Gli internamenti in Friuli

Dal 1915 al 1919 una pagina poco nota della grande guerra

Gli internamenti in Friuli



Dal 1915 al 1919 una pagina poco nota della grande guerra

Il giornale «Dom» (1) ha recentemente rievocato la triste vicenda dell’esilio di pre Luigi Clignon, cappellano di Erbezzo, internato dalle autorità italiane una prima volta il 2 giugno 1915 e successiva­mente il 24 marzo 1916.

Assieme a lui furono inter­nati don Giuseppe Saligoi, cappellano di Mersino, don Giacomo Lovo, cappellano di Azzida, e don Giobatta Cruder, cappellano di Rodda.

Per questi ultimi, tradotti a Padova, ebbe ad interessarsi attiva­mente il vescovo di quella diocesi, il friulano mon­signor Luigi Pellizzo (2).

L’autore del testo sottolinea come nella diocesi di Udine fin dall’annessione della Benečija all’Italia il clero sloveno fosse stato sottoposto a speciale vigilanza perché nella prassi liturgica e nella catechesi manteneva l’uso della lingua locale, il che non era tollerato dal nazionalismo allora imperante in Italia.

Nel 1915, verificatasi l’entrata in guerra dell’Ita­lia contro l’impero asburgico e dilagando i sospetti, la prospettiva in cui vennero ad essere inquadrati questi sacerdoti peggiorò.

Possiamo citare il caso di don Pietro Cernotta, cappellano di Liessa (Grimac­co): egli era stato accusato di avere ospitato nella canonica pochi mesi prima dello scoppio delle osti­lità un sacerdote sloveno di Lubiana contrario alla guerra e di avere, a conflitto iniziato, spiato i movi­menti dell’esercito italiano.
Processato dal Tribuna­le di Guerra di Padova venne riconosciuto innocen­te e assolto ma, terribilmente scosso da questa triste esperienza, mori appena rientrato in paese (3).

Gli internamenti che ci furono in Friuli subito dopo il 24 maggio 1915 si basavano proprio sui sospetti e sull’accusa, priva di criteri oggettivamen­te fondati, di essere filo austriaci e quindi potenzial­mente nemici dell’Italia in una zona delicata del ter­ritorio di guerra.
Internamenti di un gran numero di civili e di ecclesiastici furono attuati dalle autorità militari italiane anche nel Friuli Orientale soggetto all’Austria.
Dell’esilio di quei sacerdoti ha diffusa­mente scritto lo storico goriziano Camillo Medeot. (4).

L’esercito italiano nella sua avanzata nel territorio del Friuli Austriaco trovò il clero della diocesi di Gorizia al proprio posto nelle parrocchie, fatta ecce­zione per otto sacerdoti che erano stati internati dall’Austria poiché ritenuti di sentimenti italiani.
Il 21 maggio 1915 l’arcivescovo di Gorizia, lo sloveno monsignor Francesco Borgia Sedej (5), in previsio­ne della guerra, aveva rivolto ai parroci della sua diocesi un ammonimento a non abbandonare il luogo del loro beneficio.
Tuttavia sessanta degli ottanta preti isontini già nei primi giorni della guerra furono fermati e mandati al confino dalle autorità militari italiane in diverse località dell’interno dell’Italia, isole comprese.

Questo odioso provvedimento, chiamato internamento o anche soggiorno obbligato o, con un termine più crudo, confino o esilio, segna una delle pagi­ne più tristi e dolorose della storia del Friuli nella prima guerra mondiale per le traversie che esso causò alle singole persone e a intere famiglie.

E’ stato scritto che è un istituto giuridico di cui si è fatto uso in tutti i tempi e presso tutte le nazioni, giustificato e sorretto da due forze «repugnanti»: il sospetto e il segreto (6).
Camillo Medeot (7) sotto­linea come sia la «cattolicissima Monarchia asburgi­ca» sia l’Italia «liberal - massonica» abbiano messo in atto gli internamenti per difendere «da qualsiasi potenziale insidia le proprie truppe operanti e in genere l’ordine pubblico».

