L'esilio di pre Luigi Clignon

Da alcune lettere un contributo per ricostruire la triste vicenda del sacerdote
Nel corso della prima guerra mondiale alcuni sacerdoti della valli del Natisone furono internati perche accusati di austria­cantismo, cioé di parteggiare o di col1aborare con il «nemico», al quale l’Italia aveva dichiarato guerra.
In realtà dietro quest’accusa si nascondeva la politica dei circoli nazionalisti italiani, che sotto l’influenza della liberal massoneria, avevano dichiarato guerra aperta alla presenza dello «straniero» in Italia e quindi ad ogni lingua e cultura che non fosse quolla di Dante.

Già dalla annessione al1’Italia i1 clero sloveno della diocesi di Udine fu sottoposto ad una speciale vigilanza perchè si adoperava per mantenere nella prassi liturgica e nella catechesi la lingua locale come si faceva «ah immemorabili».

La foga nazionalistica che accompagnò l’entrata dell’Italia nella prima guer­ra mondiale colpì duramen­te anche i sacerdoti della Benecia e già all’inizio dei combattimenti alcuni di essi furono confinati in altre regioni italiane.

Tra questi anche don Luigi Clignon (Cicigolis 1859 - 1942) che fu per oltre 40 anni cappel­lano di. Erbezzo.

Sul nostre giornale abbiamo più volte ricordato la sua triste espe­rienza del confino e citato la sua lettera nella quale prote­stava la sua innocenza e la sua azione a favore dell’Ita­lia.

Nuove notizie e una nuo­va luce sulla dolorosa vicenda di don Luigi Cli­gnon ci vengono da alcune minute di lettere (alcune senza data) conservate nell’archivio parrocchiale di Antro ed inviate all’arcive­seovo di Udine mons. Antonio Anastasio Rossi all ‘onorevole Morpurgo, allora sottosegretario all’industria e commercio, al segretario per gli affari civili presso il Comando supremo e ad un non meglio precisato commendatore.



E proprio la lettera a questo ignoto destinatario ci rivela che don Luigi fu internato due volte:
la prima il 2 giugno 1915, appena dieci giorni dopo l’inizio della guerra,
e una seconda volta il 24 marzo 1916.

Ma ecco il testo della lettera datata Firenze 8 aprile 1916.

«Ill. mo Commendatore, dopo una permanenza di dieci mesi nella mia cappellania curata di Erbezzo (Tarcetta) dopo il mio rim­patrio dal primo internamento avvenuto al due’ giu­gno 1915, al 24 del decorso marzo per ordine del 4° cor­po d’armata con sede a Caporetto fui di nuovo internato.
Come non seppi allora, così non so neppure adesso le cause di questo secondo grave e misterioso provvedimento preso a mio riguardo.
Una cosa solo io so, quella cioé di non avere dato nes­suna occasione e sfido qual­siasi autorità a provarmi con fatti e documenti il contrario ed è questo che mi conforta e mi sorregge nell’ingiusto esilio.

Commendatore! Io debbo a Lei il mio quasi immedia­to rimpatrio dopo il primo internamento, e del favore conservo e conserverò imperitura memoria e grati­tudine.
Posso io sperare il di Lei ajuto e patrocinio anche in questo mio secondo dolo­roso caso?
Il mio sindaco ed amico carissimo signor Spe­cogna Giuseppe di Tarcetta prima di partire mi disse:

quando arrivi a Udine presentati a nome mio dall'Ill.mo Commendatore ed esponi a lui il tuo caso.

Non ebbi l’onore di presen­tarmi perché il tempo impo­neva la mia partenza per Firenze luogo di ultima desti­nazione.
E’ da qui, commendatore, che io mi permetto di raccomandarmi fiducioso nel suo valido ajuto e patrocinio.
Coi dovuti omaggie ringraziamenti.

