Le originalità del nediško - 4° Capitolo

E' bello conoscere e capire le specificità della lingua che si ama.
Questo vuol essere un piccolo apporto, un piccolissimo segno di amore e di devozione verso la lingua che i miei cari, che non ci son più, mi hanno trasmesso.

In questo file

I dittonghi e iati

Riflessioni

Non vorrei fosse vero, ma mi sembra di aver capito che a qualcuno danno fastidio le considerazioni sulla nostra lingua.
Me ne dispiaccio.
La mia intenzione non è dar fastidio, quanto studiare, imparare a conoscere meglio, acquisire conoscenze, indagare, fare ricerche, approfondire la nostra lingua e ancor più invogliare altri a farlo anzi invogliare a farlo tutti quelli che amano veramente la nostra lingua.
Conosco i miei limiti. Ciononostante preferisco fare che non fare.
Mi auguro che qualcuno faccia di meglio.
Perchè una lingua va studiata.
Naturalmente va studiata proprio la lingua che si vuol studiare e non un'altra.
Qui casca l'asino!
Qualcuno pretende di studiare il napoletano studiando l'italiano o, ancor più fantasioso, di far imparare il napoletano facendo studiare l'italiano.
Siamo decisamente "un pò" fuori strada.
E se per caso quel qualcuno mi reputa ignorante per i miei scritti e per le ventimila parole raccolte nel vocabolario natisoniano, allora devo dire che sono decisamente orgoglioso della mia ignoranza.

Nòno bi me jàu: - Nino, bìaš naprèj an kazàjin fìge du gajùfo! -

Non è una volgarità. Il nonno non direbbe mai volgarità. E' un modo di dire e anche piuttosto elegante. Equivale al dantesco: - Non ti curar di lor ma guarda e passa! -

Dittonghi

Ci siamo imbattuti diverse volte nei dittonghi.
A ragione.
Essi sono, infatti, una caratteristica importante della nostra lingua, tanto importante che ad un natisoniano da fastidio quando qualcuno, volendo far credere di scrivere in natisoniano, non li rispetta.

Questo del poco rispetto per la nostra lingua è un fatto incontestabile, testimoniato in mille e mille modi, nero su bianco.
A costo di risultare monotoni ci piace ribadire che ognuno è libero di esprimersi come vuole. Quando però qualcuno pretende o addirittura dichiara o comunque fa intendere di esprimersi nella nostra lingua e poi non la rispetta diciamo chiaramente che è un mistificatore e non importa se per ignoranza o per altre ragioni.

Solo un accenno al problema dei dittonghi, senza nessuna pretesa nè di essere esauriente, nè infallibile.

Cos'è il dittongo

Il dittongo è l'unione di due vocali in un solo suono monosillabico.
In italiano si ha il dittongo solo nel caso in cui si verifichino le seguenti condizioni:

che una delle due vocali sia una di queste
a
e
o

e l'altra sia una di queste
i
u

che la "i" e la "u" non portino l'accento tonico

Lo iato

Mancando la seconda condizione, anzichè un dittongo si avrà un

iato

come nelle parole
paùra (a differenza di "pàusa" che è dittongo)
vìola (a differenza di "viòla" che è pure dittongo)
vìa
spìa
mìo
tùo

La "i" e la "u" quando si tratta di dittongo, infatti, si dicono vocali deboli, perchè non possono portare l'accento e vengono pronunciate come semivocali, cioè con un suono più breve delle vocali forti a, e, o.

Nel caso dello iato, invece, si invertono le posizioni e le vocali "i - u" sono accentate e quindi lunghe, mentre le vocali "a - e - o" sono brevi.
Teniamo presente questo fatto perchè lo incontreremo anche nella nostra lingua e risulterà importante.

Continuando a parlare del dittongo, il dittongo si dice

ascendente
quando la vocale debole è prima della forte, come in
piàno, fuòco

discendente
quando la vocale debole è dopo della forte, come in
fàida, Màuro.

Può esserci dittongo anche nel caso di unione di due vocali deboli, se una di queste assume carattere di vocale forte, come nelle parole
chiùdere, piùma, quìnto, guìda.

Non si ha, invece, il dittongo ma lo iato in parole di uso più raro, come
flùido, intùito, intuìto, circùito, circuìto, contribuìre, arguìre, acuire, beduìno, liùto.

Nel caso del prefisso ri- legato a parole inizianti con vocale, questo forma sillaba a sè; quindi non si ha dittongo in parole come
ri-u-scire, ri-al-zo, ri-u-nione, ecc.

Esiste anche un cosiddetto "dittongo mobile".
In italiano il dittongo mobile avviene con "uo" e "ie".
Mobile nel senso che a volte c'è, a volte non c'è.
Più precisamente il dittongo avviene quando la vocale che genera il dittongo porta l'accento tonico.
Non avviene, quando l'accento tonico si sposta su un'altra vocale in parole derivate o composte o nelle coniugazioni dei verbi.
Un esempio chiarisce sicuramente meglio.

