Le vive immagini di una tragedia

I ricordi della prima guerra mondiale di mons. Birtig
Nato nel 1909, mons. Valentino Birtig, alla scoppio della prima guerra mondiale aveva sei anni e nella sua memoria sono rimaste impres­se le immagini dei fatti bellici che dal 1915 al 1918 si sono succeduti nella valle del Nati­sone e che sono poi rimasti nella storia.

In più occasioni mons. Bir­tig tornava con la mente ai tristi fatti di quegli anni e con dovizia di particolari descriveva situazioni e persone, narra­va episodi accaduti a Rodda o nei paesi vicini.

Nell’archivio del nostro giornale di recente abbiamo ritrovato uno scritto in cui mons. Birtig ricordava alcuni episodi e situazioni della pri­ma guerra mondiale, che proponiamo ai nostri lettori, in occasione dell’ottantesimo anniversario dell’entrata in guerra dell’italia e del primo anniversario della scomparsa di questo sacerdote che ha dedicato la vita alla sua gente.

Primo quadro

Certi ricordi dei teneri anni non si cancellano mai. Davanti agli occhi ho presente le compagnie dei soldati osservate sulla strada di Brischis, quando negli anni dal 1915 al 1917 marciavano da Civi­dale verso il fronte di guerra, era una guerra di posizione tra italiani e austro-ungarici, nel Caporettano.
I soldati venivano accompagnati dal suono delle fanfare militari con lo scopo di farli distrarre e togliere loro l’incubo della possibile morte cui andavano incontro.

A Brischis in genere si fermavano per fare una breve sosta.

Da bambino osservavo i loro volti:
i loro occhi erano coperti di mestizia, di dolore perché strappati dalle loro case, dai loro paesi, dalle spose, dai figli; erano come automi guidati da una forza brutale verso il combatti­mento e la morte.

Le truppe erano accompagnate dai carabinieri, che avevano l’ordine di sparare addosso ai soldati che si allontanavano o che scappavano.
I carabinieri si distinguevano per il loro berretto a visiera.

Noi bambini osservavamo con affetto questi soldati, che ci accarez­zavano, come usavano fare con i loro figli lontani, e ci regalavano pagnotte e piccoli quadrati di cioccolata che veniva loro aggiunta al rancio normale.

Secondo quadro.

A Pulfero, durante la prima guerra mondiale, c’erano poche case di con­tadini, la bottega di Valentino Birtig (Moz) di Rodda, il municipio e la scuola.
Le case migliori erano state requisite e adibite a uffici militari.
Tra la casa di Antonio Domenis (Skofič) di Rodda e quella di Qualizza, oltre il Natisone, c’era il ponte che portava verso Cicigolis e Specognis.

Sotto la strada, che portava verso quest’ultimo paese, c’erano tante baracche: alcune erano adibite a lazzaretto, dove venivano ricoverati i soldati colpiti da malattie contagiose, altre a prigione per i disertori che venivano catturati dai carabinieri e giudicati nella casa di Qualizza, dove si era insediato il tribunale militare.

Parecchie sentenze di morte venne­ro eseguite in quell’area e i soldati, fucilati immediatamente dopo la con­danna, venivano sotterrati in un cam­po vicino.
Ai loro familiari lontani veniva segnalata la loro morte con la frase
«E stato disperso».

Nei pressi di Loch, sulla riva sini­stra del Natisone, c’era una piccola stazione ferroviaria posta sotto la stra­da che porta a Caporetto.
Nelle vici­nanze c’erano tanti magazzini di vive­ri e vestiari, destinati ai soldati che erano al fronte, che fino a Caporetto venivano trasportati con il trenino.

Alcune case di Loch erano adibite ad ospedale nei quali venivano dati i primi soccorsi ai feriti più gravi che dal fronte giungevano numerosissimi giorno e notte con tutti i mezzi. Qui venivano assistiti e curati da parecchi medici militari.

Nel luglio 1916 mio padrino mi condusse a Loch per una visita medi­ca, che mi fece un medico militare nell’ambulatorio allestito in una stan­za della casa Balohova. Qui tutte le stanze erano piene di soldati feriti, che gemevano, piangevano, chiama­vano la loro mamma.

Da quella visita uscii con una impressione così dolorosa che non sono riuscito mai a cancellare dalla memoria.

A Loch c’erano anche quattro o cinque sacerdoti, militari della Sanità, che di domenica andavano nei nostri paesi a celebrare la santa messa, per­ché dei cappellani locali alcuni erano sotto le armi, altri erano stati internati con l’accusa di austriacantismo perché nella liturgia continuavano ad usare il locale dialetto sloveno.

Terzo quadro

Dopo la ritirata di Caporetto tutte le baracche militari abbandonate dalle truppe italiane vennero adibite a rifu­gio per i poveri profughi provenienti dalla zona del Piave, dove i due eser­citi si fronteggiarono per oltre un anno.
Erano arrivate numerose fami­glie con tanti figli piccoli che, come visto, avevano una tessera che dava diritto a poco cibo al giorno.

Ogni giorno questi profughi anda­vano in processione lungo i sentieri nei paesi di montagna a chiedere la carità di un pezzo di polenta, di un piatto di minestra o di fagioli, qualche patata, castagne...
I nostri montanari si dimostrarono sempre generosi ed accoglienti verso questi poveri e spes­so salvarono loro la vita.

Fu molto duro l’anno di domina­zione austro-ungarica.
Fu requisito il bestiame (alle famiglie veniva lasciata solo una mucca), furono portati via le patate, il frumento, il granoturco ed anche il vino.

Le famiglie erano spogliate di tutto e con il denaro che circolava (marchi, corone...) non si poteva comprare niente e il mercato si svolgeva barat­tando i generi alimentari o altre mer­canzie.
Mons. Valentin Birtig
DOM 1995

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