I mulini di Montefosca

Mulini - Pozzi - Fornaci - Sorgenti - L'acqua e la sua storia

Ci furono cinque mulini a Montefosca.
I primi due più vecchi furono costruiti quasi nello stesso tempo e hanno funzionato nei tempi dopo la seconda guerra mondiale. Servivano evidentemente ai Montefoscani ma anche alla gente di Zapatocco, di Calla e di Goregnavas. Quelli di Erbezzo andavano a Podvarchis. Quando la strada fu fatta fino a Zapatocco, la gente andava su con la carretta e arrivava con il mulo fino a Budrin. La gente sceglieva il suo mulino secondo la sua affinità.
La quantità di grano e mais da macinare era importante e ci volevano due mulini. Ma, in estate, mancava l’acqua e, per questo erano previste due riserve (lou) che permettevano di macinare due ore. I gestori del mulino prendevano una percentuale sulla quantità di grano portata a macinare. Questo modo di pagamento era chiamato in sloveno “Mierca” (misura). Il grano doveva essere molto secco e il lavoro si faceva da novembre dopo la seccatura completa del grano turco.
Soltanto qualche famiglia più ricca aveva granturco per tutto l’anno (Čiak, Čep, Sierku, Danielu, Kokulič e Mask). Gli altri pagavano la farina. La prendevano quando era necessario perché, anche conservata in contenitori di legno, apparivano farfalline. Dalla farina macinata restava la “crusca” data da mangiare al bestiame.
In tempo di guerra, il comune aveva sigillato i mulini ed erano su tessera. Gli alpini avevano fame e non potevano neanche mangiare un pezzo di polenta. Allora scesero, levarono i sigilli e il grano fu macinato di nuovo. Durante questo periodo, i Montefoscani andavano a prendere la farina di frumento al mulino di Zagrad (sotto Maserolis). Dopo la guerra, i campi diminuirono ; nessuno voleva prendere un mulino in affitto perché non conveniva macinare solo un mese all’anno e così fu chiuso.
Il primo mulino apparteneva alla famiglia Cencig Špelat. Si trovava un po’ più su di quello diroccato che era il più vecchio. Oggi resta soltanto qualche fondamenta. Poi, sposati e divisi, ogni membro della famiglia volle la sua parte. Lo vendettero a tre famiglie diverse :
Specogna Giuseppe Uolac aveva la metà di questo mulino cioè sei mesi all’anno ;
- Cencig Pietro Leban (padre di Ettore) e - Cencig Giuseppe Te Gorenj l’avevano ciascuno tre mesi.
Lo gestivano ed erano proprietari.
Il secondo era situato un po’ più in basso del ponte di Budrin. Apparteneva soltanto alla famiglia Specogna Mask. La costruzione fu fatta dai Montefoscani ; la macina fu realizzata con una pietra durissima e particolare con un diametro di circa un metro, portata dalla zona di San Leonardo. I Mask affidarono la gestione del mulino a Cencig Giovanni Uancu (chiamato Gianni) che era falegname e faceva anche le casse da morto.

Abbozzo approssimativo del sito
Quando fu chiuso questo mulino, il primo funzionava ancora.

Arrivata l’elettricità nel 1946, subito si fece un mulino elettrico nella canonica, al posto della latteria. I Montefoscani si preoccuparono di fare il lavoro e, fin dal 48, si poté macinare. Durante la costruzione, bisognava andare fino a Canebola per trovare il mulino più vicino. Questo era tenuto da Cencig Emilio To gorenju. Qui, la farina non la si pagava più a “mierce” ma al chilo. Il paese rimase senza latteria fino al 1958 e, durante questo periodo, il formaggio si faceva a casa. La latteria che si trovava nella canonica era più grande di quella di oggi e ne occupava tutta la superfice. Non si aveva nemmeno l’acqua che venne nel 1936. La gente portava le giovani mucche nelle malghe ; invece quelle da mungere o che aspettavano un vitello rimanevano nella stalla. La latteria chiuse immediatamente durante la guerra (verso 1940-1941). Cencig Giobatta Nutig fu l’ultimo casaro.
Costruendo il mulino nella canonica, non si pensò che il rumore poteva dare disturbo al prete Don Giuseppe Roiatti, detto Pre Bepo il quale si lamentò parecchie volte e minacciò di andare via. I responsabili del paese non cedettero a questa minaccia e il prete se ne andò nel 1944. Quando i Montefoscani si resero conto del loro sbaglio, costruirono in quattro mesi, più in basso, vicino alla chiesa un altro mulino pensando che il prete sarebbe ritornato. Questo sorse su un terreno che apparteneva a Uolac il quale realizzò la parte meccanica del mulino. Il paese, in cambio, gli diede un terreno a Hlebisča.
Una grande emigrazione nel paese causò la chiusura del mulino nel 1957.


