PRESENZE D'ARTE

Luogo suggestivo
Luogo suggestivo
Il prof. Carlo Mutinelli parla della grotta, riferendosi soprattutto ai manufatti che nel corso dei secoli si sono sovrapposti
La natura ha certamente creato il primo fattore di suggestione poetica del pittoresco, aspro recesso che accoglie la famosa " grotta " ed il non meno notevole Santuario di S. Giovanni d'Antro.

Ma questa è arte di Dio e non della volontà dell'uomo; il quale tuttavia, un certo momento, scopre questo strano recesso e lo fa suo, interferendo nella sua vita e nel suo aspetto.

Quando l'uomo cominciò ad occuparsi di questo antro naturale e quando con il suo ingegno cominciò a modificarlo secondo i suoi bisogni, e cioè ad apportarvi la "sua" arte?
Scalinata di accesso
Scalinata di accesso
Altri in questo stesso studio, e ben preparati, tratteranno di questi primordi e ne sunteggeranno la storia, o la sua probabilità, dagli Evi più antichi fin quasi a noi.
Non voglio quindi invadere campi e compiti altrui.
Resta il secondo capitolo: quando e come l"arte" dell'uomo sia intervenuta a dare le presenti apparenze alla celebre grotta-santuario.

Nel IX° secolo - lo attesta la lapide del diacono Felice - questo luogo era già consacrato al culto di S. Giovanni, e, con tutta probabilità, si deve intendere con questo nome sia il S. Giovanni Battista, quanto il S. Giovanni Evangelista, quasi sempre inseparabili fra loro (vedi per es., le due Chiese dello stesso titolo a Cividale).
Lastra tombale del diacono Felice
Lastra tombale del diacono Felice
Questo titolo e l'orientamento del vero e proprio " Santuario ", in accordo con le molte leggende sorte intorno a questo luogo, attesterebbero, quasi con sicurezza, un'origine longobarda.
Tuttavia di "arte longobarda", né di altra di alcun sapore altomedioevale, nulla, assolutamente nulla, è sopravvissuto, e gli stessi caratteri della lapide del Diacono Felice non sono del tutto convincenti nemmeno per il secolo X°.

E' evidente però che in quel periodo il sacello esisteva: la sua ubicazione ed il suo orientamento, ottenuti entrambi a prezzo di sforzi e di accorgimenti ingegnosi, lo denunciano.
Soltanto se tali dato di fatto rispondessero ad una prassi inderogabile di necessità assoluta, sarebbero giustificate le immense fatiche per attuarli.
Scalinata di accesso
Scalinata di accesso
La " caverna ", è vero, preesisteva dalle epoche glaciali; ma per trasformare questo alveo sotterraneo di un torrente misterioso e spesso pericoloso in luogo abitato - non indaghiamo, per ora, quale esso sia stato né a quale scopo esso abbia servito - occorsero lavori immani e soluzioni ingegnose, addirittura eccezionali.
Basti pensare alla sorprendente costruzione del doppio " criptoportico ": uno per lo scorrimento delle acque, l'altro come vero e proprio viadotto di comunicazione umana tra l'esterno e l'interno.
Le due gallerie sono lunghe ben 18 metri e sono costruite a regola d'arte, per servire entrambe, nel contempo, come massiccie e solide basi portanti della platea superiore.
Il canale di scolo sotto la chiesa
Il canale di scolo sotto la chiesa
Che il primitivo e forse unico accesso al salone-grotta sia avvenuto attraverso l'accennato "criptoportico" per raggiungere il vano " a posteriore ", è di tale evidenza che senza questa certezza il prezioso, e costoso, e lungo manufatto si renderebbe inutile.
E' impossibile immaginare che esso servisse solo come addito alle profondità della grotta?
Certamente anche a questo, visto che la famosa "pila-mortaio", o creduta " macina " che sia, (ma è poi tale?), si trova nel canale retrostante non accessibile se non con collegamento a ponte sopra il torrente, da questa parte: ma non solo a questo!

Il "criptoportico " conduceva, come tutt'ora conduce, ad una scala che sale al piano artificiale della grotta; il quale poggia appunto sull'archivolto dei due lunghi manufatti, avendo come aggancio e rinforzo naturale le probabili sporgenze della roccia stessa lungo il correre verticale delle pareti.