Nella diocesi di Gorizia l’accusa di “austriacanti” rivolta a quei sacerdoti si basava generalmente sul fatto d’esser essi aderenti o simpatizzanti del movimento politico e sociale di monsignor Luigi Faidut­ti (8), all’epoca Preposito Capitolare di Gorizia ma anche uomo politico assai influente dell’Austria asburgica.
Moltissimi preti dell’Isontino avevano appoggiato, sostenuto e propagandato le attività sociali, cooperative e politiche di Faidutti (9) e per questo nel 1915 erano definiti dalle autorità italiane «faiduttiani», il che significava esser collocati su posizioni antiitaliane.

A Gorizia non si faceva distinzione tra preti di nazionalità italiana e preti dì nazionalità slovena: entrambi, se sospetti, dovevano essere allontanati dalla zona di guerra.
Con molta e perversa fantasia si ipotizzavano azioni di spionaggio a favore degli Austriaci con segnalazioni dai campanili e misterio­si telefoni celati nei tabernacoli e nei confessionali e con l’ospitalità accordata nelle canoniche a soldati nemici.
Era ritenuta valida la tesi:
meglio un inno­cente sospetto confinato che una ipotetica spia in territorio di guerra.

Al sospetto si accompagnava l’altra forza, il segreto. Mai si seppe in via ufficiale, nonostante le proteste degli esiliati, quali fossero i motivi dell’internamento all’infuori delle generiche e sus­surrate accuse di essere filo austriaci.

Si deve rimarcare per obbiettività che l’Austria adottò lo stesso provvedimento nelle province di nazionalità italiana della Monarchia.
Secondo Camillo Medeot (10) almeno venti preti giuliani (dell’Isontino e dell’Istria) furono internati dalle autorità austriache.
Nel Trentino i preti internati sommarono ad un centinaio, tra essi lo stesso vescovo di Trento, monsignor Celestino Endrici (11).
Analoga sorte toccò a molti civili delle pro­vince italiane d’Austria tra cui il podestà di Gorizia, Giorgio Bombig, alcuni deputati dietali e alcuni membri del parlamento di Vienna. Nella regione adriatica diverse centinaia di cittadini furono inter­nati perché sospettati di irredentismo: in molti casi l’internamento veniva mascherato sotto forma di reclutamento o di revisione delle liste di leva.

Nel Trentino, in una gara poco gloriosa con gli austriaci, furono prese uguali misure dalle autorità militari italiane durante l’avanzata dell’esercito.

Note

(1) «Dom», numeri 11(15 giugno 1998), 12 (30 giu­gno 1998), 13 (15 luglio 1998).

(2) Nasce a Costapiana di Faedis nel 1860 e muore a Faedis nel 1936.

(3) Giuseppe Del Bianco, La Guerra e il Friuli, Volu­me II, Del Bianco Editore, Udine 1977pag 29-30.

(4) Camillo Medeot, Storie di preti isontini internati nel 1915 Iniziativa isontina, Gorizia 1989

(5) Nasce a Cérkno, (Circhina) nel 1854 e muore a Gorizia nel 1931.

(6) Tiziano Tessitori, Messaggero Veneto Udine, 30 maggio 1970. Pagina 3.

(7) Camillo Medeot, opera citata, pagina 291.

(8) Nasce a Scrutto di San Leonardo nel 1861 e muore a Koenigsberg nel 1931.

(9) G. Francesco Cromaz, Cooperazione Cattolica e Riforma Agraria nel Friuli Austriaco (1896-1918), Fede­razione delle Banche di Credito Cooperativo del Friuli -Venezia Giulia, Udine 1994.

(10) Camillo Medeot, opera citata.

(11) Nasce a Dom (Trento) nel 1866 e muore a Trento nel 1940.


