Piante velenose del Barda

Descrizione dettagliata di alcune piante velenose che si possono trovare facilmente sul monte Barda.

Il testo è stato elaborato dalla Classe IB anno scolastico 1998, che ha abbondantemente utilizzato i dati contenuti nel testo PIANTE VELENOSE DELL'ALTO FRIULI di Antonino Danelutto (Ed. La Chiusa 1990)

Ranunculus acris

Ranuncolo


Famiglia delle Ranuncolacee
Nome sloveno: lopàtica

Descrizione della pianta

Pianta erbacea perenne, con fusto eretto, peloso.
La radice è fascicolata e le foglie semplici, palmate, profondamente e più volte divise, con peluria e margine lobato.
Di colore verde scuro nella pagina superiore, verde chiaro nella pagina inferiore.
Fiori semplici di due centimetri di diametro con cinque petali giallo-dorati, lucidi.
I frutti sono acheni raccolti in infruttescenze sferiche, ognuno è munito di un corto becco uncinato.

Habitat e distribuzione

Nel prato, ovunque, raccolto ai piedi del Roba.

Periodo di fioritura

maggio-agosto.

Parti velenose ed effetti tossici

Tutta la pianta, ma soprattutto il fiore, produce una sostanza chimica velenosa per i bovini che di solito la evitano spontaneamente.
Con l'essiccamento la sostanza velenosa si degrada e qualsiasi ranuncolacea può essere consumata dal bestiame senza danno.
Irrita fortemente l'apparato digerente provocando salivazione, diarrea, dolori addominali, coliche e nei casi più gravi perdita di conoscenza, depressione respiratoria e cardiaca e anche la morte.

Principi attivi e impiego terapeutico.

Contiene l'anemonina, che si degrada con l'essiccazione. Non abbiamo trovato niente circa l'impiego terapeutico.

Curiosità

Nel passato si asseriva che le radici di ranuncolo schiacciate nel sale curassero la peste, provocando vesciche che facevano fuoriuscire il male.
I fiori portati in un sacchetto appeso al collo, invece, avrebbero guarito dalla pazzia.

Chelidonium maius

Celidonia


Famiglia delle Papaveracee
Nome scientifico :Chelidonium majus
Nome volgare: celidonia, erba porraia
Nome sloveno: krvavi mlečnik
Nome friulano: celidonie, jerbe dal lat zal, latuç zal, jerbe maestre, ciluìgne, jerbe di S. Polonie, jerbe dai ruçùi.

Origine del nome

dal greco chelidòn = rondine, perché la pianta fiorisce con l'arrivo delle rondini e sfiorisce alla loro partenza; oppure deriva dalla convinzione popolare che le rondini usino la linfa per restituire la vista ai loro piccoli divenuti ciechi.

Descrizione della pianta

Pianta erbacea perenne, con fusto molto ramificato.
Tutta la pianta contiene abbondante latice caustico che diventa di colore giallo arancio a contatto con l'aria.
La radice è un corto rizoma.
La foglia è composta con il margine lobato.
La pagina superiore delle foglie è verde giallastro, mentre quella inferiore è verde chiaro.
I fiori sono regolari, formati da due sepali separati tra di loro e quattro petali gialli anche separati, e riuniti in infiorescenze di tipo ombrella.
Il frutto è secco, deiscente, a forma di capsula siliquiforme.

Habitat e distribuzione

cresce sui vecchi muri e macerie in luoghi ombrosi. Frequente ovunque.

Periodo di fioritura

maggio-ottobre ---++++Parti velenose ed effetti tossici tutta la pianta fresca, col latice (la radice è la parte più ricca di alcaloidi).
Avvelenamenti anche gravi dovuti ad eccitazione del sistema nervoso, paralisi.
I sintomi principali sono:
bruciori alla bocca e alla gola, vomito, dolori intestinali con diarrea sanguinolenta, torpore, difficoltà respiratorie, coma.

