Il bombardamento di Castellerio

Ricordi di un bombardamento
Castellerio è una frazione in comune di Pagnacco (UD). Viene da chiedersi:
"Che cosa centra Castellerio con le Valli del Natisone".
Il 27 febbraio del 1945 diversi giovani delle Valli del Natisone erano a Castellerio.

A Castellerio era il seminario arcivescovile minore, dalla I° alla V° ginnasio.
Anzi in quell'anno a Castellerio c'era anche il seminario maggiore (tutte le altre 7 classi), perché il seminario maggiore di Udine era stato bombardato l'estate precedente ed era inagibile.

Eravamo in tanti delle Valli e del Cividalese: una ventina.

Quel giorno, il 27 febbraio 1945 alle ore 12.50 Castellerio fu bombardato:
morirono tre chierici e 7 furono feriti.

In quel periodo i bombardamenti erano quasi giornalieri sia di giorno sia di notte.
Quando eravamo in cortile ci divertivamo a guardare gli "shrapnel" della contraerea scoppiare, formando nuvolette attorno agli aerei che volavano alti.
Di notte tutto era illuminato dai bengala che gli aerei lanciavano per orientarsi. Una volta, la mattina a ricreazione, vedemmo un aereo colpito precipitare e due piloti lanciarsi col paracadute.
Durante la passeggiata pomeridiana tentammo di raggiungere il luogo dove l'aereo era caduto, ma le guardie tedesche lo impedirono.
I chierici di Udine salivano sulla torretta del seminario per osservare dove cadevano le bombe, preoccupati se le vedevano cadere nelle vicinanze della loro abitazione.

Il 27 febbraio 1945 verso l'ora di pranzo eravamo tutti, circa 420 giovani, a scuola nelle varie aule. Nella mia classe, la I ginnasio, eravamo in 64; per la verità 57 della provincia di Udine, gli altri provenivano dal seminario di Gorizia, chiuso per motivi di guerra.
Era una lezione di lettere (italiano) tenuta dal prof. Toller. Sentivamo sempre di più il rumore degli aerei sopra di noi e a un certo punto la contraerea iniziò a sparare rabbiosamente, tanto rabbiosamente.
Non riuscivamo più a seguire la lezione; qualcuno iniziò ad arrampicarsi sulle inferiate delle grandi finestre per vedere meglio le nuvolette degli shrapnel.
Eravamo tutti girati verso quelle finestre, che erano esposte verso ovest, quando vedemmo arrivare a gran velocità ma a scatti delle nuvole di fumo o di polvere.
Quando le nuvole raggiunsero le finestre, i vetri esplosero in mille pezzi.

Sentii un forte dolore alle orecchie e tutti fummo scaraventati verso le porta d'uscita (situata a est), che intanto si era semiaperta verso l'interno.
Il professore era stato scaraventato dalla cattedra con tutta la poltrona (c'erano tre scalini per salirci sopra) e noi sopra di lui.
Non so quanto tempo fummo in quella posizione, forse pochi secondi, ma a me sembrarono lunghi.
Il professore ancora per terra e ancora sepolto dai nostri corpi gridò:
"Correte in cantina, presto, correte!"
Ci alzammo così come potemmo, cercando di eseguire l'ordine. Nel corridoio già una marea di gente stava correndo.
Il pavimento era tutto un vetro, perché la parete del corridoio verso est era in pratica una vetrata.
Io avevo perso una ciabatta (žek) e correvo sui vetri zoppicando. Non avevo paura.
Per scendere in cantina entrammo in refettorio e poi in cucina. In cucina una suora stava medicando un anziano seduto su una sedia (penso il porcaro, l'addetto ai porci o un suo aiutante). Aveva il cuoio capelluto asportato nella zona superiore del cranio.
Fu allora che incominciai a tremare.

In cantina, una cantina lunghissima, a corridoi, iniziammo a pregare.
Ci fu una seconda ondata di bombe.
Ci guardavamo terrorizzati.
Io stavo fermo, immobile, non capivo nulla. I più anziani iniziarono a girare.
Capii dopo che volevano avere notizie.
Infatti, presto iniziarono a serpeggiare: ci sono dei feriti; uno ha il ventre squarciato (poi uscendo lo intravidi supino sopra una barella); è successo qualcosa anche ai nostri, qualcosa di grave; c'erano dei morti; sta arrivando l'arcivescovo.
Ho sentito dai più grandi le prime frasi di ribellione e di accusa contro di lui, ma non capivo.

