Come stanno le cose

Ogni persona di buon senso ha capito come stanno le cose
Traduzione dell'articolo
Usak človek dobre pamet je zastopu kuo so reči
Studenci vede la luce a fine anno, negli ultimi mesi, come di solito.
Gli ultimi due numeri di questa piccola rivista hanno scosso un poco gli “sloveni” che lavorano per la scuola slovena nelle valli del Natisone.
I giornali sloveni si sono mobilitati subito contro Studenci come se il nostro intento fosse stato disturbare, frenare o fermare il lavoro della scuola slovena. “Studenci è per il dialetto, contro la lingua slovena letteraria” -asserivano - “Studenci ha le stesse idee di coloro che raccoglievano nelle valli del Natisone quattromila firme contro la lingua letteraria slovena”.
Coloro che hanno letto ciò che abbiamo scritto, sanno che siamo convinti che nelle valli del Natisone occorre innanzitutto far rivivere ciò che di buono è ancora rimasto, se questa società vuole sopravvivere.
Se faremo questo, tutto il resto, anche “lo sloveno letterario’ spunta di per sè come il cespuglio attorno al vecchio ceppo tagliato del castagno.

Quelle firme erano “in favore” del dialetto sloveno e dimostrano che il ceppo ha ancora radici vitali.
Coloro che hanno sottoscritto non erano con­trari al dialetto sloveno.
Non occorre trapiantare nulla, è questo vecchio ceppo che deve germogliare.

Questa è la verità, e, in quanto tale, non è cosa da buttare nella spazzatura. erano tutti “slovenj”, che capivano e parlavano lo sloveno loca­le, quelli che hanno sottoscritto.

Gli articoli “Mezzo litro di nero. Sloveno e sloveno (locale)” e ‘Lingua materna, focolare, casa, paese... ciò che è tuo e ciò che è forestiero” hanno scosso i “politici sloveni” locali.

Cosa ha scritto Studenci? Niente di particolare, solo quella verità che ogni persona nelle valli del Natisone conosce e riafferma, ma che il “politico sloveno” non deve dire perché la vecchia politica non glielo permette.

La verità è che il nostro valligiano non si vergogna affatto di ammettere col suo vicino che è “sloveno (locale)”; che parla “in sloveno (loca­le)”.
Per riconoscerlo non ha alcun problema quando sa che chi lo ascolta è tal quale a lui, che parla come lui.
Se invece ha davanti un estraneo, se non conosce l’interlocutore, se non conosce che idee egli abbia, non gli è facile esternare ciò che egli stesso è, fino a che non si accerta che l’altro lo compren­da bene.
“Sloveno (locale)” sicuramente non è, per lui, lo stesso che dirsi “sloveno (della Slovenia)”.

Tutti sappiamo come sia confusa la problematica ed anche perché si sia confusa e ingarbugliata.

Il guaio è che lo sloveno delle Valli del Natisone non ha un termine con cui esprimere a chiunque chi sia.
Il resiano di Resia dice di essere “resiano e nessuno trova nulla da ridire: a tutti è evidente chi egli sia, non è costretto a fornir spiegazioni, chiarimenti, quale sia la sua lingua, se sia italiano, sloveno, o abbia sangue russo.
Egli lascia che gli “esperti” litighino:
egli è quello che è! A tutti va bene che sia e che rimanga quello che è: resiano.
A nessuno va storto se desidera mantenere la sua lingua, le sue abitu­dini e le tradizioni della sua valle.

