Giorni di paura e di incertezza

Testimonianze di Mons. Marino Qualizza
Sono nato nell’ottobre del 1940 e il primo ricordo vivissimo che si è stampato in modo indelebile nella mia memoria risale al 14 ottobre del 1943, il giorno del bombardamento di Postregna.
Sul mezzogiorno con mio padre mi trovavo proprio sulla linea di transito dei bombardieri tedeschi che, a bassissima quota, giravano sulle nostre teste.
Avevamo trovato precario rifugio sotto un giunco - pod beko -. Ricordo solo che piangevo terrorizzato e vedevo girare sulla mia testa gli aerei, come grossi uccelli neri, e mio padre che, con saggezza, mi confortava, dicendomi che stavano scoppiando le mine, perché stavano facendo la strada per Oblizza.
Passato il pericolo, sulla strada verso casa, all’altezza della chiesa di san Leonardo, abbiamo incontrato due partigiani sloveni, che si erano nascosti sotto gli abeti vicini alla chiesa, perché avevano un cavallo bianco con loro.
Bersaglio facilmente visibile.

Da quel giorno i miei ricordi sono intrecciati costantemente con avvenimenti bellici, con gli scenari che cambiavano continuamente: arrivavano i tedeschi ed i partigiani si ritiravano, per darsi il cambio pochi giorni dopo.
L’incertezza regnava sovrana.

Meno di un mese dopo il bombardamento di Postregna, mio padre con altri due uomini di San Leonardo furono reclutati nelle formazioni partigiane, fiduciosi di evitare la leva in quanto padri di famiglia.
Ma le promesse non furono rispettate, e così i tre si fecero due settimane di servizio militare fuori tempo, fino al 6 novembre quando ci fu il bombardamento di Castelmonte, dove si trovava la compagnia partigiana e dove mia madre con un’altra signora di san Leonardo si erano recate per portare il pranzo ai mariti militari.

Proprio a metà del pranzo comincia il bombardamento nel panico generale e nella dispersione di tutti.
Quel giorno volevo essere a Castelmonte anch’io, perché avevo insistito con mia madre per andarci, ma lei, saggiamente, mi aveva imposto di rimanere a casa, per mia e sua fortuna.
Con la fuga di tutti fu presa la decisione di terminare anche il forzato servizio militare e fu deciso il ritorno a casa.
Ma qui ci fu la seconda sorpresa della giornata.
Mio padre aveva aspettato l’imbrunire per rientrare in paese. Ma proprio all’ingresso del paese fu fermato da due partigiani, che l’aspettavano al varco insieme ad altri fuggitivi.
Fu condotto a casa, dove intanto mia mamma aveva appena cotto la polenta. Fu questa a salvarlo. I due partigiani, originari del Collio, in cambio di una cena a base di polenta e formaggio lo lasciarono libero, con le raccomandazioni del caso.
Non ebbe in seguito nessun fastidio, anche se i partigiani erano ormai di casa.

Dall’autunno del 1943 alla fine di aprile del 1945 passammo 18 mesi di continue paure e apprensioni.
Spesso ci si svegliava la mattina al suono dei cingolati tedeschi che avevano circondato il paese.
Il sinistro rumore dei veicoli militari creava un’aria di terrore dove non si osava neanche fiatare.
Ma per alzarsi bisognava uscire sul poggiolo e mostrarsi in pubblico con il pericolo di qualche schioppettata ad ogni momento.
Peggio però era quando i tedeschi arrivavano di notte e battevano alla porta della camera con il calcio del fucile.
Aprire o non?
Una volta il papà aprì e offrì della grappa da bere.
Accettarono solo se prima avesse bevuto il papà e la cosa filò liscia.
Un’altra volta la situazione si presentava più inquietante, perché i tedeschi erano nervosissimi e urlavano in modo preoccupante.
Quella notte non aprì, ma pizzicò robustamente mia sorella di pochi mesi; si mise a strillare disperatamente e dall’esterno si sentì una voce: Kinder! (bambini) e se ne andarono.

Negli intermezzi più tranquilli sostavano in paese i partigiani sloveni.
Non ho memoria precisa di cosa facessero in quei periodi; ricordo solo che tutti noi bambini, io oscillavo tra i tre e i quattro anni, avevamo imparato molte canzoni partigiane, che cantavamo a squarciagola, quando l’ispirazione ci guidava.
Indubbiamente questo era il risultato di una azione didattico politica che i partigiani facevano per attirare la popolazione dalla loro parte e presentare i motivi della lotta contro il nazismo.

