Lingua e identità: tra il dire e il fare ....

Come avrebbe dovuto essere la scuola della nostra comunità.
Come è in realtà e come è stata vissuta.
I docenti dell’Istituto comprensivo statale con insegnamento bilingue sloveno-italiano di San Pietro al Natisone, venuti a conoscenza del convegno “Materni izik, demokracija an godnuvanje / Lingua materna, democrazia e sviluppo” solo alla sua vigilia, mettono a disposizione degli intervenuti un documento risalente a diversi anni fa, quando la scuola di San Pietro era ancora privata e il tema dell’insegnamento delle lingue materne diverse dall’italiano stava appena affiorando, non senza difficoltà, nel panorama culturale del nostro paese.
Riteniamo che l’illustrazione dei nostri inizi e delle scelte culturali e didattiche che tuttora ci guidano possa rappresentare un contributo ai temi trattati.


“Riscoprire e rafforzare la propria identità per vivere positivamente la diversità” (l’esperienza della scuola dell’infanzia bilingue di San Pietro al Natisone presentata al convegno “Una scuola dell’infanzia per i giovani del 2020 — Monfalcone (00) 24-25 marzo 2000)

L’esperienza della nostra scuola è nata pensando proprio al futuro dei bambini della nostra comunità perché possano crescere positivamente con la coscienza della propria identità linguistico-culturale.
La nostra scuola inizia l’attività nell’anno scolastico 1984/85 grazie al sostegno delle organizzazioni economico-culturali della minoranza slovena del Friuli-Venezia Giulia, al fine di dare risposte concrete alla domanda di istruzione in lingua slovena espressa da associazioni presenti sul territorio e da numerose famiglie che altrimenti si vedevano costrette a mandare i propri figli nelle scuole slovene di Trieste e Gorizia.
Questi bambini potevano avere si una buona istruzione nella lingua materna, ma allo stesso tempo con l’allontanamento da casa, perdevano il rapporto con il proprio ambiente; per molti questo ha significato difficoltà di inserimento nel nuovo ambiente e di ritorno in quello originario.
Inoltre non si poteva più attendere che venisse approvata la legge di tutela (che tutt’oggi sta attraversando un difficoltoso iter parlamentare) e l’istituzione di scuole pubbliche in lingua slovena, poiché sul territorio stavano avvenendo cambiamenti che incidevano profondamente sulla identità culturale-linguistica.
I cambiamenti riguardavano lo spopolamento dei paesi, in cui la lingua e la cultura erano più vitali, e la completa assenza della lingua slovena nelle istituzioni, che determinava un’assimilazione da parte della lingua istituzionalizzata, l’italiano.
In una situazione di maggiore mobi1ità sociale e di degrado dei tradizionali rapporti paesani, questi fatti portavano a vivere con disagio e senso di inferiorità la propria identità.
Pertanto alle famiglie veniva a mancare lo stimolo a continuare la trasmissione della lingua e cultura materna, non trovando al di fuori dell’ambito familiare ristretto possibi1ità di crescita e sviluppo.
In questo contesto nasce la nostra scuola con ftna1ità, obiettivi e traguardi ben precisi seguendo le direttive del Ministero della Pubblica Istruzione, differenziando la propria programmazione per quanto riguarda 1’ educazione linguistica.
La scelta di partire con una formula aperta (età dei bambini, orari, ... come poteva essere il Centro prescolastico, era dovuto al fatto che essendo un’iniziativa totalmente nuova nel suo genere non si poteva prevederne gli sviluppi, bisognava tenere conto anche di un suo possibile insuccesso e quindi in questo caso della possibi1ità di inserimento nella scuola statale senza traumi per il bambino e la sua famiglia.
Nella scelta del modello più adeguato per il centro prescolastico bilingue si è tenuto conto della situazione culturale e linguistica della Slavia italiana e delle Valli del Natisone in particolare, caratterizzata da un marcato analfabetismo riguardante la lingua slovena.
