Il cosacco

Non tutti i cosacchi erano uguali.
Quelli di stanza a Cicigolis erano notoriamente buoni.
Quelli di Biacis erano cattivi.
Qualcuno era bestiale!
Giunto a casa dal bombardamento di Castellerio, la zia ci servì il pranzo: una minestra di brovada con fagioli.
Era buona: sapeva di casa!

Eravamo ancora a tavola Liliana ed io, quando mi accorsi che la zia aveva qualcosa.

La zia era un animale sempre all'erta, di giorno e di notte, quand'era sveglia e quando dormiva.
Non le sfuggiva nulla.
E ora entrava e usciva da casa tenendo sotto controllo non sapevo cosa.

"I cosacchi" - bisbigliò.

Il cuore iniziò a battermi forte.
Non era ancora finita?!

Liliana mi rassicurò
- "Vengono tutti i giorni!" -

Ma quel giorno il cosacco entrò proprio in casa nostra.
Fece capire a gesti che voleva ispezionare la casa.
La zia lo lasciò fare ma lo controllava.
Il cosacco trovò una vecchia coperta militare della grande guerra. Iniziò a sbraitare con la coperta in mano:
"Partizan, partizan!"
La zia continuava a negare.
Lui volle salire al primo piano. La zia gli andò dietro, perché sapeva che i cosacchi approfittavano per rubare.
Liliana ed io ci sedemmo vicino al fornello sotto la finestra. Ascoltavamo in silenzio cercando di capire cosa succedeva sopra.
Il pavimento di quella camera scricchiolava molto, se si camminava.
Ci sembrava tutto normale.
Ad un certo punto però sentimmo correre avanti e indietro e capimmo che la zia stava lottando ma non capivamo perché.
La zia era forte e robusta, aveva quarant'anni e non aveva paura nemmeno del diavolo.
La sentimmo correre giù per le scale. Entrò in cucina e si mise vicino a noi.
Il cosacco giunse subito dopo.

Incominciò a sbraitare contro la zia, prese il fucile in mano e lo puntò contro di lei.
La zia mi prese e mi sistemò davanti a lei.
Io mi divincolavo vedendo quel fucile puntato contro di me.
"Non ti farà niente, non ti farà niente, non aver paura" -
diceva la zia.
Ma io continuavo a divincolarmi.
Liliana piangendo
- "Ma cosa vuole?"
La zia
- " ce de puajden z njin " (vuole che vada con lui).
Il cosacco iniziò a manovrare col moschetto mettendo la cartuccia in canna.
Liliana:
"Gren ist!" (Vado io)
e fece un passo avanti.
La zia gridò:
"Neee!"
Liliana incominciò a tremare tutta e ritornò a ripararsi dietro di me.
Liliana aveva quattordici anni, non aveva l'idea, così come non l'avevo io, di cosa le sarebbe capitato.
Del resto anche il cosacco non era molto convinto e insisteva con la zia.
Poi uscì da casa.
Fu tutto un silenzio per qualche minuto.

Ad un certo punto io avvertii dentro di me qualcosa di strano, come un impulso irresistibile a girarmi. Mi girai di scatto guardando dalla finestra e vidi il cosacco che dall'angolo della casa puntava il fucile contro la testa della zia e stava per sparare.
Diedi un urlo e spinsi la zia via dalla finestra e continuai ad urlare.
La Virginia di Banci, nostra vicina di casa, apparve sulla finestra appoggiata ai ferri, per vedere cosa succedeva.
Le gridammo:
"Il cosacco, il cosacco!"
Lei si girò, vide il cosacco e incominciò a scappare.
Il cosacco sparò un colpo di fucile, per fortuna piuttosto in alto.
Dopo ci raccontarono che la Virginia arrivata davanti a casa continuava a gridare al marito:
"Me j' ustrialu, me j' ustrialu!"
Lei era convinta di essere stata colpita, perché il marito le aveva raccontato che in guerra alcuni soldati colpiti a morte continuavano a correre e solo dopo un po' cadevano a terra morti.
Sapemmo anche che Efrem voleva venire giù col coltello da macellaio (stava macellando il maiale proprio da Banci) per affrontare il cosacco.
Lo dovettero tenere fermo.

Io sono sempre stato convinto di aver salvato col mio istinto la vita della zia.

Dopo lo sparo io continuai a piangere per un po', mentre la zia incominciò a sbirciare a destra e a sinistra per capire dove diavolo era finito il cosacco.
Non c'era!
"Letimo ceh Arnejan" (Corriamo da Arnej - nostri parenti).
Io non me lo feci ripetere due volte.
Uscii da casa e di corsa mi avviai verso Arnej.
Proprio sull'angolo della stalla di Toncokni andai letteralmente a sbattere contro il cosacco, che proprio da Arnej era andato un momento e stava tornando.
Diedi un urlo disumano, mi girai e tornai verso casa.
"Il cosacco, il cosacco!" - gridai.
La zia ci indirizzò subito giù per le scale verso la nostra stalla e poi al di là della strada verso Karli.
Il loro Vigiut ci nascose dapprima in una piccola stanzetta.
Ma poi i suoi ebbero paura, perché il cosacco aveva già gironzolato per il paese e dato fastidio a diverse famiglie, così ci consigliarono di nasconderci nelle fogne del paese, un canale sotterraneo che correva dalla "gorica", la piazza del paese, verso il monumento e che usciva proprio lì vicino.
Così finimmo nelle fogne.
Io, il più pauroso, mi addentrai parecchio. Avevo l'acqua alle caviglie. Faceva freddo. Stemmo lì oltre due ore, fino all'imbrunire.
Ci chiamarono e quando uscii incontrai la mia mamma, che era appena tornata dal suo lavoro. Le svenni nelle braccia.
Mi portarono a casa e mi rincuorarono.

In seguito a questo episodio don Cramaro, il parroco di Antro, andò a protestare presso il comando militare tedesco di Udine, che prese qualche provvedimento contro i cosacchi ma non ricordo precisamente quale.

La zia era convinta e lo ripeté più volte anche dopo la fine della guerra, che quello non era un vero cosacco. Secondo lei era un italiano che stava con i cosacchi e si fingeva uno di loro.
Non le ho mai chiesto su che cosa basasse questo suo giudizio. Forse nella colluttazione lui si era lasciato sfuggire qualche parola!

E quando alla fine della guerra i partigiani scesero da Spignon con un centinaio di cosacchi prigionieri, guardandoli sfilare dal cortile della nostra casa, la zia era convinta di aver riconosciuto quel finto cosacco e si pentiva sempre di non essergli saltata addosso e di non averlo insultato.

Che due giorni!
Due giorni, che hanno segnato la mia vita.
Il secondo, questo, è stato brutto, ma il primo, anche oggi ripensando, è stato mostruosamente peggiore.

Nino Specogna

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