Gli ”sloveni” delle valli del Natisone fino ad ora li han chiamati “Beneciani’ “Slavi”, “popolazioni di antico insediamento”, “di origine slava”, “valligiani”, “Natisoniani”, “Sloveni delle valli del Natisone ... se andiamo più indietro “Schiavoni di Antro e di Merso”, “fedeli sudditi (di Venezia) delle convalli di Antro e Merso”, e così via.
La parola “Beneciani” è quella più conosciuta dagli altri sloveni per esser stati sotto la repubblica di Venezia.
“Slavi” lo sono anche i russi, i polacchi, i serbi e non so quanti ancora; è un termine che non aiuta.
“Natisoniani”fa pensare a qualche extraterrestre come i marziani.
La parola italiana “sloveni” vale per quelli che di fatto sono in Slovenia, ed al nostro sloveno questa confusione non andava bene, fino ad ora.

Torniamo invece alla problematica della lingua.
Questo problema non l’ha creato Studenci.
Quando Ciceri mandava a raccogliere firme per le case, ne ha raccolte più di quattromila perché non si dimostrava avversario del linguaggio locale, sapeva però che la gente era inviperita contro la lin­gua letteraria slovena, e non per fattori linguistici o culturali bensì per motivi politici.
Allora non c’era ancora il circolo culturale Studenci; è nato solo nel 1980, tanto per svegliare le persone di buona volontà, affinché ritrovassero il coraggio di mostrarsi per ciò che erano: sloveni (locali) senza nessuna etichetta politica.
Allora mostrarsi “sloveno” era come cucire la stella rossa sul berretto.
La stella rossa che non era quella natalizia; al posto della coda aveva il martello e la falce.
I sacerdoti sloveni hanno patito abbastan­za per questo equivoco politico: la gente e specialmente i politici che spesso vedevano nel mirino sulla stessa traiettoria la stella e la croce, sparavano sia sull’una che sull’altra.

Così il linguaggio non mostrava più l’anima dello sloveno (locale):

diveniva l’occasione per baruffare (filoslavo, titino...); per dividersi.
Muro contro muro (patrioti e traditori).

Dove stanno misura e pace? Nel mezzo, come sempre.

Studenci voleva che questi due cavalli che tiravano uno in una dire­zione e l’altro in quella opposta, non strappassero ancora in due la nostra gente.

Anche per questo si è interessato alla problematica scolastica; ha ini­ziato a chiedersi quale fosse la migliore soluzione e, più tardi, dove porti, a quali conseguenza vada incontro il sistema che ha scelto la scuola privata slovena di san Pietro, quello di insegnare direttamente lo sloveno letterario. La scuola e ciò che vi si insegna non nasce da sè come un fungo: c’è l’individuo che solo o insieme ad altri fatica, lavora.., e s’intende che offre ciò che proviene dalla sua intelligenza, dalla sua volontà dalle sue convinzioni, così come la botte versa il vino che contiene.
In questi pensieri non c’è nessu­na volontà di giudicare se il vino che esce dalla botte sia buono o meno, se la botte stessa sia in buono stato o meno.
Al massimo ci possiamo chiedere se la botte sia al suo posto in questa determinata cantina in cui si trova.

Più di qualcuno si è chiesto:” Come sarebbe la scuola slovena a San Pietro se ciò che è cresciuto là fosse stato frutto del senno e ingegno dello sloveno (locale) medio, comune?
Come sarebbe se il modello su cui è costruita fosse stato scelto sulla misura e sulle capacità linguistiche dell’ambiente in cui vivono i ragazzi che la frequentano?
Se non avesse al vertice persone provenienti da altri ambienti sloveni?”

Il problema ricade ancora su quella questione di fondo di cui Studenci ha già scritto finora.
Che i modelli li raccolgano e compongano gli esperti l’aniversità di Udine o gli scienziati di quella di Lubiana, la questione non cambia: è apparso chiaro, nei tre giorni di discorsi a San Pietro sul proble­ma del linguaggio del bambino non si è saputo dire con chiarezza “quale” sia “difatto” il linguaggio dei bambini nelle valli del Natisone.

E’ stato invece chiarito come devono essere preparati gli insegnanti; come, che cosa, e con quanto approfondimento essi debbano conoscere l’am­biente, la lingua (o le lingue), i bambini, le famiglie... affinché la scuola sia realmente utile ad essi al fine della preservazione della loro identità slovena.