Tutte le attività della scuola si svolgono con orario a tempo pieno in lingua italiana e in lingua slovena; le lingue si alternano periodicamente, in modo particolare nel lavoro del mattino ed in quello pomeridiano. L’uso ovvero la scelta della lingua è sempre legata alla persona — educatrice o animatore/animatrice — che guida una determinata attività. Una tale organizzazione del lavoro offre al bambino una motivazione sufficientemente forte per la sua scelta linguistica, limita l’interferenza linguistica e la confusione di lingue e crea le condizioni per quel naturale mutamento di codice proprio del vero bilingue.
La compresenza di un’ educatrice o animatrice dell'altra lingua garantisce invece a tutti i bambini, anche a coloro che in una delle due lingue non hanno ancora raggiunto una sufficiente competenza, la possibi1ità di rivolgersi in ogni momento ad un adulto che comunica nella lingua più vicina al bambino.
In ognuna delle due lingue si svolge quindi un programma educativo e culturale completo, parallelo per quel che riguarda la conquista degli obiettivi generali, anche se sviluppato in direzione diverse, con approcci, ampliamenti ed approfondimenti diversi che assicurano la varietà e la vivacità necessarie.
La scuola ebbe inizio con 8 bambini frequentanti, di cui 2 sotto età, ai quali ad attività avviata si aggiunsero altri 2. La scarsa adesione iniziale era dovuta pi1I che altro a perp1essità ed insicurezze: mancanza di esperienze precedenti, mancanza di parametri di confronto, continuità educativa e la paura di isolamento essendo una scuola non istituzionalizzata.
I primi anni non sono stati facili, bisognava costruire un percorso educativo su misura.
I due modelli a cui facevamo riferimento erano quello sloveno e quello italiano e dovevano essere adeguati alle nostre esigenze educative.
L’ educazione linguistica richiedeva particolari strumenti didattici e sensibi1ità, accompagnati dall’ attenta considerazione dei legami con l' ambiente e dalla riconquista di tutti gli elementi culturali che erano in passato trascurati ed osteggiati.
Nei bambini non c’ era e non c'è tuttora omogeneità linguistica, esistono livelli di conoscenza e comprensione molto diversi tra bambino e bambino.
Il metodo scelto per l’apprendimento linguistico non si basa su forzature, ma su stimoli che vengono cercati e creati nell’ambiente circostante.
Il centro prescolastico non si limita solo ad accogliere il modo di comunicare del bambino, come è previsto dalla legge, ma si preoccupa anche di creare situazioni e attività linguistiche, tramite le quali il bambino percepisce e vive la rea1tà linguistica circostante e la possibi1ità di un suo sviluppo: il dialetto è presente nella vita di ogni giorno a casa e a scuola. Durante le attività libere e informali. Le educatrici di italiano e di sloveno usano il dialetto cosi che il bambino vive e percepisce il dialetto come suo linguaggio origina1e, attraverso il quale poi costruisce la lingua slovena: questo processo si attua quando il dialetto è presente nel nucleo familiare.
In molti casi però non si può contare su queste basi, perché nelle nuove generazioni prevale l’uso dell’italiano; inoltre ci sono molte famiglie formate da un genitore non originario delle nostre zone. In questi casi è necessario far riferimento alle generazioni dei nonni, che di solito fanno uso del dialetto quotidianamente. Questi sono anche portatori di ricchezza linguistica, culturale e tradizionale che il mondo di oggi ha dimenticato.
Il centro prescolastico organizza e promuove attività, attraverso le quali i bambini emotivamente vivono e comprendono la ricchezza della lingua del territorio (il dialetto).
Il lavoro si avvale non tanto delle singole unità didattiche, ma di un intero progetto iniziato nell’anno scolastico 1990/91 e che continua ad essere sviluppato ogni anno con tematiche diverse; ne sono protagonisti i bambini che frequentano l’ultimo anno della scuola dell’infanzia. Con l’aiuto dei nonni si raccoglie del materiale ora1e il cui tema si differenzia negli anni.