In data 3 maggìo, dal convitto ecclesiastico di Firenze, dov’era internato, don Luigi scrive all’ «Ono­revole Segretario per gli affari civili presso il Coman­do Supremo - Zona di Guer­ra» per «avanzare domanda a codesto Onorevole Segre­tariato per sapere i motivi e le cause che determinarono il Comando del 4° Corpo d’Armata di ordinare al 24 decorso marzo il mio inter­namento a Firenze».
E qui don Luigi protesta la sua innocenza e la sua fedeltà alla Patria con quelle frasi ricordate altre volte: -

«Come sacerdote e come cittadino italiano credo di non avere mai dato occasio­ne e credo che, nessuna Autorità militare e civile con documenti, prove e testimoni per cui fu daterrni­nato dalla suddetta Autorità l'ingiusto ed avvilente povvedimento.
Una cosa sola io so di avere fatto, dì aver cioé sottoscritto per il Prestito nazionale, di aver per due volte invitato dall’altare la mia popolazio­ne a sottoscrivere essa pure (e sottoscrisse per oltre diecimila lire) ed iaver pure pub­blicamente dall’altare biasi­mata la diserzione di sei militari della Curazia che ebbero la viltà di disonorarci designandoli pubblico disprezzo».



Per don Luigi Clignon il secondo internamento a Firenze è stato una profonda ferita.
A cinque mesi dalla domanda di chiarimenti sui motivi del provvedimento, rivolta al Comando supremo in zona di guerra, il 3 ottobre 1916 ripete al suo Vesco­vo le stesse considerazio­ni e con le stesse parole protesta la sua azione a favore dell’Italia rifiutan­do una non meglio preci­sata soluzione del suo caso, probabilmente la grazia con il suo trasferi­mento in altra parrocchia.

Scrive don Luigi:
«Eccellenza Il1.ma
Mentre le umilio i miei più sentiti ringraziamenti e la mia più viva ricono­scenza per le premure più che paterne che dimostra a mio riguardo sono dispiacentissimo di non poter accettare pur ringraziando le condizioni del Comando supremo (affari civili), che V. Eccellenza nella veneranda Sua del 27 settembre mi ha comu­nicato.
L’accettarle, sarebbe lo stesso che sottoscrivere la mia colpabilità, e questo non lo farò mai perché non me lo permettono né la mia onorabilità né la mia innocenza. Sopporterò piuttosto non solo l'ingiusto esilio, ma ma beverò ancora volentieri fino l’ultima goccia dell'amoro calice propina­torni dai miei ignoti e perciò stesso vili nemici».

E qui ancora una volta ricorda la sua azione a favore dell’Italia in guerra e la denuncia dei sei diser­tori del luogo «che ebbero la viltà di disonorarci pubblicandone i loro nomi». Di tutto ciò chiama a testimone il sindaco di Tarcetta (che fino al 1928 era Comune) e la sua popolazione.

Poi continua:
«Se è questo che ho sentito il dovere di fare per il bene della Patria, l’internamento è stata la mia ricompensa, depongo anche questa generosamente sull’altare della patria stessa aspettando migliore ricompensa da colui che non si inganna e non può essere tratto in inganno.
Che se al comando supre­mo restasse ancora qual­che dubbio sul mio sentire patrio, potrebbe prendere informazioni dalla più spiccata personalità non della nostra Slavia, ma di Cividale quali sarebbero un Cav. Pollis sindaco; un cav. Cucavaz notajo, un Vittorio Nussi avv.; un perito GioBatta Mulloni, un perito Gabrici, ecc.

Per il suesposto, spero che V. Ecc. vorrà piena­mente approvare la mia decisione, e non vorrà imputare a incoerenza se­non posso accettare nes­suno dei posti che si è degnata di propormi».

La minuta di don Cli­gnon si chiude con un’aggiunta di don Giu­seppe Saligoi, cappellano di Mersino pure lui mter­nato a Firenze.

«Mi unisco io pure al mio compagno d’esilio don Luigi Clignon per ringraziare vivamente V. Ecc. delle premure che ebbe la bontà di prendersi anche a mio riguardo per rendere meno triste la mia sorte.
Mi duole però l’animo doverle dire che la concessione del supre­mo Comando mi giunge troppo tardiva e quindi superflua.
1Da voci che corrono attendo di giorno in giorno di essere richiamato alle armi in difesa di quella Patria che oggi mi ripudia.
Se invece di concedermi una grazia che non ho mai sollecita­to, mi avesse resa giusti­zia, sarei orgoglioso poter contribuire alla grandezza di questa Patria anche a prezzo deI mio sangue.
Però sebbene mi si neghi questo favore, il mio dovere di soldato lo farò lo stesso con scrupolosa coscienza come ho fatto quello di onesto e leale cittadino.
Sarò anzi felice poter coi fatti rintuzzare le accuse dei miei persecuto­ri che temono (la) luce.
Ma non è per questo che mi propongo di essere soldato incensurabile, bensì perché così mi comanda Colui dal quale aspetto urta ricompensa migliore».



