Per chiarire, non per polemizzare!

Un solo punto dev'essere ben chiaro, inequivocabile, assolutamente tollerato e accettato:
il nostro natisoniano, pardon, il nostro dialetto sloveno delle Valli, è l'
unica espressione verbale della nostra cultura popolare.
Non credo sia stato capito il mio titolo "Posso parlare... al moren guarit" anche se dal sottotitolo forse si poteva facilmente dedurre che io sottintendevo rivendicare semplicemente il diritto di parlare po nediško sempre e ovunque.
L'esordio, comunque, "Posso parlare anch'io?" del direttore del Novi Matajur, fatto peraltro da uno che parla sempre, suona perlomeno strano.
Se la domanda è rivolta a me, io non ho mai avuto nemmeno la possibilità di far tacere qualcuno anche avessi avuto l'intenzione di farlo.
Se è rivolta all'associazione, significa che non è stato letto ciò che in diversi luoghi del sito LINTVER è ribadito: che LINTVER è per statuto un luogo dove tutti possono intervenire liberamente, salvo il rispetto delle persone e della decenza. Lintver vuol dare voce a tutti, perfino a coloro che, per loro motivi o per loro scelta, vogliono restare anonimi.
Per questo tutto ciò che viene scritto, che sia o non sia firmato, è sempre e solo a titolo personale.

Intervengo ancora una volta non per polemizzare, ma per chiarire meglio il mio pensiero.
Anche se, dopo l'articolo precedente e l'altro sulla cultura contadina delle Valli speravo d'essermi fatto capire.

Aggiungo subito che mi dispiace deludere il direttore del Novi Matajur, asserendo francamente e decisamente che io non soffro di nessun travaglio e pertanto rimango allibito da come si fa a capire il mio travaglio, se neppure esiste.
Non è la prima volta che io, anche su questo sito, ho manifestato il bisogno di chiarezza esprimendo le stesse idee. Basta andare a leggere.
Per scongiurare ogni dubbio sui miei presunti travagli invito chi ne ha voglia di andare a consultare nell'archivio parrocchiale di Mersino il volumetto che rilega il mio ciclostilato settimanale COMUNITA' dal settembre 1971 al maggio 1976.
Su uno di quei fogli ho scritto:

"...non mi interessa che sia l'italiano o lo sloveno letterario a far sparire il nostro natisoniano o a far perdere i suoi connotati. Dovesse succedere, galeotti l'uno e l'altro!"

Se mi si vuol credere, non ho neppure la possibilità di subire travagli a questo proposito, perché ho davanti a me sempre la luce di una stella, quella di mio nonno.
E alla sua si aggiungono mille altre stelle che ho avuto modo di incontrare, di conoscere, di gustare soprattutto a Tarcetta e a Mersino: la vecchia Štefanka vicina di casa esperta di preghiere, mio zio Valentino, Marija Tončoknova, l'incantevole lingua (che non smetteva mai di parlare) della nona Vančjonova e a Mersino la vecchia Mišoka con una conoscenza eccezionale della nostra cultura e Carlo Šinku e mille altre persone morte o vive che siano ma per me sempre presenti.
A meno che non si voglia confondere la mia innata volontà di cooperare, con qualsiasi accetti la mia collaborazione, con l'adesione a questa o a quella "linea". Non sono mai stato allineato, né lo sarò mai, perché ci tengo alle mie idee, per le quali a volte ho pagato prezzi anche salati.

