Žegan: la benedizione del pane

Il rituale di una delle usanze pasquali più radicate e vive nelle Valli del Natisone
Anni fa abbiamo osservato in dettaglio come avveniva la benedizione dell’ulivo predisposto sotto forma di fascetto (snopič) misto con altri semprever­di assieme a verghe di avellana, corniolo e bagolaro (bradovik), tutti elementi che assumevano un preciso significato e destinazione d’uso.

In occasione di que­sta Pasqua desideriamo, invece, mettere in evidenza un’altra usanza particolare, attualissima ancora nei nostri paesi, talmente radicata nella tradizione da presumere che sarà l’ultima a decadere se le cose doves­sero andare per la china su cui si sono irrimediabil­mente avviate.
Trattasi della benedizione del pane, žegan kruha.

Di questa usanza si trovano ancora tracce anche in Friuli, sebbene sotto forma di memoria e nella stessa periferia di Udine, in parrocchia di San Gottar­do, gli anziani ricordano che fino al termine degli anni ‘30, portavano in chiesa i cestini con vari cibi da benedire.

Preparazione del cestino

Normalmente veniva scelto il cestino più bello, di solito intessuto con i vimini bianchi durante l’ultimo inverno, di dinensio­ni adeguate al contenuto che vi veniva deposto.
La mamma, attorniata dai curiosissinii ed attenti figlioli, stendeva sul fondo una bianca tovaglia ricamata i cui quattro capi sporgevano dal bordo e sopra di essa poneva con cura ed in bella disposizione i cibi a seconda della usanza del paese o della famiglia stessa che, some vedremo, avevano numerose anche se pic­cole varianti.
Le mamme più attente alla sacralità dei riti, nel deporre i cibi davano ai figli le indicazioni sul loro significato, secondo la formazione religiosa da essa avuta, in chiesa o in famiglia.

«Tuole je Ježušove teluo / questo è il corpo di Gesù»,
diceva la mamma mentre poneva sul fondo del cesto il pane integrale confezionato e cotto nel forno di casa o in quello della famiglia attigua che ne fosse fornito.
Poi cinque uova sode rosse «Pet kapi karvi od ran Ježušovih / le cinque piaghe»;
tre radici di hren rappresentavano i tre chiodi della croce;
lo spago che lega un salame cotto o crudo significava la cordicella con cui Gesù venne legato.

Sopra ciò troneggiava una lucente focaccia che doveva costituire la parte principale ed eccezionale della colazione pasquale, attorniata dalla parte più attesa dai bambini che sono le colombe, una per ogni bambino.
Queste venivano già scelte in precedenza ed ognuno era in grado di riconoscere la popria, dal­la piegatura della ali, dalla maggiore o minore sporgenza dell’uovo inserito sotto di esse, dagli occhi costituiti da due semi di miglio (ardeèon), dalla forma, della coda.
Tutte le colombe, 5, 6 o più, quanti erano i figli ancora piccoli, sporge­vano il capino verso l’esterno del cesto a fra ognuna di esse i bambini poneva­no le uova da essi colorate e decorate con motivi floreali, dediche con il proprio nome, motivi religiosi come il calice, l’ostia, il monogramnia IHS, quindi rese lucenti con il passaggio di un lieve strato di lar­do.

Il cestino così predisposto veniva racchiuso e coperto dai quattro lembi delle tovaglia ricamata ed il pomeriggio del sabato santo c’era l’attesa benedizio­ne.

Luogo e momento della benedizione

E’ noto che i nostri piccoli paesi distribuiti a grappolo lungo i monti, non hanno tutti una chiesa perciò il sacerdote si recava in ogni più piccolo gruppo di case a portare la sua mano benedicente.
Dove c’era la chiesa, un tocco di campana avvertiva la gente dell’inizio della cerimonia; negli altri paesi, la benedizione si svolge­va presso una cappella od in una casa tradizional­mente designata dai paesani stessi.

Ecco come descrive T.P. la cerimonia come avveniva al suo pae­se negli anni 30 (Dom n.6,1991) “. . .

Verso le due del pomeriggio era bello vedere le mamme o le sorelle maggiori incamnrninarsi alla «linda» dei Zarnaži nella casa di don Luigi Clignon, dove avveniva il žegan.
Le donne guardavano attraverso le finestre per vede­re quale si sarebbe mossa per prima e quando mia mamma usciva sulla soglia dalla casa posta al centro del paese, si aprivano tutte le porte e dietro ogni cestino c’era una allegra processione di noi bambiniche saltavamo attorno come capretti.