Durante il suo internamento a Firenze don Luigi Cignon non si dava pace perche non poteva capire i motivi del provvedimento adottato dalle autorità militari nei suoi confronti.
Di settimana in settimana, di mese in mese sperava in un intervento che gli facesse giustizia e che lo liberasse dall’esilio.
Duran­te l’estate del 1916 si era parlato del rimpatrio degli internati sui quali non pendessero precise accuse, ma nulla era successo.
Di ciò don Luigi se ne rammarica in una lettera al vescovo di Udine, scritta presumibil­mente nel mese di settembre/ottobre 1916 anche a nome di don Giuseppe Saligoi, cappellano di Mersi­no e suo compagno di esilio:

«Eccellenza, ci perdonerà, speriamo, il nostro lungo silenzio: speravamo di giorno in giorno di rim­patriare e di avere così il piacere di presentarle perso­nalmente i nostri omaggi.
Difatti correva qui con insistenza la voce che tutti gli internati, eccezione fatta solo per quelli su cui gravavano specifiche accuse, dovevano essere rimpatriati verso la fine del cessato mese di agosto e per noi questa speranza era anche suffragata dalle assicurazioni di S. Ecc. Mor­purgo il quale, a mezzo del Questore di qui, ci assi­curava una prima volta già verso la fine di giugno e una seconda la metà di luglio, sempre per lo stesso tramite, che erano in corso presso le competenti auto­rità le pratiche per la revoca del nostro internamento.
Di fronte a tante assicurazioni era ben ragionevole che noi nutrissimo una quasi certezza di rimpatrio, mentre oggi dobbiamo purtroppo constatare coll’evi­denza dei fatti che quelle promesse e quelle speranze non erano che pure illusioni.
Questa, Eccellenza, la causa del nostro lungo silenzio.

Eccellenza, dei sacerdoti internati qui a Firenze rimaniamo che noi due sottoscritti e don Manzanotti (?) della nostra diocesi ed uno della diocesi dÌ Brescia, il quale attende, per assicurazioni avute dal suo deputato, di giorno in giorno il rimpatrio, così che la nostra diocesi è la più rappresentata.
Quousque?
Lo sa solo il Signore.

L’assicuriamo però, Eccellenza, che noi siamo pienamente rassegnati alla volontà del Signore».

Contemporanea di questa dovrebbe essere anche la lettera inviata ad un non meno precisato commendatore, che però dal contesto si intuisce possa essere il deputato udinese Morpurgo.


Scrive don Luigi:

«Abbiamo appreso dai giornali che alla riapertura della Camera verrà trattata la causa degli internati.
Abbiamo pure appreso che la S. V. Illustrissima, già prima d’ora fu nominata membro della commissione incaricata dal Ministero a studiare la soluzione di questo problema.
Sicuri pertanto che Lei benevolmente animato verso questa classe di cittadini, ci permettiamo noi sottoscritti appartenenti al suo Collegio di farle presente ancora una volta il caso nostro fra quanti dolorosissimo. Infatti, uno di noi, il R.do Sac. Giacomo Lovo, Curato di Azzida (San Pietro al Natisone) è già da oltre un anno che subisce la pena dell’internamento ad onta di numerose istanze a varie e competenti Autorità senza aver potuto ottenere l’invocato rimpa­trio e senza aver potuto nemmeno sapere il motivo per cui tale provvedimnto fu preso a suo carico.
In quasi simili condizioni si trovano gli altri due sottoscritti internati, i R.di don Luigi Clignon, Curato di Erbezzo (Tarcetta) e don Giuseppe Saligoi, Curato di Mersino (Rodda), i quali riconosciuti innocenti e mercè l’alto interessamento della Signoria V. Il1.ma rimpatriati, dopo 10 mesi furono di nuovo con loro sorpresa internati senza che venga loro spiegato il motivo.
Ora, constandoci che molti internati in que­sta circostanza si sono rivolti ai loro Onorevoli Deputati, così noi pure abbiamo creduto opportuno umiliare alla S. V. Ill.ma viva preghiera di patrocina­re la nostra causa che è la causa della Giustizià e della riabilitazione di innocenti».