Poi vennero, da buoni ultimi, i Cosacchi.
Presero alloggio anche nella nostra casa.
Mi ero fatto degli amici fra di loro. Uno in particolare mi mostrava tanta simpatia.
Una sera era particolarmente triste ed aveva cercato di scacciare la tristezza con il vino. Era quindi un po’ alterato.
Era l’ora di cena, mi prese in braccio e voleva che mangiassi solo io; mi dava da mangiare, quasi m’imboccava e piangendo mi diceva «Sina moj» - figlio mio.
Poi i miei mi spiegarono che aveva lasciato in Russia la giovane moglie con un bambino della mia età.
Quando finalmente permise a mia mamma di portarmi a letto, mi diede un biglietto di non so quale importo, ma di una certa consistenza.
Mi sentivo fiero di quel regalo che era un aiuto importante per la famiglia in quei giorni.

E vennero gli ultimi giorni di guerra, alla fine di aprile del 1945.
Il 28 aprile, se ben ricordo, già dal mattino c’era una animazione ed un via vai inusuale.
I Cosacchi avevano il loro quartiere generale a San Leonardo nella caserma dei carabinieri.
All’altezza della casa di Vittorio Mašerkni avevano posto una scala a pioli che sbarrava la strada. Lì facevano la guardia due cosacchi e noi bambini e adolescenti a vedere che cosa stava succedendo.
Per tutto il giorno si susseguivano incontri, perché da Merso arrivavano i delegati dei partigiani italiani per trattare la resa dei Cosacchi.
Cosa che venni a conoscere in seguito, ovviamente.
A quattro anni e mezzo ero impressionato da ciò che si svolgeva.
Vedevo arrivare due rappresentanti da Merso con il cappello da alpino e mi pare con una bandiera in mano, ma non ricordo di quale colore.

Il pomeriggio ci trovammo in tre o più famiglie nella cantina di nostra proprietà, che si trovava al centro del paese in posizione riparata.
Era in corso una battaglia, di cui però non ricordo né spari né niente, ma solo la paura.
Nel tardo pomeriggio uscimmo dalla cantina, dinanzi alla quale c’era anche un carro cosacco abbandonato, ma su cui non c’era più niente, perché qualcuno più coraggioso aveva portato via quello che vi si trovava.
Come pure nei campi vicini un uomo, durante l’infuriare della breve battaglia, inseguiva una giovane puledra sfuggita ai cosacchi e ne fece preda di guerra e valido aiuto nel lavoro dei campi per diversi anni.

Verso l’imbrunire con alcuni giovanotti del paese, noi bambini salimmo fino alla chiesa di San Leonardo sulla strada che porta ad Altana.
Da quella borgata i partigiani sloveni, alcuni della Benecia, portavano a valle i carriaggi tolti ai Cosacchi.

Improvvisamente per lo scarto di un cavallo un carro si rovesciò e istintivamente i giovani, che si tenevano a debita distanza, vollero intervenire per dare una mano, quando si udì uno sparo che ci fece arrestare immediatamente.
Mi ricordo ancora che nella nostra ingenuità, dovendo attraversare la strada, ci domandavamo:
«Al’ je šlà že mimo kugla? - già passata la pallottola?».
La giornata ci concluse in casa, dove rientrato, trovai seduto a tavola Genjo Vogrig, uno dei partigiani della Benecia, che raccontava di aver sparato lui il colpo di fucile che abbatté il cavallo, perché nel rovesciamento del carro si era irrimediabilmente azzoppato.
Fornì la carne per una buona settimana per la popolazione stremata dalla guerra.
Il giorno dopo, con mio padre ritornai sul luogo degli ultimi scontri fra partigiani e cosacchi per cercare tra i cespugli, se questi ultimi avevano nascosto qualche oggetto per evitare che fosse preda dei partigiani.
Trovammo qualcosa, ma poi mi assalì una tale paura, perché sentivo da lontano qualche sparo, si da costringere mio padre a lasciare la ricerca e a far ritorno a casa, in luoghi più sicuri.

Così la fine della guerra mi lasciò come trauma questa paura che veniva rinnovata ogni volta che qualche rumore ricordava i cingolati tedeschi, gli spari e gli scoppi dei bombardamenti.
Si trattò di una esperienza unica, vissuta sempre nell’incertezza.

Dicevano i miei genitori: non si sapeva mai da che parte si era, perché ogni giorno si cambiava padrone.
Forse la cosa migliore l’hanno fatta coloro che di padroni non volevano sentire parlare e hanno combattuto per la liberà a rischio della vita.
Molti la vita l’hanno persa.
A noi hanno dato l’esempio che una vita persa in quel modo diventa dono prezioso per tutti ed è vita riscattata per sempre.

A noi il dovere di non dimenticare.
Mons. Marino Qualizza
DOM 31-05-2005

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