Principi attivi e impiego terapeutico

Contiene diversi alcaloidi che sono sostanze organiche azotate di origine vegetale.
Un tempo trovava frequente utilizzo come spasmolitico intestinale, purgativo.
Attualmente è ancora impiegato il latice che, essendo fortemente caustico, elimina verruche o porri, calli e duroni.

Curiosità

la pianta era assai nota nel Medio Evo.
Si dice che una goccia di latice fatta cadere su un dente cariato calmi il dolore, da cui il nome friulano jerbe di S. Polonie dal lat zal, poiché Santa Apollonia protegge chi soffre il mal di denti.

Ciclamen porpurascens o europaem

Ciclamino


Famiglia delle Primulacee
Nome scientifico: Ciclamen porpurascens o europaem
Nome volgare: ciclamino, pan porcino, pan terreno
Nome sloveno: navadna ciklama
Nome friulano: ciclamin, pan purcin, violis di mont, cjapelùt di predi

Origine del nome

dal greco kyklos = cerchio, riferito alla forma del tubero; dal latino purpurascens = che assume color di porpora.

Descrizione della pianta

Pianta erbacea perenne con tubero rotondo, dal quale dipartono foglie e fiori.
Foglie quasi circolari o cuoriformi, superiormente con macchie biancastre, mentre inferiormente di color porpora rossiccio.
I fiori sono purpurei, profumati, solitari su di un peduncolo lungo una decina di centimetri con i petali rovesciati all'indietro.
Il frutto è una capsula che il peduncolo fiorale, attorcigliandosi su se stesso e piegandosi verso il basso, spinge nella terra accanto al tubero (tale fenomeno è noto col termine di geocarpia).

Habitat e distribuzione

è una specie comune che cresce in boschi di latifoglie, specialmente di faggio, predilige luoghi ombrosi e sassosi.
Si trova sulla cresta del Monte Roba.

Periodo di fioritura

luglio-settembre

Parti velenose ed effetti tossici

Il tubero.
L'avvelenamento si manifesta con vertigini, gastrite, vomito, forti dolori addominali, diarrea, respiro affannoso.
Nei casi più gravi si ha morte per paralisi dei centri nervosi.

Principi attivi e impiego terapeutico

Molte saponine e tra queste la ciclamina, che si trova soprattutto nel tubero, ma anche nelle foglie. Nell'uso popolare trovava applicazione la polvere del tubero, in qualità di purgante e vermifugo. Anche l'uso esterno del tubero fresco, come analgesico, è caduto in disuso.

Curiosità

una volta i contadini mettevano a cuocere sulla brace il tubero del ciclamino incavato e riempito d'olio, che poi usavano per calmare il mal d'orecchie.
Poiché i maiali si cibano dei tuberi che cercano avidamente nel terreno, il ciclamino è chiamato anche pan porcino.
Il tubero torrefatto perde la sua tossicità, fornisce fecola usata come sostanza alimentare per animali.
Questa un tempo era utilizzata perfino dall'uomo, per questo la pianta era anche detta pan terreno.

Colchicum autumnalis

Colchico


Famiglia delle Primulacee
Nome scientifico: Colchicum autumnalis
Nome volgare: colchico, colchico d'autunno, falso zafferano, giglio matto
Nome sloveno: jesenski podlesek
Nome friulano: cidivòc, cosulùte di montagne

Origine del nome

dall'antico nome della regione Kolchis che significa Colchide, sulla costa orientale del Mar Nero, patria della mitica maga Medea, esperta nella preparazione di potenti veleni.

Descrizione della pianta

Pianta erbacea perenne dal cui bulbo, sul finire dell'estate, spuntano direttamente fino a tre fiori rosei.
Il bulbo è ricoperto da tuniche brune, le foglie sono grandi, lanceolate e un po' carnose, compaiono solo nella primavera successiva e accompagnano generalmente i frutti che sono delle capsule grandi come una noce

Habitat e distribuzione

prati falciati, soprattutto di montagna e piuttosto umidi, ai margini dei boschi.
Pianta molto comune. L'abbiamo trovato sui prati del Klancic all'ombra.