E a proposito di linee non posso far a meno di far notare che le linee molto spesso diventano muri invalicabili, muri che dividono, separano, escludono, emarginano. La mia impressione, già peraltro più volte manifestata, è che qua da noi ci sono troppe linee, troppi muri, che è ormai cronica una situazione fotografata (mi spiace ripetere sempre quello) dal nostro detto: "Usi, sami za se ku prase!"
Non faremo il bene delle Valli continuando a tracciare linee! Né ho subìto mai travagli circa la mia identità, che è sempre stata quella del nonno che sapeva parlare solo natisoniano, pardon è più forte di me, solo il nostro dialetto sloveno o, più semplicemente j znu guarit samua po tarčečansko.
Un giorno nei corridoi della scuola media di S. Pietro, (verso gli anni ottanta) mentre facevo salire la mia classe in aula di musica, si avvicinò una collega e mi rivolse improvvisamente queste precise parole:
"Ma tu ti senti davvero sloveno?"
Ricordo che senza riflettere (non ne avevo il tempo) risposi:
"Non è importante cosa mi sento, è importante quello che sono!"
E assicuro d'aver pensato in quel momento al nonno!
L'unico travaglio, da giovanotto, è stato accettare la nostra cultura contadina, che ai miei occhi liceali appariva troppo povera.
Un musicista, Bartok, mi aprì gli occhi.

E' solo una premessa anche se troppo lunga, ma, almeno per me, necessaria.

Venendo al dunque, a mio giudizio a proposito di confusione, l'intervento del direttore del Novi Matajur non solo non chiarisce nulla ma crea ulteriore confusione e cortine fumogene ancora più intense.

Se vogliamo finalmente uscire dagli equivoci e dalle cortine fumogene, dobbiamo prima di tutto riconoscere e ammettere le verità storiche e quelle culturali, oppure rinnegarle apertamente.
Tutto il resto si può discutere, analizzare, vagliare, accettare o non accettare, gradire o non gradire, modificare, cambiare, ecc.

Per quanto mi riguarda è giusto che dica subito che io la legge di tutela non l'ho tirato in ballo.
Non mi interessa, nè mi interessano i suoi soldi e dubito assai che risolva qualcosa per la nostra cultura e per la maggioranza degli abitanti delle Valli, anzi peggiorerà la situazione, se non altro perchè gli intriganti ci speculeranno sopra.
Vorrei anche aggiungere che io, forse a differenza di altri, non ho mai avuto nè attualmente ho nessunissimo motivo o ragione particolare per difendere una tesi o l'altra.
Mi sento libero più di qualsiasi altro da ogni condizionamento.

Comunque se non si è capito dai miei scritti precedenti, ribadisco che a me interessa la nostra cultura, la cultura popolare delle Valli, la sua integrità, la sua conservazione, la sua sopravvivenza, la sua salvaguardia.
E mi preoccupa e turba il fatto che la gente delle Valli è assolutamente amorfa, indifferente, apatica, passiva pur avendo in se stessa idee ben precise; e questo succede a causa di quella mancanza di chiarezza iniziata nel primo dopo guerra, volutamente continuata, che continua e che continuerà.

Se si vuol fare chiarezza bisogna assolutamente definire la nostra cultura e per nostra intendo la cultura popolare di tutte le Valli del Natisone.
Non si può non ammettere che la nostra è stata ed è (almeno fin ora):
una cultura popolare,
una cultura popolare slovena,
una cultura popolare slovena particolare,
una cultura popolare slovena particolare propria delle Valli,
una cultura che ha una sua storia, proprio sua,
una cultura popolare slovena con una sua propria, particolare, caratteristica, peculiare, tipica, specifica, singolare espressione linguistica.
Una espressione linguistica presente da secoli nell'aria, scolpita nella terra, nelle piante, nelle pietre, impressa sui muri delle case, profondamente radicata nei cuori della stragrande maggioranza degli abitanti le Valli.
Per questo io la considero lingua, tenendo anche presente che la distinzione lingua-dialetto è puramente di carattere convenzionale, come bene spiega il compianto Giorgio Qualizza ("qualificato" tenga presente Domobranec), riportato in "Prima parte" di "Lingua o dialetto" di Giorgio Qualizza e anche nell'introduzione della "GRAMMATICA NATISONIANA".

