Un'altra opinione sul Nadiško

Riceviamo e pubblichiamo
Caro Nino,

ho seguito con interesse, ad anche con rammarico, le ultime diatribe linguistiche sul sito Lintver. Con interesse, perché la mia formazione mi ha fornito delle antenne particolarmente sensibili ai temi della sociolinguistica (alla quale in passato mi ero anche dedicata come ricercatrice - le vicende della vita mi hanno poi portato ad occuparmene a livelli più pratici e concreti, ma non ho perso del tutto il contatto con il mondo scientifico). Ma anche con rammarico, perché è sempre brutto incontrare l'esistenza di incomprensioni, ambiguità e confusioni, ed è triste constatare, a livello personale, la scarsissima rilevanza di quello che in varie occasioni hai comunicato.

Voglio chiarire prima di tutto una cosa: se c'è qualcosa che assolutamente non voglio mettere in dubbio, questa è la tua sincerità e la tua buona fede. Ci conosciamo da tanto tempo, tante volte abbiamo collaborato positivamente e fruttuosamente... e bevuto insieme il tuo fantastico nocino. Il mio intervento vorrebbe quindi solo mettere qualche puntino sull'i, sgomberare il campo da alcuni preguidizi e luoghi comuni, per farci ragionare insieme sul nostro futuro. Perché di questo si tratta.

La Iole mi perseguita da anni chiedendomi di affrontare sul giornale temi linguistici in una rubrica. Ho sempre scantonato, in primo luogo perché non ho il tempo per dedicarmi a ricerche particolari e dovrei quindi riprendere cose vecchie o dette da altri (e questo non mi piace - da giovane lo facevo, ma un caro amico cui devo molto mi ha insegnato a dire e scrivere quello che "è mio" e di mettere il resto nelle note a piè di pagina), ma anche perché davo alcuni temi per scontati, acquisiti, fuori discussione.

Devo arrendermi all'evidenza e ammettere che così non è. E credo che tutto sia dovuto ad un equivoco di fondo, ad una concezione che è stata inculcata per decenni e che sopravvive, anche se oggi tutto - situazione reale, dibattito politico, ricerca scientifica, attività culturale, scuola, circolari ministeriali - la smentisce. Ed è quella dell'individuo e della società monolingue. Lo sappiamo: da noi troppe volte era stato detto che bisognava abbandonare il dialetto per imparare bene l'italiano. Ma sappiamo anche che esso è sopravvissuto, come tante altre parlate, accanto ad altre lingue o parlate (l'italiano, il friulano, ma anche francese, tedesco ecc.) Come è sopravvissuto a Trieste il dialetto triestino (a dire il vero un po' imbastardito, perché tanti termini originali sono stati sostituiti da italianismi adattati), usato tuttora nella vita cittadina accanto alla lingua italiana. Per mio zio - un triestino "patocco" di lontana origine boema - non vi erano dubbi, quando si parlava e mio marito ricordava la questione lingua-dialetto (intendendo la nostra situazione lingua italiana-dialetto sloveno): per lo zio lingua e dialetto erano due cose complementari, a disposizione entrambe a seconda delle situazioni ("Se me porto el mulo (=il nipotino) in osmizza, ghe parlo in triestin, se me toca legerghe una storia, lo fazzo in talian!").

Tu sai che io provengo da una situazione linguistica diversa: la mia prima lingua è stata il dialetto sloveno di Opcina, la seconda il triestino, la terza lo sloveno standard, la quarta l'italiano standard. Il nadiško (si chiama proprio così, lo trovi anche in pubblicazioni scientifiche scritte in italiano, credo che abbia diritto anch'esso di essere chiamato nella propria lingua e gli sia concesso anche di conservare quella -a- di antica origine; a cercarlo nelle bibliografie come "pincopallino" non sarebbe troppo agevole!) viene dopo, e confesso che in un primo momento ho avuto delle difficoltà di comunicazione, dovute solo alla posizione dell'accento che mi portava a spostare il limite delle parole. Dopo un'ora o due, una volta scoperto il "trucco", tutto diventava chiaro.

Per me è stato quindi chiaro e pacifico, fin da bambina, che si passava di codice in codice e che solo la padronanza di tutti i codici usati nell'ambiente ti permetteva di non restare fuori in determinate situazioni. Ricordo rampolli di famiglie "bene" che parlavano "in lingua" (slovena o italiana): in alcune settimane si impadronivano della parlata dialettale per poter essere alla pari con gli altri!