Periodo di fioritura

agosto, settembre

Parti velenose ed effetti tossici

Tutta la pianta, ma particolarmente velenosi sono i semi e il bulbo.
Tutte le parti della pianta hanno un effetto violentemente purgativo.
Altri sintomi sono: bruciore alla gola, sete intensa, dolori gastrici, vomito, sudori freddi, crampi dolorosi.
Può portare anche alla morte per insufficienza respiratoria e collasso cardiocircolatorio.

Principi attivi e impiego terapeutico

contiene il pericoloso alcaloide colchichina che sembra servire a combattere dolori nei casi di gotta acuta.

Curiosità

La tossicità del colchico era nota fin dall'antichità.
Gli Arabi lo usavano come diuretico e purgante. La pianta non è mangiata dal bestiame, solo ovini e caprini la tollerano in parte, ma allora producono latte avvelenato.

Dulcamara


Famiglia delle Solanacee
Nome scientifico: Dulcamara
Nome volgare: Dulcamara
Nome sloveno: grenkoslad
Nome friulano: dulcemàre,ducamàre, lucamàra, len dolc

Origine del nome

Dal latino solàmen = sollievo, conforto oppure solari = confor-tare, lenire, per le proprietà medicinali di alcune piante di que-sto genere; dal latino dulcamara, per il sapore prima amaro e poi dolce di alcune parti della pianta, specialmente corteccia e legno.

Descrizione della pianta

Pianta erbacea perenne dal fusto volubile e legnoso alla base, alto da uno a tre metri.
Ha foglie alterne, intere, acute, ovali o quasi triangolari; quelle superiori hanno due lobi arrotondati alla base.
I fiori sono raggruppati a 10-20 in corimbi, hanno corolla violetta a cinque petali, fra i quali spiccano gli stami gialli.
Il frutto è una bacca della grandezza di un pisello, ovoidale, lucida, dapprima verdastra, poi gialla e infine, a maturità, di un bel rosso vivo.

Habitat e distribuzione

Cresce in boschi umidi, siepi, fossi, incolti (specialmente luo-ghi ombrosi).
Cresce vicino alla cava dismessa di pietra piasentina.

Periodo di fioritura

Aprile-luglio

Parti velenose ed effetti tossici

Tra i più importanti il gluco-alcaloide solanina.
I fusti e i rami legnosi sono particolarmente indicati nei casi di gotta per facilitare la sudorazione ed eliminare l'urea; sono anche impiegati come leggero diuretico, depurativo, lassativo e per uso esterno in alcune forme di eczema.

Principi attivi e impiego terapeutico

Tra i più importanti il gluco-alcaloide solanina.
I fusti e i rami legnosi sono particolarmente indicati nei casi di gotta per facilitare la sudorazione ed eliminare l'urea; sono anche impiegati come leggero diuretico, depurativo, lassativo e per uso esterno in alcune forme di eczema.

Hedera elix

Edera

Famiglia delle Araliacee
Nome scientifico: Hedera helix
Nome volgare: Famiglia delle Araliacee
Nome sloveno: navadni brušjan
Nome friulano: èdere, èdare, èlare, èlere, lìlie, tarabànc

Origine del nome

Deriva dal latino "hedraios" che significa fermo, stabile, perché essa è saldamente attaccata ad un sostegno.

Descrizione della pianta

E' una pianta legnosa perenne, che raggiunge i 10 metri circa di lunghezza; è rampicante, sempreverde, lianosa.
Le radici avventizie sono fibrose, aderenti-adesive, che le consentono di salire.
Le foglie sono verde scuro e lucenti, spesso con venature pallide.
Sui fusti non fioriferi di solito le foglie hanno da tre a cinque lobi, tutte le altre sono intere.
I fiori sono disposti in infiorescenze globose e sono spesso impollinati da vespe; ciascun fiore ha cinque petali verdastri. I frutti maturi sono delle drupe nere.

