Vita sociale

La Domenica - Baruffe - Storiella locale - Coome si viveva - Storia commovente - Natale e Fine Anno - Nevicata memorabile

Di domenica

La domenica, specialmente per i credenti, era sempre riservata al riposo ; poteva capitare, per lavori urgenti particolarmente durante la falciatura, che qualcuno avesse bisogno di finire un lavoro in corso ritardato a causa del maltempo. Di solito, la domenica mattina era dedicata alla preghiera in Chiesa durante la Santa Messa. Era l’occasione per tutto il paese di ritrovarsi attorno a canti sacri proposti dalla cantoria. Era anche l’occasione di mettere il vestito della domenica. Le donne, con i bambini, ritornavano a casa per cucinare la solita polenta cercando di aggiungerci qualcosa di buono. La maggior parte degli uomini andava in un’ osteria scelta per motivi personali. Certi andavano a casa per mangiare e poi tornavano ; altri restavano fino a sera. Attorno ad un tavolo, c’era un gruppo di giocatori di briscola o tresette ; ad un’ altro, un altro gruppo giocava alla morra. Altri guardavano. Dobbiamo sottolineare che, nel paese, c’erano campioni di carte, di morra, di braccio di ferro e anche di altri giochi senza parlare dei cantanti che si mettevano insieme in qualsiasi occasione. Il pomeriggio cominciava sempre bene. Ma, con il vino, qualcuno si sfogava, specialmente dopo aver messo giù l’ultima carta. Lì cominciava una seconda partita con spiegazioni, grida e qualche volta, anche con baruffa. Certe volte, era più divertente guardare che giocare. Piano piano regnava nell’osteria una confusione tale che era molto difficile concentrarsi sul gioco. Poi c’erano quelli che non potevano comprarsi un bicchiere di vino e aspettavano che qualcuno gliene offrisse uno. Capitò tante volte che un compagno gli desse il suo bicchiere per bere un goccio (come si faceva anche con le sigarette). I più giovani dai 16 ai 20 anni passeggiavano con le ragazze verso Urt na glaua mettendo i loro più bei vestiti. Era una bell’ occasione per parlare con le ragazze. Questo posticino unico dava la possibilità di vedere il fondo valle di Bodrino e del Natisone e di intravedere il mondo moderno con il passaggio di qualche macchina. Questi giovani scherzavano, ridevano e cantavano. Qualche volta si scopriva anche il primo amore che si ritrovava di notte sotto la finestra. La giornata finiva così ritornando a casa per aiutare la mamma a curare il bestiame perché il papà era ancora in osteria. La ripresa del lavoro l’indomani era sempre difficile soprattutto per la mancanza di sonno. Certe domeniche i giovani andavano a cercare un fisarmonicista in un paese vicino perché non c’era a Montefosca (non si sa bene perché). Era un’ occasione per ballare e stringere la propria ragazza. Le mamme restavano fuori a guardare le loro figlie dalle finestre dell’osteria. Le coppie si creavano così ma non sempre con la benedizione dei genitori ; c’erano interessi di mezzo. Cencig Leonardo Matjulu trovò la sua amorosa andando a ballare con i compagni a Calla per il senjan. La ragazza si chiamava Paolina. Era la figlia di Maria Guyon (Kajanka) nata a Calla e sposata con Cencig Giovanni di Montefosca (dove hanno vissuto). Paolina era venuta con la sua compagna Lina Danielua. Il giovane Nardin invitò Paolina a ballare per la prima volta e, ballando, le rubò il fazzolettino e il pettine per seccarla ed farla arrabbiare. Vedendo che questo scherzo non le dava fastidio decise di andare a trovarla la notte stessa sotto la finestra della camera. Dopo tre giorni riuscì a rubarle un bacetto attraverso le sbarre di ferro. Qualche mese dopo, entrò nella sua camera e non si lasciarono più.

Una baruffa tradizionale

Cencig Leonardo Matjulu ci raccontò che, una volta si trovava con suo fratello Mafaldo, Cencig Ario Mareš, Cencig Iusto Uancu, Cencig Lino Sierku e Cencig Angelo Rošet in un’ osteria per bere e cantare ; vide Mareš bisticciare con giovani di Maserolis ; Mafaldo si interpose fra loro per separarli. Quelli di Maserolis si alzarono e, sempre litigando con Ario e Mafaldo, andorono fuori. Mafaldo non si accorse che, appena uscito, la porta fu chiusa dietro di loro. Qualche istante dopo, da fuori, si vide Zoppo con la sua stampella che batteva sul vetro della finestra per avvertirli che stavano dando botte ad Ario ed a Mafaldo. Leonardo si precipitò verso la porta e, con un colpo di spalla, fece saltare la serratura. Appena fuori, vide tre ragazzi su suo fratello ; corse verso di lui e strappò il primo che si presentò per liberare Mafaldo, colpì il secondo con un destro e lasciò suo fratello arrangiarsi con il terzo.
I due di cui si era sbarazzato ritornarono verso di lui. Colse il primo con un destro e un sinistro e lo buttò nel letame. Stesso trattamento per il secondo. Si girò e vide arrivare uno di Maserolis verso Mafaldo con un pezzo di legno, da dietro. Troppo lontano per intervenire, Mafaldo si prese un colpo in testa. Leonardo fu sorpreso di vedere suo fratello girarsi e dare un pugno violento al suo avversario, mandandolo a terra nonostante il colpo ricevuto.
Quando videro che avevano il sopravvento, quelli di Maserolis si calmarono e la baruffa finì cosi.
Un’altra domenica, Leonardo andò a Calla per vedere una ragazza e si fermò in un’altra osteria. Quando entrò, vide i ragazzi dell’ultima volta e subito uno di loro venne vicino, cominciando a provocarlo dicendogli che, oggi, non avrebbe avuto il sopravvento. Leonardo non rispose e capì subito che non poteva affrontare tutti questi ragazzi da solo. Buttò il provocatore verso i suoi compagni e scappò via. A Montefosca, raccontò questa storia a suo fratello Mafaldo che voleva a i tutti costi ritornare a Calla per far capire ai ragazzi di Maserolis che non avevano fifa ma la ragione ebbe l’ultima parola.
In generale, tutte queste baruffe erano dovute ad un consumo eccessivo di vino e alla rivalità fra paesi vicini.

