Persone e Personaggi

Alpini in marcia forzata
Alpini in marcia forzata
La Guardia di Finanza - uno Scultore - la famiglia Špelat - la Teleferica a mano - Cencig Giuseppe - il ponte sul Bodrino

La guardia di Finanza a Montefosca

Già Olinto Marinelli nella sua Guida delle Prealpi Giulie ci segnala due posti letto in un’osteria occupata da due finanzieri. Questa guardia di finanza sorvegliava il confine per evitare il contrabbando, prima con l’Austria, poi con la Iugoslava. Normalmente dovevano percorrere, ogni giorno, il confine attraverso sentieri bene tagliati ma, essendo troppo isolati, lo facevano forse una volta al mese.
Per quanto riguarda il paese, erano più vigilanti. Per esempio, quando si sposò Cencig Fiorina, come voleva la tradizione, si sentiva cantare senza nessun ritegno e soprattutto suo fratello Pio la cui voce si distingueva nel gruppo. Chi bussò alle dieci alla porta di casa ? I finanzieri ! Tutti furono sorpresi da questa visita ma obbligati a continuare questa festa senza cantare. Incredibile !!!!!


Un dono di natura

Ciascuno di noi, più o meno, possiede un dono di natura. Possiamo dire che Specogna Arnei l’aveva veramente. Già da giovane, senza imparare, si mise a tagliare pietre con molta passione, pazienza e capacità.
Quando aveva appena 20 anni, chiese a suo padre un gran blocco di pietra che fu portato da Pod Las (sotto Ioanac) e si mise in testa di cavarne un enorme mortaio che doveva servire ad un uso familiare. A tempo perso, cominciò a spianare questa pietra sulla parte alta e disegnò i due diametri del mortaio dando lo spessore necessario. Prima di tagliare nel centro, fece una sagoma in legno che doveva dare la forma giusta all’interno del mortaio. Piano piano con il tempo, Arnei diede una forma precisa a questa grossa pietra sorprendendo la sua famiglia e la gente vicina. Quando questo mortaio fu realizzato, fabbricò con le sue mani un cerchio di ferro (obroč) per proteggere la parte alta della pietra.
In quei tempi, i Berjiči passavano in tutti paesi arruolando di forza i giovani di 23 anni e presero Arnei con Agostino Čiak (si diceva : so ga Berjiči pobral). Il nostro Arnei è finito in Piemonte per 10 anni ma non senza tirarne profitto. Siccome era forte, robusto e molto capace, in più del suo corredo, del fucile e della baionetta, prese un barile d’acqua di 50 litri che vendeva ai soldati ma specialmente agli ufficiali. C’erano zone aride e guadagnava una paga in più vendendo questa acqua. Durante questi 10 anni, risparmiò moneta dopo moneta con la speranza di tornare a casa. Finì questo servizio con molta serietà e subito dopo, prese la strada per ritrovare il suo paese. Quasi arrivato, di sera, si fermò a Canal di Grivò (Pod Klap) per mangiare, bere qualcosina e riposare. Era in un’ osteria d’epoca gestita da un’ ostessa che si accorse subito che questo uomo aveva tanta moneta, forse anche napoleoni. Questa donna avvelenò Arnei e gli rubò il suo denaro. Questo bravo uomo non rivide più il suo paese natio.
Oggi, ci racconta Laurencig Giuseppe Balanu che suo padre ammazzava un vitello, lo cucinava con burro e piante aromatiche ; dopo lo conservava a pezzi nel mortaio scolpito da Arnei perché questa pietra non cambiava il sapore della carne. Ogni tanto, si prendeva fuori questa carne che si accompagnava con la polenta nei momenti di festa. Durante la sua assenza perché lavorava in Germania, una persona vicina malintenzionata prese questo mortaio e mescolò dentro calce. Quello che doveva accadere accadde e si spaccò in due, abbandonato alle intemperie per anni. Cencig Pio Nutču decise di aggiustarlo e lo fece benissimo. Oggi non si vede quasi più questa spaccatura ; peccato che lo nasconda in cantina, forse per paura che uno straniero venga a rubarglielo.


Si può vedere quest’ opera di due secoli sulla foto qui sotto. Ricordiamo che un mortaio simile si trovava dalla famiglia Čiak, Uolac, Mon e Kruč.