Arresti e imposizioni

Ma torniamo agli internamenti messi in atto dall’Italia in Friuli.
Arresti ed imposizioni al riguar­do fioccarono sin dal primo giorno di guerra su cen­tinaia di persone, civili ed ecclesiastici, del Friuli udinese, della Carnia e del Friuli austriaco occupato dall’esercito italiano senza che del provvedimento venisse data spiegazione alcuna.
L’ordine era perento­rio e non consentiva obiezioni o discussioni: lascia­re subito il luogo di Residenza e conseguentemente abbandonare la casa, la famiglia, i propri affari e i propri interessi e trasferirsi nel luogo di internamento indicato. Non aveva peso nemmeno il fatto che alcuni internati avessero figli o parenti stretti sotto le armi o al fronte.

Nel caso degli internati civili italiani si trattava di persone di diversa estrazione sociale, ma generalmente essi erano professionisti, commercianti, imprenditori, impiegati, ecc..
Molti coprivano cari­che pubbliche: erano sindaci, consiglieri, assessori comunali, componenti di istituzioni (Congregazione di Carità, di assistenza, ecc.), consorzi, cooperative e banche; quasi tutti avevano tenuto sempre una condotta ineccepibile e fatto ampie professioni di italianità, lealtà dinastica e fedeltà alla Patria.
Le loro dichiarazioni esaltanti gli “immancabili destini della Patria gloriosa” e «la sacra maestà del re che fulgidamente regge le sorti della Nazione», ripetute nelle lettere e nei memoriali scritti a propria difesa e per contestare il provvedimento adottato nei loro riguardi, anziché giovare loro, finivano spesso per danneggiarli poichè tale atteggiamento era ritenuto una maschera con cui tentare di allontanare il sospetto.

La sorte di quei cittadini dipendeva totalmente dagli uffici d'informazione militari che traevano gli elementi su cui basare i loro provvedimenti dalle segnalazioni dei Reali Carabinieri e da denunce spesso non firmate senza appurare o o ricercare se, nel caso in questione, l'accusa fesse fondata oppure dettata da inimicizie personali, rancori, invidie e desiderio di vendetta.
In verità il Capo do Stato Maggiore del Regio Esercito, generale Luigi Cadorna, era insorto con una fiera circolare contro la vigliaccheria delle denunce anonime ma a poco erano valse le sue parole.

Osservatori non toccati dagli eventi giudicavano l’eccezionalità del grave momento politico e militare che la Nazione stava attraversando tale da rendere insindacabile ogni atto di polizia militare.
I provvedimenti non potevano che essere segreti in zona di guerra e il segreto non consentiva di conoscere le ragioni del provvedimen­to stesso, di conseguenza ogni risposta ai memoriali e ai ricorsi presentati era necessariamente generica ed evasiva.

Persone amiche degli esiliati non mancarono di esprimere la loro comprensione e solidarietà raccomandando nel contempo «rassegnazione senza lamenti» e tanta pazienza da esercitarsi come olo­causto sull'altare della Patria» (Archivio privato presso l’auto, Corrispon­denza degli internati).

I luoghi di internamento furono città e paesi in diverse province d’Italia.
Gli esiliati furono mandati a Firenze, Grosseto, Lucca, Pisa, Cremona, Macera­ta, Ascoli Piceno, Avellino, Campobasso, Beneven­to, Salerno», ma anche in Sicilia, in Sardegna e nelle isole di Ventotene e di Lipari.

Vale la pena di intrattenersi sulle vicende degli internati, sulle presunte ragioni, che motivarono il provvedimento dell’esilio e sulle azioni messe in atto in loro difesa.
Per alcuni l’internamento durò a partire da1 mese di Giugno del 1915, solo alcuni mesi, per altri inspiegabilmente alcuni anni, fino alla metà del 1919, un vero martirio nonostante le proteste e le e le invocazioni affinché fosse loro resa giustizia. Interdetto il diritto alla difesa e disattesa la richiesta di un giudizio, non rimaneva che subire e rimuginare quale fosse la ragione del provvedimento con la rabbia per le calunnie di invidiosi e di nemici personali.