Una storietta locale

Cencig Gianni, conosciuto per le sue doti di falegname, manda un ragazzo chiamato Cencig Mafaldo Matjulu a prendere una scatola di fiammiferi da Zantovino. Finora, niente di particolare o di strano in questa domanda, molto usata dagli anziani in quel periodo e gli dice dandogli i soldi : “Stai attento di portarmi fiammiferi che funzionino e non quelli umidi !”.
Questo ragazzo corre all’osteria, compra una scatola di fiammiferi e la porta a Gianni. Questo uomo sta un momento a bocca aperta vedendo nella scatola tutti i suoi fiammiferi consumati. Arrabbiato gli dice : “Cosa significa questo scherzo ?”. Mafaldo gli risponde : “Mi hai detto di essere sicuro che funzionino ! Allora li ho provati e posso dirti che si sono accesi tutti”. Ancora più arrabbiato, Gianni lancia questa scatola verso Mafaldo che si mette subito a scappare seguito da Gianni che bestemmiava.
Questo ragazzo sapeva inventare scherzi ; tanti suoi compagni se ne accorsero durante il servizio militare e il tempo passato sul Monte Mia a tagliare la legna. Preparava questi scherzi durante la notte per non essere visto e ne ha combinati tanti nella sua vita.

Come si viveva una volta

Nato il 5 Dicembre 1929 a Paceida, Pio Cernet ci racconta come si viveva in quei tempi.
“Mi ricordo bene della nascita di mio fratello Lessio perché, di solito, erano le donne di Montefosca che aiutavano a partorire. Però, quella volta si presentarono delle complicazioni e si dovette chiamare una donna di Tarcetta per aiutarle.
Esisteva un’ usanza al momento del battesimo : la mamma riceveva cibo dal padrino. Quando Lessio fu battezzato, il suo padrino le portò cinquanta chili di farina, dieci chili di burro e cinquanta uova per aiutare la mamma a riprendere le forze e la salute. Tutte le mamme che mettevano al mondo un figlio erano molto curate e ringraziate come se fosse stato un dono di Dio. Noi guardavamo ad occhi spalancati la mamma mangiare un dolce (sope) ; era raro che la mamma fosse coccolata in quel modo.
Come il cinquanta per cento della gente del paese, dormivamo nel fienile. Certi genitori avevano un saccone di granturco. Tante coppie sposate si ritrovavano nel fienile anche loro. Quando mio zio Menig Angelo si sposò fu costretto anche lui a dormire nel fienile. Per avere un po’ di calore, si accomodò sopra le bestie perché c’erano delle aperture e non si avevano abbastanza soldi per comprare le finestre. Era molto difficile sopportare ciò durante il periodo invernale.
La nostra casa era piccola ma le nascite erano numerose. Eravamo in quindici a vivere in due stanze. Quando mio zio Cencig Attilio Matjulu partì per l’Africa (Etiopia) per fare la guerra, sua moglie Paolina e suo figlio Pio dovettero venire a casa nostra perché suo cognato Giovanni e sua cognata Paolina li facevano vivere una vita d’inferno.
Mio nonno si chiamava Cernet Filippo e mia nonna Cencig Luigia Marniac. Ebbero sette bambini : Pietro, Antonio, Luigi, Francesco (gassato nella guerra 15-18), Pierina, Maria e Paolina. Quando mio nonno prese la decisione di dividere la sua eredità, fu costretto a scegliere il modo delle bruschette perché i figli non arrivarono a una soluzione in via amichevole. Fui io a tirare i fiammiferi per la distribuzione dei terreni che si trovavano nei comuni di Pulfero, Torreano e Faedis. Nell’accordo decisivo, il nonno rimase con lo zio Pietro e la nonna con Antonio, nostro padre. Da questa divisione, ottenemmo anche quattro mucche.
Cencig Luigi Matjulu si intendeva molto di bestiame e aiutava le mucche a partorire. Se il vitello non si presentava in posizione naturale, Luigi gli legava le zampe con una corda che veniva tirata da parecchi uomini. Per certe complicazioni, veniva il veterinario.
La nostra casa era chiusa fra quella della famiglia Čep e la loro stalla. In mezzo alla stanza principale si trovava il fuoco e le panche intorno senza il camino. Immaginate che fumo ! Nel 1928 fu costruita, in conproprietà con lo zio Pietro, una nuova casa che esiste ancora oggi. I vicini, specialmente gli uomini, passavano le serate con noi e si raccontavano le storie degli Skrat. Noi, giovani, tenevamo le orecchie aperte. Ci venivano i brividi in particolare quando il nonno cominciava a raccontarci che, una volta, di notte, di ritorno da Sant’ Andrea, non lontano dalla casa di Mekina, vide una croce vicino al sentiero. Di colpo, sentì dietro di sé un battaglione di soldati che si avvicinavano sempre di più. Con paura, si girò e si accorse che non c’era più nessuno. Gli capitò la stessa cosa girandosi sul ponte di Bodrino. Un po’ più su, vide donne partorire di nascosto e lasciare i neonati in una pozza (pačau).