Habitat e distribuzione

Questo rampicante è comune in tutta Italia, dove ricopre alberi, rocce e muri o striscia lungo il terreno.
Noi l'abbiamo raccolta sul muretto che racchiude la scuola elementare.

Periodo di fioritura

da noi settembre-ottobre.

Parti velenose ed effetti tossici

Le foglie e specialmente i frutti.
L'avvelenamento si manifesta principalmente con nausea, vomito e diarrea.
Seguono depressione nervosa, rallentamento del polso e infine morte per paralisi respiratoria.

Principi attivi e impiego terapeutico

Soprattutto ederina (abbondante nei frutti).
Le preparazioni per uso orale fatte in casa sono particolarmente pericolose, perché anche piccoli errori nel dosaggio possono causare gravi inconvenienti.

Curiosità

Era conosciuta già al tempo degli antichi Greci.
Era usata dalle lavandaie, perché ravvivava i colori di seta e lana, serviva pure a scurire i capelli.

Euonimus europaeus

Fusaggine


Famiglia delle Celastracee
Nome scientifico: Euonimus europaeus
Nome volgare: berretta da prete, fusaggine
Nome sloveno: navadna trdoleska
Nome friulano: rocjàrie, selàr, fusièl, fusàr

Origine del nome

dal greco ev-eu = buono, bene e ònoma = nome, qui da intendersi al contrario per la sua velenosità.

Descrizione della pianta

Il fusto è legnoso, eretto.
I giovani rami sono caratteristicamente quadrangolari ed hanno la corteccia verde punteggiata di chiaro.
Le foglie sono semplici, opposte, sottili e acuminate, con denti piccoli.
I fiori, raccolti in cime, hanno quattro petali verde-giallastri.
Il frutto è una capsula rosa a quattro lobi arrotondati (da cui il nome berretta da prete) che racchiudono semi rosso-arancioni.
I frutti rosei, acri e velenosi, possono richiamare l'attenzione dei bambini.

Habitat e distribuzione

Boschi di latifoglie, siepi, specialmente su suolo calcareo.
Noi l'abbiamo osservata soprattutto lungo il bordo delle strade o ai margini del bosco.

Periodo di fioritura

Aprile-giugno

Parti velenose ed effetti tossici

Foglie e, specialmente, corteccia e frutti.
Dosi elevate possono causare avvelenamenti, che si manifestano con dolori addominali, vomito e diarrea persistenti, quindi con perdita di conoscenza.

Principi attivi e impiego terapeutico

Contiene un glucoside amaro: l'evonimina.
Per via orale ha energica azione purgativa ed emetica.
Per uso esterno il decotto di foglie è cicatrizzante, mentre i frutti ridotti in polvere sono utili contro i parassiti cutanei (pidocchi e acari della scabbia).

Curiosità

La tossicità dei frutti era già nota allo storico naturalista latino Plinio il Vecchio, il legno duro era usato per fare fusi e stuzzicadenti da cui il nome di fusaggine.
Il legno carbonizzato serve da matita ai disegnatori.
Il carbone, leggero, entra nella composizione della polvere da sparo.

Ligustrim vulgare

Ligustro


Famiglia delle Oleacee
Nome scientifico: Ligustrum vulgare
Nome volgare: ligustro, olivello, olivo matto
Nome sloveno: navadna kalina
Nome friulano: bàcjare, scjepolar, ulivar salvadi, scrìul, tamarìz

Origine del nome

ligustrum, dal latino ligare = legare, intrecciare, per i rami assai flessibili con i quali si costruiscono cesti, gabbie, canestri.

Descrizione della pianta

E' un cespuglio alto anche oltre due metri con corteccia liscia e rami sottili e dritti.
Le foglie sono opposte, intere, lanceolate.
I fiori sono riuniti in pannocchie terminali erette, hanno la corolla profumata e piccola, formata da quattro petali bianco lattei.
I frutti sono bacche rotonde, lucide e nere che permangono sulla pianta fino all'inverno inoltrato.