Il dittongo nei termini

muòvo, muòvi, muòve
è originato da
mòvo, mòvi, mòve

dove la vocale che origina il dittongo, la "ò", porta l'accento tonico.

Invece, nei termini
moviàmo, movète
la vocale "o" non porta più l'accento tonico
e allora il dittongo non deve avvenire.
Infatti, è scorretto dire
muoviàmo, muovète
anche se in pratica tanti sbagliano.
Bisognerà, invece, dire:
noviàmo, movète.

Per curiosità, ancora un esempio:
piède
da pède
e invece,
pedòne (accento sulla "ò" non sulla "e")


Infine, ci sono anche i falsi dittonghi, che sarà più facile spiegarli nella nostra lingua.

---++++Il dittongo natisoniano Tutto questo preambolo sembrerebbe inutile, trattandosi di una lingua completamente diversa dalla nostra.
D'altra parte la mancanza assoluta di dittonghi nella lingua letteraria slovena, provoca il giustificato sospetto che la presenza di essi nella nostra lingua abbia una qualche imitazione occidentale. Perciò reputo giusto un raffronto con i dittonghi italiani.

E per la verità i nostri dittonghi hanno particolarità specifiche. Affibbiare loro una terminologia precisa è rischioso, comunque esula dal nostro campo di intervento. Mentre è più fattibile un raffronto con la lingua italiana.

Per chiarezza prima elenchiamo proprio le particolarità dei nostri dittonghi, poi tenteremo una spiegazione.

Alcune particolarità dei nostri dittonghi

Innanzitutto osserviamo che in alcuni termini il dittongo viene sempre usato e da tutti.
Esempio nel termine
besìeda

In altri termini il dittongo non è usato sempre o non su tutto il nostro territorio.
Ad esempio
slovìensko
slovìenj (nelle valli di San Leonardo)
ma anche
slovènsko
slovènj (nella valle del Natisone)

In alcuni paesi, o meglio in alcune zone, le due vocali che originano il dittongo, la "o" e la "e", vengono convertite in "a".

Esempio
Bùog/Bùag
rùog/rùag
brìeg/brìag
rìeč/rìač ecc.

Una particolarità importante è il cambiamento della vocale che ha originato il dittongo da vocale accentata (lunga) a vocale semimuta (breve).
Viceversa la vocale muta diventa vocale accentata.
Questo è sicuramente un fatto molto singolare.
Esso sembrerebbe determinare anche un problema importante per quanto riguarda la scrittura quando c'è di mezzo la vocale "i" nei dittonghi "ìe". Anche se, con un pò di buon senso, derogando alle regole dello sloveno letterario, si può giungere facilmente a una soluzione, almeno a mio giudizio, la più ragionevole.

Avendo la nostra lingua le declinazioni oltre che le coniugazioni, queste danno luogo a una gran quantità di dittonghi mobili.
L'unico modo per cavarsela è, come vedremo, basarsi sull'accento tonico della parola.

Ancor più numerosi i dittonghi impropri, originati dall'incontro di una vocale con le consonanti j, v, l.

Le vocali che originano i dittonghi

La nostra lingua effettua il dittongo sulle vocali

ò = ùo, ùa

è = ìe, ìa

mentre le vocali deboli (o vocali brevi o vocali semimute, che poi tali non sono come vedremo) sono come in italiano la "u" e la "i"

L'accento tonico nel dittongo natisoniano

Abbiamo visto che nella lingua italiana il dittongo avviene sulla vocale che porta l'accento tonico. Tale accento rimane invariato anche nel dittongo.

Cèlo (senza dittongo)
Cièlo (con dittongo e accento tonico inalteràto)

Mentre in italiano la vocale originaria mantiene sempre l'accento tonico,
nel natisoniano invece,

la vocale diventa semivocale, perde cioè l'accento tonico, diventando breve,

quella che dovrebbe essere semivocale diventa vocale, ossia acquista l'accento tonico, diventando lunga.

Esempio

svèt = mondo
diventa
svìet

Lèp/lìep,

Zvestò/zvestùo, zuonòvi/zuonùovi, zgòdnji/zgùodnji, pokòra/pokùora
bolèt/bolìet, brèg/brìeg, brènje/brìenje, brèskva/brìeskva, ecc., ecc.

Dittongo o iato?

Se ci basiamo sulle regole della lingua italiana, in base a ciò che è stato detto, i nostri dittonghi dovrebbero essere considerati tutti degli iati.

Sembrerebbe una considerazione di poco conto, quasi inutile, se non comportasse problemi gravi.