Che si debba considerare quasi moderna la odierna pittoresca scala di accesso sul lato esterno del piano rialzato lo dicono le stesse pietre di spoglio dei suoi gradini, la irregolarità delle loro lunghezze, la precarietà dell'insieme, ed in fine, la presenza, ad altezze che renderebbero impossibili il transito ad un uomo anche di modesta statura, di regolari fori quadrangolari cavati nella parete rocciosa che tradiscono l'infissione di travi portanti orizzontali, atti a sorreggere un pianerottolo immediatamente sotto la campana, allogata nell'arco del luminare naturale al limitare della grotta stessa.
Altri fori minori lungo la parete fanno supporre anche un ponticello di accesso a questa cella campanaria in comunicazione con la grotta, con un sistema di costruzione lignea tale da rendere praticamente impossibile un qualunque ingresso al santuario, dal basso, in quella fronte.

Scala e ingresso furono certamente eseguiti quando la grotta grande venne adibita per intero a luogo di divozione ed in essa si pose, allogato verso il fondo, l'altare.

Certamente, per ovvie ragioni, quando l'ingresso era soltanto quello posteriore, quell'altare non esisteva.
Perché?

Per spiegarcelo dobbiamo ripensare alla genesi storica di questo strano luogo.
Grotta naturale, profonda, sicura: va bene.
Presenza di acqua perenne: quindi possibilità di vita.
Ma mentre si sono trovate tracce di ossa di animali preistorici, nulla è stato trovato che possa attestare una presenza umana "permanente" presso nessuna epoca.
Cranio di Ursus Speleus
Cranio di Ursus Speleus
La costituzione della grotta stessa - lungo letto aspro ed angusto di un corso d'acqua sotterraneo che nei periodi di disgelo diventa torrente torbido, pieno e travolgente - lo impediva naturalmente.

La così detta " macina" ed il non meno celebre "forno" non sembrano molto antichi e, d'altro canto, non sono, essi soli, sufficienti ad attestare una vita umana "preistorica" o "protostorica" in loco.
Essi sono senz'altro invece documenti di tempi e di contingenze ormai innestati nella " nostra " storia.
Pila-mortaio o battistero ariano?
Pila-mortaio o battistero ariano?
Forno
Forno
Chi fu il primo abitatore che diede poi il via allo sfruttamento, almeno parziale, della parte anteriore della grotta? Probabilmente un anacoreta.
Cristiano, naturalmente, e da porsi già nel V° secolo o nel VI°, quando quest'uso era tutt'altro che raro.
Nella "bocca " della grotta, in alto a destra, a circa 4 metri d'altezza, (il posto ora occupato dalla cappelletta) esisteva una semi-grotta, o meglio, un profondo sotto-roccia che poteva offrire un certo riparo a chi si voleva segregare dal mondo.
L'altezza di quasi 30 metri dalla valletta di accesso (l'odierna lunga scala esterna di 83 gradini ne dà l'esatta indicazione), isolava il volontario recluso senza togliergli la possibilità di ricevere dall'esterno la carità dell'indispensabile alla sua esistenza, (il famoso cestello calante dei vecchi dipinti delle storie degli anacoreti!), mentre l'acqua gli era, si può dire, a portata di mano.

Dall'esistere di una simile forma di vita umana alla costruzione in quel luogo di un sacello che presto, per la presenza del santo custode, acquistasse presso le popolazioni della valle fama di miracoloso, il passo è breve.
Nell'VIII° secolo, con aspetto certamente diverso del presente, esso doveva essere un fatto compiuto. La famosa lapide ed il decreto berengariano accennante alla presenza permanente in quel luogo del diacono Felice, fanno entrare la suggestiva ipotesi nella storia vera e propria.
Ma le vicende di quei tempi lontani sono dense di paurosi avvenimenti: gli Avari, i Goti, i Longobardi, i Franchi, gli Ungari, i Turchi, gli Alemanni ecc. ecc., fecero spesso di questo paese un campo di battaglia e di queste vallate la strada obbligata al loro furioso passaggio.
Alla povera gente del luogo, inerme e pacifica, non rimaneva che lo scampo di un rifugio fra gli antri inaccessibili noti solo a loro.