Siamo usciti in cortile.
Era tappezzato di schegge.
Alte colonne di fumo nerissimo si levavano subito al di là del muro di cinta del seminario verso nord.
Io ero senza una ciabatta; sapevo che l'avevo persa in classe ma avevo una terribile paura ad andarci.
Cercai il mio coetaneo Adolfo Dorbolò di Lasiz e gli dissi che avevo perso la ciabatta. Lui non aveva paura e andò a prendermela.
Subito dopo ci radunarono e ci dissero:
"Mangiate e poi andate a casa".
Il seminario non era stato colpito, ma era ormai inagibile.
Andammo a tavola ma nessuno mangiò.
Erano le 14.00.
Ricordo che la minestra di fagioli con la pasta nera sembrava una pietra. Ci piantai il cucchiaio che rimase immobile in piedi.
I più anziani di Cividale ci radunarono in fretta.
"Dobbiamo partire subito, la strada è lunga - dissero - appena inizia il buio c'è il coprifuoco".
Partimmo così come eravamo, senza prendere nulla.
I più anziani conoscevano la strada:
"Andiamo per Godia!" - dissero.
Non ho dimenticato mai più quel nome.
Camminavamo spediti.

A San Gottardo ci venne incontro il parroco con in mano un binocolo:
"Hanno bombardato il seminario, vero? Ho visto il fumo dal campanile (era il fumo del carburante dei depositi che bruciava). Ci sono dei morti?"
Glielo dissero e lo venni a sapere anch'io. Tre morti. Dissero anche i nomi; uno si chiamava Deodorico come il mio compagno di banco (era suo parente).
Erano andati al funerale di un loro compagno.
Tornando dal tram di Branco, non fecero in tempo a raggiungere il seminario.
Le bombe facevano crateri come palazzi.
"Sapevo che avrebbero bombardato! Correte in fretta, arriverete almeno a Cividale prima di notte!" - disse il parroco.

Del percorso fino a Cividale non ricordo nulla, solo la grande stanchezza. I grandi ci facevano coraggio. Poi a Cividale, era ormai quasi buio, ci divisero per dormire. Adolfo con altri delle Valli andò dai canonici del Duomo. Io andai con un seminarista quasi coetaneo e mio lontano parente alla periferia di Cividale, a Rualis. Ricordo di aver dormito nei piedi del letto matrimoniale. Il giorno dopo, prima delle 8.00, feci colazione e mi incamminai verso il duomo per trovare gli altri. Appena vicino al duomo iniziò a suonare la sirena dell'allarme. Una donna con una borsa in mano mi chiese: "Dove vai?" "A Tarcetta" - risposi. "Corri, corri, altrimenti ti chiudono". E mi indicò la direzione verso il borgo S. Giovanni. All'angolo della chiesa i tedeschi stavano chiudendo la strada con i cavalli di Frisia (n. d. r: cavalletti di legno circondati con fili di ferro spinato). Uno di loro, vedendo che stavo correndo, aspettò un attimo e mi lasciò passare.

Sul rettilineo per Sanguarzo vidi in alto gli aerei. Non mi fecero paura. Mi terrorizzò, invece, un carro strano, trainato da cavalli in corsa, con sopra personaggi pittoreschi, da incubo dato il momento: erano i cosacchi che io vedevo per la prima volta. Affrettai il passo più che potei. Arrivato all'altezza del ponte di Vernasso, vidi su in alto, nel cortile delle Scuole Elementari di viale Azzida, un mucchio di ragazzi che gridavano verso di me e mi salutavano, penso a causa della divisa di seminarista che portavo. Uno poi mi corse incontro giù per il prato. Mi chiese informazioni non ricordo di chi, di un suo amico mi sembra. Aveva già saputo, non so come, del bombardamento. Gli dissi che lassù c'erano le mie sorelle, che studiavano alle Magistrali. Mi condusse su e chiamò mia sorella Liliana. "Aspettami vicino alla farmacia. Poi andiamo a casa assieme" - mi disse Liliana.

Mi sedetti sul muretto di pietra della casa Podrecca, a fianco dell'ingresso della farmacia (l'attuale bar). Il tempo era interminabile. Sentii ancora aerei passare altissimi. Finalmente arrivò Liliana; prendemmo il ponte sospeso per Oculis. A Spagnut un incontro piacevole: vidi arrivare correndo come una folata di vento un gruppo di giovani, mia sorella Zaira, Gervasio Banchig, Ennio Dorbolò, Enzo Zabrieszach, Emilia Specogna e altri che non ricordo. Si precipitarono a bere alla fontana. Facevano il turno pomeridiano alle magistrali di viale Azzida (il vero locale delle Magistrali era occupato dal comando tedesco). "State attenti, ci sono i partigiani in cava (la cava di marna di Cras). Hanno già sparato verso Tiglio, proprio mentre passavamo noi". Dio, che paura!