Quando Dio volle, don Luigi e i suoi confratelli furono liberati.
La documentazione a proposito non è reperibile nell’archivio parrocchiale di Antro.
Si sa che l’internamento fu lungo e che la presenza di don Luigi è segnalata a Stra e poi a Udine (cfr. Primorski slovenski biografski leksikon, 8. sn., Gorica 1982, p 67) e che ci fu anche un’azione giudiziaria nei suoi confronti e nei confronti di don Giobatta Cruder, cap­pellano di Rodda, pure lui internato dutante la prima guerra mondiale.
Di quali accuse siano stati fatti oggetto per essere sottoposti a carcerazione provviso­ria, non è dato di sapere, si sa però che il giudice istruttore presso il tribunale di Strà il 14 aprile 1919 emise ordinanza di non luogo a procedere nei loro confronti.
E’ quanto viene comunicato ai due sacer­doti il giorno seguente da Padova dall’avvocato Ste­fano Riggio d’Aci:
«Ho il piacere d’annunziare loro che in data d’ieri, a seguito di mie quotidiane insi­stenze, il Giudice Istruttore presso il Tribunale di Strà, ha emesso ordinanza definitiva di non luogo nei loro riguardi.
Il triste doloroso episodio della loìro vita è chiuso e loro possono, da ieri, pensare al bene ed operare pel bene, come è loro costume sacerdotale.

Ricevetti vaglia di lire Duecento in acconto spese e compenso, che passai al collega avv.Ortolani, di qui, pel suo pregevole interessamento, perché non fosse più ritardata l’escarcerazione provvisoria come aveva promesso.
Dalla loro rettitudine mi attendo un saldo proporzionale, che è l’unico compenso, che verrà a me, che pure ho serena coscienza per evitare un minacciato errore giudiziario sui loro riguardi d’aver lavorato con pazienza e con zelo». L.M.
da DOM 98


La triste vicenda di don Clignon e don Cruder

Internati e processati per attività antiitaliana durante la prima guerra mondiale

E' ben nota ed è stata ampiamente trattata la dolorosa vicenda di alcuni sacerdoti della Slavia Friulana internati e mandati al confino a Firenze durante la prima guerra mondiale, vicenda che trovò la sua conclusione in sede giudiziaria ben oltre la fine della guerra: si tratta di pre Luigi Clignon, cappellano di Erbezzo, don Giovanni Battista Cruder, cappellano di Rodda, e don Giuseppe Saligoi, cappellano di Mersino.

Ora nuovi documenti permettono di chiarire la posizione di due di essi, don Clignon e don Cruder, e di capire quali fossero, nello specifico, le accuse a loro carico.
Di accuse, in realtà, si può parlare solo per quanto riguarda don Cruder, mentre su don Clignon non furono trovati elementi concreti per cui si dovette riconoscere l’innocenza da lui sempre protestata.

Don Clignon venne internato una prima volta il 2 giugno 1915, a pochi giorni dall’inizio delle ostilità; liberato poco dopo per interessamento di un non meglio identificato "commendatore", trascorsi dieci mesi fu nuovamente internato.
Ebbe inizio così un lungo esilio, di cui non fu data spiegazione all’interessato:
"Come non seppi allora, così non so neppure adesso le cause di questo secondo grave e misterioso provvedimento...", scriveva.
Non si sa di preciso quando potè tornare alla sua cappellania; l’unico dato certo finora acquisito era la sentenza del tribunale di Stra (Ve) del 14 aprile 1919 con ordinanza di non luogo a procedere contro di lui e di don Cruder.

Ulteriori ed importanti notizie sono state rinvenute da chi scrive nell’archivio dell’Economato generale dei benefici vacanti, conservato presso l’Archivio di stato di Udine e recentemente oggetto di una tesi di laurea in archivistica ("L’economato dei benefici vacanti della provincia di Udine: ordinamento e inventariazione", Università degli studi di Udine, Facoltà di lettere e filosofia, relatore R. Navarrini, laureanda A. Colussi, Aa 1997/98) in seguito alla quale, finalmente dotato di uno strumento per la ricerca, è stato messo a disposizione degli studiosi.

