Testimonianze di guerra nella Valle del Natisone

Qualche testimonianza di Efrem Specogna su fatti e avvenimenti dell'ultimo periodo della guerra di liberazione.

Febbraio 1943

Il primo avvenimento di guerra, vissuto da vicino nelle Valli del Natisone, fu l'assassinio di Specogna Antonio Kabas, non Kukut, come dice Cuffolo nel suo Diario.
Kukuti erano la nostra famiglia prima di diventare Specogna e Kabas divenne Specogna quando uno Specogna, fratello di mio bisnonno, sposò una Kabas.
Assieme allo Specogna venne ucciso anche Pietro Chiabudini; erano padri di due famiglie numerose.
Sebbene lavorassero nella cava di Marna di Tarcetta, si arruolarono nella Milizia contraerea per fare un po' di soldi in più. Stazionavano su un monte nei pressi di Drezinca assieme ad altri cinque commilitoni.
Lassù avevano poco lavoro, tanto che trovavano il tempo per fare baldoria con gli uomini di Drezinca, che andavano ogni sera su da loro a giocare a carte e a bere.

Quando successe la disgrazia, due dei sette militi erano a casa in permesso e cinque in stazione; questi cinque si davano il turno per andare a visitare le famiglie di Drezinca due alla volta.
Una sera gli uomini di Drežinca, volenti o nolenti non si sa, portarono su con loro alla stazione gli assassini (si dice che fra questi c'era anche uno della nostra Valle) e tutti e cinque i militi vennero assassinati.
I due che scapparono alla morte erano, come detto, a casa e non fuggirono come invece sostiene Cuffolo.

Il partigiano l'avrei voluto fare anch'io, ma non ne avevo il tempo.
Mia madre mi disse: - "Chi lavorerà?
E poi partigiano comunista proprio non mi va."
Dopo un mese avevamo tutti tagliato la corda. Ricordo che nel 1943 dal comando di Stupizza un ufficiale partigiano, originario di Bergogna, portò da mia madre una giovane partigiana.
Era una donna bella di 20 anni; veniva sempre accompagnata dallo stesso ufficiale.
Io credevo che fosse incinta (mia madre faceva l'ostetrica). Invece, dopo che andarono via da Stupizza, mia madre mi raccontò che era sifilitica. Mi disse che la donna voleva andare a casa per curarsi, ma non la lasciavano.
Mia madre pregò l'ufficiale di lasciarla andare a casa, perché altrimenti non sarebbe guarita. Lui rispose che era pronto a farlo, ma il Commissario politico non voleva sentirselo dire.
Credo che la donna perse la vita alle malghe di Mersino nel dicembre, 8. XII. 43, assieme a tutti gli altri. Una mattina furono sorpresi dai tedeschi che li uccisero tutti. Per fortuna i miei amici se l'erano svignata a casa da tempo; solo un ragazzo di Stupizza rimase ucciso lassù.

Uno dei primi giorni del mese di ottobre del 1943 scendevo dalla montagna dalla parte di Pegliano, quando fui fermato vicino al paese da Maria Banchig, che ridendo mi disse:
- Vuoi che ti racconti cosa è successo? -
Buttai subito giù quello che portavo, pronto ad ascoltarla, perché Maria, se raccontava qualcosa, era davvero interessante, altrimenti non parlava.
- "Sai che sono venuti due camion di tedeschi, coperti dai teloni e tutti i partigiani se la sono data a gambe compreso Drei, che ha lasciato il suo mitra nel nostro orto, dietro il sempreverde (bosso). I camion si sono fermati sotto il nostro orto (sulla strada per Antro) ed uno dei camionisti, quando mi vide, scese e cominciò a chiedermi come si fa ad andare a Tarcento. Io gli dissi che erano a Tarcetta non a Tarcento e gridai in sloveno ai "salami" che di tedeschi ce n'era solo quattro. I partigiani si fecero coraggio e fecero prigionieri i tedeschi". -

Ne combinavano di belle i nostri partigiani.
Ad esempio Dino Clignon, che pure aveva fatto il militare, aveva appeso una bomba "balilla" alla cintura per la sicurezza. Quando cercò di saltare sul mulo, la bomba cadde a terra ed esplose fra le sue gambe.
Ricordo che ero a Ronk su un melo a raccogliere le mele, quando sentii lo sparo e vidi un mulo galoppare su per la strada verso Antro a tutto andare e non si fermò finché giunse quasi a Plies.