Tutto il plauso agli organizzatori i quali hanno raccolto molto mate­riale per studiare a fondo se tutto va bene o se qualcosa va migliorato.
Non è un lavoro facile quello che hanno davanti a sè.
Quanti insegnanti nella scuola, se non sono esterni, conoscono tanto bene la lingua slovena che dovrebbe essere la prima, la materna per essi?
Questi pensieri sono venuti a qualcuno che ha ascoltato quegli emeriti professori.
Tutti han parlato del linguaggio specifico parlato dal bambino; che esso va salvato, che gli inse­gnanti devono conoscerlo bene, usarlo, e così via.
E, può darsi, essi hanno pensato che il linguaggio del bambino nelle Valli del Natisone sia “la lingua let­teraria slovena”.

Ognuno approfondisca a modo suo ciò che è vero e tiri le somme.
Dire queste cose non vuol dire essere contro la lingua letteraria slovena. Se le cose stanno così tali rimangono e sulla loro base è necessario lavorare.
Occorre raccogliere i sassi rimasti sparpagliati dopo che la nostra casa slovena si è diroccata per buona parte e riutilizzarle per ricostruirla.
M’a affinché sia sicura e robusta occorre usare un buon cemento... prendendolo dov’è.
Questo cemento per la nostra lingua non può essere nient’altro che la lingua lettera­ria slovena.

Su questo Studenci ha già scritto?
Non occorre ritornare su quanto è stato già detto, vale la pena aggiungere solo che tutta la campagna contro Studenci e contro coloro che hanno risvegliato questa problematica, non era instaurata per cercarne le soluzioni quanto per far tacere coloro che l’hanno portata alla luce.

Ma è tempo, l’ultimo, perché tutti gli sloveni delle valli del Natisone comincino ad interessarsi per ciò che li tocca da vicino.
Non va bene che è tutto una “maledetta politica” e che non vogliono immischiarsi in essa: li interessa tutti insieme perché altrimenti sarà essa a invischiarli nella sua rete quando ormai sarà tardi per baruffare e opporsi.

Se Drnovsek e Berlusconi si incontrano a Budapest e parlano degli sloveni che sono in Italia, vuol dire che parlano anche di noi non solo di quelli degli “sloveni d.o.c...
Quando Martino e Peterle (Ministri degli Esteri, italiano e sloveno) si sono incontrati adAquileia hanno speso più di qualche ora per parlare di noi sloveni delle valli del Natisone.

E’ bene che la gente, gli sloveni (locali), i quali non vogliono racco­gliersi sotto le ali di quei politici che per cinquant’anni portano avanti la problematica “minoritaria” da Cividale in su, lascino che siano essi soli i loro interpreti?
E’ opportuno che quei politici prendano la parola per tutti e che siano loro a dire qua e là, da Roma a Lubiana, cosa deve andare bene e cosa no, senza chiedere cosa ne pensi la gente per la quale si arrogano il diritto di parlare?

Sarà ora di svegliarsi e difendere le proprie idee ed i propri interessi non solo davanti ad un bicchiere di vino, quanto invece interessarsi fino in fondo ciò che bolle nella pentola politica tra la Slovenia e l’Italia, a Trieste, a Gorizia ed anche quello che sta cucinando sotto la cenere qui da noi.

Studenci non è tanto presuntuoso da pensare di avere tutta la ragio­ne.
E’ convinto tuttavia che la nostra gente deve cominciare ad ascoltare tutte le musiche, altrimenti si troverà che dovranno ballare sempre quel ballo anche se non le va.
La gente, gli sloveni (locali), devono scegliere i suonatori che suonino quella musica e quel ballo che piace ad essi, senza cer­care altri interessi.
Studenci - anno 7 - n 1 - novembre 1994

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