Mia nonna fece un mese di prigione a causa del contrabbando che faceva con Robedische. Scambiava zucchero per tabacco. Il giorno in cui fu presa dai doganieri, si sentì dire : “cento volte ti, una volta mi” che significherebbe “sei passata cento volte ma ti abbiamo fregata la centunesima”. A 14 anni, andavo già con i compagni sotto le finestre a svegliare le ragazze per giocare e ridere e per imitare i grandi. Le ragazze ci mandavano via e tante volte, le loro mamme ci buttavano giù acqua e, qualche volta, quando erano veramente arrabbiate, urina tenuta in camera.
In primavera, si vangava a mano dal mattino alla sera, per una settimana. La gente si aiutava in ogni circostanza per tutti i lavori durante tutto l’anno. Ogni due solchi, si piantavano le patate dell’anno prima tagliate a pezzi per risparmio. La maggior parte dei terreni era riservata al granturco sul quale si arrampicavano i fagioli. Quando tutto era seminato, si andavano a pulire le zone erbose tagliando cespugli. Qualche volta, alcuni facevano anche una piccola carbonaia (kuota) se la quantità di legna era sufficiente. Alla fine di giugno, si cominciava già a mietere, alzandosi all’alba verso le tre e mezzo, percorrendo il sentiero alla cieca. Con la pancia vuota, si tagliava l’erba fino alle otto nelle pendici della montagna. Ogni tre ore, si ribatteva la falce sul ferro (gor na želiezo). La mamma mandava su una sorella o un fratellino a portarci la prima colazione (kosilo) fatta con il solito močnk (polenta liquida) o, certe volte, con patate cotte nel latte con un po’ di riso o pasta (raramente, si aggiungevano fagioli). Appena finito di mangiare, i grandi ritornavano a tagliare l’erba e i più piccoli la sparpagliavano (trosit). Intanto, la mamma curava il bestiame e preparava il pranzo che ci portava verso mezzogiorno. La famiglia si riuniva attorno a questo pranzo che si cercava di migliorare per la falciatura. Subito dopo aver mangiato, ognuno di noi cercava un posticino all’ombra per riposarsi un po’. Poi, si riprendeva il proprio posto di lavoro secondo le proprie possibilità. La mamma aiutava i giovani con il rastrello a rivoltare il fieno per finire l’essicazione. L’erba tagliata all’ombra era portata al sole. Tante volte, l’erba del mattino si ritrovava in “meda” la sera. Certe volte, però, per mancanza di sole, si facevano le piccole “mede” provvisorie (lonce) che si stendevano l’indomani se c’era sole. Quando il fieno era troppo bagnato, non aveva lo stesso gusto e le mucche se ne accorgevano subito. Di solito, quando la giornata era bella, era sicuro che si sarebbero fatte almeno una o due “mede”. Verso le cinque del pomeriggio, si mangiavano i resti del pranzo e si falciava fino alla sera. Si ritornava a casa al tramonto e, certe volte, anche con il buio se il terreno era lontano dal paese.
In quei tempi, si mangiava la polenta con formaggio, “frico” e radicchio tre volte al giorno. Non c’era pane e pochi potevano farlo e, ancora meno, comprarlo. Uikac aveva un gran forno per il pane e faceva da quindici a venti chili di pane alla settimana. A casa, per cambiare, si facevano le buje, grosse palline di polenta cotte nell’acqua bollente e mischiate, qualche volta, con pezzetti di fichi e di uvetta. Si faceva anche il pane con la farina di granturco, chiamato pogača. Calda, la si mangiava volentieri ma se aveva due giorni, era così dura che si soffocava ; per questo motivo, si aggiungeva un po’ di latte. Mio nonno era un pensionato della prima guerra mondiale avendo perso un figlio gassato sul fronte. Con questi soldi, si potevano comprare cento chili di farina di granturco al mese.
In quei tempi, fra il 23 ed il 24 giugno di ogni anno, si andava a pregare alla grotta di San Giovanni d’Antro per festeggiare il solstizio d’estate ed il santo patrono delle Valli del Natisone. Con l’arrivo dell’autunno, si raccoglievano le patate in un dato giorno e venivano mangiate prima che fossero mature. Per quanto riguarda il granturco, le famiglie fortunate che avevano tanti campi dovevano lavorare di più ma sempre aiutate quando c’era bisogno.
Andavamo dalla famiglia Čep a sgranare il granturco tutte le sere per quindici giorni. Ci davano un po’ di vino e castagne (burje) portate da Erbezzo dove avevano terreni. Era una famiglia ricca rispetto a noi. Quando Cencig Antonio Špelat fece parte di questa famiglia (come genero), portò terreni e ne comprò altri e si poté vivere in modo agiato.
Nel 1952, ero militare a Cividale e aveva nevicato per due giorni e due notti. Dato il brutto tempo, eravamo obbligati ad andare a piedi, e non con i camion, al rifornimento. Qualche giorno dopo, andammo a Maserolis in marcia forzata con le racchette di neve. Arrivando sul monte Brieh, vedere Montefosca nascosta sotto questo imponente mantello di neve ci stupì.

Paceida
Paceida
Possiamo presumere che la località abbia preso il nome da qualche pozza d’acqua o dall’acqua stagnante (pačau) di un campo vicino (mlaka).