6 ottobre 1943

Un giorno dei primi di ottobre i tedeschi si fecero vedere a Tarcetta, provenienti da Antro. Si fermarono sulla piazza (gorica) e nel cortile di Budraj.
La Miuta, comminando in mezzo a loro, andò nel fienile ad avvertire una squadra di partigiani che ivi dormivano, così che essi se la svignarono giù per la "tromba" del fieno, passarono dalla stalla nell'orto, che era situato sul di dietro e se la diedero a gambe senza che i tedeschi se ne accorgessero.

Dopo una breve sosta i tedeschi ritornarono verso Antro, dove ne fecero passare di brutte alla gente e a don Cramaro per causa dell'uccisione di un mulo sotto Antro da parte di qualche partigiano.
I tedeschi prelevarono tre o quattro uomini, compreso il mio padrino Gino Manzini (Lesijak) di Cicigolis, che lavorava come falegname dalle Tonharice. Hanno fatto loro portare fino a Cividale tutto quello che era caricato sul mulo, "bašt" (sellatura) compreso.
Dopo un po' di giorni furono rilasciati.

Dino Raccaro di Biacis perse la vita quel giorno. Lui e il suo inseparabile amico Vittorio Cernoia stavano scappando verso Spagnut lungo la ferrovia, quando una raffica tedesca proveniente dalla statale sopra Biarzo colpì Dino.
Vittorio riuscì a salvarsi.

Anche due cacciatori, uno di Ponteacco e l'altro di Mezzana furono uccisi.
La storia è che incontrando un tedesco gli spararono con la doppietta in faccia, poi scapparono verso Mezzana.
Qualche tedesco li vide entrare in una casa di Mezzana.
I tedeschi, dopo averli scovati, li fucilarono.

La battaglia che riporta Cuffolo era nella sua testa.

I partigiani se la diedero a gambe.
Fortuna che i tedeschi non si accorsero di loro.
Anch'io me la svignai su verso S. Donato assieme a Manzini Pasquale. Lassù incontrammo quasi tutti i ragazzi di Lasiz con Redelonghi. Ci aggregammo a loro.
Sopra Pegliano facemmo sosta; qualcuno era andato giù in paese a prendere della polenta e del vino.
Ci avviammo verso la Kraguenca, dove incontrammo una vedetta, ex soldato italiano ora partigiano. Da lui sapemmo che un tenente mancava.
Ci raccontò che erano in pochi, appostati sulla Zelenica (Spignon - sopra Podčjukola), quando di buon mattino si accorsero che un grande numero di tedeschi si stava avvicinando. Se la diedero a gambe. Ma uno non riuscì a seguirli.
Scendemmo allora giù verso la Zelenica, sparpagliati, fino a che uno di noi vide il corpo di un soldato. Era già duro. Fosse riuscito a fare altri 30 metri, si sarebbe salvato, perché sarebbe arrivato in cima alla dolina.
Uno dei Baluš e mio cugino Renzo Gubana (tutti e due di Lasiz) lo caricarono sulle spalle e lo portarono giù a Pegliano, dove la gente lo seppellì dietro la chiesa.
Era un giovane di Cividale.

In novembre il nostro dottore Manlio Fruch fu arrestato.
Mia madre disse che qualcuno lo denunciò, dato anche il nome che aveva, perché suo padre aveva scritto della canzoni irredentiste tempo addietro e, si sa, non occorreva tanto per incorrere nelle ire dei tedeschi.
Ma si diceva che senz'altro l'avrebbero liberato, perché suoi zii e il padre di sua moglie erano pezzi grossi militari al distretto di Udine.
Fu liberato alla fine dell'anno, ma riarrestato a metà gennaio e internato. Non tornò mai più.
Sua moglie disse a mia madre che non avrebbe creduto mai che la gente di Pulfero fosse così cattiva.
Mia madre non le chiese chi precisamente e lei non glielo disse. Parlava però al plurale e quindi erano sicuramente più di una persona.
(Nino, fratello di Efrem, ricorda che la mamma raccontava che il dott. Fruch era stato arrestato perché più volte nella sua grande umanità aveva curato partigiani feriti. Una famiglia di Pulfero di questo l'avrebbe denunciato ai tedeschi).

Cuffolo punta il dito contro E. C. di Tarcetta.
E' una fandonia!
Fruch non aveva che disprezzo per i preti; l'ho sentito parlare molte volte in casa nostra; se non li disprezzava, certo non li sopportava.

