobre 1933.
“A risolvere la questione intervenne Mons. G. Pizzardo, della Segreteria di Stato di S.S. il quale in data odierna scrive a S.E. l’Arcivescovo di Udine (Mons. G. Nogara):

Eccellenza Reverendissima,
la risposta alla nota questione è la seguente:
I° si userà un po’ di tolleranza circa l’istruzione dei fanciulli.
II° la predicazione agli adulti dovrà essere fatta in italiano, non è permesso nessun riassunto.

Con rispettosi omaggi.
Suo devoto in Xsto
± G. Pizzardo Arciv. Tit. di Nicea”

Da notare che dopo il veto ed il sequestro dei catechismi da parte della autorità fascista, era cominciato un rigoroso controllo, da parte dei Carabinieri sulle famiglie e nelle chiese perchè non si pregasse, nè si cantasse più in sloveno.
Furono, subito diffidati padri di famiglia e Sacerdoti che avevano creduto di poter continuare le loro devozioni private e pubbliche, secondo la prassi usuale. Per cui due coraggiosi Sacerdoti: Don Cram aro, Parroco di Antro e Don Natale Zufferli, Parroco di Codromaz, si presentarono all’Arcivescovo e lo convinsero a recarsi a Roma con loro, per informare la S. Sede
(Il capo del governo, d’allora era Benito Mussolini fondatore del Fascismo. v. Il Promemoria del sac. Giuseppe Cramaro, in Appendice, pag. 250-258.).

La deputazione non potè parlare direttamente con il S. Padre Pio XI, ma solo con Mons. Pizzardo, con l’esito che abbiamo riferito.

Con tutto ciò, pur conservato il dovuto rispetto all’Arcivescovo, i Sacerdoti non si adattarono subito all’imposizione politica. Intervennero allora i gerarchi del partito e per essi il Segretario del Fascio del Mandamento di Cividale.
Questi, accompagnato dai carabinieri, si recò a domicilio dei Sacerdoti e presentò loro il dilemma: o rinunziare all’uso delle sloveno nel sacro ministero o accettare il trasferimento ad altra forania. I Sacerdoti si dichiararono ossequienti, salvo la obbedienza al Vescovo.

Dopo la descrizione di questi fatti, Don Gorenzach conclude:

“In seguito alla soppressione della lingua slovena nelle chiese, si sospese la recita del S. Rosario, che era consuetudine recitare nei dì festivi, prima della Messa parrocchiale. Per lo stesso motivo si sciolse la “Pia unione delle madri cristiane”. Sul finire dell’anno, per imposizione dell’autorità politica, si soppresse completamente l’uso dello sloveno anche nelle preghiere e nei canti. Il buon popolo protesta sommessamente presso i Sacerdoti, ma nessuno si azzarda ad alzare la voce per rivendicare il più naturale e santo diritto di ascoltare la parola di Dio e di dargli lode nella lingua materna
(GORENSZACH G.: Libro Storico della Parrocchia di S. Leonardo, anno 1933; v. anche OSNJAK J.: Pod Matajurjem. pp. 129-135. Precisiamo che c’è stata sì una protesta ufficiale: quella del Podestà di S. Leonardo, cav. Pio Carlo Feletig il quale nel Natale seguente volle che si cantasse in chiesa il tradizionale inno “Te dan je usegà vesejà” contro la volontà del maresciallo dei Carabinieri.).

L’autorità ecclesiastica non si espresse più ufficialmente in merito, non alla caduta del fascismo, e neppure a guerra finita, quando movimenti neo-fascisti, come quello del “Il Incolore” (1945-46), criticavano e offendevano quei sacerdoti che avevano ripreso, di loro iniziativa, le vecchie usanze. Solo quando lo “sciovinismo” fu portato sulla stampa nazionale, si ebbe la reazione dell’Arciv. Mons. No-gara.

Egli in una lettera pubblicata, sul settimanale diocesano Vita Cattolica del 17 maggio 1950, dal titolo: “Per l’onore del Clero”, rintuzzò l’accusa di anti-italianità rivolta a quei Sacerdoti
(v. CRACINA A.: Il Giubileo Sacerdotale di Don Pietro Cernoia. p. 19. v. anche Nota 8, pag. 159 del testo.).
Era, la protesta di Mons. Nogara, una approvazione ufficiale, indiretta della pastorale seguita dal Clero delle Valli del Natisone? Così almeno fu interpretata. Ma precisazioni e direttive ufficiali sul ripristino della lingua slava nel culto non ci sono state: fino al comunicato di S.E. Mons. Battisti del 25 marzo 1976. Vedi in Appendice, pagg. 266-267.

A che cosa, allora, è dovuta la sopravvivenza di una spiritualità che onora la gente delle Valli del Natisone? Alla loro volontà tenace, alle loro profonde convinzioni religiose
(v. PODRECCA C., o.c., p. 28 e MUSONI F.: Tedeschi e Slavi in Friuli. pp. 7-21.).

Virtù e difetti caratterizzano ogni popolo. Per gli Slavi delle Valli del Natisone, da quanto abbiamo detto, come per tutti, vale l’espressione paolina: “Tutto concorre al bene per coloro che amano il Signore” (Rom., VIII, 28).
Angelo Cracina
Gli Slavi della Valnatisone

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