Durante i primi tre anni i nonni ci hanno narrato favole e racconti. La visita dei nonni a scuola era vissuta come un grande avvenimento. Si ripeteva infatti la situazione di “una volta” quando in inverno le famiglie, allora molto numerose, si riunivano di sera a raccontare e ad ascoltare storie. Non tutti i nonni si sentivano però abbastanza coraggiosi da raccontare le storie davanti ad un pubblico, sia pure di bambini: questo problema è emerso durante il secondo anno del progetto, quando radio Rai Trieste A registrava ogni intervento per trasmetterlo durante i programmi dialettali. Si è presentata quindi loro una nuova possibilità: il bambino con il suo registratore registrava la narrazione a casa, riportando il nastro a scuola. Negli anni successivi, visto soprattutto il crescente numero dei bambini, questo metodo si è dimostrato il più adatto. I nonni più coraggiosi hanno continuato comunque a venire di persona a scuola.
Il materiale raccolto nel primo anno è stato molto eterogeneo (favole, canzoni, proverbi, racconti di tradizioni, ecc.); nei due anni seguenti ci si è limitati a raccogliere solo le tradizioni popolari in modo più dettagliato. Nell’anno scolastico 1994/95 abbiamo raccolto prevalentemente canti, ma anche conte e indovinelli. In questo modo, assieme alle canzoni già conosciute, ci sono pervenuti alcuni pezzi cantati che non si sentivano più da tanti anni nelle Valli del Natisone. L’anno successivo si è sviluppato il tema delle tradizioni popolari calendariali (raccolta dei panetti speciali per il giorno dei morti, Natale e le questue - “kolede”, carnevale, Pasqua, pellegrinaggio al santuario di Castelmonte, ecc.) e legate alle attività lavorative (falciare, mietere, raccogliere il granoturco, filare la lana, ecc.).
I nonni interpellati nell’anno scolastico 1996/97 ci hanno raccontato come giocavano durante la loro infanzia. L’anno seguente ci siamo orientate verso i mestieri. Durante l’anno scolastico 1 998/99 ci siamo sbizzarrite nella raccolta di ricette gastronomiche tradizionali.
Il tema conduttore di quest’ anno è l'acqua: i nonni ci stanno raccontando e portando materiale su tutte quelle attività che si svolgono grazie all’acqua (lavatura dei panni, utilizzo delle fontane, attività dei mulini, ecc.).
Durante la raccolta del materiale, in un primo momento non si dava importanza ai risultati (qualità e originalità dei testi), bensì al semplice procedere delle attività, che mettono in contatto le nuove generazioni con quelle più anziane e danno motivo di soddisfazione ad entrambe.
Il bambino è contento del suo compito di ricercatore ed intermediario verso i suoi coetanei• il narratore sente di raccontare qualcosa di importante da trasmettere alle generazioni future, poiché questa attività valorizza il dialetto, stimola le vecchie generazioni a trasmettere la lingua ai giovani. Il bambino sente che i contenuti e le forme trasmessogli sono parte del suo ambiente, in quanto non vengono presentati dalle insegnanti, ma dai familiari.
L’attività di raccolta non è però fine a se stessa ma è la base delle attività che si svolgono a scuola. Tutto il materiale viene elaborato a scuola con gli insegnanti attraverso la conversazione, con approfondimenti e paragoni, attraverso attività grafiche, illustrazioni pittoriche, con utilizzo di attività manipolanti, con canti e drammatizzazioni. Alcuni elementi raccolti sono stati utilizzati e rielaborati dai bambini (canzoni, dialoghi, situazioni) ed inseriti nelle recite.
Grazie alla raccolta dei giochi, molte attività ludiche dei nonni divennero parte attiva anche dell’infanzia dei nipoti.
Tutto ciò ci da anche la possibilità di allargare gli orizzonti linguistici: si possono paragonare i modi.
esprimersi in dialetto alle altre forme di sloveno colloquiale usate a scuola, cosi da rafforzare il collegamento tra la realtà locale, familiare ed il più vasto mondo sloveno.
A conclusione di ogni anno si stampano diverse copie di un album che comprende la raccolta delle storie e le illustrazioni dei bambini (disegni eseguiti facendo solo il contorno con il pennarello nero).
L’album cosi ottenuto, con le fotocopie in bianco e nero, viene distribuito a ciascun bambino alla fine dell’anno scolastico con l’invito a colorarlo. I testi che vengono portati a casa possono essere riletti, discussi, e mostrati ai conoscenti. 11 lavoro fatto a scuola si diffonde cosi nel circondario, rafforzando l’interazione tra scuola e ambiente.
Le canzoni raccolte nella scuola dell’infanzia hanno contribuito alla stesura del testo “Cantiamo” elaborato dal musicista e pedagogista Nino Specogna per l’educazione musicale nella scuola elementare.