Habitat e distribuzione

Margini dei boschi caducifogli, siepi.
Comune sul territorio, particolarmente su terreni calcarei, ad altitudine generalmente non superiore ai 900 m.
Noi l'abbiamo trovato nel sottobosco, sulla cresta esposta al sole del Roba.

Periodo di fioritura

aprile-maggio

Parti velenose ed effetti tossici

I frutti.
Si avvelenano soprattutto i bambini che ne mangiano le bacche.
E' sufficiente mangiarne poche per creare vomito, diarrea ed ematuria.
Se è grave può determinare un collasso cardio-circolatorio.

Principi attivi e impiego terapeutico

Contiene una saponina particolarmente tossica, l'andromedotossina.
Le foglie e i fiori hanno proprietà astringenti, i frutti potrebbero trovare prudente impiego come purgativi.

Curiosità

Dalle bacche si estraeva una sostanza colorante con la quale si faceva l'inchiostro.
I rami erano adoperati per fare gabbie, per questo in friulano la pianta era detta scjepolar.
Opportunamente spalmati di vischio (= viscjàdis), servivano per la cattura degli uccelli.

Polygonatum multiflorum

Sigillo di Salomone


Famiglia delle Liliacee
Nome scientifico: Polygonatum multiflorum
Nome volgare: sigillo di Salomone
Nome sloveno: mnogocvetni Salomonov Pečat
Nome friulano: lilòn

Origine del nome

dal greco polys = molto e gony = ginocchio, nodo, per i numerosi ingrossamenti nodosi del rizoma.
Il nome della specie, multiflorum, si riferisce invece ai piccoli grappoli di fiori tubulosi che si piegano dai fusti graziosamente ricurvi.

Descrizione della pianta

E' una pianta erbacea perenne.
E' dotato di un rizoma orizzontale nodoso per le cicatrici circolari lasciate dai fusti degli anni precedenti.
Dal rizoma diparte un fusto alto fino a 80 cm, arcuato alla cima.
Le foglie sono inserite nella parte superiore del fusto, alterne e rivolte verso l'alto, sono sessili e talvolta amplessicauli, hanno forma ovale; da giovani hanno la superficie pieghettata longitudinalmente.
I fiori, bianchi e soffusi di verde all'estremità, stanno in gruppi di 2-5 inseriti su un unico peduncolo.
I frutti sono bacche nere bluastre.

Habitat e distribuzione

Cresce in boschi densi e ombrosi (più frequenti in quelli di latifoglie, specialmente faggete).
L'abbiamo trovato nei prati del Klancic.

Periodo di fioritura

aprile-luglio

Parti velenose ed effetti tossici

le bacche.
Provocano vomito, diarrea, rallentamento del polso

Principi attivi e impiego terapeutico

Non ben conosciuti: forse un glucoside simile a quello contenuto nel mughetto.
Nella medicina popolare è utilizzato il rizoma, che ha proprietà antireumatiche, antigottose e astringenti.
Nelle contusioni e distorsioni favorisce il riassorbimento di edemi ed ematomi.

Curiosità

è antica credenza che il sigillo di Salomone allontani gli spiriti cattivi.
In alcune località i giovani getti sono consumati cotti, come gli asparagi.

Solanum nigrum

Solano nero


Famiglia delle Solanacee Nome scientifico: Solanum nigrum
Nome volgare: morella comune, erba morella, erba puzza, solano nero
Nome sloveno: pasje zelišče
Nome friulano: jerbe more

Origine del nome

Solanum deriva da una parola latina che significa sollievo riferito sicuramente alle sue proprietà sedative.
Dal colore nero delle bacche deriva il nome popolare "erba mora".