Una sera, la notte di Natale del 1943, stavo suonando sull'armonium in casa nostra. Era verso le nove (di sera); c'erano in casa la Šfetanka e la Virginia di Banči a basadare, quando qualcuno bussò alla porta. Si fece un silenzio improvviso. Mia zia e mia madre mi dissero di andare alla porta. Aprii e davanti apparvero due mongoli.
Vestivano cappotti tedeschi, lunghi fino a terra.

Tenevano la mano destra dietro le spalle. Vidi che avevano in mano una rivoltella ciascuno.
Chiesero di portarli nel fienile. Io credevo che cercassero partigiani; accesi una candela e scalzo li portai nel nostro fienile.
Arrivati al fienile mi presero la candela fuori di mano e mi dissero di andarmene; coi segni e con la voce cercai di far capire loro di non incendiare il fienile e loro sorridendo mi dissero di andare via.
Quando raccontai in casa cosa era successo, capimmo che avevano disertato.
Mia zia non dormì tutta la notte, finché non li sentì andare via alle cinque del mattino.

Di partigiani ce n'era pochi in giro fino alla fine di giugno del 1944.
Per un po' di tempo una spia slovena era rintanata a Uarbje sotto le rocce.
Due donne di Tarcetta gli portavano i viveri e le informazioni.
Nel libro di Cuffolo si dice che anche donne di Lasiz lo facevano. Io non posso dire né sì, né no; comunque quelle di Tarcetta so chi erano, perché una sera le seguii.
Volevo vedere esattamente dove era rintanata la spia, non per altro ma perché mettevo trappole per le volpi giù di là e non volevo scovarlo per sbaglio, perché forse sarebbe andata male tanto per lui che per me, siccome andavo in giro sempre armato.
Così potei vedere coi miei occhi le donne di Tarcetta incontrare la spia.

Anche quando macellavo i maiali mi portavo una rivoltella nei calzetti, calzetti fatti a casa di lana grossa; una rivoltella ci stava comodamente dentro sopra le scarpette, fatte anche queste a mano dalle nostre donne.

A macellare i maiali avevo incominciato giovane, perché tutti o quasi i macellai erano a fare il soldato.
Dopo la morte di mio padre avevo imparato da mio nonno, quando macellavamo il nostro maiale.
Siccome ero andato un paio di volte con Toni di Jalci a macellare, Valentino Gusola mi chiese di andare a macellare il suo maiale.
Io non me la sentivo veramente, ma poiché insisteva, lo feci.
Poi fu la volta di Cucovaz (Lukači di Tiglio); infine tutti mi chiedevano, a Ponteacco, a Brischis, a Tarcetta.

Tante volte passavo il Natisone con l'acqua che gelava per andare a macellare al di là: mi scalzavo per attraversare il fiume, poi mi ricalzavo come niente fosse.
La zia Angelina mi diceva di andare a Pulfero per passare sul ponte. Io dicevo di sì, invece attraversavo all'jes di Perovizza.

Una mattina faceva freddo da matti. Attraversai a Jes; l'acqua non era gelata ma i sassi lo erano e dovevo passare con precauzione per non scivolare. Arrivato dall'altra parte dove era la porta per far uscire l'acqua dal canale, vidi un bartolin; lo alzai e dentro vidi cinque belle trote. Svuotai il bartolin e misi i pesci nella borsa degli attrezzi, poi rimisi a posto il bartolin.
Quel giorno dovevo macellare il maiale di Lukači a Tiglio.
Il loro vecchio mi vedeva di buon occhio e sapevo che avrebbe approvato quello che avevo fatto.
Gli raccontai tutto e gli mostrai le trote. Vidi che la mia monellata gli era piaciuta.
Lui esclamò:
- Prekleti briščanji! (Maledetti quelli di Brischis!) -
Poi, siccome io dormivo a Tiglio per macellare ad altri, disse a suo figlio più giovane:
"Appena puliamo il maiale, prendi la bicicletta e porta le trote alla Angelina" (mia zia).

Avvenne gli ultimi di giugno del 1944.
Falciavo l'erba a Medvejak, sotto Pegliano.
Alla sera quando tornai a casa mi dissero che partigiani Garibaldini avevano tosato la Aurora di Kabasi (figlia di Antonio Kabas, ucciso come da racconto all'inizio), colpevole di fare la spia ai tedeschi.
Che spia poteva fare! Cosa poteva sapere lei. Proprio niente!
Andava a Cividale e precisamente a Rubignacco a far visita ai suoi piccoli fratelli, che dopo l'assassinio di loro padre furono ricoverati in quell'Istituto di orfani militari.
Vi andava anche una giovane di Cicigolis, ma nessuno pensò di toccarla.
L'Aurora era una bella donna, forse per questo se la presero con lei.