Una storia commovente

“Mi chiamo Macorig Giovanna ; sono nata un pomeriggio del 21 Agosto 1940 a Paceida, frazione di Montefosca. L’indomani, mio padre Macorig Pietro è andato a dichiararmi al comune di Pulfero. Mia mamma si chiama Cencig Pierina, figlia del primo matrimonio di Cencig Luigi (Uikac). Aveva due sorelle Ernesta e Maria. Luigi ha avuto tre bambini dal secondo matrimonio (Mario, Lino, Lina). Ho vissuto a Paceida fino a nove anni poi siamo partiti per la Francia con mia madre il 3 Agosto 1949.
Mio padre era il casaro nella vecchia canonica utilizzata come latteria. Per l’epoca, non eravamo sfortunati malgrado la piccola paga che mio padre prendeva dai produttori di latte. Non avendo né campi né bestiame, si viveva nelle ristrettezze perché mio padre aveva ricevuto in tutto, per la sua eredità, solo una piccola stalla. Suo fratello Giuseppe, rimasto nella casa dei genitori, ha ereditato il resto. Mio padre sistemò in questa stalla una piccola cucina e camera con mezzi molto limitati. Nella cucina fece un fornello di mattoni come era la moda in quei tempi e si procurò una tavola con due panche. Avevamo una minuscula credenza per noi, sufficiente per metterci due piatti e due casseruole. I piatti erano in legno come i cucchiai.
Il ricordo più notevole che ho di mio padre coincide con l’arrivo delle rondini. Volevo tanto bene alle rondini e, una volta, si sistemarono sotto il tetto, sopra la finestra della nostra cameretta. Salii su una sedia e presi nelle mie mani, una piccola rondine dal nido e cominciai, senza rendermi conto, a stringerla sempre più forte forse perché avevo paura che scapasse via. Non mi resi subito conto che stavo facendo una stupidaggine. Quando mio padre mi vide, cominciò a gridare : “smettila, smettila !” ma era già troppo tardi. La piccola rondine non si muoveva più. Mio padre era furioso con me, non sopportava che qualcuno facesse male a qualsiasi bestia.
Il mio secondo ricordo è molto più triste. Si tratta del decesso di mio padre a causa dell’ignoranza della gente. Un giorno, mio padre si lamentò di dolori allo stomaco. In quei tempi, bisognava soffrire molto perché qualcuno si preoccupasse del vostro male. Gli diedero da bere bicarbonato dicendo che non era grave. Ma mio padre stava sempre peggio e la cosa diventava molto seria e, finalmente, mia mamma decise di portarlo all’ospedale. Gli uomini vicini fabbricarono una barella di fortuna, facendo un lettino con rami e foglie e lo portarono giù a Stupizza per un sentiero molto ripido e tortuoso. Lo misero nella corriera fino a Cividale e fu portato rapidamente nel reparto dell’ ospedale. Fu subito operato ma era già troppo tardi. Il chirurgo sgridò la famiglia per quello che gli aveva fatto bere perché, invece di curarlo, gli aveva provocato una peritonite. Prima di morire, fece chiamare suo fratello Giuseppe per fargli promettere di non abbandonare la sua piccola famiglia : “per favore, promettimi di non rifiutare loro un pezzo di pane e di non chiudere loro la porta se avranno fame”. Mio padre morì a 35 anni e fu sepolto a Cividale. Nel 1962, feci modificare la sua tomba trasformandola in ossario ; così era più facile conservarla in buono stato.
In seguito alla morte del papà, la mia mamma si ammalò. In quel momento, allattava la sorellina di un anno. Con questa disgrazia, il suo latte si intossicò e, subito dopo, si formarono croste sulla testa della piccolina. In quei tempi, era solo il prete che aveva qualche medicina a casa e mia madre andò a trovarlo. Ritornò a casa con una pomata che ha applicato sulla testa della sorellina. Qualche giorno dopo, le croste erano quasi sparite e vidi la mamma tranquillizzata. Il giorno dopo, fummo sorpresi di vedere che la piccola stava veramente male. Non prendeva più il latte e la paura ci assalì di nuovo. La notte seguente, la poveretta non respirava più, portata via dalla setticemia. Aveva un anno.
La sfortuna ci perseguitava ; eravamo tutte e due disperate, senza una lira. Sembrava che anche Dio ci avesse abbandonate per la seconda volta. Il nostro avvenire fu coperto di nuvole nere per un lungo periodo. Avendo perso due persone così care, la mia mamma ebbe molta difficoltà a superare questo dolore. I suoi genitori cominciarono a ignorarci. La famiglia di mio padre ci ha aiutate, per noi due, era già una bella cosa. Cominciò a chiedere l’elemosina e proporre le sue braccia a chi ne aveva bisogno. Accettava tutti i lavori senza mai lamentarsi, con grande coraggio. Con il tempo, finalmente trovò da lavorare per sopravvivere. Intanto, andavo anch’io a chiedere l’elemosina dappertutto. La mia mamma mi diceva sempre di non avere paura di chiedere l’elemosina perché non era una vergogna. Di nascosto, la mamma andava a prendere un po’ di legna per riscaldare la casa. Eravamo quasi abbandonate a noi stesse. Per risparmiare un po’ di legna, andavamo a dormire di buon’ora. Una volta nel letto, ci rendevamo conto che non potevamo addormentarci ; faceva troppo freddo. Allora, la mamma mi prendeva contro di sé per riscaldarmi mettendo le mie gambette fra le sue. Cercavamo di riconfortarci reciprocamente. Questo ci dava coraggio per sopravvivere e continuare la vita a Paceida per tre lunghissimi anni.
Portavo la tristezza con me, ero veramente diversa dalle altre bambine e compagne. Qualcosa si era spento dentro di me e non riuscivo più neanche a ridere. Dovevo sostenere mia madre a tutti i costi e in tutte le circonstanze. Ho capito tanti anni dopo il peso che portavo in me. Ogni giorno, la stessa preoccupazione ci metteva giù di morale, si viveva alla giornata, senza pensare all’ indomani, con la fame al ventre.