Descrizione della pianta

Pianta erbacea annuale dal fusto eretto, alto anche un metro, con una radice fittonante.
Le foglie sono ovali, intere, a margine con denti radi, alla cui ascella sono inserite brevi infiorescenze.
I fiori sono bianchi, piccoli, a cinque petali con stami gialli sporgenti, riuniti fino a dieci in corimbi.
I frutti sono bacche rotonde, prima verdi e a maturità nere e lucide (ma se ne rinvengono anche giallo-verdognole).

Habitat e distribuzione

Si trova in luoghi sarchiati (orti e campi) e incolti, macerie, ruderi e strade fino a 700-800 metri di altitudine.
Noi abbiamo visto un esemplare crescere dentro una vecchia grondaia sfruttando il terriccio e le foglie lì depositate.

Periodo di fioritura

Marzo-novembre Parti velenose ed effetti tossici Tutta la pianta è velenosa.
Manifesta gli stessi sintomi e produce gli stessi effetti del Solanum dulcamara.

Principi attivi e impiego terapeutico

Contiene pericolosi alcaloidi come la solanina.
Le parti verdi della pianta hanno proprietà sedative e antispastiche.
Il succo della pianta già nel tredicesimo secolo era usata come anestetico durante gli interventi chirurgici.
Il fumo della pianta che brucia, rivolto verso i denti cariati, ne calma il dolore.
Si usava schiacciare le bacche sulle piaghe o sulle ferite di cani o maiali per tenere lontane le mosche.

Tamus Communis

Tamaro


Famiglia delle Dioscoreacee
Nome scientifico: Tamus communis
Nome volgare: tamaro, vite nera
Nome sloveno: navadni bljušč
Nome friulano: tanòn, urtiçòn salvadi, tossi

Origine del nome

da Tamus che deriva direttamente dal nome usato dagli antichi Romani per indicare proprio questa pianta.

Descrizione della pianta

Pianta perenne alta fino a quattro metri, rampicante con fusto esile ed erbaceo che si avvolge in spire sinistrorse. La radice è tuberosa.
Le foglie sono picciolate, cuoriformi e acuminate, lucide da giovani.
E' una pianta dioica, perciò i fiori, piccoli verdognoli e unisessuali, si trovano su individui diversi.
Esistono piante con soli fiori maschili e altre esclusivamente con fiori femminili.
I frutti sono bacche rosse lucide, appressate.

Habitat e distribuzione

Boschi, radure, luoghi cespugliosi e siepi.
L'abbiamo trovato in più posti lungo il percorso, abbarbicata a piante diverse.

Periodo di fioritura

Aprile-maggio

Parti velenose ed effetti tossici.

Radici e frutti.
I frutti sono causa di avvelenamenti che si manifestano con forte bruciore alla bocca, irritazioni delle mucose intestinali, vomito e diarrea persistenti, difficoltà di respirazione, aumento della temperatura corporea.
Se ingeriti in quantità eccessiva, possono provocare subito la morte.

Principi attivi e impiego terapeutico

Sostanze istamino simili, saponine, potassio ossalato.
Una volta la radice era utilizzata come emetico, diuretico e purgativo.
Per via esterna le bacche erano adoperate contro i geloni, che i contadini conservavano nel gin o nel brandy.
Attualmente trova impiego solo la radice, che essendo ricca di ossalato di potassio, può facilitare il riassorbimento delle ecchimosi.

Curiosità

I getti primaverili sono consumati cotti come gli asparagi, anche se il loro gusto amarognolo non è gradevole a tutti.
I bambini possono essere attirati dalle bacche, scambiate facilmente per quelle del ribes rosso.

Vincetoxicum hirundinaria

Vincetossico


Famiglia delle Asclepiadacee
Nome scientifico: Vincetoxicum hirundinaria
Nome volgare: vintetossico, erba seta, asclepiade
Nome sloveno: navadni kokosevec

Origine del nome

Dal latino vincere e toxicum, poiché la pianta era ritenuta utile contro gli avvelenamenti.

