I Blumarji

I Blumarji donne - Fan tuška - i Coscritti - il Senjan - Canti tradizionali

I Blumarji


Di CENCIG Graziano Baziaku

Fra i carnevali ancora esistenti nel comune di Pulfero, quello di Montefosca è forse, in apparenza, il più semplice ma non per questo il meno interessante.
Ultima traccia di un carnevale molto più complesso e completo, il rituale dei Blumarji si ripete come ogni anno nel pomeriggio del martedì grasso a Montefosca, la più remota ed isolata frazione montana del comune di Pulfero nell’alta val Natisone.
Giovani, rigorosamente maschi e non sposati, in numero variante, sempre e comunque dispari, si preparano per tempo in un luogo isolato vestendo gli abiti bianchi, i campanacci e gli alti cappelli che danno loro l’aspetto di Blumar.
Percorreranno, nel pomeriggio fino al tramonto, un itinerario prefissato, da sempre lo stesso, che attraversa e racchiude le due frazioni vicine di Paceida e Montefosca tante volte quante sono le maschere dei Blumarji. Si usa dire che sette sarebbe il numero giusto, comunque, a memoria d’uomo, non se ne sono mai contate meno di cinque e più di undici.
Le rigide regole che caratterizzano l’azione dei Blumarji ed il soccorso che abbiamo potuto trovare nella ricca tradizione orale locale, ci permettono di individuare in questa traccia carnevalesca lo svolgersi di un vero e proprio rito di iniziazione, ancor prima e ancor più che di propiziazione, come vorrebbe o dovrebbe essere quello di carnevale.
Tutto ciò si basa su dati sufficientemente probanti :
- gli officianti : giovani maschi non sposati (gli iniziandi) ;
- la prova : i chilometri di corsa continua che normalmente si svolge sulla neve e sul ghiaccio sono assai faticosi, soprattutto quando fino a qualche tempo fa, venivano posti sul percorso ostacoli più o meno improvvisi da superare ;
- il superamento della prova : mantenere candida la veste, non essere pertanto mai caduto ed essere giunto al termine della corsa ; è segno d’aver superato la prova. Tutto ciò senza poi dimenticarci degli eventuali rimandi relativi alle credenze, ai detti e alle interpretazioni sul numero dei Blumarji o sui giri da percorrere, sulla gestualità, sul colore dell’abito, sul cappello e le sue forme….
Quello dei Blumarji, fino a qualche tempo fa, era solo un episodio del carnevale di Montefosca che infatti prevedeva anche il contemporaneo agire di una compagnia mascherata. Nei giorni precedenti e anche contemporaneamente all'azione dei Blumarji, questuava ed interagiva col paese dove poi, a fine carnevale, si sarebbe fatta una festa con banchetto, musica e ballo.
Il calo demografico, anche qui come in larga parte del territorio circostante, non ha più permesso di tenere in vita il complesso delle antiche azioni che costituivano il tradizionale carnevale. L’unica traccia rimasta è rappresentata dai Blumarji. È forse una delle tracce più arcaiche, una ricca ed interessante testimonianza dietro il suono di un campanaccio, il significato di una parola, i colori di una maschera.
I blumarji di Montefosca nel 1999
I blumarji di Montefosca nel 1999