Malgrado i pensieri di ogni giorno, godevo di una libertà totale e questo mi faceva un bene enorme e senza limiti perché mia madre aveva una grandissima fiducia in me e mai pensai di tradirla. Mia madre si alzava ogni giorno verso le quattro del mattino per il suo lavoro ed io potevo restare a letto tutto il tempo che volevo ; ero libera come l’aria ma non esageravo mai. Ero troppo cosciente che dovevo darle aiuto e non pensieri. Capivo bene la preoccupazione di mia madre a lasciarmi da sola ma in quei tempi, i pericoli erano pochi. Sapevo precisamente ogni giorno in quale famiglia lavorava e mi diceva di ritrovarla ogni tanto per il pranzo. Le mie sole compagne di gioco erano Renata e Pia ; stavo bene solo con loro due. Le loro madri uscivano poco e la mamma di Renata aveva molte difficoltà a camminare. Anche loro erano poveri ma avevano almeno la fortuna di avere un padre robusto e coraggioso che procurava loro il necessario per vivere. Poi, conobbi un’altra compagna della famiglia Cernet Pietro, si chiamava Milka. Avevamo la stessa età e ci trovavamo bene insieme. Ero una bambina abbastanza malizioza, pronta a fare scherzi ; e cosi, piano piano, mi sono abituata a questa nuova vita e mi aprivo sempre più alla gente.
Nel periodo inn cui si uccideva il maiaile, nel mese di gennaio o febbraio, mia madre mi diceva di andare ad ascoltare da dove venivano i gridi ed andare a trovare la famiglia per, poi, chiedere il pezzo del povero. Spesso mi mettevo il più vicino possibile al maiale per farmi vedere e aspettavo ore e ore per avere un piccolo pezzo di carne. Era l’usanza per la famiglia che uccideva il maiale dare un pezzo ai poveri (chiamata bušadla). Ma certi ti lasciavano una giornata intera per scoraggiarti di mendicare. Restavo piantata, congelata senza muovermi ; non dovevo essere bella da vedere. Spesso, ripartivo con il mio pezzo di carne nel buio.
Dietro di noi viveva una famiglia formidabile : i Čep. La madre era la gentilezza personificata, aveva il cuore in mano. Mi chiamava : “Giovanca, vieni a riscaldarti da noi “. Mi prendeva per la mano e mi portava a casa sua. Questa casa era nera come l’inferno e sempre piena di fumo. Avevo molta difficoltà a restare dentro ; i miei occhi lacrimavano e, ogni tanto, andavo fuori per riprendere fiato. Avevo difficoltà a capire come poteva sopportare questo fumo ogni giorno. Per fortuna, lasciava sempre la porta aperta. Mi sedevo su una panca di fronte al fuoco e mi dava tutto quello che aveva : un resto di polenta o latte, qualche volta, un pezzo di pogača (pane di granturco cotto nel forno). Mi piaceva tanto da mangiarla con gli occhi appena la vedevo. Quando era troppo secca, mi aggiungeva latte in una ciotola. Non posso dimenticare questi momenti di gioia. Spesso, mi mandava a fare qualche compera nella bottega di Uikac. In quei tempi, il pane era fatto di otto pezzi pretagliati. Si sceglieva la quantità di pezzi che occorreva. Ogni volta che ritornavo con questo pane, soltanto a guardarlo, mi veniva l’acquolina in bocca. Mi permettevo di assaggiarlo a lamelle fini che lasciavo sciogliere in bocca per conservare il sapore il più a lungo possibile. Arrivando da Čep, non mi rendevo conto che durante il percorso, avevo fatto un buco nel pane e non sapevo più dove mettermi. E, lei, gentilmente, mi diceva : “Ah, un uccellino è venuto a pizzicare il mio pane !”.
Era la stessa cosa quando andavo a prendere il concentrato di pomodoro. Mio nonno Uikac faceva un cornetto di carta durissima di colore marrone chiaro e metteva dentro il peso richiesto. Sulla strada di ritorno, mi sentivo pizzicare il dito, camminavo lentamente per avere tutto il tempo di decidermi ad aprire questo cornetto e assaggiare il concentrato. Ho fatto come con il pane : non mi sono resa conto che ne avevo mangiato quasi la metà e la signora Čep, vedendo la cosa, cominciò a gridare : “che ladro questo Uikac, mi ha ingannata sul peso !”. Rimanevo senza battere ciglio con la paura che andasse a sgridare mio nonno e mi dicevo che non avrei mai ricominciato ma la fame era più forte della volontà.
C’era un’ altra famiglia più in alto. La mamma era soprannominata Kuha. Aveva perso un figlio alla guerra, prendeva una piccola pensione e non era obbligata a mendicare. Aveva una figlia piccola Maria (Marica) e giocavamo spesso insieme.
Mi ricordo ugualmente del vecchietto Cernet Filippo (Flip) che brontolava ogni volta che mi vedeva. Non mi voleva tanto bene perché gli facevo molti scherzi. Un giorno, mentre sonnecchiava davanti al fuoco di casa sua, gli ho lanciato un secchio di acqua sulla testa. Era fuori di sé e gridava come un matto. Venne subito a casa mia gridando a mia mamma che non voleva più vederci da lui per riscaldarci. Poi, con il tempo, le cose si sono arrangiate e siamo ritornate di nuovo da lui. Abbiamo passato tante serate a casa sua a sgranare le pannocchie di granturco attorno al fuoco, ascoltando le storie raccontate dagli anziani.
Mi ricordo ancora bene del momento in cui si falciava l’erba. Mia zia Macorig mi mandava a portare il pranzo verso Startamor, sotto Urh. Mettevo un cesto sulle spalle (koš) nel quale c’era polenta, formaggio e da bere. Il peso si faceva sentire man mano che salivo. Appena lasciavo la casa, il sentiero diventava ripido. Facevo una pausa arrivando alla croce che ho sempre conosciuto. Devo dire che conoscevo ogni via del paese, ogni sasso, sapevo mettere il piede al posto giusto. Potevo nominare tutte le case che mi sono sempre state aperte.
Vivemmo così fino alla partenza per la Francia. Avevamo molta speranza ; invece, subii un altro calvario con l’arrivo di mio suocero che rovinò la mia gioventù e la salute della mia mamma.