Con i miei figli non ho avuto dubbi: ho parlato con loro sempre in sloveno, scegliendo di volta in volta la variante più appropriata: nadiško a casa (come del resto mio marito), opensko quando si andava dalla nonna, una variante più standardizzata quando si parlava di cose di scuola o di temi di attualità che richiedevano termini ed espressioni non presenti nel dialetto. E loro oggi sanno altrettanto bene adeguarsi alle situazioni. C'era - è vero - qualche perplessità in paese. I paesani si rivolgevano loro dapprima in italiano; scoprendo poi che noi parlavamo con loro in sloveno, qualcuno si sforzava di parlare in dialetto pur non avendone dimestichezza - in quei casi erano poi i bambini che passavano all'italiano per mettere a proprio agio l'interlocutore (che magari restava meravigliato perché pensava, per effetto dell'idea dell'"individuo monolingue", che parlando abitualmente lo sloveno non sapessero parlare in italiano).

Mi sono lasciata andare a descrivere le mie esperienze personali, ma credo che illustrino abbastanza bene quello che intendo dire: una lingua non è mai solo una lingua, ma è sempre tante lingue diverse. L'italiano non è una lingua, ma è l'insieme dei dialetti parlati sul territorio italiano (o, se vogliamo essere pignoli, degli idioletti), delle lingue regionali, dei vari stili e registri in cui si esprime la lingua standard (e la lingua letteraria è solo uno di questi). Lo stesso vale per la lingua slovena: essa è l'insieme di tutti i dialetti (e sono veramente molti, suddivisi in sette basi dialettali), dei vari registri colloquiali, delle varie espressioni dello standard. La competenza linguistica personale può naturalmente variare da individuo a individuo, da gruppo a gruppo. Nella nostra realtà questa competenza è spesso molto limitata, sia per quanto riguarda lo sloveno (solo dialetto, magari solo capito e non parlato) sia per quanto riguardo l'italiano (solo una lingua standard scolastica e/o televisiva). Ci sono naturalmente, e fortunatamente, delle eccezioni.

A questo punto vorrei chiarire alcuni punti che tu indichi come ambigui.

Mi sembra che sia fuori discussione la collocazione del nadiško: esso è un dialetto sloveno (parlato anche oltreconfine), del gruppo dei dialetti "briško-beneški" del quale fanno parte anche le parlate del Collio e delle Valli del Torre, appartenente alla base "primorska". Una sfogliatina alla bibliografia di Roberto Dapit può fornire le indicazioni per andare a verificare caratteristiche, isoglosse e quant'altro. Nessuna ambiguità quindi tra i termini sloveno e nadiško, in quanto il secondo è un sottoinsieme (perché articolato al suo interno) del primo.

In quanto alla diatriba su figli, padri e nonni, mi sembra un po' quella dell'uovo e della gallina. E' chiaro che la lingua parlata viene sempre prima della lingua scritta, ma quando si decide di scrivere una lingua, si cerca di renderla in qualche modo più "neutra", meno caratterizzata localmente e quindi fruibile su un territorio più vasto. Che ciò avvenga con provvedimenti istituzionali (vedi i processi di standardizzazione di alcune lingue attualmente in atto) o per vie più naturali (nel caso sia dello sloveno che dell'italiano principalmente per vie letterarie) è irrilevante dal punto di vista dello sviluppo di una lingua standard: essa cresce principalmente come lingua scritta, si diffonde nelle scuole, si arricchisce di nuovi termini che vengono consolidati con l'uso, attinge ancor sempre dal parlato (anche dai dialetti) e allo stesso tempo influisce sul parlato. Esiste quindi un rapporto di interdipendenza molto simile a quello che si instaura tra lingue diverse in contatto. Forse potremmo dire che una lingua standard è in un certo senso meno democratica: pochi sono infatti quelli che la producono, molti quelli che la subiscono (nel senso che la usano senza aver modo di costruirsela a proprio uso e consumo).

Ma credo che non siano questi i punti principali. Più interessante è il problema dell'intercomunicazione e dell'appartenenza alla nostra cultura.

Ho sottolineato diverse volte (recentemente sul "librone" Valli del Natisone - Nediške doline) che storicamente nelle Valli del Natisone la presenza dello sloveno standard era relativamente forte (vedi antichi manoscritti, libri devozionali e catechismi, le collane della Mohorjeva družba ecc.) e che in questo non c'è differenza tra la nostra zona e le altre regioni slovene. In un ambiente rurale era normale che una lingua più erudita fosse posseduta dagli unici intellettuali (i preti) che ne facevano parte. Certo che i contadini durante lo sfalcio non parlavano una lingua standard e tantomeno una lingua letteraria. Questo in situazioni linguistiche normali non succede in nessun luogo (succede magari da noi tra coloro che hanno abbandonato il dialetto sloveno e che quindi usano l'italiano standard anche in tali contesti, ma il dato può essere assunto quale indice di atipicità). Ma quasi tutti quelli che scrivevano in sloveno, lo facevano in sloveno standard (don Clignon con il suo Catechismo è un'eccezione): nelle corrispondenze ai giornali, nelle pubblicazioni sacre e profane, in scritti privati, ricami su tendine, epitafi ecc.