E penso che, se veramente la nostra non è una lingua, significa che mio nonno non sapeva parlare.
Per me è ridicolo solo immaginarlo, lui che mi ha trasmesso durante i dieci anni vissuti assieme un'infinità di conoscenze, lui che con le sue dolci parole slovene (non ne conosceva di altre) ha indirizzato i miei sentimenti.
Ma il problema non è lingua o dialetto.
Ciò che non è possibile discutere è che la nostra parlata, il nostro natisoniano, pardon, il nostro dialetto sloveno delle Valli, è l'

unica espressione verbale della nostra cultura popolare.

(In barba a tutta la "gente qualificata o non qualificata" di Domobranec o di chi per lui!
Affermare il contrario significa proprio "affossare o manipolare una realtà linguistica e identità riconosciuta da tutti", caro Domobranec!)

Se non siamo d'accordo su questo, bomo brusìl usak suoj ruoh za nimar!

Non serve altro!
La nostra parlata, che io chiamo "natisoniano" per comodità e pensando al "po nediško" (guarda caso tutte le Valli confluiscono nel Natisone) ma che non ho nessun pregiudizio per non chiamarla "dialetto sloveno delle Valli" (nel caso qualcuno non si fosse ancora convinto che la distinzione lingua-dialetto è solo un fatto convenzionale), è una parlata che fa onore all'Italia come alla Slovenia, perchè è una ricchezza dell'Italia come della Slovenia, e soprattutto è ormai l'unica ricchezza, per fortuna ancora integra, della cultura rimasta alle Valli.
Se la perdiamo, possiamo chiudere baracca e burattini!
Saremmo più nulla!!!
L'italiano, il friulano, il latino, l'inglese, il tedesco, lo sloveno letterario non appartengono a questa cultura, seppure oggi sono abbondantemente studiati e conosciuti nelle Valli.

Tutto il resto si può discutere ed essere o no d'accordo e lavorare ugualmente insieme.
Per esempio:
è stato opportuno introdurre nelle Valli lo sloveno letterario?,
non era più opportuno già ai "vecchi" tempi appoggiarsi di più alla nostra parlata, aiutarla a crescere, adoperarla, servirsene?,
lo sloveno letterario aiuta il nostro dialetto sloveno?,
dialetto sloveno delle Valli e lingua letteraria slovena comunicano?,
uno che conosce bene il dialetto sloveno delle Valli capisce anche lo sloveno letterario?,
possiamo parlare di tutela o no dello sloveno letterario nelle nostre Valli?,
o, meglio ancora, incominciare a discutere dove e come vengono spesi tutti i contributi per valorizzare la nostra economia (ma sto entrando in un mare magnum!)

Ci sono comunque sempre i pro e i contro come per ogni cosa.
Ognuno ha diritto di valutare e fare le sue scelte ed, eventualmente, anche dire sciocchezze.
I pareri potranno essere contrastanti, ma non cambierà la meta alla quale aneliamo, non cambierà l'oggetto del nostro interesse, non cambierà la linea (unica) e l'orientamento che devono guidare gli abitanti delle Valli che vogliono continuare la loro storia, proprio la "loro" storia come un tempo.

Il direttore del Novi Matajur accenna a una certa linea dei nostri circoli culturali.
Son sempre stato convinto che lo zelo più grande di tutti i circoli culturali fosse la salvaguardia, la protezione e la tutela della nostra cultura.
Voglio sperare che continui ad esserlo, perchè sono sicuro che gli abitanti delle Valli non saprebbero che farsene di circoli culturali incapaci di tutelare la loro specifica cultura.