I Blumarji donne nel 1930

Paola Macorig ci racconta che, ogni anno, come voleva l’uso nel paese, per il carnevale (pust), ci si preparava e ci si vestiva in Blumarji. Non si sa bene perché, quell’anno, nessun giovane si presentò. Vedendo questo, le ragazze di Paceida ebbero loro l’idea di travestirsi in Blumarji.
Alla testa di questo gruppo, si trovava Menig Antonia (Ninka Menčua), Cernet Paolina (Paulinca), Cernet Maria (Marič Čepoua), Laurencig Pierina (Laurenčua) ; avevano dai 16 ai 20 anni. I loro genitori diedero loro vecchie lenzuola bianche in cui fecero un buco per passare la testa. Furono cucite direttamente sul corpo da Cernet Pietro (Perin) plasmando le gambe. Queste ragazze eranobelle da vedere e portarono una nota di originalità a questa tradizione.
Avevano le calze di lana tradizionali fatte in paese, coperte con i famosi žeki, scarpette di veluto nero fatte a mano. In testa, avevano il gran cappello variopinto e, sulla schiena, i campanacci dai suoni diversi.
Le ragazze più giovani si mascherarono, per una parte, di chiaro e per l’altra, di scuro con vestiti stracciati e ricuciti truccandosi la faccia di nerofumo. Altre maschere si nascondevano la faccia con un fazzoletto lasciando solo due buchi per gli occhi.
Vedendo tutte queste ragazze decise a fare festa, anche i ragazzi di Paceida si aggiunsero a loro imitati dai giovani di Montefosca. Si vede, che all’inizio, nessuno era deciso a fare il pust ; però, tutti si ritrovarono con meraviglia.
Le ragazze seguirono il percorso abituale partendo da Tan na Brieg, poi a Klanac, passando vicino alla casa Čep, lanciandosi sul sentiero Za Slipco davanti alla chiesa. Salendo verso Klanac di Montefosca, passarono a Tan na Rup, Dolina, Liesa, Basji, Zantovino e, di nuovo, a Paceida passando Gor na Košo, Tje po Landrone e, giù, a Klanac. Si fermavano in questi posti per riposare, cantare, bere ma, lungo il percorso, l’usanza vietava alle ragazze l’accesso in osteria. Dietro di loro, seguivano le maschere che scherzavano, gridavano e raccoglievano soprattutto uova e i pochi soldi che c’erano.
Secondo l’usanza, per il carvenale, le famiglie (che lo potevano) mettevano da parte da 10 a 12 uova perché si diceva : “se non dai uova per il pust, le tue galline non faranno più uova !”.
Fra i ragazzi travestiti con maschere nere e brutte, c’erano Laurencig Basilio, Battistig Pietro e Laurencig Alessandro. Dopo qualche giro nel paese, per scherzare, misero sulle spalle di Cencig Basilio un basto di mulo. Si presentò da Cencig Pietro Rosu Tamažu che cominciò a guardarlo spaventato. Di colpo, prese un pezzo di legno e si precipitò sul povero Basilio ; lo bastonò e lo bastonò………Che cosa aveva immaginato Rosu vedendo questa maschera ? I compagni di Basilio intervennero velocemente tirandolo fuori dalla casa.
Il carnevale durava dalla domenica al martedì. La sera, si riunivano tutti insieme in un’ osteria o nell’altra, facendo un grande zabaione (zavajon) con uova, zucchero e vino e qualche frittata. Per la prima volta, erano le ragazze ad invitare i giovani a ballare. Quando rimaneva del cibo raccolto, la domenica seguente ricominciavano a fare festa.
Dobbiamo congratularci con queste coraggiose ragazze che seppero salvare questa tradizione.

