STRADA DEL PULFERO E CONFINI

L'importanza del valico di Stupizza era nota perfino a Napoleone
Avendo in altro capitolo nominati i passi ed i confini, cura passata della Repubblica veneta e prossima futura (speriamolo) del Regno d'Italia, sarà prezzo dell'opera uno speciale discorso sugli stessi.

E dei passi mi limiterò al più importante, cioè alla strada del Pulfero, la quale era aperta ai barbari calanti in Italia ancora prima dell'altro valico della Pontebba.

Questa strada è segnata dalla natura lungo il corso del Natisone e la gola dei monti che fiancheggiano la valle di S. Pietro.

Sotto i Romani la si chiamava Belloja (forse da bellum, guerra), partiva colla Gemma da Aquileja per la porta Aquilonare, progrediva colla Carnica e passando per Forogiulio metteva al Pulfero, da cui in seguito prese il nome, indi a Caporetto e finalmente nel Cragno, ove, attraversando 1' austriaca regione, si dirigeva fino al Danubio.

Questa strada fu sempre custodita e fortificata militarmente.

Per circoscrivermi agli ultimi tempi ed al tratto percorso nella Slavia italiana, rilevo: che sopra il villaggio di Loch si chiama ancora Parguardi il sito dove i nostri montanari facevano per turno la guardia alla strada; che tutta la campagna di Brischis si dice Tapenopuoje, dove gli Slavi più volte combatterono; che sopra S. Pietro la campagna porta il nome di Taborna, perchè ivi si piantava 1'accampamento degli Slavi detto Tabor, loro antico Dio della guerra.

Sbucando la strada sull'aperto piano, trovava parati a proteggerla due castelli, 1'uno a ridosso della collina sovrastante a S. Pietro, 1'altro sull'opposto monte di Vernasso.

Finalmente nei pressi del ponte di S. Quirino un terrapieno di difesa correva da Azzida a Vernasso.

Sino dal secolo XVI Girolamo Sarvorgnan, il più grande capitano che vanti il Friuli, ammoniva: "Dico adunque che tre sono le strade principali per le quali gli Alemanni possono discendere al piano di questa patria - l'una per Gorizia, l'altra per Cividale, e la terza per Gemona- e così come da un tronco d'albero nascono diversi rami, così da ciascuna di queste derivano diverse altre strade che vanno in Alemagna per diverse strade e Canali."

Un altro grandissimo capitano, Napoleone, scriveva nel marzo 1806 al figliastro Eugenio:

"Mandate a Marmont che faccia farà ricognizioni da Palmanova sino a Cividale e Caporetto. Non ho più sott'occhio queste località, che pure un tempo ho ben conosciuto; però, per quel tanto che me ne ricordo, parmi che qualora si esca da Gorizia e si ascenda la vallata del1'Isonzo, non vi ha altro sbocco sopra Udine che da Caporetto per la grande strada di Cividale; da Venzone cioè a dire per Osoppo; e finalmente da Gradisca, cioè per Palmanova. Se la cosa sta così, mia intenzione sarebbe di avere una fortezza sulla strada da Udine a Caporetto.

È dunque necessario che Marmont riconosca il paese e scelga il luogo. Questa non sarebbe una piazza di deposito, ma una fortezza che compirebbe il sistema difensivo della vallata, ed a tal uopo, abbisognano località apposite. Se fosse impossibile trovar un luogo che chiuda a Caporetto, in allora un semplice forte in una buona posizione, e possibilmente prossimo alla frontiera nemica, potrebbe bastare; questo forte signoreggiando la grande strada, turberebbe le posizioni dei nemico, le sorveglierebbe e servirebbe di opportuno magazzino ai corpi acquartierati alla difesa dello sbocco di Caporetto."

Rispondeva il vicerè Eugenio all'Imperatore:

"La vallata del Natisone, da Robig sino alle circostanze di Berzo, offre parecchie posizioni ad un corpo di truppe che avesse carico di difendere il passo; Stupizza è una delle migliori; ma non ne vidi alcuna che comprendesse la località che si richiede, come e. g., un'eminenza isolata a metà della valle, che la possa chiudere, senz'essere da una maggiore altura dominata. V'hanno a ciascun passo buone posizioni per una divisione: ma tutte le eminenze sporgenti, su cui potrebbonsi stabilire alcuni Forti, sono congiunte a montagne che pienamente le signoreggiano.