Un uomo fuori dal comune

Adesso vi devo raccontare la storia straordinaria di un uomo straordinario che si vede forse una volta ogni secolo. Questo ragazzo si chiamava Agostino (Ustin) della famiglia Čiak, nato intorno al 1774.
Da giovane aveva imparato il mestiere di muratore e, poi, quello di tagliapietra. Si distinse per questo secondo mestiere. Lavorava alla giornata e, tante volte, anche nei paesi vicini forgiandosi una grande e bella reputazione. Se posso parlarvi di questa persona eccezionale oggi, è solo perché la sua impresa fu riferita di generazione in generazione.
Una volta, fu chiamato a Robedische (Arbisce) per tagliare in un gran blocco di pietra un cantone (kantonáda) che doveva servire di apertura ad un fienile (klobat). Terminato il suo lavoro, ritornò a casa. L’indomani, apprese che questi uomini non erano riusciti a riportare questo cantone sul cantiere. Arrivando sul posto, tagliò con un coltello incurvato le corde messe dai suoi colleghi intorno alla pietra, la prese sulle spalle e la portò sul cantiere. Tutti furono sbalorditi e meravigliati, a bocca aperta, davanti a quest’ azione d’atleta. Questa fu una delle prime prodezze ; altre seguirono come quella di portare da solo un gran blocco di pietra che gli servì p er tagliare dentro una vasca (korito) per dar da bere alle bestie. Un’altra volta, si fece notare a Stupizza rovesciando il carro di un commerciante che non voleva pagarlo. In poco tempo divenne una curiosità per tutti quelli che non lo conoscevano. Era capace di portare fino a tre quintali.
I giovani di Maserolis erano molto gelosi di lui ; sapendo che doveva portare sacchi di granturco nel mulino di Bodrino, gli segarono a metà i pioli della scala. Mentre portava su questo enorme peso, i pioli si spaccarono ed Agostino cadde rompendosi le costole e facendosi molteplici contusioni. Poco dopo, quelli di Maserolis confessarono questa imboscata.
In quei tempi, la leva non esisteva e i Berjiči, agenti dell’esercito austriaco, cercavano giovani di 23 anni per arruolarli di forza ; li portavano via dalla famiglia per dieci anni ed abbastanza lontano per non dar loro l’occasione di tornare a casa. Tutti i giovani si nascondevano con la paura di essere portati via. Sapendosi ricercato, anche Agostino si nascondeva e si spostava spesso. Però, un giorno che era nascosto nel fienile di casa fu denunciato da un paesano allettato dai soldi dati dai Berjiči. Questa milizia entrò con la baionetta in canna e cominciò a pungere nel fieno. Dopo un momento, sentirono un piccolo grido ; erano riusciti a dargli un colpo tagliandogli la cintura e leggermente la pelle. Agostino si precipitò fuori come un fulmine spaventando questa milizia ma, appena cominciò a scendere le scale di pietra, i pantaloni gli scesero sui piedi. A quel punto, questi uomini si precipitarono su di lui legandolo forte. Fu portato e messo in una specie di prigione per qualche giorno. Alla prima occasione, cercando di fuggire, prese un duro colpo di baionetta e soffrì per mesi nell’ospedale di Cividale prima di morire.
Tante persone rattristate di vedere sparire quel giovane colosso si lamentarono di quello che accadde ma era troppo tardi. Chi sa quante belle cose poteva ancora fare nella sua vita ! Tutti i paesi vicini lo rimpiansero e ancora oggi lo ricordano.

La famiglia Špelat

È facile riconoscere che la famiglia Špelat fu sempre, ed è ancora oggi, una grande imprenditrice. Primi per certe opere e partecipanti per le altre, finanziarono progetti e lavori importanti che si possono intravedere nella storia locale. L’ultimo rappresentante ed il più famoso fu certamente Cencigh Antonio per la sua ingegnosità, la sua modernità per l’epoca e la sua fantasia.
Già da giovane pensò di lasciarci tracce scolpite in una pietra. Difatti, Antonio era molto innamorato di una ragazza ma i suoi genitori non la volevano. In ricordo di questo amore impossibile incise qualche riga su una pietra dentro la stalla dei suoi genitori, oggi ricoperta di cemento. Si poteva leggere : “questa donna me governa, pronta mi da la vita per la castita morte”.
Poi, più tardi, immortalò i suoi cinque figli scolpendo la loro testa e incorporandole nel muro sopra ogni finestra della casa.
Tagliò anche in una pietra quadrata una meridiana e incise su un’ altra pietra questa frase : “Cencigh Antonio fece nel 1818”.
Fra i suoi figli, c’era un prete che si distinse, per un’ occasione particolare, dicendo : “quando le galline faranno le uova dopo mezzogiorno e si farà anche la messa, non vorrei che le mie suole di scarpe fossero in questo mondo”.
Di questo lavoro lasciato da Antonio, oggi si possono soltanto vedere, sulla casa di Cencig Lino, due teste e la pietra che porta la sua scritta.








