Il clero della Slavia Italiana

Dalla tesi di laurea di
Piero Bravin, Augusto Busnelli, Giulio Panzani
anno accademico 1974/1975
Accanto alla massa dei contadini e dei piccoli artigiani, strettamente legata alle tradizioni cattoliche, ormai staccata dagli antichi istituti di democrazia diretta (e che quindi si rappresentava lo Stato come esattore di tasse, risolutore di liti giudiziarie, reclutatore di giovani per le lunghe ferme militari), si poneva il clero, con tutti preti sloveni della zona.

Essi erano la guida riconosciuta della Slavia Italiana, poichè si assumevano, oltre a quelle proprie, le funzioni spirituali, culturali, sociali ed assistenziali adeguate alle esigenze dei tempi e dei luoghi, in modo non diverso da quanto avveniva anche nella Slovenia Austriaca.

Per secoli le funzioni politiche e quelle religiose avevano camminato le une accanto alle altre, senza contraddirsi.
Ora soppresse le “vicinie”, le due funzioni subirono una separazione piuttosto netta, già visibile sotto l’Austria ma, ancora più accentuata sotto l’Italia per la si tuazione politica generale, che influenzava i rapporti del lo Stato con i cattolici.

Da una parte stavano dunque i programmi dello Stato Italiano e dall’altra la realtà in cui il clero cattolico si trovava ad operare, da S.Pietro fino al villaggio più isolato della Slavia:
la vita degli uomini, l’agricoltura, il pascolo del bestiame, le acquisizioni di scienza popolare basata sull’osservazione e la tradizione e ovviamente collegate alla liturgia religiosa, non potevano che trovare espressione nella lingua viva della gente.

Tuttavia gli abitanti delle valli della Slavia,si erano adattati, o cercavano di farlo, all’uso della lingua italiana, come seconda lingua, utile per le relazioni con gli uffici dello Stato.

Il clero, invece, nell’esercizio del proprio ministero e delle funzioni sociali e pedagogiche, si esprimeva nella lingua slovena della popolazione.

Da una lettera del 1903 di Ivan Trinko ad un prete si può capire, oltre al resto, il programma che il clero si assegnava per la difesa dei valori culturali e linguistici:


“... Il primo e principale tuo dovere è la guida delle anime alla loro eterna sorgente Dio...
Dopo quello spirituale, viene il cibo materiale.
Il decadimento morale e quello economico vanno per lo più insieme, uniti come causa ed effetto.
Fra la nostra gente gìoca un ruolo importante nel peggioramento delle condizioni materiali anche l’ignoranza.
Sebbene non sia tuo compito particolare la cura del benessere terreno della gente... pure ricordati che dovrai, per amore cristiano, fare tutto il possibile per alleggerire la miseria ed i bisogni dei nostri Sloveni...

Non posso non raccomandarti... la nostra lingua, reliquia preziosa che non dobbiamo rinnegare ... ogni creatura, per un istinto innato, difende la sua individualità e le sue proprietà naturali, e desidera migliorarsi quanto più può.
Tanto più deve far questo l’uomo, il quale ha coscienza di sè e della sua collocazione nell’universo.
Chi non prende coscienza della sua essenza, non è completo; è senza ideale, senza un fine e tende al peggio...
L’uomo che rifiuta la sua nazionalità e la sua lingua, non ha una propria per personalità...
E’ santo dovere dunque agire per la difesa del la propria nazionalità e della propria lingua.
Nessuna autorità terrena ha il diritto di manomettere questo nostro tesoro, se noi stessi non lo respingiamo...
Con questo non turbiamo nè le leggi, nè l’ordine, nè la pace, nè i diritti degli altri...
Tu, dunque, opera affinchè la nostra lingua non venga disprezzata e calpestata...”

E Ivan Trinko non può che essere visto come sintesi personificata dei valori di cui si era fatto portatore il clero cattolico della Slavia italiana.

Lo stesso Carlo Podrecca nei libro “La SiavIa italiana” a pag. 127, riporta la poesia di Pietro Podrecca, parroco a Tercimonte, S.Pietro e Rodda, scritta nel 1867 che è un grido di allarme contro il programma dei nazionalisti del “Giornale di Udine”.

In proposito si è pronunciata anche la stampa della Slavia austriaca, in un articolo del 1866.
Il giornale “Slovenec” di Klagenfurt, nel primo numero dello stesso anno scriveva augurando agli Sloveni italiani “
...scuole nella lingua domestica...
il coraggio di separarsi da Udine, che non concede loro scuole slovene,
e di unirsi ai fratelli Sloveni di GorIzia ...“
Inoltre i circoli e le riviste slovene dell’Austria, cui culturalmente si collegava il clero della Slavia italiana, ora chiarivano i termini dell'inganno
(bisogna tener presente che agli Slavi l’Italia ricordava Venezia, la libertà, le antiche autonornie e la dignità comunitaria;
l’Austria non le aveva rispettate. Questo in riferimento al plebiscito unanime del 1866). e cercavano di difendere la propria area linguistica, tentando nel medesimo tempo di parare, assieme all'Austria le mire annessionistiche italiane verso il territorio internazionale (italiano, sloveno e croato) della Venezia Giulia e dehl’Istria.
Cosa che sarà condotta a termine con la guerra del 1915 - 1918 e le note conseguenze.
Dalla tesi di laurea di
Piero Bravin, Augusto Busnelli, Giulio Panzani
anno accademico 1974/1975

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