A proposito di Aurora, non so se era il '45 o il '46, le avevo appena ucciso il maiale, che era una femmina castrata e stavo per togliere il pelo (obrit), quando Aurora mi chiama da parte e mi dice:
"Efrem, na stuaj obrit masa rit; čen de j odriešeš figo lepua (Efrem non radere troppo il culo; voglio che le tagli bene la figa)".
Io risi e le chiesi:
"Cosa farai di lei? Non te ne basta una!?"
E lei mi rispose:
"Je adan ki me jo prasa nimar; san mislila mu jo pošjat po puašti!" (C'è uno che me la chiede sempre; ho pensato di mandargliela per posta!) -
Più tardi preparò un pacchetto e mandò Maria, sua sorella, a impostarla a Pulfero.
Non volle mai dirmi a chi l'aveva mandata; ma, chi sa, forse un giorno soddisferà la mia curiosità!

Presto dopo incominciarono ad arruolarsi nei Garibaldini anche giovani dei nostri paesi e anche due ragazze di Tarcetta sparirono senza dire niente ai familiari.
In luglio Pio Cernoia ed io ci avviammo verso Antro; andavamo a prendere il crocefisso e le lanterne per il funerale di Camillo di Budraj.
Arrivati a circa cento metri dalla curva di Plies fummo investiti da una moltitudine di spari e di pallottole che fischiavano da tutte le parti sopra le nostre teste.
Ci buttammo nel fosso; dalla statale sentimmo dei camion che passavano e un po' di spari provenienti di là. Quando i camion passarono Ponteacco ci incamminammo di nuovo verso Antro.
Passate le due curve, vedemmo un centinaio di metri più avanti i partigiani.
Pio ed io camminavamo molto più svelti di loro, così che in poco tempo li raggiungemmo e ci accorgemmo che una delle due ragazze sparite era tra di loro.
Pio fece gli occhi grossi anche perché aveva un debole per lei.
Il funerale si fece, ma parecchio più tardi dell'ora stabilita.

Anche amici miei si arruolarono: Ferruccio, Pasquale, Felice e il mio vicino di casa Beppino Sturam.
Io falciai tanta erbe quell'estate che da 88 Kg che pesavo alla fine ero passato a 70 Kg.

Verso la fine di settembre venne poi la disfatta.
Una sera tutti i partigiani se la davano a gambe verso la Jugoslavia e fu quasi la fine dei Garibaldini nelle nostre Valli.

Il battaglione Pisecane fu decimato a Taipana.
Mio cugino di Dolegna si salvò e arrivò a casa nostra pieno di pidocchi.
(vedi il racconto di Beppino "Per lui le campane a morto suonarono due volte").
Ricordo che le donne gli prepararono una mastella piena d'acqua ed io portai tutti i suoi indumenti in una "lonca" (covone di canne di mais).
In primavera bruciai tutto quanto, perché i pidocchi erano ancora vivi.
A Dolegna per Beppino avevano suonato le campane ed era stata detta anche una messa da morto. Mio zio Giuseppe, suo padre, venne da Dolegna a Tarcetta in bicicletta, sebbene fosse pericoloso, per informarci che Beppino era rimasto ucciso a Taipana. Beppino non era volontario, era stato mobilitato dai partigiani.
Immaginare la sua contentezza a trovare il figlio vivo a casa nostra.
Decise che Beppino sarebbe rimasto da noi fino alla fine della guerra, perché altrimenti l'avrebbero mobilitato di nuovo.

Durante le feste natalizie Eugenio Cecconi (il figlio della postina) mi chiese di aderire alla formazione Osoppo. Io risposi subito di sì, che ero disposto a farlo.
Un giorno, radunati una mezza dozzina di noi, ci disse che pure a Vernasso stavano organizzandosi, poi sarebbe venuta la volta di altri ancora.
Ci informò che a marzo, dopo aver prelevato i viveri, saremmo andati anche noi alle malghe.
Facemmo diverse azioni; quasi tutte erano dirette a procurare frumento anche per la Beneška Četa.
Eravamo d'accordo con i contadini:
si pagava loro il frumento che era pronto per partire per l'Ammasso e noi si faceva finta di sequestrarlo, così che i contadini non andavano nei guai con le autorità degli "Ammassi"
(tutti i prodotti venivano stoccati in questi Ammassi e poi distribuiti attraverso le carte annonarie).
Quasi sempre i contadini avevano gente sfollata presso di loro e allora era facile provare che i Partigiani portavano via il frumento con la forza.