In alcuni casi, in via del tutto confidenziale essa potè essere conosciuta, almeno per sommi capi.
E' il caso dei parenti di mons. Luigi Faidutti, nativo delle Valli del Natisone e poi per motivi di studio e di ministero trasferitosi a Gorizia allora soggetta all’Austria in esecuzione del decreto 15 Giugno l915 del Comando militare italiano il Prefetto di Udine ordinò immediato allontanamento dalla zona di guerra dei membri maschi della familia Faidutti residenti a Scrutto di San Leonardo, preci­samente i due fratelli di monsignore nonostante uno di essi avesse un figlio al fronte.
Analogo provvedi­mento, fu preso nei confronti di Eugenio Cromaz senior ed Eugenio Cromaz junior, rispettivamente cognato e nipote di monsignor Faidutti, residenti a Pasian Schiavonesco (ora Basiliano) vicino a ,Udine.
I primi vennero internati in Sardegna a Seulo, piccolo paese in provincia di Nuoro, gli altri invece furono mandati a Firenze.
A tutti venne data l'assicurazione che si sarebbe provvedute adeguatamente al loro mantenimento.
Il legame di parentela e i rapporti famigliari e di affari intrattenuti con monsignor Faidutti pare fossero la ragione del loro internamento oltre l'accusa del tutto infondata di nutrire sentimenti favorevoli all’Austria, pretesti abilmente sfruttati da nemici personali.

Secondo una prima assicurazione,data sempre in via confidenziale dal Prefetto di Udine per interposta persona, l’internamento sarebbe dovuto durare un mese e mezzo, due al massimo, cioè ,fino all’occupazione della città di Gorizia di cui l’Alto Comando militare italiano era certo, dopo di che sarebbe stata possibile la revoca del provvedimen­to.
Siccome tutto ciò non si verificò venne chiesto all’autorità militare di conoscere almeno i motivi della misura adottata, ma alla fine di Agosto dei 1915 fu risposto che non si riteneva opportuno nemmeno prendere in considerazione la domanda.


Un’altra richiesta fu rivolta nel mese di dicembre del 1915 ai ministero dell'interno che la trasmise al Comando Supremo del Regio Esercito, ma anche in questo caso essa rimase inevasa; tutte le domande degli internati subivano la medesima sorte.

Nel giugno 1916 il primo ministro dell’interno, Vittorio Emanuele Orlando, assicuro che presto gli internati avrebbero ricevuto la libertà , ma tutte le pratiche messe in atto nel loro interesse furono ostacolate da un ostinato silenzio o ebbero il diniego del Comando supremo.

Firenze, luogo di concentramento

Firenze era diventata il luogo di concentra­mento degli internati: molti rimasero nella «città dei fiori», altri si trasferirono o vennero mandati in altre località.
Per tutti la vita divenne dura e amara: entrati nella stagione invernale 1915-1916, essi avevano, bisogno di indumenti pesanti.
Da casa non potevano essere spediti abiti in quanto vigeva il divie­to di spedizione di oggetti usati per pre­cauzioni militari.

Il denaro per acqui­starli essi non lo ave­vano e non veniva fatto loro credito; per man­canza di mezzi non potevano ripararsi in alcun luogo pubblico per cui, esausti moral­mente e fisicamente, dovevano rimanere chiusi in casa o trovar riparo sotto i porticati.
Il sussidio che riceve­vano era modesto, una lira e mezza al giorno per persona, e con esso- dovevano provvedere anche al vitto e all’alloggio.
In molti casi le famiglie al paese non erano in condizioni di aiutarli; molti tra loro erano anziani e ammalati, quindi abbisognevoli dell’assistenza e delle cure che solo la fami­glia poteva prodigare. Trascorsero così lunghi mesi.
Non si è potuto mai conoscere il numero esatto degli internati sparsi in tutta l’Italia, comprese le isole.
Il Governo italiano non volle o non potè ren­derlo pubblico pur conoscendolo bene: da calcoli approssimativi del luglio-agosto 1915 lo si faceva ammontare ad oltre settantamila persone.
Nei mesi suc­cessivi esso diminuì ‘perché molti esiliati delle province venete lontane dal fronte (per esempio Padova) furo­no rimandati alle loro case.