Bisogna adunque, per chiudere la valle, scegliere il luogo più stretto di essa e stabilire un buon Forte a mezza china, che abbia più sotto qualche batteria, e tre fortini al disopra, che coronino le montagne sovrastanti. Le circostanze di Brischis o di Pulfero inferiori, sembrano in tal caso da preferirsi. Il Generale Marmont fu incaricato di far levare uno schizzo esatto di questa vallata; gli ufficiali del Genio della sua armata sono presentemente occupati intorno a questo lavoro."

Tanto a dimostrazione della primaria importanza della strada del Pulfero. Passo ai confini.

Il più volte citato Girardi, a pag. 7 del Vol. II osserva "che i monti della Schiavonia alla Contea di Gorizia ed alla Carinzia congiungonsi" ma alla successiva pag. 11 ammette esistervi pure una linea marcata fra la Carinzia ed il Friuli." E questo è importante, e lo avverte anche un occhio profano dalla vetta del Matajur, poichè mentre i nostri monti sono generalmente ubertosi, appuntiti e con dolce pendio, la contrapposta catena del Krn, in Carinzia, si rizza quasi perpendicolare, nuda e colle cime merlato a guisa di pettine.

Questo per la natura. Per la storia poi, narra il Litta nella sua opera delle famiglie illustri, che il conte Michele della Torre, canonico della Collegiata di Cividale, ebbe nel 1805, per incarico del Governo italico, a dettare una Memoria intorno alla rettificazione divisata dei confini del Friuli. Di questa scrittura, la quale forse esiste negli archivi di Parigi, non si potè avere altra notizia.

Certo si è che nella Convenzione addizionale, 10 ottobre 1807, al trattato di Presburgo, fra i plenipotenziari francesi ed austriaci fu pattuito:

" Art. 1. Il corso del fiume Isonzo incominciando dal suo sbocco nel Golfo Adriatico sino rimpetto al villaggio di Cristinizza presso Canale, sarà in avvenire il confine del Regno d'Italia e delle Provincie austriache giacenti sulla sinistra sponda di detto fiume.



Incominciando da colà continuerà il confine colla possibile linea retta, che da questo punto potrà tirarsi al1'insù dell'antico confine presso il villaggio di Britof, di maniera che entrambi i paesi di Cristinizza e di Britof rimangano al Regno d'Italia.

Da quì resta l'antico confine sino alla cima del monte Matajur, e dal monte Matajur verrà nuovamente tirata una linea che corra a levante e settentrione di Starasela, e di là della cima di quel monte, il quale trovasi al di sopra dei villaggi di Creda, Potoco e Boriana, in modo che questi villaggi insieme a Starasela rimangano al regno d'Italia.

Questa linea va a terminare sulla cima del monte Stua."

La Sovrana Risoluzione 9 ottobre 1814 stabilì invece:

"Il confine fra Gorizia e lo Stato veneto comincia dal monte Predil e seguita come prima lungo 1'altura delle montagne fino al monte Musiz. Quì comprendo i villaggi già veneti Bergogna, Lonch, Rebedischis e proseguita la sua antica traccia sino al monte Matajur, comprendendo di nuovo la località veneta di Luich."

Nel resto retrocesse il confine dal fiume Isonzo al torrente Judri.

Questa ibrida linea, che era stata in qualche modo corretta dalla Convenzione addizionale 10 ottobre 1807, ridestò anche nella Schiavonia le antiche contestazioni rimaste sempre indecise sotto la Repubblica veneta. Per definirle i Governi di Venezia e di Trieste nel 1841 delegavano Commissari, i quali, sebbene appartenenti ad un medesimo Stato, non sempre riuscirono a mettersi d'accordo ed a togliere gli spessi conflitti fra le Autorità veneto e quelle illiriche.

Nel 1866 poi correva quì la voce che 1'Austria, nell'intento di favorire i popoli sloveni a lei soggetti, s'industriasse ottenere d'essere reintegrata nel possesso del territorio di Cividale.

A stento infatti venne ritenuto press'a poco 1'antico confine amministrativo veneto, ma anche a questo si attaglia la massima di Vico (Principi di scienza nuova Lib. I): "le cose fuori del loro stato naturale nè vi si adagiano, nè durano."

Carlo Podrecca - LA SLAVIA ITALIANA

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