Ed allora ecco che accanto all'anacoreta, vediamo accorrere una piccola colonia spaurita, appena vegliata dai maschi più validi, armati forse solo di roncole, asce e bastoni.
Fu allora, probabilmente, che nacque la pila-molino e si costruirà, in un altro sottoroccia esterno protetto e difeso, il più antico forno.
Alla bocca della grotta si doveva ancora accedere con scale di corda o di legno a facile ritiro.
Si pose mano allora alla costruzione della piattaforma superiore?
Forse.
Ma le basi murarie più antiche non sembrerebbero essere anteriori al XII°-XII° secolo.
Cioè dal tempo in cui questo antro ebbe a divenire succursale e fortilizio esterno del sottostante castello, del quale, l'antico ponte di accesso, qualche rudere e la chiesetta di S. Giacomo, ne sono oggi l'unico modesto ricordo.
Appunto: XII°-XIII° secolo.
Allora si provvide alla prima razionale sistemazione della grotta, cui certamente, col tempo, dovettero seguire degli altri ritocchi, senza per altro modificare sostanzialmente il progetto primitivo.
Il quale doveva risolvere tre importanti problemi:

1. creare un passaggio indipendente e sicuro alle acque del torrente, prevedendo anche le piene più pericolose;

2. creare un accesso pratico all'uomo che doveva raggiungere sia eventualmente le profondità della grotta, quanto il piano artificiale soprastante, costruito a livelli della grotta-santuario;

3. usare di questa platea artificiale per necessità vitali.

Infatti, nella parte più interna essa avrebbe potuto prestarsi a sostenere sovrastrutture o comunque elementi di adattamento per permettere una eventuale vita a lunga permanenza.

In questo modo la grotta acquistava un ben chiaro significato: una parte di essa poteva servire alla vita d'emergenza (dormire, abitare, custodire cose, derrate, armi, ecc.) mentre l'altra si trasformava in aula chiesastica, della quale l'antica cappella-santuario a Est, diventava il regolare "presbiterio" funzionale a tutti gli effetti.

Allora con questa visione tutto si rende logico: l'accesso terragno attraverso la galleria parallela al " tunnel " per le acque; la scala e l'ingresso posteriori; il suo sviluppo in profondità (m. 18x8x6) che, così, vuoto come ora si presenta, male fa intendere la sua realtà razionale a doppio uso.
Quando nel secolo XV° si guardò a questo luogo come a già celebre centro-santuario, allora intervennero più importanti lavori di consolidamento strutturale e di cura artistica.
E' di questo tempo un ulteriore consolidamento delle strutture murarie di base; la possibile costruzione in pietra della lunga scala di accesso esterno (la data del 1001 in essa erroneamente accennata è una arbitraria interpretazione di una iscrizione, frammentaria, divenuta gradino forse anche dopo di questo primo periodo di costruzione); la sistemazione del primo accesso alla base di una torre di difesa che attraverso un pittoresco ponte interno porta all'imbocco del " criptoportico ", che, a sua volta, porta all'ingresso del santuario soprastante; il consolidamento delle "volte" della piattaforma, e, finalmente, la ricostruzione della cappella santuario ad opera di Andrej von Lach, del quale appresso si dirà.

Un ulteriore ampio ritocco si ebbe alla fine del secolo XVII° ed altri alla metà del secolo scorso ed anche nella prima metà di questo.
Fu allora che la grotta grande diventò chiesa maggiore e l'antica cappella-presbiterio semplice cappella devozionale aggiunta.
Altare ligneo
Altare ligneo
Fu allora che in questa cappella fu allogato, con adattamento non molto felice, il vecchio altare scolpito e dorato (ora nella grotta) nel quale vennero accomodate le statue dei Ss. Giovanni, evidentemente di stile, di mano e di luogo differenti.
E' nella prima metà dell'Ottocento che sull'altare della grotta grande venne invece posta in onore una Madonna con Bambino di gusto neoclassico,

di scuola intorno al Politi (ora nella sacrestia della parrocchiale), mentre, demolendosi la vecchia parrocchiale del paese (probabilmente costruita anch'essa da Andrej von Lach in stile gotico-slavo), se ne trasportarono alcuni elementi: il pulpito in legno (ora sparito ma visibile e godibile fino ad una trentina di anni fa); l'acquasantiera esterna con la coppa sostenuta da una mano (motivo abbastanza frequente nelle valli del Natisone)

e due mensoloni scolpiti, già basi dei piedritti delle cordonature delle crociere a stella della demolita costruzione in paese, ora, una al sommo della odierna scaletta di accesso, l'altra al lato sinistro dell'ingresso alla cappelletta ed entrambi in funzione di mensola-tavolino.