Nel 1951, un pittore venne a Montefosca per proporre i suoi servizi a tutti quelli che avrebbero voluto un affresco. Di solito, si faceva sui muri delle chiese. A Montefosca, una pittura è stata realizzata su una casa del paese (oggi cancellata) ; invece, si pùo ancora vedere oggi su un muro dentro il mulino, un altra pittura con un testo sotto che rappresenta un mugniaio inginocchiato dietro un sacco di farina di granturco con il diavolo che lo spinge a fare uno sbaglio sotto la protezione dell’angelo. Questo disegno rileva l’importanza della farina e delle credenze nel paese. Il pittore fu pagato dalla società del mulino.

SE IL MUGNIAIO RUBA LA FARINA DALLA GIUSTIZIA NON PUO SCAPPARE
L’ANIMA SI ROVINA ALL’INFERNO BISOGNA ANDARE
IL DIAVOLO GIUBILANTE L’UOMO CHE ORA E DI SERVIZIO
LO FREGA SULL’ISTANTE CERTO NON HA QUEL VIZIO
SE NON SI PENTE MA PUÒ CAPITARE UN MASCALZONE
VA ALL’INFERNO CERTAMENTE CHE NON HA PAURA DELL’INFERNO
L’ANGELO E LÌ PRESENTE NĖ DELLA PRIGIONE
TUTTO VEDE, TUTTO SENTE
TN 1951

I pozzi

Pozzo della famiglia Kruč
Pozzo della famiglia Kruč
Chi potrebbe dirci oggi quando sono stati costruiti i primi pozzi di Montefosca ? Sul libro “La guida delle Prealpi Giulie” di Olinto Marinelli, si può leggere che, nel 1898, Musoni aveva già constatato la presenza di moltissime cisterne nel paese.
Siccome non c’era acqua nel paese, le famiglie che avevano bestiame erano costrette a scavare un pozzo per recuperare l’acqua piovana per mezzo delle grondaie tagliate nel legno con un attrezzo chiamato tešanka. Tutti i pozzi erano di forma rotonda, di un diametro di due metri cinquanta circa e di una profondità variabile secondo il posto dove si trovavano. Quando il terreno lo permetteva, si scavava più in profondità. Invece, dove c’era tanta roccia, si vedeva la muratura della parte alta. I primi pozzi erano impermeabilizzati con acqua e argilla mischiate con piccoli sassolini chiamati Opoka di un grigio verdolino. Poi hanno usato la calce e, più tardi, il cemento. Lasciavano un’apertura amovibile perché il secchio tenuto dalla catena scendesse nell’acqua. Alcuni avevano la carrucola che permetteva di tirar su l’acqua più facilmente.
Le famiglie che possedevano un pozzo a Montefosca erano :
A Dolina
- Cencig Luigi Matjulu. Loro l’avevano sotto casa e furono i primi ad avere un sistema di pompa a mano per portare l’acqua su in cucina ;
- Cencig Giovanni Sierak ;
- Cencig Cristian Čiak ;
- Cencig Angelo Uolac;
- Cencig Antonio Te Gorenj