A prescindere dai risultati già ottenuti, questo progetto porta in sé ancora molte opportunità: si svilupperanno certamente forme sempre nuove e diverse per proseguire nelle attività, senza però mutare il significato originario del progetto e le sue fina1ità.
Nel rapporto che è nato tra nonni e nipoti, grazie alla ricerca della propria cultura e tradizioni, all’inizio i genitori furono coinvolti marginalmente più che altro come supporto e collegamento (ad esempio: portare i nonni a scuola, portare i bambini dai nonni, partecipare all’organizzazione degli incontri e delle gite). Tutto questo li ha portati gradualmente a riscoprire aspetti e forme della propria storia culturale, che la loro generazione non aveva potuto vivere e sviluppare completamente, e a rafforzarli. Da allora c’è stato un sempre maggiore interesse alle attività scolastiche e una maggiore richiesta di partecipazione e coinvolgimento anche dei genitori. Nascono alcune importanti iniziative quali la castagnata, i1 carnevale, la festa di fine anno e le gite. Una delle iniziative più importanti che ha coinvolto i genitori è il Carnevale che da una decina d’ anni viene organizzato con la collaborazione delle educatrici. Dai primi anni in cui veniva organizzata una festa all’interno della scuola (bambini, educatrici, genitori e parenti prossimi) si è usciti poi sul territorio coinvolgendo la comunità residente, proponendo situazioni interessanti e molto spesso quasi delle rielaborazioni storiche della cultura del territorio. La scelta del Carnevale non è stata casuale, ma motivata dal fatto che per i suoi momenti scherzosi si presta al superamento di disagi, inadeguatezza ed insicurezza nell’esprimersi. Da situazioni cosi particolari si ampia la possibi1ità di coinvolgere i genitori anche in altre iniziative, come incontri con altre scuole, gite, organizzazione di corsi per genitori, partecipazione a manifestazioni culturali, ecc. I genitori crescono ed apprendono assieme ai bambini, cercano soluzioni e formule per arricchire la nostra scuola dalla raccolta e acquisto di materiale didattico alle relazioni con gli enti locali per il riconoscimento ed il supporto alle attività.
Nello sviluppo delle attività educative oltre alla famiglia viene coinvolta anche la comunità. Ogni anno proponiamo come guida alle attività un tema conduttore, quest’anno è l’acqua, mentre gli anni precedenti abbiamo sviluppato temi quali le piante, il bosco, gli animali, ecc. Questo fa si che i bambini possano esplorare e conoscere l’ambiente in cui vivono, avere un contatto con le persone che vivono sul territorio, che lo conoscono e soprattutto che possono raccontarlo e descriverlo. La scuola non rimane chiusa né in se stessa né nel proprio territorio: si cercano, creano scambi e collaborazioni inizialmente con rea1tà simili (scuole slovene di Cormons e Muggia), poi con scuole più lontane tramite le educatrici e le corrispondenze audiovisive e grafiche (minoranze finniche, catalane, slovene in Austria). Molto difficile o quasi inesistente è invece 11 rapporto con le scuole statali presenti sui territorio. La scuola partecipa a concorsi e iniziative di vario tipo sia sul territorio che fuori: mini-olimpiadi, concorso dialettale Moja vas. Bordano (concorso di fiabe) ed a1tro ottenendo ottimi risultati.
Uscire dal proprio ambiente e mettersi a confronto con gli altri non crea più disagio poiché il bambino e la sua famiglia sono coscienti del valore e dell’importanza della propria storia culturale, ma anche di quella altrui. Il confronto e lo scambio avvengono quindi in un clima di rispetto e tolleranza reciproca.
Oggi la nostra scuo1a è frequentata da oltre 60 bambini rispetto agli 8-10 iniziali, con la possibi1ità di continuare l’educazione bilingue nella scuola elementare.
I bambini del 1984/85 oggi hanno 20 anni, sono ragazzi che hanno una vita sociale attiva, studiano, lavorano, viaggiano..., tutti hanno mantenuto un legame forte con la propria comunità senza chiudersi in essa. Li vediamo partecipare alle attività delle varie associazioni culturali (cori, teatro ed altro) esprimendo la propria identità culturale e mettendola serenamente a confronto con altre. Ci auguriamo altrettanto per i nostri bambini di oggi, “giovani del 2020”.
Scuola bilingue