I Blumarji e il carnevale

di CENCIG Pio Šiornu All’origine di questa tradizione, il numero di partecipanti doveva essere dispari ma quando ci partecipai, eravamo in otto e dovevamo fare otto giri correndo fra Montefosca e Paceida. Era una corsa abbastanza impegnativa con queste pesanti campane sulla schiena e l’alto cappello ingombrante. Non era facile correre sulla neve e sul ghiaccio con i nostri tradizionali žeki fatti di velluto nero cucito su gomma.
Prima ci si fermava all’osteria Čiak vicino a Leban e Matjulu dove si intonava il primo canto. Di lì, si proseguiva verso Paceida, ci si fermava sul Koš da Mamica, si cantava per la seconda volta e, poi, si scendeva verso Torian Tojcu e i Kolari e Menig dove ci servivano caffè con grappa ma più grappa che caffè. Mentre si correva, altri compagni che facevano parte di questo gruppo raccoglievano salsiccia, salame, spek e uova. Inoltre, la tradizione voleva che contemporaneamente alla mascherata in nero che rappresentava il diavolo seguisse un’ altra mascherata di uomini travestiti da donne, in chiaro o in bianco. Le maschere nere si precipitavano nelle case, imbrattavano le facce dei bambini gridando e facendo paura ; dopo venivano le maschere bianche che davano gioia e speranza. Erano accompagnati da una fisarmonica che suonava i nostri canti. Siccome non c’erano suonatori montefoscani, venivano da Robedische, Pod Bielo ed anche da altri posti. Per questa occasione, avevamo Lalut di Robedische che si sposò con una figlia Uikac. Le maschere ballavano in casa con le ragazze e, molto spesso, erano pizzicate.
Portati dal pubblico, i primi giri ci sembravano facili ma, man mano, i dolori si facevano sentire. A forza di cercare l’equilibrio per mantenere il cappello dritto sulla testa, i muscoli del collo si contraevano ogni volta che il piede aveva tendenza a scivolare. Poi, i campanacci ci battevano fortemente la schiena e sentivamo risuonare questi colpi fino sul petto. Anche la corda ci lacerava i muscoli delle spalle. Alla fine del percorso, sotto l’effetto della grappa, non sentivamo quasi più i nostri dolori ma il passo diventava sempre più incerto. Sognavamo ??? Volavamo ???
Nell’ultimo giro, abbiamo fatto una risata vedendo Pio Cernet seguirci vestito da borghese con un campanaccio dietro la schiena facendo scherzi.
Il nostro pust durava tre giorni durante il mese di febbraio fino alle Ceneri. Si ballava tutte le sere ed il giorno dopo si ricominciava. Il terzo giorno si concludeva il pust con la pepeunica (le Ceneri). Tutto il paese andava in chiesa per farsi purificare dai peccati mettendosi ceneri sulla testa durante la messa.
L’ultima serata si concludeva nell’osteria con tutti i partecipanti a questo pust facendo una bella frittata con i prodotti raccolti durante questi tre giorni e un grande zabaione (zavajon) con vino rosso e uova. Si sentivano cantare i nostri canti durante tutta la notte.
Finalmente, riuscimmo, anche noi, a tramandare questa tradizione insegnataci dagli anziani.

La fantuška

Questa usanza esisteva a Montefosca dalla notte dei tempi. Era l’occasione per i giovanotti che si sentivano diventare uomini, di pagare un fiasco di vino ai più anziani per avere l’autorizzazione di andare nelle osterie e di trovare le ragazze affacciate alle finestre. Questa fantuška si faceva alla fine dell’anno. Erano gli anziani a decidere se il giovane era abbastanza grande e robusto per essere accettato. Dovevano avere 16 anni al minimo. I giovani che non rispettavano questa usanza erano cacciati dalle osterie e non potevano avvicinarsi alle finestre ! Potevano anche ritrovarsi nel letame.
In questo paese, ognuno doveva meritare il suo posto e funzionava così senza problemi. L’ultimo giorno dell’anno, tutte le osterie regalavano ai loro più fedeli clienti : bagigi,arance, mandarini e strucchi lessi. Si beveva gratis fino a mezzanotte ; così liquidavano il vino vecchio. Dopo mezzanotte, si serviva il vino nuovo che si pagava. C’era sempre una fisarmonica per far ballare la gente e si finiva all’alba con tanti canti.