E a proposito di rispetto per le lingue e per lo sloveno in particolare, nessuno potrà mai rivolgere la benchè minima accusa nè a mio nonno, nè a me.
Il nonno o la zia o tanti altri che io ho conosciuto erano orgogliosi e giustamente gelosi della loro specifica espressione verbale come lo sono io oggi e lo sarò sempre, senza disprezzare nulla e nessuno. Personalmente posso asserire di amare tutte le lingue. La mia biblioteca è piena di libri di poesie in lingua originale, che io leggo spessissimo anche senza capirne sempre o pienamente il significato, perchè mi piace il ritmo, la musicalità del verso, l'estro creativo.
Ho letto e leggo in lingua originale tutte le poesie del Neruda e del Lorca.
Possiedo e leggo, in edizione tascabile, le poesie di Prešeren, Kosovel, Jenko, Gregorčič, Gradnik, Medved, ecc.
Conosco l'enorme progresso (e l'ho più volte affermato) che la lingua slovena ha fatto in pochissimo tempo.
So benissimo che la Slovenia è fra le prime e più grandi avanguardie artistiche in Europa specie nel campo della pittura e della musica; so quanto aiuta i giovani artisti e per questo la ammiro.
Capisco che la collaborazione con quella cultura è di fondamentale importanza per noi, come lo è la collaborazione con la cultura friulana.
Ma tutto questo non sposta di una "et" il problema, se vogliamo uscire dalla nebbia e dall'equivoco:
il riconoscimento chiaro e netto della nostra specificità linguistico-culturale.
Se mai ci si dovrebbe battere il petto: quali grandi progressi hanno saputo fare la lingua slovena e la lingua friulana!
E noi cosa abbiamo fatto?!
Mi metto in prima fila a vergognarmi!

Voglio evidenziare un fatto singolare.
Un giorno mi son messo a raccogliere sul computer le nostre parole, quelle che sentivo nelle conversazioni o che incidevo su cassetta parlando con la gente.
Ne è venuto fuori un piccolo vocabolario.
Ho provato esaminare le strutture morfologiche del nostro "dialetto sloveno" e ho visto che stavano in piedi e non poteva essere diversamente.
Ho tentato di metterle per iscritto.
Le ho pubblicato su questo sito.
Scandalo!
Sono balzate fuori irritazione, insofferenza, addirittura rabbia incontrollata.
Mi rifiuto di cercar di capire.
La mia intenzione era ed è offrire un servizio alla nostra cultura.
Un servizio che i tecnici competenti, quelli dell'"ipse dixit", la gente qualificata di Domobranec, avevano secoli di tempo per fare.
Sono un dilettante e me ne vanto.
Nell'ultimo incontro con personalità della cultura organizzato dal LINTVER il relatore affermava che il lavoro gratuito è sempre quello meglio riuscito.
E quello da dilettante è sempre un lavoro gratuito.
Fra l'altro mi accorgo che da dilettante ho vantaggi grandissimi:
sono conscio dei miei limiti;
non ho paura di sbagliare, perchè non ho nessun prestigio da difendere;
sono libero di apportare tranquillamente tutte le correzioni o le modifiche che voglio;
offro il mio lavoro di dilettante unicamente a chi lo accetta, senza assolutamente imporlo a nessuno;
da povero dilettante sono convinto che solo SCRIVENDOLO e LEGGENDOLO potremo salvare il nostro... dialetto sloveno delle Valli,
infine sempre da dilettante sono disposto a ingoiare tutti gli insulti, quelli stati e quelli che verranno.


E a proposito di insulti e di calunnie del signor Filomeno, nonostante il suo strano pseudonimo (dovrebbe consultare il vocabolario per conoscerne il significato!) è stato individuato.
E per fargli capire che è la verità mi permetto di dargli un consiglio:
di studiare non solo la geografia (lui sa bene cosa significa) ma anche la lingua italiana; così la prossima volta non faccia il vigliacco ma firmi le sue calunnie col suo nome e cognome e non con la sua ignoranza.

Tornando al dilettantismo, chi sa se il direttore del Novi Matajur sarebbe disposto di venir a cantare nel Pod Lipo sapendo che io sono dilettante non solo quando compilo grammatiche ma anche come direttore di coro.
Infatti, sono diplomato in pianoforte, ho studiato organo e composizione organistica fino all'ottavo anno, ho studiato privatamente composizione col maestro Pezzè, ma non sono diplomato in Canto Corale; perciò come direttore di coro sono solo un dilettante.