Come è in realtà e come è stata vissuta.

Quando nell’ambito del Corso di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche decisi di scrivere la mia prima tesi di laurea su questo argomento, lo feci perché si era sviluppato in me un forte bisogno di fare chiarezza sul problema identitario.
Mi accorsi che per diversi anni ero rimasto senza una precisa identità (da intendersi in senso collettivo); questo a causa di alcune vicissitudini degli anni della mia infanzia e prima giovinezza. Anni cruciali in cui si pongono le basi per la costruzione della propria identità, sia individuale sia collettiva.

Quelle vicissitudini riguardano alcune esperienze di vita quotidiana e la frequentazione della scuola primaria bilingue di San Pietro al Natisone.

Ho ricordi di come da piccolo (prima di iniziare la scuola dell’obbligo) parlassi in famiglia e con i miei compaesani nel nostro dialetto e al di fuori di questa cerchia in italiano. L’intenzione dei miei genitori, pur nell’ambito di un matrimonio misto, era, credo, di farmi crescere perfettamente bilingue: dialetto/italiano così da tramandare la tradizione dei nostri avi.

L’apertura della scuola bilingue rappresentò agli occhi dei miei genitori l’opportunità di rafforzare il mio bilinguismo.
A distanza di quasi vent’anni mi chiedo:
bilinguismo riferito a quali lingue?
Alla scuola bilingue veniva e viene tuttora insegnato lo sloveno letterario, una lingua che, seppur contigua al nostro dialetto, esprime un vissuto diverso.
Inoltre, l’offerta didattico-culturale slovena poco o nulla coincideva con il mio assetto culturale.
Questa differenza mi portò così a considerare la lingua e la cultura slovene come apparati estranei a me, come lo sono altre lingue straniere che ho studiato.
La percezione della differenza culturale con il mondo friulano e italiano avrebbe potuto essere certamente utile ai fini del mio percorso identitario, tuttavia così non fu.

Lo studio dello sloveno ebbe l’effetto di allontanarmi progressivamente dal nostro dialetto, che se a 6 anni parlavo fluentemente a 10 lo ebbi per gran parte dimenticato.
Non accadde nemmeno che lo sloveno standard si sostituisse al dialetto in quanto al di fuori delle ore di lezione in lingua non avevo la possibilità di praticarlo: la gente intorno a me si esprimeva in italiano o in dialetto.
Così, concluse le elementari, registrai una doppia perdita:
quella del nostro dialetto, che una volta parlavo correntemente,
e quella della ricchezza della conoscenza di una lingua in più – lo sloveno.

Lo sloveno lo dimenticai presto, non semplicemente perché smisi di esercitarmi, ma anche perché maturai verso di esso un senso di forte estraneità.
Dovuto a cosa?
Le note diatribe e liti sulla questione della minoranza slovena – non slovena ebbero ripercussioni anche su di me, perché a causa di esse amicizie che ritenevo scontate si rompevano da un giorno all’altro.
I miei familiari venivano derisi, emarginati, colpevolizzati, discriminati, attaccati anche nelle semplici relazioni di paese per le loro posizioni sull’argomento.
Da ogni parte piovevano diktat su chi dovevamo essere.
E’ comprensibile come nella testa del bambino che ero si veniva a creare confusione e un gran disagio.
Allora il mio inconscio decise di risolvere il problema alla radice:
se il definirmi in qualche modo (sloveno, slavo) poteva trasformare in nemico chi fino al giorno prima era il mio migliore amico, allora era di gran lunga meglio non cercare di definirsi affatto.