I coscritti

Tutti i ragazzi di 20 anni compiuti ricevevano dall’esercito italiano una cartolina per la leva. Dopo una visita obbligatoria, si decideva se il ragazzo era abile al servizio militare. Il giorno prima della visita, i ragazzi di Montefosca facevano festa nel paese già dalle quattro del pomeriggio. Se erano troppo pochi, prendevano con loro altri compagni per dare più importanza alla festa. Se erano meno di dieci, prendevano solo un suonatore ; più di dieci, ne prendevano due. La maggioranza dei coscritti sceglieva l’osteria secondo la loro preferenza ma soprattutto quella che regalava più vino.
A Montefosca, per la circonstanza, era una grande tradizione tramandata da molto tempo farsi il primo vestito nuovo della vita. Era sempre di colore scuro come il nerofumo, nerometallo, grigio e grigioferro. Tra loro, pochi avevano abbastanza soldi per comprarlo ; erano aiutati dai fratelli maggiori o dagli zii, sia tagliando la legna, sia vendendo il carbone che era più facile da portare giù a Stupizza. Con tre quintali di carbone portati giù in sei volte, si guadagnava come con trenta quintali di legna. Il carbone si vendeva facilmente perché serviva per i ferri da stiro, la fucina, ecc…
Il primo giorno, si faceva festa nel paese ; i ragazzi che non avevano la fidanzata chiedevano alle compagne di ballare con loro. Si ballava tutta la notte ; certi andavano a dormire qualche ora e gli altri passavano la notte in bianco. L’indomani mattina, partivano per Stupizza scendendo il sentiero con la bandiera in mano. La visita era prevista alle ore nove a Cividale e fatta dai medici militari. Serviva a controllare l’altezza, il peso, la vista, l’udito e soprattutto la capacità toracica. Nel 1908, chi non sapeva leggere, doveva almeno riconoscere i colori. Eccetto qualche handicappato, erano tutti abili e tutti alpini. Dopo la visita, c’era un’altra tradizione : spesso da Namor, si faceva una bella fotografia di gruppo. Per la circostanza, compravano qualche giocattolo e il famoso fazzoletto che non era mai rosso ma spesso verde nei tempi del fascismo. Poi, continuavano la festa a Cividale dove quasi tutti passavano la notte.
Il giorno dopo, tornando al paese, si sentivano tutti più maturi e veri uomini, pronti e forti a qualsiasi eventualità. Passavano nelle case per raccogliere uova e la gente serviva loro caffè con grappa. La tradizione voleva che questa festa durasse tre giorni e tre notti. Era una tappa indispensabile per entrare nel mondo degli adulti, potersi sposare e creare una famiglia. Ma prima, si doveva fare il servizio militare e, per i più sfortunati, si andava alla guerra.

Seduto da sinistra : LAURENCIG Selmo Čeriku, MENIG Antonio Paronču

In piedi da sinistra : CENCIG Pio Matoha, CERNET Fabio Rožu, CENCIG Pietro Rošlnu

Il Senjan

Una volta all’anno, i giovani organizzavano la festa del paese e le loro mamme erano tenute a fare cinque “gubane” per le figlie invitate a ballare. Siccome le osterie erano troppo piccole per ballare, si costruiva fuori, in mezzo alle due osterie, una piattaforma tutta di legno chiamata il brear. Il terreno era inclinato e doveva essere portato allo stesso livello. Di solito, si prendevano le tavole nella latteria o, quando non era possibile, i giovani andavano a prenderle in un altro paese (come Prossenico) che le prestava gratis. Si mettevano rami tutto intorno al brear per fare un po’ d’ombra e d’ornamento ; certe volte, erano costretti a mettere sapone sulle tavole che non erano abbastanza lisce. C’era una corda attorno al brear che serviva a far uscire la gente quando i tre balli erano finiti.
In generale, il complesso era composto di tre o quattro musicisti che suonavano la fisarmonica, la cornetta, il clarinetto e, certe volte, il sassofono. Talvolta, venivano da Torreano con Mino e Settimo. Veniva anche a piedi Remo, figlio di Menichini nato in Umbria e che gestiva una bottega a Stupizza. Suonava 5 o 6 ore perché suo padre lo obbligava in quanto i Montefoscani erano clienti della bottega. Remo era il fratello di Dino Menichini, famoso poeta.
Per la prima volta è stato designato dai soci come capofesta Laurencig Giuseppe Balan. Doveva organizzare la giornata e, soprattutto, andare dai carabinieri a chiedere il permesso. Gli altri soci, con entusiasmo, andavano nelle famiglie a cercare le cose che mancavano.
I responsabili della festa si davano il cambio ogni due ore. La gente pagava un biglietto per tre balli. Quando i musicisti facevano una pausa di circa tre minuti, si diceva che i balli erano finiti e la gente usciva dal brear.
Di nuovo, si tirava la corda, la musica suonava e la gente tornava a ballare. Questo biglietto costava meno di un bicchiere di vino. Chi era socio non pagava. Veniva gente da ogni parte : Canebola, Maserolis, Calla e anche Mersino. Per quanto riguarda quelli di Robedische, sono venuti fino al 1948. Dopo, con Tito, il confine era chiuso e non potevano più uscire. Un paio di anni dopo, sono stati creati i permessi agricoli e la gente doveva solo rispettare l’ora dalle 8 alle 18. Se tornava troppo tardi, doveva passare per Stupizza.
Questo senjan era l’unica occasione annua di ballare con una ragazza. Chi aveva l’amorosa, era già sistemato.
Dobbiamo sottolineare che Don Eliseo Artico non fu mai favorevole a questa festa. Una volta, andò a chiamare i carabinieri con motivi personali per far smettere questo senjan nonostante l’autorizzazione. La festa fu interrotta dalle ore 15 alle ore 17 perché il prete volle assolutamente far passare la processione in mezzo a questo senjan.
Subito dopo la guerra, non era più pericoloso fare la festa perché non c’erano più i partigiani. Soltanto l’emigrazione portò via la maggior parte dei Montefoscani.