Se devo essere sincero, ho ricevuto anche molti elogi per la grammatica e anche per il vocabolario, sia via Internet sia personalmente.
Questo mi spinge a continuare per correggere, completare, modificare il mio lavoro, subito pronto, però, a cedere il passo a eventuale "gente qualificata".

Non è per contestare a priori, trattandosi fra l'altro di sentimenti personali, solo per dire come ciascuno è fatto a modo suo.
Il direttore del Novi Matajur parla di catechismo sloveno.
Non posso verificare come il don Laurencig lo insegnava.
Ho però fra le mani il "Katolški katekizem za Slovence videmske nadškofije".
Lo apro a caso verso la metà e leggo:

Kako je Sin božji človek postau?
Je vzeu telo in dušo, kakor imamo mi, v prečistem telesu Marije Device, s pomočjo Svetega Duha.

Ali je Sin božji, potem ko je človek postau, jenjau biti Bog?
Ne, ampak je ostau pravi Bog, in je začeu biti tudi pravi človek.

Naturalmente potrei continuare, ma penso basti questo assaggio per capire ciò che è da capire.

Apro a caso, invece, e leggo a pagina 9 del Primorski un titolo:

"Človek je skupek duhovnosti in živalskosti: "Boljših ali slabših posameznikov pa nikakor ne zaznamuje rasna ali narodna pripadnost"

I "Benečjani" leggano i due documenti e commentino!


Si potrebbero fare altre osservazioni:

- lo sloveno di chiesa è uno sloveno "letterario" sicuramente particolare;
- prima del Concilio Vaticano II la gente era abituata a pregare senza capire, perchè su questa strada era stata indirizzata volutamente, ne era stata costretta; il mistero aveva il suo fascino; bastava pregare anche se si dicevano strafalcioni (latino o sloveno che fosse);
- l'Ave Marija e l'Oče naš erano (sarebbe bello dire "sono") preghiere molto usate e molto capite, tant'è vero che ogni paese ancora oggi ha la sua Ave Marija e il suo Oče naš particolari, tanto che, se avrò tempo, voglio rilevarli spero non per "metterli in museo".

E a proposito di Oče naš voglio portare una mia esperienza, sperando mi si voglia credere.
Un anno scolastico (non ricordo quale, mi sembra l'anno scolastico 1944-45 o verso la fine degli anni quaranta) in seminario fu istituito un corso di sloveno.
L'insegnante (proveniente da Gorizia) volle che imparassimo a memoria l'Oče naš letterario.
Non me ne sono più "liberato".
Anche oggi, recitandolo, mi "viene su" sempre quello e se voglio il mio vecchio Oče naš, quello del nonno, quello che ho recitato migliaia di volte in famiglia e in chiesa, lo devo andare a leggere.

Il secondo punto fermo, quello dello ščurak proprio non riesco a capirlo.
L'immagine è sicuramente bella; è il significato che gli si vuol dare che non sta in piedi!
Io preferirei dire: studenac je naš izik; ščurak so besiede ki tečejo uonz naših ust.

Comunque a proposito di "linee" (e per terminare finalmente) osserviamo con piacere che il Novi Matajur da un po' di tempo a questa parte dedica sempre maggiore spazio al "natisoniano" (l'ultimo numero perfino in prima pagina), almeno da quanto risulta da una rapida indagine; sarebbe forse interessante analizzare tale cambiamento nel corso degli anni.
Sono sicuro che la nuova linea è stata dettata unicamente dall'amore verso la nostra espressione verbale e non da secondi fini.
Mi auguro che nello scrivere si voglia portare il massimo rispetto verso questa "nostra" espressione verbale (basterebbe adeguatamente documentarsi), ferma restando l'assoluta libertà di espressione ma anche l'assoluta libertà di critica. o_autore% Nino Specogna

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