Un fascicolo (b. 535/3) dal titolo eloquente:
"Sequestro per repressione (contegno antiitaliano) dei benefici di Rodda e Tarcetta" contiene il carteggio intercorso tra il 29 dicembre 1918 e il 14 giugno 1919 fra il procuratore generale presso la corte d’appello di Venezia e il procuratore del re a Udine.
Siamo quindi in un periodo a cavallo della nota ordinanza di Stra.

La prima lettera accompagna una nota prefettizia relativa "al contegno antiitaliano tenuto durante la dominazione nemica dai due sacerdoti controdistinti" (da notare che in oggetto i due sono indicati come parroci, rispettivamente, di Rodda e di Tarcetta), invitandolo a preparare due distinti rapporti e a fare "le sue proposte pei provvedimenti che in via amministrativa si rendessero necessari in confronto dei predetti, informando anche sullo svolgersi del procedimento penale che a loro carico sarebbe stato deferito al tribunale di guerra".

Sembrerebbe che fossero in corso due diversi procedimenti, di cui uno è quello già noto, mentre un altro sarebbe stato avviato a guerra finita e in seguito a denunce. E' quanto si desume dal proseguimento del carteggio: don Cruder si trovava in stato di arresto "per ordine dell’autorità militare" ed entrambi erano stati "denunziati per tradimento giusta l’art. 74 c. p.".

Chi li aveva denunciati? > E per quale motivo? > E' noto che spesso chi era rimasto in Friuli durante l’occupazione austriaca fu oggetto a guerra finita di ignominiose accuse di "collaborazione col nemico" da parte di coloro che erano stati profughi in varie parti d’Italia.
Tuttavia in questo caso, solo testimoni oculari possono aver riferito alle autorità fatti ed episodi.

Il procuratore generale chiede a Udine di "riferire se siasi iniziato, a qual punto trovasi e presso quale autorità il relativo procedimento"; tale autorità viene poi indicata come l’avvocato militare, tribunale di guerra, intendenza 3a armata.
Siamo nel febbraio del 1919.

Decisiva, a mio parere, per la comprensione dell’intera vicenda, una minuta, purtroppo incompleta, che ci dà nei particolari il quadro della situazione e, finalmente, chiarisce le due diverse posizioni: particolarmente compromessa risulta quella di don Cruder; in entrambi i casi a essere esaminato è il rispettivo contegno durante l’occupazione del 1917-18.

Questa è un’informazione importante, perché permette di fissare un termine ante quem per il ritorno dall’esilio: l’ultima lettera nota da Firenze data a settembre-ottobre 1916, ma nell’ottobre 1917 erano entrambi sicuramente rientrati nelle loro cappellanie.

La minuta consiste in un rapporto innalzato dal procuratore generale al Ministero di Grazia e Giustizia e risale certamente al febbraio: la risposta del ministero è infatti datata 27 febbraio 1919.

La minuta verrà pubblicata su prossimo numero del giornale.

Questo è il testo della minuta del rapporto innalzato dal procuratore generale al Ministero di Grazia e Giustizia sul comportamento di don Luigi Clignon, cappellano di erbezzo, e di don Giovanni Battista Cruder, cappellano di Rodda. "R. Ministero G. G. Il signor prefetto di Udine nel suo rapporto 24/12/48 n. 1812 mi segnala l’opera antipatriottica dei due sacerdoti Cruder Giovanni parroco di Rodda e Clignon don Luigi parroco di Tarcetta — prima e dopo l’invasione nemica — invocando contro di loro la revoca del regio placet- comunicando nel contempo di averli denunciati al tribunale di guerra pel procedimento.

Le informazioni assunte a mezzo del procuratore del re di Udine confermano appieno l’accusa in confronto del Cruder.

Questi, che dal nostro governo era stato provvidenzialmente internato, prima e durante la gerra per la sua propaganda austrofila, ed ebbe il permesso di tornare, temporaneamente, al suo paese, qualche giorno avanti l’invasione, fece realmente nefasta opera attiva anti italiana.