E' in questo periodo che demolita la vecchia costruzione-campanile di legno, si libera con ciò il grande finestrato naturale a valle e si costruisce il presente accesso con relativa scala di più pratico e rapido disbrigo.
Senza contare che con questa importante modifica si aggiunge al pittoresco luogo una pennellata incomparabile di stupendo effetto scenografico e di indimenticabile suggestione.
Sudario
Sudario
Ma ora è tempo che si venga a parlare della Cappella-Santuario che, portando firma e caratteri di un fecondo artista minore, Andrej von Lach, operante sullo scorcio del secolo XV°, soprattutto proprio in queste valli, è un cimelio architettonico importantissimo.
Cappella
Cappella
La cappella, come si disse, nacque da un sotto-roccia in epoca lontanissima.
Nell'alto-medio evo essa ricevette una struttura muraria che nell'orientamento e nel suo perimetro rimase rispettato anche nelle ricostruzioni posteriori.

Essa è costituita da un vano unico di m. 6,48 x 3,60. Strutturalmente si riconosce nello spazio l'articolazione di una "auletta" quadrangolare (3,60 x 3,26) ed un " presbiterio " a spicchi di circa m. 1,54 (quello centrale 1,44) con sviluppo ottagonale.
L'altezza è di circa 4 metri.
L'abside fu poligonare fin dalle più lontane origini per la necessità di adeguarsi allo spazio condizionato dalla strutturazione della roccia che la ricopre per tutta la metà sinistra.
La paretina di centro doveva appoggiarsi in parte anche alle sovrastrutture esterne di una torre di sostegno e di difesa, della quale si possono scorgere, infatti, ancora le strutture di base a solidi e grossi conci.
Le due finestre-luce si aprono entrambe sulla parete destra, l'unica libera: una con direzione sud-est, nella paretina poligonare a destra del centro, l'altra decisamente a sud, nella parete dell'aula-avancorpo.
Dell'antica struttura medioevale si scorgono due strati di decorazione ad affresco nelle paretine dell'abside.
Si tratta di grandi croci entro nimbi a raggi uncinati disposti a girandola, dipinte in terra rossa (sec. XI°?) e da un lacerto di affresco figurato (erroneamente creduto parte di una scena con Giuditta e Oloferne (?) - tradizione popolare) che mostra di essere chiaramente la nucca capelluta a cirri anguiformi di un S. Giovanni Battista, secondo la iconografia, fino a tardi ripetuta, di origine bizantino-orientale (XII° sec.?).

Dunque quando Andrej von Lach, nel 1477, pose mano alla sua ricostruzione, egli ebbe una partenza ambientale condizionata e tutta la sua abilità di costruttore tardo-gotico dovette essere rivolta soprattutto alla soluzione del soffitto, alla forma dell'arco d'ingresso e alla apertura delle due finestre della parete sud e poco altro.

Andrei von Lach non giungeva nuovo a S. Giovanni d'Antro.

Abbiamo accennato che sua doveva essere stata anche la vecchia chiesa parrocchiale del paese.
Certamente sua (v'è sicura documentazione) erano le chiese di Brischis, Cragno, Vernasso, Seldo di Boreana, Bergogna, e poi ancora Tolmino, Vor Carjie, ecc. (vedi l'ampio studio su questo artista di Emiliano Ceve in " Loski razgledi ", del 7-8-1910, n. 1).
Andrea von Lach apparteneva a quel gruppo di artisti artigiani slavi, educati nel centro di Skofjia Loka (Venezia Slovena) con gusto tardo gotico di derivazione carintio-austriaca, con modifiche interpretative di gusto locale.
Pare, come dall'elenco citato, egli sia stato molto attivo ed a sua volta divenisse elemento di imitazione da parte di una schiera di più modesti artefici, operanti lungo la valle e nei dintorni.
Ma delle opere di A. von Lach, oggi rimane soltanto proprio questa di S. Giovanni in Antro!
Essa è, si può dire, intatta e per di più è firmata e datata.
Ed è una fortuna!

Alla soglia della cappella, sul lato destro, in alto sulla parete, una bella lapide con grandi caratteri gotico-tedeschi porta il suo nome ("Maister, andre von lach") e la data 1477 (1mo 4mo 7mo 7.). V'è poi la sorpresa di un altro nome: "Jacob " che probabilmente è quello del suo lapicida collaboratore.

Alla cappella si accede attraverso un ampio arco a semplice sesto acuto, fatto di blocchi di calcare grigio, sagomato a faccie ottagonali e interrotto da un capitello a mensola, senza alcuna particolare caratterizzazione gotica.