Francamente, conoscendo il nostro ambiente, mi aspettavo qualche polemica, qualche appunto su queste mie constatazioni e considerazioni. Non essendoci stato nulla di tutto ciò, ho pensato che la cosa sia stata in qualche modo accettata. Ora mi rendo conto che era una mia pia illusione: le polemiche sono probabilmente mancate perché nessuno aveva letto ciò che avevo scritto. I libri si prendono, specialmente quando sono gratis, anche semplicemente come decorazione al mobile del soggiorno.

Non vado a ripetere che Peter Podreka, Ivan Trinko, Doric ed altri dovrebbero essere parte della nostra cultura, anche nella loro espressione in sloveno standard; questo lo sai, altrimenti non credo che avresti musicato i loro testi.

Ricordi, piuttosto, quando abbiamo decifrato e trascritto insieme il ricettario pubblicato poi dalla scuola media? In esso ci sono alcuni elementi dialettali e delle incongruenze ortografiche, ma nel suo insieme potrebbe essere un testo scritto in qualunque altro angolo del territorio sloveno in quei tempi. E il passo del catechismo che citi? A parte i pochi adattamenti fonetici (la -u finale) esso è scritto in perfetta lingua standard, oserei dire addirittura letteraria (per "jenjau" oggi useremmo "nehal", non perché il primo termine sia dialettale, ma perché suona stilisticamente un po' troppo ricercato). E le preghiere e i canti devozionali? Non hanno forse la stessa forma di quelli che trovi sui libri, di quelli che vengono recitati e cantati a Caporetto, a Vrhnika, a Kranj, a Gorizia, a Camporosso, a Opcina oppure in qualche paese della Carinzia?

E la contrapposizione "razumeš-zastopeš"? Il secondo è un calco tedesco e come tale oggi evitato nello standard, ma qualunque professore universitario di Ljubljana lo userebbe tranquillamente per richiamare, in sede di esame, uno studente sprovveduto.

Certo, il passo citato del Primorski non sarà comprensibile al valligiano medio, ma perché non hai provato a renderlo in dialetto? Non è forse perché l'operazione non sarebbe possibile senza stranezze, costruzioni e prestiti vari?

Caro Nino, quando ti apprestavi a pubblicare il libro del Pod lipo, mi hai chiesto di tradurre l'introduzione che avevi scritto in italiano. L'ho fatto con piacere, gustandomi i tuoi ricordi, perché condividevo il tuo messaggio. Ma l'ho fatto anche perché sapevo che tutte quelle cose non potevano essere scritte in dialetto (altrimenti lo avresti fatto così). In quel scritto dici tra l'altro: "Oggi non riusciamo a capire l'importanza che la musica aveva nel mondo contadino. Ne era parte integrante, inscindibile, vitale. (...) Tant'è vero che morto il mondo contadino è morta anche la musica popolare." Vorrei partire da questa tua constatazione e dal tuo impegno nel campo della musica. Cioè dal fatto che tu non ti sei limitato a constatare la morte del canto popolare, ma ti sei dato da fare per rivitalizzarlo, e in questo ti sei avvalso di tutto il tuo bagaglio musicale e culturale. E hai fatto bene! Riproporre il canto di osteria non sarebbe stata un'operazione culturalmente valida, al massimo potrebbe considerarsi un fatto folkloristico-museale! Non capisco perché un tale atteggiamento non potrebbe essere applicato alla lingua. Insistere unicamente sul dialetto significa chiudere una porta, isolare la parlata e decretarne alla fin fine la morte (se il dialetto è espressione del mondo contadino - essendosi sviluppato in quel contesto - anch'esso è destinato a morire insieme al tipo di società e civiltà che lo ha generato). Scrivendolo (specialmente con il sistema "libero" e quindi caotico proposto) si può fare solo un ottimo servizio a quel genere di linguisti ai quali piace studiare le lingue in fase "terminale" e che si preoccupano quindi di registrare velocemente quanto più materiale della lingua che in breve sparirà.

Quello che andrebbe fatto - e che molti stanno facendo - è invece conservare il dialetto nella comunicazione all'interno della comunità, trasmetterlo alle giovani generazioni, ma anche arricchirlo con termini nuovi senza i quali la comunicazione diventa per forza limitata (e quindi si passa all'altra lingua a portata di mano, all'italiano). Per farlo in modo organico, si deve per forza ricorrere agli algoritmi propri al sistema sloveno (p.es. kosa>kosilnica 'falciatrice', hlad>hladilnik 'frigorifero', pomniti>pomnilnik 'memoria del computer' ecc.) creando neologismi oppure, più semplicemente, attingere alla lingua standard. Stimolandone la conoscenza, ampliando le occasioni per frequentarla.