In quei tempi si usava aiutarsi a portare le Kope (le mede di fieno). Un giorno tutti i ragazzi vennero nel nostro prato a Podčjukola presso Spignon.
Quando caricammo il fieno nelle brieme (fasci) io avevo caricato molto per non dover tornare ancora, così chiesi a Vigjut di Carli (Luigi Gusola di Tarcetta) di venire dietro di me, nel caso avessi avuto qualche guaio.
Arrivati sulla strada di Pegliano, sopra il cimitero di Antro, incontrammo mia zia Angela, che tutta ansimante per lo sforzo ci disse di fare presto perché Majeto di Banči le aveva detto che partigiani sloveni avrebbero attaccato i Cosacchi sotto Pegliano (erano passati dietro alla loro casa per salire verso Pegliano).
Mi chiese anche del nostro Beppino, perché aveva paura che incontrasse i partigiani sloveni che avrebbero potuto riconoscerlo. Le dissi che se non l'aveva incontrato, voleva dire che aveva preso la scorciatoia.
Le dissi di trovarlo e di dirgli di lasciare il fieno e di scappare, che sarei tornato io poi a prenderlo.
Ricordo che fino allora il fieno mi pesava terribilmente, poi non pesava più nulla, tanto ero preoccupato anche se, quando salii sulla pesa (perché avevamo venduto il fieno), Rakačin di Laziz pesò 148 Kg.

Avevo appena avuto il tempo di lavarmi che si sentirono spari sotto Pegliano.
I partigiani avevano attaccato i cosacchi.
In pochi secondi tutti i giovani sparirono.
Io andai a Cicigolis dai parenti di mia madre.
La mattina dopo arrivò la Gilda di Uarbanelči ad avvisare i suoi fratelli (anche loro si erano rifugiati a Cicigolis) che i cosacchi erano andati via.
Io tornai a casa. Mia zia mi disse che i cosacchi avevano tentato di bruciare Pegliano, ma che gli alpini repubblichini intervennero ed i cosacchi furono fatti partire per nuove località.
Una donna di Sosnje perse la vita nel tentativo di spegnere l'incendio della sua casa che era stata incendiata; fra l'altro la povera donna era incinta.
In conclusione in quella circostanza i partigiani avevano fatto solamente un gesto irresponsabile, completamente inutile.

Appena fatta colazione dissi a mia zia che andavo a prendere la brieme (il fascio di fieno) lasciato da Beppino. Invece andai sul posto dell'attacco ai cosacchi ed un po' sotto la strada di Karnica avvistai due cavalli uccisi.
Tornai di corsa a Tarcetta a prendere rinforzi.
Tornammo su in fretta con Manzin (Pasquale), Vigjac Pollauszah, Ferruccio Zabrjesčah, Dinac di Vančjoni e Felice di Katerni.
Tiranno i cavalli giù fino a Podmlisčje.
Uno di noi faceva la guardia, mentre gli altri macellavano i due cavalli. Quello che non portammo noi a casa demmo a Mario e Renzo di Lasiz, miei cugini.
Così che Tarcetta e Laziz mangiarono carne di cavallo per una settimana e, siccome Dinaz di Vančjoni aveva delle budella di maiale che gli erano rimaste, facemmo anche delle mortadelle.

Manzin ne combinava sempre: mentre stavamo aprendo il ventre di un cavallo (aveva lo stomaco molto gonfio), disse a Zabrjesčjah:
- Guarda, guarda! -
E gli mostrò il ventre del cavallo. Ferruccio andò vicino; pensava di vedere chi sa che cosa; quando era a una trentina di centrimetri, Pasquale bucò improvvisamente lo stomaco del cavallo e una valanga di robaccia mal digerita spruzzo in faccia a Ferruccio, che gridò:
- Manzin, te ubien!
Correndo al vicino ruscello, tuffò la testa nell'acqua.
Noi ridere come matti.
Poi Manzin tentò di farla anche a me. Gli dissi:
- Manzin, nabas ti glavo not (Manzin, mettici tu la testa dentro).

Specogna Efrem

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