Abbiamo detto che il dittongo è l'unione di due vocali in un solo suono monosillabico, tale da formare un'unica sillaba.
Non si può dire la stessa cosa dello iato.
Lo iato infatti è costituito da due sillabe:

mì-o
tù-o
pa-ù-ra

Questo fatto costituisce un problema gravissimo, ad esempio, nel canto e più specificatamente per il compositore nella composizione di musica con parole.

Un buon compositore non porrà mai il termine "mio" sotto un unico suono (come purtroppo succede di trovare), in quanto costringerebbe l'interprete a cantare "miò", oppure impostare la voce sulla vocale "i" e legare la "o" alla sillaba successiva. Con risultati orribili in ambedue le soluzioni.

Con i nostri dittonghi ci troviamo nella stessa situazione.

Un soluzione al problema dittongo-iato

Secondo il mio parere esiste una doppia soluzione.
I nostri dittonghi potrebbero essere considerati sotto tutti e due i punti di vista, ossia

sia come dittonghi
sia come iati

Se li consideriamo iati, dobbiamo fare lo stesso ragionamento che abbiamo fatto per il termine italiano "mio". Dovremo perciò utilizzare due suoni per ogni iato.

Esempio
lah-nù-o

Se li consideriamo dittonghi, useremo un solo suono ma l'accento dovrà cadere sulla vocale che ha originato il dittongo (contrariamente a quello che succede parlando).

Esempio
lah-nuò.

Cantando, secondo me, è da preferire considerarli dittonghi. O meglio, a seconda delle situazioni, valutare ciò che è più opportuno. Infatti, un ruolo importante lo gioca la lunghezza dei suoni. Dovendo impostare la sillaba su un suono lungo è sicuramente meglio prendere in considerazione il dittongo. Con suoni brevi e specie molto brevi o nel recitativo diventa fattibile o addirittura meglio prendere in considerazione lo iato.

Parlando bisogna considerarli iati, in quanto chiaramente l'accento tonico cade sulla vocale "i" o sulla "u". Infatti, chiaramente su queste vocali vi è una maggior spesa d'aria nella loro pronuncia e vi è una marcata appoggiatura e di conseguenza una quantità vocalica maggiore, perciò su di loro cade l'accento tonico.

Esempi di termini che richiedono necessariamente il dittongo-iato

Tanti termini, quelli di uso più comune e fra essi tanti avverbi e aggettivi, vengono adoperati col dittongo-iato quasi universalmente, cioè su tutto il nostro territorio. A differenza di altri che a volte vengono adoperati indifferentemente con dittongo o senza dittongo.

Ecco alcuni esempi di iato-dittongo (naturalmente compresi tutti i termini derivati da essi)

letìet
brìest
brìeme
bùožac
Bùog
bùos
cìerku
debelìet
dìet
dokìer
doletìet
dragùost
drìen
drugìet
dvìeh
gorìet
grìeh
gùoblat
gùorš
guorènje
gùot
imìet
kadìet
klìet
kolìeno
kùost
lahnùo
letìet
lìep
lìeto
lìeuš
lùošt
lùožt
mìeh
mìer
mìes
mìesac
mìesto
mìet
mladùost
mlìet
modrìet
napùošto
narùoče
hrìenit
škudìela
šlìeva
špancìerat
špodìelat
štìet
šumìet
šùolne
takùo
teškùo
trìeba
trìeska
tùo
tùole
ubìerat
ulìeč
vìedet
zbìera
zelìezo
zgùoda
zmìeran
zrìežen
želìet
žlèudrat
ecc., ecc.
navìedič
pùober
pùobnet
pùojca
pùoje
pùot
rabùota
radùo
rigìerat
rìes
rìezat
rùog
samùo
sarbìet
sarùovo
saùor
sedìet
senùo
sevìede
sìeč
sìeka
sìenca
sìerak
sìerka
sìert
skarbìet
skìera
sklìeda
skrìušno
skùoze
slanùost
slavùost
slìečen
slìebaran
slìeme
slìep
smardìet
smìet
smrìeka
snìedenik
snìeh
sprìet
strašnùo
strìebjen
strìeh
strìela
stùo
stùort
svìeča
svìet (svet=santo)
nìek
nìeke
nìemški
nìeman
nìesan
nùoc
nùos
očùotan
oblìeka
oblìetinca
obolìet
ocvrìet
odbìerat
odguorìt
odlùošt
odprìet
odtùod
pìenca
pìesan
pìet
pìukat
prìet
prosùo
prùot
kakùo


Presente del verbo "non essere"

La forma negativa del verbo essere necessita sempre dello iato:

Nìesan
nìes
nìe
nìesmo
nìesta(e)
nìeso

Gli avverbi

Tantissimi avverbi, specie quelli derivati dal nominativo neutro dell'aggettivo, terminano in -ùo:

Teškùo
lahnùo
srepùo
lepùo
ecc., ecc.