La teleferica Urt na Glaua

Già nel 1910 a Montefosca esisteva una teleferica azionata a mano. La famiglia Špelat ebbe l’idea di fabbricare, per conto suo, una teleferica da Urt na Glaua fino a Stupizza. Non c’era corrente elettrica e si doveva inventare un funzionamento manuale guidato dall’uomo. I Montefoscani si dimostrarono sempre molto inventivi e lo furono anche per questo progetto importantissimo per l’epoca. In quei tempi, ci si serviva molto della configurazione naturale del terreno e, in questo posto, c’era una parete rocciosa ripida ai piedi della quale scavarono più di tre metri e costruirono un muro come supporto alla grande ruota di un diametro di sei metri. Questa ruota di legno fatta a mano era circondata da scalini sulle due parti laterali con una ringhiera per tenersi. I due uomini, camminando su questi scalini, facevano girare la ruota. Il filo tirante si arrotolava intorno a un piccolo argano ; con questo rapporto, anche un uomo solo era capace di far girare la ruota. Quando il carrello era carico e pronto, da Stupizza davano tre colpi sul filo. Essi si ripercuotevano fin su dando così il segnale per iniziare la salita. Ci volevano circa duecento giri per percorrere i milleottocento metri cioè la distanza approssimativa da Urt na Glaua fino a Stupizza. Secondo il carico, non sappiamo bene quanti giri facevano senza fermarsi.

Per la discesa, inventarono un sistema arcaico che consisteva nel frenare la ruota con un pezzo di legno; per sicurezza, avevano vicino sempre qualche pezzo di legno in più e quando il carrello puntava in basso, appariva un segnale sul filo tirante ; bisognava frenare sempre di più. Quando il carrello toccava la parete, il filo tirante si distendeva e potevano bloccare la ruota. Per mettere questo sistema in moto, ci volevano tante prove.
Questa bell’ invenzione funzionò fino alla prima guerra mondiale. Oggi, si possono intravedere attraverso la vegetazione solo il muro e le fondamenta.
Si capisce meglio, sul disegno aggiunto a questa pagina, la struttura della teleferica ed il suo funzionamento.
La traduzione di Urt na Glaua sarebbe “Orti vicino alla testa” perché c’erano orti vicino a questa roccia a forma di testa.


Una figura locale

Cencig Giuseppe Špelat nacque il 18 Marzo 1895 a Montefosca dove contribuì alla crescita del paese. Poi, si trasferì nel 1932 con la sua famiglia a Stupizza sviluppando le sue doti di imprenditore, perfezionando la fune a sbalzo ed anche partecipando ad un capolavoro a Loch.
Durante la seconda guerra mondiale, gli alleati recuperarono un ponte metallico lasciato dai tedeschi, nei pressi di Loch parecchi anni prima. Vedendo che nessuno se la sentiva d’incaricarsi di questo lavoro per mancanza di mezzi di sollevamento, Cencig Giuseppe aveva già immaginato come metterlo sul posto. Era una decisione molto importante perché esisteva soltanto, fra Loch e Podvarchis (paese di fronte) un guado ed un filo per portare soltanto cose leggere. La costruzione del ponte, permetteva di collegare Loch a Podvarchis senza aver bisogno di andare fino a Pulfero. Specialista di fune, mise in cantiere, attraverso il fiume Natisone, fili per poter manovrare in tutti i sensi con carrucole e cucinetti ; così, dava la possibilità ad una ditta di Trieste di cominciare il collegamento dei pezzi del ponte per finalmente fissarlo sui piloni di cemento.
Tutti furono sorpresi dal risultato che possiamo ancora vedere oggi.


Il 20 Febbraio 1951, mentre tornava a Stupizza, poco dopo aver superato Loch, Cencig Giuseppe fu colpito da un infarto. Fu una terribile disgrazia per la famiglia ma anche per la collettività alla quale poteva ancora rendere grandi servizi. Lì, la sua famiglia mise una croce con una fotografia e fiori. Poco tempo fa, le fondamenta del ponte furono rinforzate. Fecero un piccolo sbarramento e collegarono i piloni nel letto del fiume con grossi sassi e cemento. Questo ponte ha già una storia di 50 anni. Speriamo che continui a resistere ancora altri 50.



Il ponte sul rio Bodrino


Secondo una storia tanto strana quanto straordinaria, un muratore pagò una condanna costruendo il ponte di pietra sul rio Bodrino. Nel 1945 i consiglieri Cencig Ario Monu, Cencig Emiglio, Cencig Attilio Matjulu, Zantovino Luigi in seguito al piano Fanfani fecero un muretto di protezione sui due latti del ponte.

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