Dopo i primi ricorsi individuali indirizzati al ministero dell'interno e al Comando mili­tare furono interessati alla questione i deputa­ti e i senatori dei colle­gi a cui gli internati appartenevano.
Per quelli del Friuli udinese e della Carnia dimostrarono particolare attenzione gli onore­voli Giuseppe Girardi­ni, Gino di Caporiacco, Marco Ciriani, Grego­rio Valle, oltre al Sin­daco di Udine, Dome­nico Pecile, e al Presi­dente della Deputazio­ne Provinciale di Udine, Luigi Spezzotti.

Ci fu interessamento anche da parte di altri deputati italiani che preseo spesso la paro­la nell’aula di Monte­citorio per perorare con forza la causa degli esuli.

A Udine un lavoro instancabile di corri­spondenza e di colle­gamento tra gli inter­nati e il Comando Supremo venne svolto dal parroco del Santua­rio della Beata Vergine delle Grazie, monsi­gnor Pietro dell’Oste.

I ricorsi presentati al ministro dell’Interno risultarono in genere poco efficaci: quest’ultimo si limita­va a rimetterli all’Autorità militare, l’unica competente in zona di guerra ‘dove il potere delle autorità civili contava pressoché nulla.

li 26 novembre 1915 fu riaperta la Camera dei Deputati del Regno: era la prima seduta dopo l’inizio delle ostilità.
Venne scelto proprio quel giorno per mandare a Roma una rappresen­tanza di internati allo scopo di consegnare personalmente al mag­gior numero possibile di deputati una «Domanda collettiva per essere processati».
Il documento reca appunto la data del 26 novembre 1915. In esso tra l’altro leggia­mo:
«La calunnia, arma dei tristi, ha indotto la militare autorità a prendere una severa, quanto imme­diata disposizione in nostro confronto.

Strappati alla fami­glia, ai campi, al cantiere ed agli affari senza che fosse vaglia­to il fine od avvalorata la paternità delle accu­se, fummo parte internati a Firenze, parte altrove, nè fino ad oggi alcuno è insorto allo scopo di considerare la opprimente situazione nostra, lo schianto inti­mo procuratoci ed il danno materiale che da un tale provvedimento scende pel presente e si ripercuoterà sul futuro».

La petizione così continua:
«La legge apre a tutti i delin­quenti le porte dei templi di giustizia.
Riteneteci tali e schiu­dete i battenti anche per noi.
L’istruzione di un processo sia la ben­venuta, ci venga accor­dato il confronto con i delatori: emerga così finalmente la nostra innocenza ...»
(Giacomo Sopravito De Franceschi, Giustizia durante e dopo la Guerra, Tol­mezzo, Stab. Tip. “Carnia”,, 1923).

Il resto dell’appello è una invocazione ai deputati ad accogliere le loro legittime istan­ze e ad agitare la loro bandiera.

Quattro parlamentari avevano già presentato al riguardo una infer­pellanza al Presidente del Consiglio dei mini­stri Antonio Salandra. Nella, seduta della Camera dell’undici novembre 1915 quest’ultimo aveva risposto precisando che l’internamento non era un atto de ministro dell’Interno, bensì un provvedimento di poli­zia militare in zona di guerra e aveva dato garanzie sulla serenità delle misure prese.
Aveva poi precisato che il Comando Supre­mo aveva dato disposi­zioni per consentire il ritorno agli internati che risiedevano nelle zone non strettamente coinvolte nelle opera­zioni belliche e a quel-e delle retrovie (circa 40 chilometri dalla linea del fronte), ecce­zion fatta per coloro su cui gravavano seri sospetti.