Alcuni termini che non necessariamente usano il dittongo



ròupa/ròpa o rùpa
rùomat/ròmat
pùojdit/pòjdit
zvonùovi/zvonòvi
znamìenje/znamènje
zbùožat/zbòžat, pobòžat
tarplìenje/tarplènje
sramùota/sramòta
spùod/spod
zavùojak/zavòjak
ecc.

Il dittongo mobile

Innanzitutto penso vada ribadito il termine "mobile". Mobile effettivamente non è il dittongo ma l'accento tonico della parola. Spostandosi, infatti, l'accento tonico dalla vocale che origina il dittongo ad altra vocale, il dittongo non ha più luogo.

Numerosissimi sono i casi di dittongo mobile nella nostra lingua, dovuti alla coniugazione e alla declinazione dei termini, ma non solo.
Infatti, basta pronunciare un termine con un accento tonico diverso e il dittongo non ha più modo di verificarsi.

Esempio


zmìetat - zmetàt
grìevat - grevàt
ucìepit - ucepìt
čùotat - čotàt
pustìu - pùstu
mùoja - mojà
anche
potrìeban - potrebìnja ecc.

Un esempio di dittongo mobile nella declinazione

Lìep - lìepa
ma
lepè - lepìn,


Bùog
ma
od Bogà - Bogù

brìeg
ma
bregà
o, altrimenti,
brìega

drìeu
drìeva
drevà

allo stesso modo
cìeu
ma
celegà
o, altrimenti
cìelega

lìes
ma
lesà
o altrimenti
lìesa

tutti casi in cui chiaramente l'accento tonico gioca il suo ruolo importante.

Oppure nella coniugazione

Jest pùojen, ti pùoješ, on pùoje
ma
mi pojemò, vi pojetà, onì pojejò

Jest zbìeran
Mi zberemò
vi zberetà
ecc.

Dittonghi impropri

J + vocale

Il natisoniano ha una gran quantità di dittonghi impropri, formati dalla j + una delle altre cinque consonanti.
La j è una consonante a tutti gli effetti, ma nella pronuncia molto spesso unita a una vocale assomiglia a un dittongo, in quanto in molte parole viene pronunciata come "i" semivocale in un unico suono monosillabico, dando la sensazione di un dittongo vero e proprio.

Esempio:
Jàzbac

Diverso è il caso della "j" che si unisce alla "i". Allora la "j" è consonante anche nella pronuncia e diventa una mezza "lj",
ad esempio nel termine
"jubèzen".

Oppure non ha senso scrivere la "j", se essa non viene pronunciata
come nel termine
"izìk".
Infatti la stragrande maggioranza pronuncia
"izìk"
e non
jizìk"

U seguita o preceduta da vocale

Anche la "u" seguita o preceduta da una vocale spesso dà la sensazione di dittongo, precisamente quando essa può essere trasformata in "v".

Uozìč (vozìč)
uòz (voz)
uìšča (vìšča)
tačàunjak (tačàvnjak)
slàuš (slàvš)
zmarzàu (zmarzàv)
pìuka (pìvka)
sauorìtan (savorìtan)
ecc.

U preceduta da vocale

La stessa cosa quando la "u", che segue una vocale, può essere trasformata in "l".

štopàu (štopàl)
uòu (vòl)
učìtèu (učìtel)
pòuno (pòlno)
špitàu (špitàl)

ùo=ùa - ìe=ìa

Ci piace riparlare della comprensione nella diversificazione da paese a paese dello iato ùo-ùa ed ìe-ìa.
Penso si possa tranquillamente affermare che

per quanto riguarda la comprensione e la comunicazione orali gli iati ùo=ùa ed ìe=ìa non le disturbano affatto.
Si potrebbe anzi aggiungere che, per un fenomeno ben conosciuto da chi studia acustica, spesso queste differenze non vengono nemmeno avvertite. In quanto chi è abituato a dire "blùo", sentirà "blùo" anche quando il suo interlocutore dirà "blùa" e viceversa.

Un certo problema eventualmente si pone nella comunicazione scritta, dove l'occhio, assolutamente non abituato alla scrittura natisoniana, è costretto ad analizzare i singoli fonemi scritti e, non trovandoli pienamente rispondenti alle sue aspettative, rimane perplesso e come conseguenza incontra una certa difficoltà nella lettura.
E' soltanto un problema di abitudine.

Dovremmo abituarci a leggere quello che siamo abituati a dire. A leggere cioè "blùo" anche se vediamo scritto "blùa" oppure "blùa" anche se vediamo scritto "blùo".


Nella scrittura, poi, dovremmo sentirci liberi di scrivere così come parliamo, senza porci assolutamente nessun problema e senza meravigliarci se altri usano una forma diversa dalla nostra.
Nino Specogna

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