A Cras
- Cencig Giuseppe Marniac ;
- Cencig Angelo e Ario Mon ; Avevano un secondo pozzo a Puštijela dove avevano la stalla ;
- Specogna Giuseppe Uolac da Čufac ;
- Specogna Angelo Mask ;
- Cencig Antonio Burjankn ;
- Cencig Antonio Tamažu ;
- Specogna Pietro Danielu ;
- Specogna Angelo Baziaku ;
- Specogna Giuseppe Štief
;
- Cencig Angelo Kruč ;
- Cencig Giovanni Tojac ;
- Cencig Giuseppe Te Gorenj ;
- Specogna Luigi Čipču


Dobbiamo precisare che il pozzo di Cencig Antonio Te Gorenj serviva soltanto al bestiame ; invece, possedeva anche la metà del pozzo di suo fratello Giuseppe per l’uso domestico.
Si constata che a Paceida non fu mai costruito nessun pozzo. Non era utile data la vicinanza della sorgente.
Oggi, più della metà dei pozzi è sparita con le nuove costruzioni ; ma, attraversando il paese, si vede ancora quello delle famiglie Kruč, Te Gorenj, Ser Uolzu, Burjankn. Questo ultimo pozzo serve di deposito per la legna con un’ apertura sul fianco.

Le fornaci

Dobbiamo ricordare che, anche a Montefosca, precisamente al di sopra del paese, a Dolinca, c’era una fornace che apparteneva alla famiglia Špelat, associata alla famiglia Goriš, proprietaria del terreno. L’argilla serviva a fabbricare le tegole che si vedono ancora oggi sui tetti delle vecchie case. Prima, era scavata intorno alla fornace e, poi, veniva da Dolina (fra la chiesa e la casa Uikac). Lo stampo delle tegole era fatto di legno e non era sempre regolare.
Le prime tegole sono state fabbricate nel 1700.
Nel 1400, a Montefosca, si faceva già in diversi posti la calce a base di pietra calcarea : serviva a costruire, a disinfettare e ad imbiancare l’interno delle case.

Abbozzo approssimativo di una delle prime fornaci
Abbozzo approssimativo di una delle prime fornaci


Tegola fabbricata nel 18??
Tegola fabbricata nel 18??