MACORIG Giovanna alla vecchia fontana di Paceida
MACORIG Giovanna alla vecchia fontana di Paceida

Natale e Fine Anno

Negli anni 1950, ogni inverno, c’erano in media 80 centimetri di neve. Questa neve poteva impedire certi lavori ed invece favorire certi altri. Per noi, bambini, era sempre benvenuta. Nell’inverno 51-52, avevo otto anni ; aspettavo con tanta impazienza la caduta della prima neve. Per quanto mi ricordo, mi sono sempre piaciuti i giochi con la neve specialmente perché adoravo scivolare. Per le feste di Natale andammo a sentire Messa in chiesa attorno ad un bellissimo presepio messo a posto con il prete Don Eliseo Artico.
Due giorni prima, andammo con i compagni a cercare nel bosco il muschio come prato da mettere sotto le statuine di gesso che mi sembravano vere. Stavamo creando un mondo meraviglioso : con la nostra fantasia, muovevamo i personaggi per dar vita a questo presepio. Eravamo soddisfatti del nostro lavoro. Non mancava nessun personaggio della storia che avevamo imparato dal prete. La riproduzione era molto rigorosa. Quello che mi piaceva di più era preparare la stalla con il bestiame e Gesù bambino in mezzo quasi nascosto dal fieno. Stavo vivendo momenti meravigliosi attorno a questa storia con personaggi così commoventi. Tutto diventava più maestoso con la Santa Messa a mezzanotte e, soprattutto, quando la cantoria riprendeva tutti i canti sacri che conoscevo benissimo. Nella chiesa regnava un momento di pace, di allegria e di gioia. Furono per me momenti unici che non dimenticherò mai.
Il giorno prima, aiutai mia mamma a preparare gli ingredienti che servivano agli strucchi lessi e alle fritelle (fanzeln). Cercavo ogni volta di sostituire la sorellina che mancava alla mamma per tutti i lavori di casa ; lei ha molto sofferto di questa assenza. Erano momenti che aspettavo da mesi ; la santità della festa ed i dolci tanto aspettati mi creavano un’ angoscia che, poi, si trasformava in gioia. Non ho mai ritrovato nella mia vita questi momenti passati in famiglia. Eravamo poveri ma ricchi di cuore e questo, l’ho sempre portato con me.
A casa, non dimenticavo mai di appendere un paio di calze in cucina ed aspettavo le sorprese della Befana. Questa notte mi è sempre sembrata lunghissima sperando regali ridotti a qualche bagigi e mandarini. I giorni seguenti, si mangiavano le poche arance ed i biscotti appesi su un piccolo albero di Natale.
Poi, cominciavo l’anno nuovo facendo gli auguri, bussando il più presto possibile per essere fra i primi a raccogliere qualcosa per la koleda. Certe volte, ho anche svegliato famiglie. Per noi bambini, erano momenti benedetti. Tutto questo, sotto un piccolo spessore di neve, chiedendomi realmente se quell’ anno ci sarebbe stata neve.


La “Passione” di Dio, sceso tra noi, inizia a Natale e si conclude, nella sua Persona, il Venerdì Santo ; per ripetersi ossessivamente, incarnato nell’uomo, finchè il tempo, nel suo fluire, ne scandisce la nascita e la morte !