Un gradino rialza la soglia ed il conseguente pavimento a larga lastricatura di pietra.
Ancora un gradino separa l'auletta dell'abside, al centro della quale, sopra ancora un gradino, si innalza la piccola mensa d'altare (moderna).
Nelle pareti a sud-est e nord, all'altezza di 2 metri, si aprono le due monofore gotiche con forte sguancio interno (cm. 20, alt. m. 1,78, luce m. 1,38) di taglio elegante e risolte in alto in due lobi con foglia centrale fortemente lanceolata. La cornice è di pietra, come l'arco di accesso.

Ma l'opera di A. von Lach si svolge soprattutto nella soluzione del soffitto a volta stellata, qui quanto mai felice.

Essa si attua in due tempi, secondando in questo la suddivisione spaziale tra l'auletta e il presbiterio, ma si conclude in senso unitario senza soluzione di continuità.

Da una parvenza di campata unica nella prima parte e sopra una successione di cinque arcatelle parietali nel perimetro presbiteriale egli elevò un ascendere di archi gotici eleganti composti da semplici costoloni sagomati a buon rilievo, che, incontrandosi e incrociandosi a losanga, determinano nelle volte un vago intreccio alveolare a forma di stella, a sette punte sopra l'absidiola ed a otto sull'auletta.
Il centro delle rose-stellate è fermato ed ornato allo stesso tempo da un grande "clipeo" chiave: nel presbiterio con una Madonnina incoronata e in gloria col Bimbo, nell'auletta con un " Cristo Maestro " con il Vangelo aperto e la mano benedicente.

Tutti i "nodi" e sono ben diciotto, sono decorati da clipei minori, alcuni a rosa, altri a margherita, altri a "scudo" (uno porta la caratteristica sigla di Andrej von Lach, che qui ne ribadisce la firma), altri ancora a testa umana (in due chiaramente con l'indicazione del sole e della luna in semplicistica caratterizzazione umanizzata).

Un tempo queste specie di "chiavi d'arco" dovevano essere policromate (in qualcuna è superstite qualche traccia di colore); come pure policromati dovevano essere secondo l'uso, i costoloni stessi.
I vari "restauri" li hanno scialbati cancellandone ogni traccia.

Di particolare interesse sono le "mensole" sulle quali poggiano i "piedritti" degli otto archibase del sistema dei costoloni stellari del soffitto.

Essi, nell'ordine, da sinistra a destra, presentano:

1. un pastore con bastone,
Pastore con bastone
Pastore con bastone
2. un personaggio con boccale da vino in mano e alla spalla sinistra una "pigna granulata" (uva? grano? faretra?),
Personaggio con boccale
Personaggio con boccale
3. un personaggio barbato con un cartiglio a fascia di traverso (Profeta?)
Cariatide
Cariatide
4. altro simile al precedente,

5. una figura femminile con le braccia e le palme divaricate come in atto di portare o sostenere qualcosa,
Figura femminile che sorregge qualcosa
Figura femminile che sorregge qualcosa
6. un suonatore di cornamusa,
Suonatore di cornamusa
Suonatore di cornamusa
7. un suonatore di liuto ad arco, o meglio di una " gusla ", (tipo di violino popolaresco), forse allora nell'uso della valle,
suonatore di gusla
suonatore di gusla
8. una figura con le mani giunte in preghiera adorante.

Queste figure - tutte dei mezzi busti - sono scolpite rudemente e sommariamente, ma non senza una certa forza vitale.
Esse potrebbero essere semplice pretesto ornamentale a tema popolaresco capriccioso, eseguite forse da quel "Jacobo" segnato nella targa. Ma dato l'uso dei tempi di dare sempre un significato a ciò che serviva ad abbellire una "casa di Dio", per modesta che essa possa essere stata, e notando ancora che esse sono alla base del sistema stellare che porta come centro la figurazione della Vergine Madre e del Cristo Maestro suo Figliuolo, i personaggi qui rappresentati dovrebbero necessariamente essere idealmente legati fra loro e legati al " tema " centrale.

Non sarebbero essi per caso i personaggi di un ideale " Presepio " composto in ossequiente " danza" intorno alla Madre dell'Uomo-Dio?
I personaggi, infatti, ci sarebbero tutti: il pastore - l'offerente - i Profeti (Isaia! David!) - la donna con i pannolini - i musicanti - la fanciulla adorante. Proprio tutti: come nelle più belle consuetudini presepiali!
Tutto l'ambiente concorrerebbe anche a giustificarlo: il luogo solitario e pastorale, l'uso universale della rappresentazione del Presepio, la luce (delle finestre), che viene da oriente, la presenza della figurazione del sole, della luna e delle stelle (margherite) nelle chiavi del soffitto; ed in fine l'essere stato il Battista il grande Precursore del Redentore.