Spero di essere riuscito a spiegare così brevemente il disagio che si è sviluppato in me e che credo abbia colpito e riguardi anche oggi molti altri bambini.

La maggior apertura mentale e intraprendenza intellettuale sviluppate nel corso degli anni universitari e il vivere all’interno di un ambiente multiculturale dove ognuno dichiarava senza pudore la propria provenienza e identità fecero esplodere in me la necessità di una netta revisione della mia impostazione identitaria:
pensarmi subito e solo come italiano o friulano non mi soddisfaceva più.
Dunque l’idea della tesi e dell’intervista.
Ora esporrò brevemente alcune considerazioni relative alla parte del questionario che attiene al problema identitario.

Identità locale e coscienza nazionale

Il questionario è stato somministrato a trenta “testimoni privilegiati”, cioè a persone che o per la loro professione o per il loro impegno culturale, intellettuale, associazionistico, rappresentano fonti “privilegiate” da cui attingere informazioni:
sindaci, ex sindaci, consiglieri – ed ex consiglieri - sia comunali che provinciali, insegnanti, imprenditori, presidenti/dirigenti di circoli o associazioni culturali, parroci, …
Evidentemente, non sono rispettati i tradizionali canoni di campionamento statistico rappresentativo della ricerca sociale.
Nonostante ciò il campione scelto può essere considerato – in modo non statistico - sufficientemente rappresentativo, in quanto le persone intervistate rappresentano, data la loro posizione o attività, quelle che sono le principali impostazioni del problema dell’identità della Slavia friulana.

La riflessione sul problema dell’identità, da una prima lettura dei dati delle interviste, verte soprattutto sul termine “sloveno”, sulla diffidenza e confusione che esso genera in moltissime persone.
Una leggera maggioranza degli intervistati dimostra forti dubbi sull’appropriatezza del termine “sloveno” come appellativo della gente della Slavia.

Una maggiore certezza ce l’hanno gli intervistati quando si chiama in ballo la nazionalità slovena della comunità locale: la maggioranza non è per nulla d’accordo nel riconoscere che la Slavia sia minoranza nazionale slovena.

Questa tendenza è confermata quando viene posta la domanda sull’esistenza o meno di una coscienza nazionale slovena.
Ciò che costituisce una comunità una nazione è proprio la coscienza di essere tale.
Se questa non sussiste, se non sussiste una coscienza slovena, la popolazione della Slavia come può essere definita minoranza nazionale slovena?

Tra l’altro gli intervistati hanno sottolineato la peculiarità e la diversità della comunità della Slavia rispetto alle “indiscusse” minoranze nazionali di Gorizia e Trieste.

Dunque, la maggior parte degli intervistati esclude in modo categorico una nazionalità slovena della comunità della Slavia.
Essa, cioè, non si riconosce o non ha come riferimento quale nazione madre la Slovenia.
Questo non per particolari motivi di ostilità degli Slavi friulani verso la Repubblica slovena, ma sostanzialmente perché, anche se nel corso della storia vi sono stati alcuni contatti culturali e linguistici tra la Slavia friulana e le popolazioni, che oggi costituiscono la nazione slovena, essi non sono stati tali da sviluppare nella nostra comunità un senso di appartenenza alla nazione che si formava nella Carniola.
Nemmeno nel mezzo secolo di convivenza amministrativa sotto l’Impero austro-ungarico.
Anzi, se proprio si dovesse individuare una nazione di riferimento per la Slavia friulana, senza dubbio questa verrebbe identificata nel Friuli o nell’Italia.

In effetti le Valli del Natisone hanno fatto parte per molti secoli di entità politiche “italiche”, col Patriarcato di Aquileia prima e la Repubblica di Venezia poi.
Ricordiamo con Pavel Stranj che ha scritto nella “Comunità sommersa” (SLORI, 1989) come nell’ottobre 1866 col plebiscito alla popolazione della Slavia si presentò un’occasione unica per unirsi agli sloveni dell’Impero austroungarico, ma, con un solo voto contrario, venne sancita l’annessione al Regno Lombardo-Veneto.