Le sorgenti

Sorgente Uadica
Sorgente Uadica
Se oggi a Montefosca l’acqua non manca, perché è gestita da una società, dobbiamo ricordare che non fu sempre così.
Anche se qualche sorgente dava l’acqua tutto l’anno, era difficile far bere il bestiame. Era la preoccupazione maggiore. La mancanza d’acqua si faceva sentire soprattutto durante la falciatura. Per due mesi, lontano da casa, dall’ alba fino al tramonto, ci voleva tanta acqua e bisognava conoscere le sorgenti più vicine al posto di lavoro per non morire di sete.
In quei tempi, tutte le montagne intorno al paese erano falciate e pulite. Si conosceva ogni metro quadro di terreno : è così che furono scoperte le sorgenti. Quando gli uomini partivano di buon mattino a falciare l’erba, portavano sempre con sé l’acqua in un bottiglione per chi l’aveva, sia in un fiasco, o in un altro tipo di recipiente come la borraccia di otto litri (lempa). Ma non potevano portarla per tutta la giornata perciò le sorgenti avevano la loro importanza ; senza di loro, non si poteva lavorare. Questo lavoro fu sempre fatto dai bambini. Andavano loro a prendere l’acqua nelle sorgenti più vicine al terreno dove si falciava. Tante volte, occorrevano ore per andare e ritornare. Il più difficile era a Uogu o a Ioanac dove non c’erano sorgenti. Tante volte si restava ore e ore senza bere aspettando il ritorno a casa.
La sorgente più vicina era quella che si trovava fra Montefosca e Paceida in un posto chiamato Patok sotto Trinčesa. Scende giù dal monticino chiamato Urh dove c’è sempre una croce. La gente non mancava mai, passando vicino, di mettere qualche fiore e di fare il segno della croce. Più tardi, fu messo un tubo dalla sorgente, fra Tardina e Za Las per alimentare una fontana tagliata in un blocco di pietra nella parte bassa di Paceida (korito).
Alcune famiglie avevano pozzi sotto casa come, per esempio, la famiglia Cencig Matjulu.
La sorgente più conosciuta è quella che si trova a Mià, Tam za lazan, battezzata negli anni 60 sorgente della giovinezza (quando la ditta Lochitta voleva sfruttarla)
Dopo Raune Lohe, ce n’è un’ altra piccola che passa sotto terra ; per questo, ha un sapore terroso e non è tanto buona. Quel posto si chiama Matajurce.
Ce ne sono tante altre fra le quali la sorgente di Budrin, quella di Pod Ioanac, Pod Uadico (che serviva a quelli che lavoravano a Čiesenik), e quella di Tesna.
Tam pod las, da Čiep, era un’altra sorgente che serviva Calla e Goregnavas. Quando l’acqua mancava, era collegata alla sorgente che si trova a Koučac, chiamata Krava Pot (sentiero delle mucche).
Sul monte Uogu, non esiste nessuna sorgente. La gente doveva cercare le piccole cavità naturali scavate con il tempo nella roccia per poter bere un po’ d’acqua piovana con l’aiuto di un filo d’erba, quando non si poteva bere direttamente con le labbra. Per trovare la sorgente più vicina, si doveva scendere nel fondo del Pradolino vicino al confine ed al paese Logje dove ce n’è una chiamata Dol Pačau.
Sul monte Mia, c’è una piccola sorgente 300 metri sotto la baita dove fu fatta una piccola fontana. Così si poteva far bere il bestiame perché, tanti anni indietro, si costruiva nella terra una riserva d’acqua rotonda (chiamata Pačau) profonda circa un metro con un diametro di cinque metri e con uno strato di argilla per renderla impermeabile.
Sul monte Ioanac, la gente era costretta a raccogliere l’acqua piovana rimasta nelle vasche della vecchia caserma.
Non dobbiamo dimenticare quella di Za Zuarac, vicino a Zabant, che fu all’origine del conflitto con Robedische (Arbidistče) (vedere capitolo “storia dell’acqua). Lì fu collegato l’acquedotto che alimenta oggi Montefosca.