L'idea ora espressa può sembrare forse ingenua ed infantile, oltre che poetica: ma forse non troppo.

Non è noto forse, per le stesse cause e ragioni, al tempo nostro, l'uso di festeggiare il Natale proprio in questo suggestivo luogo?

E questo ritorno non può essere un istintivo necessario ricorso di uso un tempo praticati e col tempo dimenticati?
Comunque sia, una cosa è certa: in alcun altro luogo il Natale di Gesù è meglio ambientato che nella grotta d'Antro: e questa non è affatto una scoperta d'oggi.

Ma portiamo a termine questa nostra breve indagine d'arte nel suggestivo ambiente.

Sull'altarolo della cappelletta è stata da poco sistemata fra due angeli barocchi di marmo, una statuetta di pietra tenera di buona fattura dei primi del 1600 di una Madonnina seduta con il Bimbo in grembo.
Essa, come i due paffuti angeli, proviene dai depositi della chiesa parrocchiale.
A retro si erge un grande Crocifisso popolaresco (di legno), pure, forse, del secolo XVII°.
Nella grande sala-grotta è stato invece allogato, pure recentemente, il grande altare barocco scolpito in legno, policromato e dorato, prima nella Cappelletta, ma proveniente senza dubbio dalla vecchia parrocchiale.
Si tratta di una caratteristica opera barocco-slava della scuola del maestro Tuscut di Caporetto, operante tra la fine del 1600 ed i primi del 1700.

Fu il Tuscut un artista artigiano di tono popolare ma abile nell'intagliare e fantasioso nel creare complicate " macchine ", particolarmente bene accette dal popolo semplice che gliene ordinava con entusiasmo. Opere sue si trovano a Vernasso e perfino verso la piana: a Grions del Torre (vedi Marchetti e Nicoletti, " Scultura lignea in Friuli ".
In questo altare egli ripete i motivi a lui cari: complicati intrecci, trafori, reminiscenze classiche, ispirazioni floreali, protomi umani, teste di angelo, ecc. ecc., con profusione veramente barocca! Nelle tre nicchie campeggiano i Santi Titolari (1) e nel timpano di cimasa campeggia una alquanto impacciata " incoronazione della Vergine " con ai lati l'arcangelo Gabriele e la Madonna nella scena dell" Annunciazione".
Il tutto è assai guasto e alquanto sconnesso: un radicale restauro sarebbe da ritenersi di necessità urgente. Tuttavia questo altare con le sue dorature e la sua ingenua eloquenza porta, per contrasto, nel pittoresco squallore roccioso della caverna, una nota calda gradita e suggestiva di particolare effetto.
Perciò sarebbe gran perdita se per incuria, o per altro, questo ormai raro e quindi prezioso cimelio d'arte popolare andasse menomato o perduto.

Lo sguardo panoramico è finito ma, per concludere, si dovrà pure fare appello a quanti possono, a quanti vogliono, a quanti devono curare le nostre cose-ricordo del tempo, affinché non solo questo unico, straordinario monumento della natura, dell'uomo e della fede sia conosciuto, visitato ed amato, ma soprattutto perché venga "salvato" E' l'ora!

Esso è malato, bisognoso di cure e di urgentissimi lavori.
La umidità lo corrode, i muri si brecciano, i legni marciscono. Già la linda del tettuccio sulla cappella è crollata.
Le scale sono sconnesse: le basi vanno rivedute ed altri lavori sono impellenti ed urgenti.
Un gruppo di appassionati vi ha posto la luce elettrica.
L'ottimo parroco del paese fa miracoli d'amore per questo millenario santuario: ma bisogna fare di più!

E' necessario che questo monumento, denso di tante realtà e fonte di tanta poesia spirituale ed artistica, continui la sua missione di fede, di educazione e di bellezza per i figli presenti e futuri, nel tempo e nei tempi.

(1) Durante il diligente restauro ora in corso per l'intero altare, la statua di S. Giovanni Battista del centro si è rivelata opera ottima della tipica maniera di Giovanni Martini, proveniente certo da altro altare scomposto ed ora perduto.

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