La parte del questionario relativo all’identità si conclude invitando gli intervistati a dare un appellativo all’abitante autoctono della Slavia, scegliendolo in una lista o proponendo uno di propria iniziativa.
Dieci intervistati hanno optato per l’espressione “sloveni delle Valli del Natisone”, nove per “italiani di origine slava”.
Pochi hanno dato la loro preferenza a espressioni più radicali come “italiani” o “italiani di nazionalità slovena”.

Alla luce di tutti i dati raccolti emerge, oltre alla tradizionale esistenza di diverse ed opposte impostazioni del problema dell’identità, un’immensa confusione.
La stessa confusione che mi sono accorto di avere pure io.

Il termine “sloveno” viene considerato inadatto, sia come aggettivo di qualificazione della comunità della Slavia, che, come è anche emerso nella sezione relativa alla lingua, dell’idioma locale.
L’argomentazione che molti hanno apportato per giustificare tale loro posizione, tratta dai commenti che essi hanno voluto aggiungere al termine dell’intervista, è che la popolazione della Slavia non appartiene alla nazione slovena, ma costituisce una realtà a sé stante, un popolo slavo “originale”, a cui però risulta problematico dare, in italiano, un nome specifico proprio.
Il termine col quale gli abitanti della Slavia si definiscono nel loro idioma è “slovenj”, che non è un sinonimo di “slovenec”, in sloveno standard.
Nella lingua italiana vi è un’unica forma per tradurre le due parole “slovenj” e “slovenec”, ovvero “sloveno”.
In qualsiasi dizionario “sloveno” è l’abitante della Slovenia.
Si può comprendere, allora, una certa diffidenza con l’identificarsi con quel specifico termine.
Nel proprio idioma non si pone, invece, alcun dilemma di identificazione.
I problemi sorgono quando c’è il passaggio all’italiano.

Conclusione

Il fine di ricerche come questa non è di sbandierare la prevalenza di un pensiero rispetto ad un altro, anche se dai risultati risulta evidente.
Tuttavia, nessuno è nel torto.
Ognuno ha la propria consapevolezza ed è questo l’elemento principale che determina l’appartenenza sociale, etnica o nazionale, ancor più dell’aspetto linguistico.
Se per qualcuno un’affinità linguistica giustifica l’appartenenza nazionale, per altri non è così:
ed entrambe le posizioni meritano rispetto.
Voglio spiegare ulteriormente il concetto con un esempio pratico, chiamando in causa gli scozzesi o gli irlandesi:
nessuno mette in dubbio il fatto che si tratti di nazioni distinte da quella inglese.
Ricorrendo ad una certa logica però scozzesi e irlandesi dovrebbero essere considerati inglesi, perché la lingua che parlano è l’inglese.

Tornando alle considerazioni iniziali, non credo di essere stato l’unico bambino a vivere i disagi descritti.
Oggi e per il futuro, il mio obbiettivo è di evitare che anche i miei figli debbano vivere situazioni analoghe e possano, invece, sviluppare in completa autonomia e libertà la consapevolezza di chi essi siano.
Ciò significa che, tenendo conto dell’estrema delicatezza e del carattere evolutivo dei processi identitari, ogni posizione, pensiero e sensibilità debbano essere equamente tutelati e rispettati da chi non la pensa allo stesso modo (nessuno è il depositario della verità assoluta).
Al fine di assicurare un armonico sviluppo della comunità della Slavia vanno messe in evidenza ed incoraggiate le complementarietà e non accentuate strumentali contrapposizioni.

Termino con un appello al buon senso e al rispetto reciproco, uniche vie per salvaguardare una comunità come la nostra, che, dividendosi, rischia di scomparire, vittima di una doppia assimilazione: da una parte assolutizzando l’appartenenza al mondo italiano, dall’altra forzando un’adesione alla nazionalità slovena, incoraggiata anche da convenienze di natura economica.
Mirko Clavora

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