Io avevo la divisa di seminarista. A Cras un cosacco dai baffi enormi e dalla spada al fianco ancora più enorme mi squadrò insistentemente facendomi venire i brividi e una gran voglia di correre. "Fai finta di niente, cammina adagio, non guardarlo" - mi suggerì Liliana. Dio, ancora che paura! Arrivai a casa. La zia sgranò gli occhi. La mamma non c'era; era in giro a fare le sue visite ostetriche. Efrem ammazzava il maiale a Banci. Io mi sedetti felice. Ero a casa. Ero contento, perché non sapevo cosa ancora mi aspettava quel giorno.

Ho riflettuto molto sul bombardamento di Castellerio. Ho chiarito, almeno dentro di me, tutto o quasi tutto. All'inizio le cose più banali: non capivo come mai il corridoio fosse pieno di vetri. Perché i vetri di quelle finestre sarebbero dovuti andare nel cortile. Avevo visto l'onda d'urto venire da ovest, noi scaraventati verso la porta, che era a est, e metà porta aperta verso l'interno (verso ovest). Quando tornammo a giugno per concludere l'anno scolastico, vidi i crateri delle bombe a est, a ovest, a sud, a nord a pochi metri dal seminario. E capii: l'onda d'urto era in pratica arrivata da tutte le parti.

Mi chiedevo per quale miracolo eravamo stati risparmiati! Era stata la grande perizia dei bombardieri americani o inglesi a evitare una carneficina di giovani o il puro caso? Oggi, specie dopo le bombe intelligenti della Serbia, non esiste più nessun margine di dubbio.

E già allora capii e oggi ancor di più, la violenta contestazione (anche se larvata e latente) nei confronti del vescovo.

Non voglio dar nessun giudizio sulle persone anche perché so per esperienza personale che come persona tutti sbagliamo.

Ho esposto i fatti successimi con grande obiettività e solo quelli che ricordo in modo chiaro.

Su ciò che dirò ora non ho nessun documento, se non la memoria di averlo sentito dire ripetutamente e insistentemente.

Già il giorno del bombardamento e in seguito per mesi ho sentito ripetere che il bombardamento era stato preannunciato dai partigiani e che l'arcivescovo era stato avvertito. D'altra parte anche senza nessun avvertimento era risaputo che attaccato al seminario c'era il più grande deposito tedesco di carburante della regione.

La guerra, qualsiasi guerra, è la miglior fabbrica di vigliacchi!

Vigliacchi i tedeschi, chi lo dubiterebbe, che hanno scelto di proposito il luogo del loro deposito di carburante, certi che non sarebbe stato bombardato, dato il rischio di una carneficina di giovani. Qualcuno pensa che gli scudi umani siano invenzione dei giorni nostri!

Vigliacchi gli americani o gli inglesi, comunque gli "alleati", che, pur conoscendo benissimo il rischio, non hanno rinunciato a svuotare il loro carico di morte sopra la testa di 420 giovani.

Dell'arcivescovo che dire? Non lo so!

Forse i tedeschi gli impedivano di mandarci a casa e non ha osato ribellarsi e magari pagare di persona.

Forse pensava che gli "alleati" non sarebbero mai giunti a tanto, nonostante tutti i loro avvertimenti. In fondo 420 giovani dai 12 ai 25 anni contro un deposito di carburante sarebbe dovuto sembrare davvero troppo anche al più sadico dei generali "alleati"!

O il vescovo sperava, evidentemente da incosciente, in un miracolo, che poi è davvero avvenuto?!

Non finirò mai di chiedermi com'è successo che non siamo stati colpiti. Tutto in giro al seminario c'erano i crateri delle bombe. Se il bombardamento avesse tardato cinque minuti, ci sarebbero stati tanti morti, perché alle 12.55 suonava la campanella delle fine delle lezioni e avevamo cinque minuti di tempo per andare ai servizi, che erano situati all'esterno, nel cortile pieno di schegge dopo il bombardamento. Quasi tutti andavano ai servizi. E poi eravamo curiosi quando bombardavano!

Tre nostri compagni hanno pagato per tutti! E altri sette compagni hanno portato per tutta la loro vita sul loro corpo i segni di quel bombardamento.

La guerra!

Non trovo parole per esprimere il più grande disprezzo per l'uomo che solo tenta di pensare di risolvere un solo problema con la guerra. Di qualsiasi guerra si tratti! Perché non esistono guerre ammissibili e meno che meno giuste.

Che differenza c'è tra i tedeschi che depositano il loro carburante vicino a 420 giovani e gli "alleati" che lo bombardano col grave rischio di sterminarli? Per me che c'ero sotto, nessuna, proprio nessuna!!!

Nino Specogna

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