Dolina, centro di Montefosca 1960
Dolina, centro di Montefosca 1960

Canti tradizionali

Petelin gode, gor na dan kolo
Katrca pleše an ričico trese
Denimo uagio da jìh na omlatjo
Vintla, pindla……

Il gallo canta su un ciocco
La gallina balla muovendo il sedere
Scommettiamo che non li bastonino
Armadio, pentola……


Laurencig Giuseppe Balan si ricorda di aver sentito questo canto nel 1935, soltanto in osteria. Sembra essere il più vecchio canto tradizionale e locale, sparito dopo la seconda guerra mondiale. Secondo il modo di cantare, il tema era sempre intonato dalla prima voce. Per quest’ occasione fu Zantovino Giuseppe, chiamato Juan, ad intonare il canto, aiutato da Laurencig Ferdinando la seconda voce e dai bassi Cencig Luigi (Matjulu), Cencig Agostino, Cencig Pietro Leban e Menig Antonio.





Lanske lieto, san se oženu,
Liepo mlado san se sbrau.
Za dno lieto mi je umrla,
Venčni Buog mi joj pobrau.
Samua dno diete mi je pustila,
Kier mi joče noč an dan.
Mouči, mouči, diete moja,
Le počaki bielga dne.
Te bon nesu na grobišče,
Tan te mamka podoj.
Ustani gori ženka moja,
Podojga še dan krat.
Jest na morin gor ustati,
Kier me zemlja dol darži.
Le obarnise pruoti tuojmo duomo,
Tuoje diete bo dojeno.
Samua Maria ga bo dojla,
Usmiljen Ješus ga bo zibu.


L’anno scorso mi sono sposato,
Ad una bella ragazza mi sono legato.
Un anno dopo mi è morta,
Dio Santo me l’ha presa.
Soltanto un bambino mi ha lasciato,
Che mi piange notte e giorno.
Taci, taci, bambino mio,
Aspetta la luce del giorno.
Ti porterò sulla tomba,
Della mamma che ti allatterà.
Alzati su, moglie mia,
Allattalo ancora una volta.
Marito mio non posso alzarmi,
È la terra che mi stringe.
Voltati verso casa tua,
Il tuo bambino sarà coccolato.
Soltanto Santa Maria lo coccolerà,
Misericordioso Gesù gli farà la ninnananna.


Cencig Ettore Leban ha imparato questo canto dalla nonna Cencig Luigia Špelat, nata nel 1858.




Ta stara je ustala
Ta mlada leži
Je krajcer za pila
Jo glaua boli
Pepeu, pepeu………

Ta stara je umrla
U nebesa je šla
Je košpe zabila
Nazaj je paršlá
Pepeu, pepeu………

L’anziana si è alzata
La giovane dorme
Ha bevuto tutti i soldi
La testa le fa male
Cenere, cenere………

L’anziana è morta
È salita al cielo
Le scarpe ha dimenticato
Di nuovo è tornata
Cenere. cenere...

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Guerrino Cencig

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