Una messa foraniale in sloveno

Ci sono alcune polemiche, del tutto giustificate, per la mancata messa nel nostro dialetto almeno una volta al mese, come avveniva col precedente foraneo mons. Matteucig.


Ho letto con piacere sul NOVI MATAJUR la lettera "Una messa foraniale in sloveno la stiamo aspettando da due anni" dei due giovani amici Giacomo e Fabrizio, tra l'altro, impegnati seriamente come sacristi e consiglieri parrocchiali.

Condivido in pieno le loro idee di fondo, un po' meno le loro convinzioni quando esse si riferiscono alle persone.

Premetto che sono convinto che per i due amici il dispiacere per la mancanza di una messa in sloveno è sincero, perché da bambino ho provato personalmente cosa voglia dire pregare e specialmente sentire pregare nella propria lingua.
Tuttavia sento il bisogno di esprimere la mia opinione non per difendere qualcuno, anche perché sono convinto che ciascuno può difendersi da solo, ma perché penso che un confronto di opinioni può aiutarci a maturare come comunità.
E' vero, sono passati due anni dall'ultima messa in sloveno.
E' anche vero che nel vangelo c'è scritto:
"Chiedete e vi sarà dato. Picchiate e vi sarà aperto!"
Ora, è stato chiesto, o abbiamo chiesto, abbastanza?!

Storicamente sappiamo che le conquiste, di qualsiasi conquista si tratti, non sono mai facili da raggiungere.
Quello che non ci è concesso oggi, se siamo convinti che ne abbiamo diritto, dobbiamo richiederlo perché ci sia concesso domani.

E così di seguito fino al raggiungimento del nostro obiettivo.

Un secondo aspetto che voglio sottolineare:
penso che non valutiamo sufficientemente le difficoltà oggettive che, chi è preposto a decidere, può incontrare per soddisfare una richiesta.

E non parlo di difficoltà ideologiche, che oggi almeno nella chiesa sono largamente superate, quanto di difficoltà di carattere pratico.

Per quanto riguarda la messa in sloveno, ad esempio, c'è sicuramente la difficoltà di reperire qualcuno che sia "pratico" di celebrarla.
Chi non lo ha mai fatto, sicuramente incontrerà difficoltà tali che lo indurranno a procrastinare quanto possibile tale impegno, o, comunque, rifiuterà di farlo almeno fin quando non si sentirà sufficientemente sicuro.

E' vero che noi delle Valli conosciamo molto bene la nostra parlata; è anche vero che, se ce ne allontaniamo per lungo tempo, al ritorno siamo più che arrugginiti.

Inoltre, il testo della messa è in lingua slovena letteraria, con innegabili difficoltà anche per chi conosce la nostra parlata alla perfezione.
Risulterebbe certamente più facile per il celebrante e per gli ascoltatori stessi se il testo della messa fosse nella nostra parlata, la quale, pur con tutti i suoi limiti di parlata familiare, potrebbe facilmente fare da base, sostenuta naturalmente all'occorrenza dalla lingua letteraria slovena.

Perché allora non ci mettiamo con foga a richiedere il testo della messa tradotto benečano?

Ci potrebbero essere, e penso sicuramente ci sono, difficoltà o perplessità di carattere pastorale o comunque di valutazione per la "concessione" di una messa simile.

Obiettivamente esiste il dubbio che la richiesta della messa slovena possa avere carattere "politico" e non religioso, nel senso che il raggiungimento di tale obiettivo potrebbe essere legato più al prestigio che ne deriverebbe per la nostra cultura e per la nostra identità, piuttosto che a un fatto puramente religioso.

Sta a noi spiegare e far capire che pregare nella nostra parlata è un'esigenza del nostro intimo più profondo, è il solo modo per rivolgerci sinceramente e con figliale fiducia a Dio.

Nell'intimità della famiglia ci si esprime nella maniera più immediata. Io personalmente con mia suocera parlo sempre ed esclusivamente nella nostra parlata.

Così mi piacerebbe parlare con Dio sempre e specialmente quando lo prego assieme alla mia comunità! Nella maniera più familiare!
E allora per questo dobbiamo batterci, non per una messa al mese in sloveno, ma per tutte le messe nella nostra parlata!

D'altra parte come possiamo pretenderlo, se prima di tutto tra di noi, nei nostri rapporti quotidiani, non scegliamo di esprimerci esclusivamente nella nostra parlata?

Questa regola deve valere anche per i "discorsi ufficiali" rivolti alla nostra comunità.
Io non rimprovererei al foraneo di non aver pronunciato neppure una parola "po benečansko", perché, personalmente al suo posto, avrei parlato esclusivamente "po benečansko" essendo il mio discorso rivolto a dei Benečani.
Inserire due nostre parole in un discorso solo per dare un contentino, mi sembra terribilmente ridicolo, frustrante, deludente, e, nella nostra situazione, "pilatesco".

Come, del resto, ripetere le stesse parole in due lingue diverse, quando nel territorio tutti dovrebbero capire sia l'una che l'altra, per me, è terribilmente "politico" nel senso deteriore di questa parola.

D'altra parte l'espressione verbale appartiene alle libertà personali, perciò non si dovrebbe mai osare di rimproverare uno, perché si esprime in una anziché in un'altra lingua, né chiedergli rendiconto delle sue scelte.

Noi, in particolare, che abbiamo a disposizione due lingue, dobbiamo sentirci liberi di esprimerci nella più assoluta libertà nell'una o nell'altra, o passare tranquillamente da una all'altra con semplicità e naturalezza, e, soprattutto, senza che nessuno osi contestare la nostra scelta.

Per chi ama la propria cultura, la scelta quotidiana dell'uso della nostra lingua dovrebbe essere un obbligo, come ho detto sopra.
Generalmente almeno, questa è la mia esperienza:
con le persone anziane parlo in sloveno in maniera spontanea, specie se sono persone di Mersino con le quali ho convissuto lungo tempo e mi sono espresso sempre così;
con i bambini devo sforzarmi per rivolgermi a loro in sloveno.
Eppure servirebbe proprio con loro parlare sloveno anche quando sembrano non capire, se vogliamo rivivificare la nostra parlata.

Un'altra difficoltà, per riagganciarci al discorso di sopra, è sicuramente il numero limitato di sacerdoti.
Un tempo di sacerdoti ce n'era a dovizia e quasi tutti conoscevano il dialetto locale e perfino la lingua letteraria slovena.
Ma allora la messa si celebrava esclusivamente in latino!
Oggi la si può celebrare in qualsiasi idioma, ma i sacerdoti mancano.
Non si può dire che la chiesa cammini coi tempi! Un motivo in più per tenerci buoni i sacerdoti che ci restano, per stimarli, per voler loro bene, per non permetterci di giudicarli ma di aiutarli a lavorare meglio e a sbagliare meno.

E soprattutto per non fare confronti!

Il pellegrinaggio di riconciliazione a Castelmonte è stato bello.
Lo abbiamo riconosciuto tutti.
Non dimentichiamo che lo ha preparato, assieme naturalmente ai sacerdoti delle Valli, il vicario foraneo.

E non dimentichiamo anche che riconciliazione vuol dire soprattutto aiutare gli altri a riconciliarsi con noi, accettando o almeno rispettando le loro convinzioni.
Nino Specogna

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