Basti ricordare, come risulta dal rapporto riassumente le emergenze più notevoli della inchiesta, che il don Cruder prestasse atto di ossequi al generale germanico, recandosi a riverirlo a S. Pietro; che dall’altare esortava i fedeli a ringraziare il Signore per la vittoria del nemico e per la fortuna loro concessa di essere governati dall’Austria, non solo, ma minacciandoli perfino pel loro attaccamento alla Patria; che si fece affidare la carica di esattore, servendosi di essa per angariare i contribuenti, così che il solo comune di Rodda (in tutto il mandamento di Cividale) fu costretto a pagare le imposte erariali a favore dell’Austria.

Nei riguardi dell’altro sacerdote don Clignon invece, dalle indagini assunte dal procuratore del Re, nulla si è potuto raccogliere di positivo, per quanto, in particolare nei primi tempi dell’invasione, o per suggestione dello steso suo collega Cruder, o per timore di vendette dell’Austria, non abbia agito perfettamente come il suo ministero sacerdotale consigliava, e i suoi doveri verso la patria avrebbero imposto. Soggiungendo però, che il suo contegno si è quasi radicalmente modificato dopo la requisizione delle campane.

Si impone quindi, a mio parere, nei rapporti del primo di detti sacerdoti — il don Cruder — un provvedimento di rigore — e intanto, senza dubbio alcuno, poiché esso, come consta dal certificato dell’avvocatura militare, è arrestato e si procede a di lui carico per tradimento — il sequestro della temporalità beneficiaria.

Pel secondo, il don Clignon, allo stato, non parmi sia il caso di prendere alcun provvedimento.

Senonché, constandomi dal certificato della stessa autorità militare che anche in rapporto a lui è in corso istruttoria per tradimento a sensi dell’art. 74 del cod. pen. per l’esercito, ho interessato il procuratore del re a rappresentare al competente avvocato militare, come anche nei riguardi amministrativi urga la pronta definizione del processo in confronto di entrambi i detti sacerdoti, e mi riservo di partecipare l’esito a codesto ministero, tostoché mi venga comunicato, per quei provvedimenti che fossero del caso, a seconda delle risultanze, tanto in confronto del sacerdote Cruder, che del sacerdote Clignon...".

Sembra di rilevare, soprattutto in Cruder, un tenace attaccamento all’Impero asburgico, che sebbene non avesse ripristinato le antiche autonomie, tuttavia rispettava identità e differenze.

Il ministero in risposta ordina di attendere "di conoscere l’esito del procedimento iniziato contro di lui (Clignon, ndr) dall’autorità militare" prima di prendere qualsiasi provvedimento: a conferma che erano in corso due procedimenti distinti.

Per quanto riguarda Cruder, non si potè procedere al sequestro del beneficio perché Rodda era una semplice cappellania curata che non disponeva quindi di un beneficio.
Il ministero perciò dovette dichiarare con nota 22 aprile 1919 che "il decreto luogotenenziale in data 2 marzo u. s., col quale i beni della detta chiesa furono sottoposti a sequestro per misura di repressione, non potrà avere esecuzione". Nelle ultime due lettere si parla di un non meglio specificato "piego" inviato dal procuratore generale e consegnato "personalmente" il 17 giugno 1919 dal procuratore di Udine all’arcivescovo.

La vicenda iniziata nel 1915 si trascinò per cinque lunghi anni, dando luogo ad ulteriori sofferenze anche dopo il rientro dall’esilio e dopo la fine della guerra.
Grazie a questi nuovi documenti scoperti nell’archivio dell’Economato dei benefici vacanti siamo venuti a conoscenza di un altro procedimento, stavolta amministrativo, avviato contro i due sacerdoti in seguito a ben precise denunce e conclusosi fortunatamente con un nulla di fatto dopo il non luogo a procedere ordinato dal tribunale di Stra.
Ancora non conosciamo i motivi "ufficiali" dell’internamento e dell’esilio del 1915-16, nè le circostanze del proscioglimento, in particolare per quel che riguarda don Cruder, la cui posizione era alquanto più delicata; le accuse appaiono comunque politiche e non ledono l’integrità morale della persona.
Si spera che nuove ricerche negli archivi possano condurre a ulteriori chiarimenti.

1) Cfr. L. M., L’esilio di pre Luigi Clignon, Dom n. 11-13/1998; Devoti ascoltatori!, a cura di G. Banchig e R. Ruttar, Cividale 2002, p. XX-XXIII).
Enrica Capitanio
DOM - 30-06-2004

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