Una nevicata memorabile

Il 14 Febbraio 1952 a San Valentino, durante la Messa, alcune persone vennero a chiamare gli uomini della cantoria per spalare la neve, già molto alta. Infatti, fioccava continuamente da ore. Fummo tutti sorpresi perché il pomeriggio si era fatto più corto a causa della neve fitta che oscuriva il cielo. Lo spessore della neve aumentava, non credevo ai miei occhi ed andammo tutti a letto. Ero fortunato di ritrovare il mio materasso di lana fatto da poco dalla mamma. Dormivo nella stessa camera dei miei genitori con il mio fratellino Dino. Lui dormiva sia nel letto dei genitori sia nel suo lettino a dondolo. L’indomani, mi svegliai e sentii parlare più del solito in cucina ; questo mi sembrò strano. Rimasi a letto a fantasticare con gli occhi aperti. Non andavo in classe perché la nuova scuola elementare era ancora in cantiere. Dormivamo senza riscaldamento e, con il forte freddo, i vetri gelati della finestra si trasformavano in opere d’arte con figure incredibili e strane. Mi decisi finalmente ad alzarmi ed a scendere in cucina che si trovava sotto la camera.
Il nonno paterno (rimasto a vivere con noi perché suo figlio maggiore non voleva assumere questo impegno) dormiva in una camera al primo piano vicino alla nostra e, al di sopra, in una stanzetta, dormivano i miei fratelli Pio e Berto. Per salire, bisognava utilizzare una scala e spingere una botola di legno che si doveva chiudere, una volta su. Il nonno Luigi fumava la pipa e aveva la tremarella. Spesso mi faceva saltare sulle ginocchia davanti al fornello. Per non consumare fiammiferi, accendeva la sua pipa con un pezzettino di brace rossa. D’altronde, due anni prima, quello che doveva capitare era capitato. Questo pezzetto di brace gli era sfuggito dalle mani e era caduto nel mio collo. Immaginate le grida di dolore che avevo lanciato e la desolazione del nonno perché i miei genitori gli avevano vietato di prendermi sulle ginocchia. Non dimenticai mai questa bruciatura ed oggi ne porto ancora la traccia. Non conobbi mai le mie nonne. Mia mamma Paolina nacque a Paceida nella famiglia Cernet Filippo e mio padre Attilio nella famiglia Cencig Luigi Matjulu. Grazie al servizio militare che fece in Africa dove si portò volontario per lavori stradali, poté sistemare la casa di suo padre dove vivemmo. Fu costretto a tornare a casa più presto del previsto a causa della malaria contratta laggiù. Questa malattia lo afflisse per anni.
Per scendere dal primo piano, eravamo costretti a prendere una scala coperta che si trovava tra la nostra casa e quella dello zio. Quando arrivai giù, grandissima fu la mia sorpresa : nevicava ancora ! Mi misi a gridare ed a saltare di gioia al riparo del balcone ; così potevo tranquillamente veder cadere i fiocchi di neve. Nevicava, nevicava ! Come era bello da vedere questo mantello bianco sul nostro paese. Mio padre aveva già aperto il sentiero per andare in stalla e verso il porcile perché le bestie non dovevano aspettare. Mangiai in fretta la polenta liquida (močnk) con qualche castagna (burje) e latte. Di solito prendevo il tempo d’apprezzare queste castagne ma quel giorno, avevo altre cose da fare. Subito, con i compagni, mi buttai nella neve per giocare. Ben presto mi accorsi che avevo già i piedi bagnati e gelati senza parlare delle mani intirizzite ; malgrado ciò, continuavo a giocare. Poco tempo dopo, sentii la mamma chiamarmi per farmi tornare a casa. Arrivato dentro, mi tolse i vestiti bagnati e li mise davanti al fornello. Mentre mi riscaldavo, aspettando che si asciugassero le scarpe di tela (žeki) ed i vestiti, i miei compagni continuavano a giocare e non potevo sopportarlo. La mia mamma si assentò un attimo e ne approfittai per rimettere in fretta i miei vestiti ancora umidi e per scappare fuori a ritrovare i miei compagni. Appena uscito, mi trovai faccia a faccia con la zia Maria Mežnarca che mi denunciò subito alla mamma. Qualche minuto dopo, la mamma provò a farmi rientrare con la minaccia di raccontare tutto al padre se non ubbidivo. Vedendo che non l’ascoltavo, mandò mio fratello Pio a cercarmi ; non avevo più altra scelta che tornare a casa. Mi mise sulla tavola della cucina e mi spogliò. Siccome mi dibattevo, mia zia venne ad appoggiarsi su di me con tutto il suo peso. Non era più questione di resistere : ormai, ero in trappola come un topo. Ero obbligato, per questa volta, a rinunciare ad uscire fino alla sera. Andammo tutti a letto senza preoccuparci della neve che cadeva ancora.Quale fu la nostra sorpresa, quando ci alzammo, di vedere la neve che cadeva ancora ! Per la prima volta, vidi mio padre preoccupato. Disse alla mamma : “Adesso non posso più aspettare e devo salire sul tetto ; ho paura che le travi non resistano al peso della neve ; prima, devo pulire di nuovo l’accesso alla stalla”. Quando il lavoro fu finito, si potevano scoprire le belle pareti bianche di neve. Dopo aver dato da mangiare alle mucche ed al maiale, salì sul tetto della casa cercando di non muovere le tegole. Lo scoprì lentamente sbarazzandolo dalla voluminosa neve. Non sapeva più dove buttarla ; siccome le case erano abbastanza vicine e tutti facevano la stessa cosa, le vie si riempirono rapidamente. La gente, per la prima volta, era preoccupata da questa quantità di neve. Invece, per noi bambini, questa era veramente insperata ma non ci accorgevamo che poteva dare pensieri. Come i giorni precedenti, ci divertimmo come pazzi ; ma cominciavo anchi’o ad avere paura vedendo questa neve cadere senza fine. Finalmente, l’indomani, alzandomi, ho visto un cielo più sereno e non nevicava più.
La casa era imprigionata dalla neve e, dalla cucina, si vedeva che copriva la finestra e la bloccava. Eravamo obbligati ad accendere la luce tutta la giornata a causa dell’oscurità che regnava dentro. Questa volta, andai anch’io sul tetto con mio padre per aiutarlo ; volevo sempre essere con lui per imitarlo in ogni lavoro. A forza di sbarazzare la neve, il livello era quasi arrivato al tetto. Pensando che non era utile scendere per la scala e non vedendo il pericolo, mi buttai giù e sparii sotto un mantello di neve fresca. Preso dal panico, cominciai a gridare ; mio padre che era lì vicino rise e venne a salvarmi con la scala. Mi prese in giro dicendomi : “Ne hai abbastanza della neve o ne vuoi ancora ?”. Restai di ghiaccio soprattutto perché ero pieno di neve fino alle mutande. Avevo fretta di uscire da questo buco perché non ero fiero della mia prodezza. Ritrovandomi vicino al fornello, mio padre cercò di capire il mio gesto ma ero incapace di spiergarlo ; forse l’avevo fatto per gioco !