Se oggi questa presenza è limitata, lo è per i fatti di storia recente che ben conosciamo. Ecco perché condivido il pensiero di Iole quando dice che si tratta di rinsaldare il filo della tradizione (che è stato artificiosamente spezzato), di riannodare la comunicazione interrotta. Io - come tutti gli Sloveni delle province di Trieste e Gorizia, come quelli della Carinzia e come quelli della Slovenia - lo sloveno standard l'ho appreso a scuola e lo parlo solo nelle occasioni più formali; il resto della mia vita si svolge nelle espressioni dialettali e colloquiali - e guai a chi volesse togliermele perché sono parte di me, a prescindere dal tempo in cui le ho acquisite. Ma devo anche ammettere che quando mi serve conoscere il nome di un pesce d'acqua dolce - sloveno o italiano che sia - lo chiedo al mio vicino pescatore che, pur non avendo studiato lo sloveno a scuola, i nomi dei pesci li ha imparati pescando. E quando mi serve il nome sloveno di un attrezzo, lo chiedo all'amico che lavora in ferramenta. Naturalmente per questo non penso che loro lo sloveno lo sappiano meglio di me.

Per nessuno è possibile imparare una lingua fino in fondo, troppi sono i linguaggi settoriali, le terminologie specifiche, le conoscenze che una lingua comprende ed abbraccia. Ma ridurre il divario tra i mezzi linguistici e la realtà, rendere cioè una lingua, che per decenni è stata ostacolata e limitata, adeguata ai bisogni comunicativi odierni, è compito dell'educazione linguistica, compito della scuola. E in questo senso la scuola regionale si sta muovendo.

In quanto alle tue affermazioni sui grandi passi che ha fatto la lingua slovena - in contrapposizione al "natisoniano" - non sono nettamente d'accordo con te. Gli sviluppi degli ultimi tempi si limitano ad un mare di neologismi (come per tutte le lingue), prestiti e calchi, alla revisione di qualche regola ortografica e a qualche esperimento artistico. Il vero passo da gigante, il passo che l'ha portata tra le lingue di cultura, la lingua slovena lo ha fatto nel Cinquecento, con la traduzione integrale della Bibbia: un passo del quale le Valli del Natisone sono state partecipi come le altre regioni slovene. La Bibbia slovena (non quella protestante, sarebbe un colpo grosso! ma quella successiva, cattolica) è infatti presente negli archivi parrocchiali di San Leonardo e di San Pietro (qui era stata trovata dai ragazzi nella vecchia scuola, tra le cianfrusaglie della parrocchia destinate al rogo, e riconsegnata a don Dionisio).

Se dopo secoli di interdipendenza e di comunicazione i contatti si sono interrotti per un certo tempo, non vedo perché non si possano riallacciare, non vedo perché non si possa continuare a conservare quella che tu chiami "cultura popolare slovena particolare propria delle Valli" e allo stesso tempo ampliare gli orizzonti sulla cultura slovena in generale che - credimi - nelle sue espressioni popolari e contadine non è molto diversa.

Un altro chiarimento ancora sulla tutela: credo che la legge tuteli "la comunità" linguistica slovena nelle sue diverse espressioni. Non tutela il "natisoniano" perché non tutela l'opensko, non tutela l'ukljansko, non tutela il briško (o dovrei dire "colliano"?). Ma non stabilisce neanche quali devono essere le competenze linguistiche dei tutelati. Figuriamoci: neanche la conoscenza dell'italiano è stabilita per legge, nel nostro paese, e non è nemmeno richiesta per alcune professioni dove sarebbe necessaria (vedi presenze in TV). Tranquilli dunque, nessuna imposizione, nessun corso obbligatorio di nessun genere, se è questa la paura.

Se la paura è un'altra, quella che nutre Mattelig ricordando il IX Korpus, credo sia fuori tempo, superata dagli eventi storici e politici di questa Europa. Ma penso che lo sappia anche lui e che quindi si tratti di quella vecchia, atavica paura dello slavo che oggi si scaglia contro lo sloveno, distinguendolo dalle nostre parlate, e che fino a ieri faceva di ogni erba un fascio.

E poiché ho ricordato la tutela e le paure, vorrei concludere con un'ultimo pensiero: noi - io, tu, quelli che scrivono su Lintver e sul Novi Matajur ecc. - non siamo il Signore Iddio: le nostre sono solo parole, non sono Verbo. Non hanno cioè un valore assoluto, ma risentono fortemente del contesto in cui vengono dette. E' la legge della comunicazione umana.

Ed ora concludo... certamente tante cose avrei dovuto dire ancora, o dirle diversamente e meglio, ma la carne messa al fuoco è tanta e forse un'altra volta potrò chiarire meglio i miei pensieri.

Un caro saluto
Živa Gruden

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