La replica del deputato Filippo Turati

Nella replica il deputato Filippo Turati non si era dichiarato soddisfatto e tra i clamori dell’assemblea4 parlamentare aveva protestato affermando che gli internamenti erano stati fatti «con criteri di persecuzione e di vendetta».

A questo parlamen­tare gli internati dove­vano gratitudine per­ché anche in diverse altre occasioni aveva elevato proteste contro la procedura seguita nell’internare senza neppure un simulacro di giustizia ma con l’arbitrio.
Il 16 giugno 1916 alla Camera egli aveva detto tra l’altro:
«Potrei leggervi le let­tere di povere donne divelte dai mariti, potrei narrarvi la trage­dia delle famiglie degli uomini disonora­ti, l’odissea dei pette­golezzi, ... delle vessa­zioni, delle sofferenze, delle umiliazioni profonde a cui queste misere esistenze furo­no sottomesse: trattati come delinquenti ..., obbligati a vivere con una lira di sussidio e anche meno ... e quindi obbligati a stendere la mano... E tutti domandavano, tutti supplica­vano qualche stilla di conforto, qualche bar­lume di luce: invoca­vano di sapere qualche cosa sul perché di quelle punizioni, e nes­suno rispondeva mai, perché le porte vostre sono chiuse, ermetica­mente chiuse, signori del Governo, a tutte le miserie, a tutte le grida di angoscia». (14)

In un altro discorso alla Camera Turati aveva affermato che il provvedìmento dell’ intermamento aveva fornito il prete­sto e l’alibi a
«... tutte le speculazioni private e pubbliche dell’affari­smo, della concorrenza commerciale, dello spirito di reazione, dell’ animo vendicativo di funzionari, di partiti, di autorità, dì sindaci, di segretari comunali, di brigadieri, di carabi­nieri» così che «tutte le piccole vendette personali, tutti i piccoli ran­cori inaciditi, si scatenarono ad un tratto (15)

Le istanze e i ricorsi all’ Autorità militare furono sempre accolti male quando addirittu­ra non si rivelarono controproducenti: non si ammetteva il ricorso delle persone colpite da bando e non si ammettevano inchieste essendo l’operato dei Comandi militari insindacabile.
Poiché in zona di guerra e di resistenza il loro potere era sovrano essi non tolleravano l'ingerenza delle autorità civili.

Nella seduta della Camera dell’undici marzo 1916 il deputato friulano Marco Ciriani, dopo avere elevato la sua sdegnosa protesta contro gli arbitrii con cui erano stati ordinati gli internamenti, aveva detto: «Questa povera gente stata vittima di persecuzione politica, in gran parte, e di ran­cori ed interessi perso­nali, e l’onorevole Sot­tosegretario di Stato deve ricordare che le loro domande vengono esaminate da una commissione composta da un colonnello e da due maggiori di fanteria e da due maggiori dei carabinieri, commis­sione che non fa che riportare le informa­zioni che hanno deter­minato 1’ internamen­to». (16)

Quella com­missione, che aveva sede a Udine, venne esplicitamente definita «una caricatura».

Di fronte all’inutilità dei passi fatti dal Governo presso il Comando Supremo il 2 dicembre 1915 il depu­tato Giuseppe Roi della provincia di Vicenza, parlando alla Camera degli internamenti, aveva detto che, se l’Autorità militare vedeva e giudicava secondo contingenze speciali e a queste subordinava tutta una catena di cose, l’Auto­rità Civile, che rimane­va sempre tutrice e garante della libertà dei cittadini, doveva intervenire per difen­dere, mitigare e garan­tire quando sentiva che mancavano tutti gli estremi legali per poter confermare la priva­zione della Libertà.