Quando i tetti delle case furono puliti, non si poteva più camminare per le vie. Un vicino ebbe l’idea di cominciare a fare un tunnel partendo dalla sua casa ; tutti l’imitarono e, in poco tempo, le case furono collegate fra esse e così la gente ebbe la possibilità di comunicare.
Mio padre, a tavola, si lamentava di questa neve imprevista : il fieno cominciava a diminuire. Io vivevo momenti incantevoli e magici ; questa neve aveva completamente sconvolto le abitudini ed il lavoro dei Montefoscani. Il paese era isolato dal mondo come tanti altri.
In quel periodo, Laurencig Maria, moglie di Laurencig Basilio di Paceida si ammalò gravemente ed era urgente portarla a Stupizza. Gli uomini decisero di aprire il sentiero con Cencig Giovanni Goracu in testa sui suoi sci (aveva imparato a sciare durante il servizio militare) ; subito dietro di lui, sulle sue tracce, seguirono Laurencig Giuseppe Balan, Cernet Angelo Čiak e tutti gli altri. Nonostante la difficoltà del terreno, arrivarono a Stupizza qualche ora dopo. La signora fu portata giù su una barella e messa nella corriera fino all’ospedale di Cividale.
Con questa neve, il fieno cominciava a mancare nelle stalle ed era urgente aprire sentieri verso le “mede”. Per quanto riguarda mio padre, andò con i miei fratelli maggiori Pio e Alberto fino a Trinčesa, il posto più vicino alla nostra casa (circa 500 metri). In una giornata, il sentiero fu aperto e le mucche rifornite provvisoriamente. Siccome il fienile era troppo piccolo, si doveva andare a prendere il fieno sulle mede secondo il bisogno.
Era necessario ugualmente occuparsi della legna, di solito appoggiata contro il muro della casa. Ogni volta che si presentava l’occasione, si portava un pezzo di legna a casa. Con questo spessore di neve, la legna era tutta ricoperta ed eravamo obbligati a portarla sotto il poggiolo (paju) pezzo dopo pezzo per poterla segare e spaccare. In quei tempi non si preparava la legna per l’inverno come oggi.
Tutti i paesani avevano lo stesso ritmo ; le giornate trascorrevano pacificamente in un gran silenzio : qualcosa era cambiato ! Fino a quando la gente poteva resistere in queste condizioni ? Per quanto ci riguarda, avevamo già consumato il fieno portato da Trinčesa ; si doveva andare adesso fino a Čiesnk. Ci voleva una giornata per aprire il sentiero in salita e così permettere il passaggio delle slitte. La mattina seguente, partimmo tutti e quattro con le slitte. Nonostante il sentiero fosse spalato, sprofondavo nella neve e mi stancavo moltissimo in questa salita. Quando arrivammo sul posto, si distingueva soltanto la punta della meda. Stancati da questa lunga salita, tutti riprendemmo il fiato prima di scoprire la meda e caricare il fieno sulle slitte. Pronto il nostro carico, andammo tutti in fila indiana con nostro padre in testa seguito da Pio, io ed Alberto. Arrivando sul fianco della collina che dominava il paese, mio padre si fermò per spiegarci come frenare per scendere perché, lì, cominciava la vera discesa verso il paese. Papà iniziò la discesa con il suo grande carico spazzando la neve al suo passaggio. Pio lo seguì ed io aspettavo il mio turno. Ero un po’ ridicolo con la piccola slitta e il mio carico di fieno. Ma mi piaceva partecipare ad ogni lavoro di casa ed era anche un gioco per me. Dietro di me, sentii gridare mio fratello Berto : “Vai avanti, che cosa aspetti !”. Dentro di me, avevo un po’ il timore a scendere. I primi cento metri si fecero scivolando con i piedi che accompagnavano la slitta. Avvicinandomi al posto dove la discesa era più ripida, cercai di fermarmi ma il carico mi spingeva già. Avevo sopravvalutato le mie forze e sentivo sempre più la slitta spingermi dietro. Il panico mi invadeva e non potevo lamentarmi dato che avevo supplicato mio padre di prendermi con loro. La discesa diventava sempre più ripida e, per mantenere il carico, ero obbligato a far correre velocemente le mie gambette. Di colpo, la mia gamba destra si piantò profondamente nella neve fino al ginocchio ; era impossibile trattenere la slitta. Mi passò sopra e mi ritrovai con il naso nella neve. Alzando la testa, vidi più giù la mia slitta da una parte e dall’altra il fieno sparpagliato. Mio fratello Alberto che seguiva la mia disavventura cominciò a gridare : “ve l’avevo detto che avrebbe finito col fare una stupidaggine ; nessuno mi ascolta ; ecco il risultato !”. Per fortuna, non mi feci male e potei subito rimettere su il poco fieno raccolto e tornai a casa con la slitta.
Eccoci tutti a tavola ; i miei genitori non dimenticavano mai la preghiera serale prima di mangiare ; per me, era sempre troppo lunga. Appena avevamo cominciato a mangiare, Berto ritornò sulla mia prodezza del pomeriggio dicendo che, ogni volta che andavo con loro, mi arrangiavo sempre per fare una sciocchezza. In queste occasioni, mio padre mi sosteneva sempre dicendo che era il modo migliore per imparare.
Con il tempo, il paese si organizzò e si abituò alla neve che, ormai, faceva parte del quotidiano. Ci ricorderemo tutti di questo lungo inverno; soltanto a Pasqua, la neve si sciolse completamente.


Questo tipo di slitta serviva al trasporto del fieno, del letame, della legna e di qualsiasi altra roba.

Continua su
PAESI E POPOLAZIONE
Guerrino Cencig

Questo sito, realizzato e finanziato interamente dai soci, è completamente independente ed amatoriale.
Chiunque può collaborare e fornire testi e immagini a proprio nome e a patto di rispettare le regole che trovate alla pagina della policy.
Dedichiamo il sito a tutti i valligiani vicini e lontani di Pulfero, San Pietro al Natisone, Savogna, Stregna, Grimacco, San Leonardo, Drenchia, Prepotto e di tutte le frazioni e i paesi.

www.lintver.it
© 2000 - 2018 Associazione Lintver
via Ponteacco, 35 - 33049 San Pietro al Natisone - Udine
tel. +39 0432 727185 - specogna [at] alice [dot] it