L'acqua e la sua storia

Dall’origine, il paese ha sempre vissuto con le sorgenti circostanti che servivano per i bisogni domestici ma soprattutto per il bestiame. La più vicina, che sia per Montefosca o Paceida, era quella di Patok sotto Startamor, sul sentiero. Più tardi, fu creato un posticino dove scorreva l’acqua per far bere il bestiame. La gente usava secchi portati con il povierak. Si tratta di un ramo di frassino piegato e appoggiato nella parte superiore della schiena, attrezzato con due ganci per appendere i secchi. Le persone erano costrette a fare numerosi andirivieni su un sentiero stretto e sassoso che obbligava a mantenere in equilibrio i secchi per non perdere l’acqua.
La maggior parte della gente utilizzava pozzi d’acqua piovana. C’erano circa una quindicina di pozzi a Montefosca perché non bastavano le sorgenti. Questi esistavano già dal 1890. All’epoca, servivano la gente ed il bestiame. Per fare il bucato, le donne erano obbligate a scendere a Bodrino dove facevano anche un grande fuoco che serviva a far bollire l’acqua.
Per evitare tutta questa fatica, i Montefoscani fecero già da tanti anni moltissime richieste al comune di Pulfero per costruire un acquedotto dalla sorgente Zazuarac verso Zabant. Il comune non rispose mai favorevolmente a Montefosca ma lo fece per Robedišče.
Prima di andare più avanti nella storia, bisogna precisare che, già dal 1300, esisteva una lite fra Montefosca e Robedišče. Poi, dopo il 1918, Robedišče, che prima era sotto dominio austriaco si è ritrovata per forza italiana. Per una questione di interessi simpatizzarono con il fascismo tramite un certo cavaliere, il quale vendette loro la sorgente Zazuarac. La gente di Robedišče ha cominciato a mettere i tubi e, il 15 ottobre 1934, un gruppo d’uomini vennero a Pod Dolinca per provocare i Montefoscani, suonando con la fisarmonica e cantando la famosa canzone San videu Marjanco, Je nesla vado (ho visto Maria che portava l’acqua).
All’inizio, i Montefoscani furono sorpresi da quell’ avvenimento. Successivamente capirono la ragione e si riunirono per prendere una decisione di fronte a questa faccenda. Le donne decisero di andare al comune per avere una spiegazione dal podestà. Di fronte ad un atteggiamento ostile alla loro richiesta, decisero di mettere a soqquadro il comune ma senza toccare i quadri del Re e di Mussolini.
Subito dopo, 80 donne determinate, giovani, sposate, anziane e incinte, scesero lungo il sentiero ripido verso Stupizza, armate di robusti bastoni. Tutta la gente di Stupizza si affaciò vedendo arrivare tutte queste donne. Camminando verso Pulfero, si misero tutte in gruppo occupando tutta la strada per impedire a qualsiasi persona di avvertire il comune della loro venuta. Arrivate a Pulfero si formò un corteo di persone dietro di loro per vedere questo avvenimento. Al comune si rivolsero al podestà chiedendo la ragione per la quale avesse venduto la sorgente a Robedišče. Ma il podestà rifiutò di discutere con loro. Sapeva bene il perché. Le donne arrabbiatissime entrarono negli uffici con violenza e determinazione, spaccando tutto quello che capitava sotto mano, buttando fuori dalle finestre libri, documenti, sedie, armadi, malmenando gli impiegati e gridando “Viva il Duce ma vogliamo l’acqua a Montefosca !”. Nell’euforia, macchiarono con l’inchiostro i quadri che non dovevano toccare. Poco dopo, i carabinieri di San Pietro arrivarono sul posto e presero sotto controllo la ribellione. Arrestarono sette donne fra cui c’erano Cencig Albina, Cencig Mariana, Cencig Paola et Cencig Sofia Šklanac. Furono incarcerate venti giorni a Udine.
Solo dopo si capì perché il comune era d’accordo per vendere la sorgente a Robedišče. Il podestà non si è mai preoccupato dei Montefoscani e la vendette senza nessuna vergogna. Questa sorgente non aveva niente da vedere con Robedišče perché apparteneva al comune di Pulfero ed era più logico lasciarla ai Montefoscani. Poi piano piano, le autorità capirono che a Montefosca non si scherzava e presero sul serio questa faccenda. Qualche tempo dopo venne Mussolini al monumento di Caporetto. Siccome doveva passare per Stupizza, i consiglieri di Montefosca approfittarono di questa occasione per spiegarsi direttamente con lui. Mussolini prese questa richiesta in considerazione e diede ordine al comune di finanziare l’acquedotto. Su 70 mila lire attribuite, soltanto 40 mila furono spese per comprare tubi e materiali ; le 30 mila restanti furono devolute al collegio di San Pietro. Si deve dire che il paese di Montefosca fu sempre mal visto dagli altri perché la gente ha sempre impressionato i paesi vicini per la sua determinazione nella lotta e nella difesa del paese.
Il finanziamento dato non comprendeva la manodopera. Ogni famiglia doveva dare più o meno 40 giorni di lavoro secondo l’importanza della famiglia per scavare trincee e posare tubi su circa due chilometri e mezzo dalla sorgente fino a Montefosca. Finalmente, l’acqua arrivò nel paese attraverso sette fontane disposte la prima a Dolina vicino Leban, la seconda da Lien, la terza da Mon, la quarta Pol Lindo, la quinta Za Daneu, la sesta a Paceida e la settima da Pičin a Liesa.
Dopo ciascuno volle l’acqua a casa. All’inizio fu gestita dal comune ma, spesso, d’estate, mancava. Oggi la gestisce una società che viene a risolvere ogni problema di qualsiasi genere. Adesso la gente deve pagarla.

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Guerrino Cencig

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