L’onorevole Roi si era così testualmente espresso:
“io doman­do qui, a nome anche di altri miei colleghi delle province di con­fine, una sollecita revi­sione generale dei decreti d’internamento deliberati senza pro­cesso od altre prove di colpabilità, nel senso che sia fatto questo processo ed accertate queste prove mancan­do le quali gli internati siano resi liberi ...». (17)

Le richieste di esame del proprio caso rivolte al ministero dell’ Interno avvenivano tramite la Direzione Generale della Pubbli­ca Sicurezza di Roma, mentre quelle inoltrate all ‘Autorità militare erano indirizzate al Segretariato Generale Comando Supremo in zona di guerra.

Furono fatti tentativi anche presso i Comandi delle Piazzeforti (Medio Tagliamento, Alto Friuli, Carnia, ecc.) sotto la cui giurisdizio­ne ricadevano i paesi di residenza degli internati, ma la rispo­sta fu invariabilmente questa:
“Ragioni di ordine superiore che non tocca a noi giudicare hanno reso necessario mantenere per ora il provvedimento; tuttavia è lecito, confi­dare che, a miglior momento, mutate circostanze permettano di considerare nuova­mente il caso e il prov­vedimento allora possa venir revocato».

Vi fu chi si rivolse alla Prefettura per otte­nere un permesso provvisorio per recarsi alcuni giorni a casa per sistemare urgenti pendenze e curare interessi che con il for­zato allontanamento aveva dovuto trascurare, ma il permesso fu sempre negato.
Qualche internato si rivolse al re ma anche in questo caso senza ottenere alcuna risposta.

Note:

14- l7Thid.

Liberati e subito riesiliati

Si verificarono anche degli episodi singolari: alcuni inter­nati rimandati alle loro case dopo alcuni mesi furono inspiegabil­mente esiliati di nuovo.
Persone del paese che avevano tramato per il loro allontana­mento trovarono in più di un atto o incauta dichiarazione motivo per farli allontanare nuovamente e il male in tal modo divenne peggiore.
La stampa nazionale ebbe a scrivere diffu­samente sugli internamenti e sulle ragioni che li avevano motiva­ti.
Alcuni giornali non appaiono specchio di obbiettività presentan­do gli internati, nei servizi dei loro inviati, come né più né meno che spie.
Si distinsero in ciò il «Secolo» e il «Corriere delle Sera» di Milano, la «Stampa» e la «Gaz­zetta del Popolo» di Torino, mentre altri giornali, come la «Tribuna» di Roma, in più occasioni difesero la causa di quegli infelici a cui venivano opposte continue difficoltà.

A molti di essi si cercò anche di limita­re la già ridotta libertà di movimento: alcuni volevano trasferirsi a Roma nella lusinga di potere colà meglio tutelare il proprio caso, ma il Prefetto di Roma non voleva internati nella capitale.

Proteste in merito furono rivolte nel mese di ottobre del 1916 al ministro dell’Interno, Vittorio Emanuele Orlando: costui non voleva assolutamente che l’internamento si tra­mutasse in domicilio coatto e in tal senso aveva emanato oppor­tune istruzioni autoriz­zando il mutamento di domicilio con l’unica riserva di un accordo preventivo con il Pre­fetto della Provincia in cui l’internato intende­va trasferirsi con il solo scopo di procurargli un alloggio e man­tenere il sussidio.

Sul finire del mese di Agosto del 1916, dopo la presa di Gori­zia da parte delle trup­pe italiane, parve pos­sibile che gli internamenti fossero revocati almeno in parte.
Si cominciò a parlare di una amnistia generale che il Regio Commis­sario per gli Affari Civili del Comando Supremo chiamava «indulgenza plenaria» a favore degli internati.
La Commissione d’ internamento vagliò diverse posizioni e in più casi le autorità militari non insistette­ro nel negare loro il ritorno a casa.

All’inizio di ottobre del 1916 molti di essi erano già stati fatti rin­casare.
Erano rimasti in esilio quelli il cui caso era ritenuto assai grave.
A chi rientrava veniva raccomandato in via del tutto confidenziale di usare pru­denza una volta ritor­nati in famiglia stando zitti, tre volte zitti, senza fare commenti sul provvedimento che in passato era stato preso nei loro confron­ti: solo nel silenzio era riposta la loro sicurez­za futura, diversamen­te ci sarebbe stato un nuovo inesorabile internamento.