Descrizione della pianta

Pianta erbacea, perenne, con rizoma strisciante.
Fusto semplice, lignificato alla base, solitamente eretto, talvolta leggermente ritorto, supera il mezzo metro d'altezza.
Foglie opposte, lanceolate-ovali e accuminate.
Fiori bianchicci o giallo-verdognoli raccolti in corimbi che spuntano dall'ascella fogliare.
I frutti sono follicoli, lunghi fino a 5 cm, i cui semi hanno un pappo bianco sericeo.

Habitat e distribuzione

margini dei boschi, siepi, pendii soleggiati cespugliosi e sassosi.
Noi l'abbiamo trovata nel prato umido e ombroso vicino al Klancic e anche nel sottobosco del Roba.

Periodo di fioritura

Maggio-agosto.

Parti velenose ed effetti tossici

E' velenosa tutta la pianta, particolarmente il rizoma dall'odore nauseabondo.
Provoca paralisi e si manifesta con abbondante salivazione, vomito, diarrea, dolori intestinali, crampi; infine paralisi muscolare e cardiaca.
Anche se si interviene già alla comparsa dei primi sintomi, riesce difficile salvare il paziente.

Principi attivi e impiego terapeutico

Contiene il glucoside vincetossina.
E' pianta assai tossica, un tempo ritenuta un controveleno.
Ora abbandonata, era utilizzata come diuretico, depurativo e sudorifero.

Curiosità

Un piccolo fungo responsabile di una grave malattia del Pino Nero, per completare il suo ciclo vitale si serve del vincetossico quale ospite intermedio.

Clematis vitalba

Vitalba


Famiglia delle Ranuncolacee
Nome scientifico: Clematis vitalba
Nome volgare: vitalba, clematide
Nome sloveno: navadni srobot
Nome friulano: blaudinàrie, gridìule, blaudìn, urticòn,

Origine del nome

Dal greco "klèma" che significa tralcio, viticcio. Dal latino "vitis alba" che significa vite bianca.

Descrizione della pianta

Pianta lianosa perenne; con fusto legnoso, rampicante, lungo anche oltre dieci metri.
Le foglie sono opposte e ciascuna ha da tre a cinque foglioline.
Il lungo picciolo della foglia si attorciglia a rami e rametti di altre piante.
Il fiore, bianco verdastro, ha lunghi stami ed è esteriormente peloso.
I minuscoli fiori, riuniti in pannocchie, hanno un involucro fiorale formato non da petali e sepali ma da un solo tipo di elementi: i tepali.
I frutti sono acheni con coda piumosa.

Habitat e distribuzione

Siepi, cespugli e boschi caducifogli.
Comune su tutto il territorio.
Noi l'abbiamo raccolta sul muretto che racchiude la scuola elementare.

Periodo di fioritura

maggio-luglio.

Parti velenose ed effetti tossici

Tutta la pianta è molto velenosa.
Per uso interno gli effetti della pianta possono essere mortali.
Usata esternamente essa produce sulla pelle lesioni e vesciche.

Principi attivi e impiego terapeutico

La pianta contiene gli alcaloidi clematina e anemonina.
Per uso interno era usata come violento purgante (pericolosissimo), mentre il succo e le parti verdi applicati come un impacco hanno proprietà antinevralgiche.

Curiosità

I mendicanti erano soliti applicare sulla pelle le foglie contuse per procurarsi piaghe e ulcere tali da suscitare commiserazione (erba dei pezzenti, erba dei cenciosi).
I bambini una volta si divertivano a fare cannucce da pipa con i rametti cavi all'interno.
Con le piume leggerissime dei frutti di vitalba si facevano piumini che costavano poco.
I giovani germogli, teneri e non ancora irritanti, sono mangiati lessati e conditi come gli asparagi.

Classe 1B anno scolastico 1998 - Scuola Media statale di S. Pietro

Antonino Danelutto - Piante velenose dell'Alto Friuli - Ed. La Chiusa 1990.

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