Nel cortile dei Zarnaži, pulito e spazza­to, con tutti gli attrezzi appesi in ordine al muro, senza un capello fuori posto, con le galline ben chiuse nel recin­to, salivamo le scale biancheg­gianti e odorose di varechina.
Sulla linda c’era un tavolino rico­perto da una bianca tovaglia, sovrastato da un grande crocifis­so con il reci­piente dell’acqua benedetta e relativo aspersorio; alle «rante» del poggiolo erano appoggiate alcune panche sulle quali le donne ponevano i cesti.
Tra di esse facevano commenti con l’intenzione, non vera, di sminuire il proprio prodotto:
«La mia focaccia non mi è lievitata bene»,
«Non so che cosa abbia il mio forno quest’anno»,
erano le frasi che si ripetevano d’anno in anno di fronte alle lucenti e fra­granti specialità che si intravedevano dai lembi della tovaglia.

Noi ragazzi stavamo attenti all’angolo l’arrivo con passo sicuro del «Gaspuod nunac», con il bastone appeso al braccio a l’immancabile tabac­chiera in mano ed il nostro annuncio vivacizzava l’atmosfeta. «Hvaljen bodi Ježuš Kriištu#» lo saluta­vamo tutti ad alta voce, «Aman, aman» ci rispondeva don Antonio Cuffolo, sorridente e faceto mentre offriva alle donne più anziane una presa di tabacco.
«Daržita use zakrito ja? / Tenete tutto nascosto eh?»
diceva scherzoso.
«Perché non prendano il volo le colombe»
era la risposta che si ripeteva, di anno in anno.
«Bene, bene, sono lieto che anche quet’anno siano presenti tutte le famiglie e che il Signore vi mantenga il cibo che è il frutto delle vostre fatiche:
ora benediciamo questi buoni cibi e che la benedizio­ne valga anche per una buona prosperità dei vostri animali domestici».

Quindi, indossava la bianca cotta e la stola; noi ci inginocchiavamo, pregavamo assie­me l’Oče naš an Češčenamarijo.
Si scoprivano i cesti e su di esse e su di noi scendeva la benedizione di Dio.
«Ora vi lascio, perché mi aspettano ancora a Podvarš# e Špehuonja e la strada è lunga come ben sapete».
Ci salutava il sacerdote e noi gli facevamo ala mentre si incamminava accompagnato dal nonzo­lo o da qualche giovane di Laze che lo seguiva.”

Nel cesto trovavano posto altri cibi e componenti.
A Specognis in comune di Pulfero ad esempio si poneva in un sacchetto del sale e della crusca che venivano dati rispettivamente agli ovini ed alle muc­che, quale segno di benedizione.
A Tarcetta, dove la benedizione avveniva presso la casa della famiglia Canalaz, alcuni ponevano sul fondo del cesto uova sode tagliate a metà e condite, da usarsi per la merenda alla sagra del lunedì di Pasqua sui prati adiacenti alla grotta di Antro dove si svolgeva ogni anno una grande sagra-raduno, viva ancora oggi.

Consumo dei cibi benedetti.

Il cestino, dopo la benedizione, veniva posato in casa sulla vintula, bene in vista e nessuno si azzardava a toccare nulla; era consentito solamente avvicinarsi e guardare. Alla domenica mattina, i bambini e le donne si recavano a ricevere la comunione portando a casa il relativo santino ricevuto in chiesa. Quindi tutta la famiglia riuni­ta si apprestava a consumare la colazione benedetta sul tavolo ricoperto per l’occasione da una tovaglia bianca, facente parte del corredo materno.

La memorabile colazione, in quei tempi di ristret­tezze, era costituita dal caffelatte zuccherato e da una fetta di focaccia.
Ad affettarla provvedeva la mamma previo segno della croce tracciato con il coltello sulla parte inferiore; la stessa operazione veniva ripetuta dal papà con il pane ed il salame cotto affettato.
Ognuno poi consumava un uovo sodo ed anche i bambini bevevano un goccio del vino rosso fresco prodotto in casa.

Questa colazione rituale di pasqua aveva una sua sacralità di cui erano tutti consapevoli.
L’allegria, la gioia prendevano poi il sopravvento quando fmal­mente sazi per un giorno, i ragazzi si recavano in stalla con la crusca sparsa nel secchio che fungeva da abbeveratoio e gettavano alle galline le bucce delle uova sode e le briciole rimaste sulla tovaglia.
A Lin­der i gusci sminuzzati venivano sparsi anche attorno alla casa per allontanare i serpenti.
Sotto le linde del­le case incominciavano già a riunirsi gli uomini ed i giovani, pronti con le monetine da scagliare ad una certa distanza verso l’uovo sodo appoggiato al muro dai ragazzi, speranzosi che il colpo fallisse e guada­gnarsi così il soldino.

Di questo gioco e delle tante altre usanze pasqua­li, ne riparleremo, a Dio piacendo, alla prossima Pasqua.
Luciano Cblabudini

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