Coloro i quali non godettero in quei mesi del provvedimento di rientro andarono incontro nel 1917 a situazioni contingenti all’occupazione austro-germanica del Friuli dall’ottobre 1917 al novembre 1918.

Nell’impossibilità pratica di fare ritorno a casa essi si mescolaro­no, specie a Firenze, ai profughi del Friuli che colà erano stati alloca­ti.

Non sempre il ritor­no a casa fu facile.
Quando era scattato l’ordine dell’autorità militare di procedere all'internamento la Prefettura di Udine era stata assai sollecita nel farlo eseguire: ingiun­zione telegrafica con ordine perentorio al Sindaco del Comune di residenza di provve­dere all’immediato allontanamento dalla zona di guerra delle persone sospette.

Al momento della revoca del provvedi­mento, malgrado il parere favorevole del Comando militare e del Segretariato per gli Affari Civili del Comando Supremo, in alcuni casi, come in quello dei due Cromaz di Pasian Schiavonesco, la stessa Prefettura trovò difetti o vizi di forma insinuando la presenta di ostacoli burocratici nella prati­ca e soprassedendo alla esecuzione del provvedimento a cui fu dato corso solo nel novembre del 1916.

Il rientro a casa degli internati avveni­va con foglio di via obbligatorio emesso dalla Questura della provincia d’internamento su autorizzazio­ne del già citato Segre­tariato per gli Affari Civili del Comando Supremo e con l’ordine tassativo di presentarsi entro quattro giorni al Comando della Piaz­zaforte indicata nel documento.

La propaganda nazionalistica volle far credere che il rientro avveniva con «viaggio di prima classe» (18), ma quasi tutti rientra­rono in treno in terza classe e addirittura in vagone merci.
Per molti di essi l’attesa del ritorno durò fino a guerra ultimata e anche oltre.
Moltissimi friulani, tra cui i due fratelli di monsignor Faidutti e molti sacer­doti del Goriziano, continuarono ad essere perseguitati frapponen­dosi infiniti ostacoli al loro ritorno, che poté avvenire solo nei primi mesi del 1919 dopo quasi quattro anni di internamento.

Dopo la fine della guerra molti internati presentarono ricorsi e richieste di riabilitazio­ne e di indennizzo van­tando il diritto di recla­mare ed esigere che il loro onore fosse rico­nosciuto.

Una cinquantina di sacerdoti isontini che erano stati colpiti dal provvedimento chiese­ro, «soddisfazione morale e una riparazio­ne d’indole materiale», ma senza alcun risulta­to.
Furono fatte anche delle interpellanze par­lamentari al riguardo:
merita di essere ricordata quella dell’agosto 1921 rivolta al Presi­dente del Consiglio dei ministri Bonomi, dal deputato cattolico popolare friulano Tiziano Tessitori.
In quella interpellanza, firmata anche dai deputati Tamanini, Uberti e Carbonari, si chiese al governo di emanare provvedimen­ti per riabilitare moral­mente gli internati e indennizzarli per i conseguenti danni sofferti senza loro colpa.
Nella risposta del Governo il sottosegre­tario di Stato, onore­vole Teso, affermò che gli internamenti erano avvenuti in forza del­l’insindacabile potestà discrezionale del Comando Supremo ai sensi dell’articolo 242 e seguenti del Codice penale militare, che questi provvedimenti non davano diritto a revisione e che asserite pretese di indennizzo erano destituite di ogni fondamento giuridico.

Molti ex internati non si diedero per vinti e continuarono a rivolgere petizioni, ma inutilmente: con il pas­sare degli anni tutto cadde in un voluto oblio.

NOTE

(18) Camillo Medeot, opera citata.
Gian Francesco Cromaz
da DOM 1998

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