Cenni storici

Antro e Grotta
Antro e Grotta

Ingresso alla grotta
Ingresso alla grotta
Il prof. Giovanni M. Del Basso ripercorre tutta la storia della grotta, dai lontani secoli della preistoria fino al 1500


La storia di antro

Kropiavnjak
Kropiavnjak
La storia d'Antro si perde lontano nei secoli, anzi possiamo dire che la storia sia preceduta da una lunga preistoria dalla quale non sappiamo altro che quello che dicono i resti di animali, di uomini e di manufatti antichissimi ed antichi trovati in esso.
Forse vecchio sentiero sulle rocce, difficile da individuare
Forse vecchio sentiero sulle rocce, difficile da individuare
Il luogo offriva agli uomini preistorici, preoccupati della loro sicurezza e del loro sostentamento, ogni conforto che essi potessero desiderare in un'ampia grotta nei pressi d'un corso d'acqua e in posizione inacessibile. E poiché gli uomini ebbero la saggia tendenza a non abbandonare i luoghi già collaudati dai loro antenati, sia per quella naturale inclinazione a non disertare i luoghi noti, sia per il logico motivo che quelli già abitati offrivano maggiori garanzie di sicurezza a chi andasse a cercarne, Antro diventò e restò uno stanziamento umano stabile, anche quando i suoi abitanti uscirono dalla primitiva rozzezza, seguendo il naturale svolgimento della civiltà.

Lasceremo in questa sede di parlare dei tempi preistorici, che più competono all'archeologo ed incominceremo da quelli storici.

Il fortilizio di Antro faceva parte d'una serie di fortificazioni che, segnando i confini della Decima Regio, sulla quale dopo la conquista, Augusto riconobbe ad Aquileia la supremazia e che era formata dalla Venetia et Histria (1), Antro si trovava in una parte dei confini orientali di tale regione e faceva parte del sistema difensivo.

Lo Stucchi fa notare che vi era un tratto del vallo delle Alpi Giulie a monte della confluenza dell'Erbezzo con il Natisone a S. Quirino. Questo muro doveva finire sul colle di Scrutto, sul quale vi sono ancora dei resti dello spessore d'un metro e di lunghezze diverse. Il vallo fu riconosciuto assieme al castello costruito sul monte Barda. Dal vertice parte la muraglia che chiude la valle del Natisone, un altro tratto, oggi molto male ridotto, chiude la valle dell'Alberone.

Sulla destra del Natisone non vi era necessità d'un vallo, essendo sufficiente un castello là dove, tra Oculis e Vernasso, le estreme propaggini del monte Mladesena scendono sul fiume (2).

Questa dunque la ragione per cui i Romani trasformarono Antro da villaggio preistorico in opera di difesa, facente parte del loro sistema, E poiché questo rimase lo stesso, salvo qualche cambiamento, fino alla caduta del Patriarcato, ed oltre, tale rimase sia pur sempre con minore importanza difensiva, per lunghi secoli.

Sebbene la valle del Natisone fosse stata anche al tempo dei Longobardi teatro di battaglie, il nome di Antro compare per la prima volta nel 1265 (3).

Quello che ai giorni nostri rimane è ben poco. Vi è una grande grotta, alla quale si accede mediante una scala d'un centinaio di scalini e nella quale si trovano un altare in legno ed una cappella a destra di chi entra. Opere murarie fanno sì che sotto il pavimento della grotta una lunga galleria a volta permetta l'eventuale scolo delle acque uscenti dalle parti più interne, senza entrare nella parte superiore.
Ponticello di accesso alla grotta
Ponticello di accesso alla grotta
Uscita delle acque e vecchio sostegno palo
Uscita delle acque e vecchio sostegno palo

Iscrizioni

Su uno dei gradini per salire alla grotta vi è una piccola iscrizione che dice: " Feci far io Mattia Cozmatiz ". Il Ciconi dice che accanto a tale graffito vi fosse anche la data: 1101, ma né il Leicht, né il Lazzarini riuscirono a trovarla (4).



Altri afferma che i gradini per andare alla grotta sono del 1007, come dice la data incisa su uno (5); altri ancora che sui gradini si poteva leggere "1. B.C.; 3. Feci fare; 4. Mattia Comiter; 5. Mia divozione " (6)

Il graffito esiste ancora, io stesso lo potei vedere, e dice "FECI FAR IO MATTIA COMATIZ PER MIA DEVOTIONE". Però sarei alquanto scettico sulla sua datazione al secolo XI. Le cifre, infatti, sono arabiche anziché romane, mentre noi sappiamo che l'uso di quelle risale al secolo XII°.

Inoltre non mi pare conciliabile quel "Feci fare io Mattia... ", dove l'uso dei verbi e delle doppie è tale da far supporre un italiano molto progredito e ben conosciuto. Ora ai tempi in cui vorrebbe riportarci quella data, la lingua italiana non era ancora progredita in nessuna parte della penisola, né il volgare toscano poteva essere conosciuto ed usato in un paesetto dove si parlava latino, slavo e volgare friulano.

Secondo me può darsi il secondo " I" sia un sei od un sette rovinato o che si tratti di due pietre di riporto.

Opinione comune è che l'attuale chiesa sia stata costruita nel 1477; tale è la data scolpita su una pietra recante in gotica minuscola l'iscrizione " maistre andre von lack ia cob 1mo. 7mo. 7mo. ". L'iscrizione un tempo fu considerata di lettura molto difficile. Lo Sturolo dice di averla trovata tra le carte del Guerra, che l'aveva mandata a diverse accademie, ma che poiché questa e l'altra iscrizione, della quale parleremo fra poco, erano " veramente antiche, e barbare " non poté mai ottenerne l'interpretazione (7).

In verità l'interpretazione, come la lettura, non è molto difficile. Anche di questa lapide furono parecchi ad interessarsi. Il Gujon (8), il Grion (9), il Tellini (10), la interpretarono " Il muratore Andrea di Lak (Loka) ". Noi accettiamo l'interpretazione del Corgnali (11) e vogliamo riportare quanto egli dice sugli autori della lapide.

Egli scrive: " ...Questa iscrizione non è inedita, ma va classificata tra le curiose: prima di tutto perché è in lingua tedesca, poi perché, sebbene semplicissima, era stata finora male letta. Il millesimo è come si vede in latino... Maestro Andrea di Lack (cioè di Biscoflack o Skofialoca presso Lubiana) era, come si sa, un costruttore di chiese. Jacob, cioè Giacomo, non era che un socio di Andrea, il quale volendo eternare pure il proprio nome, fu costretto a scriverlo su due righe utilizzando come meglio poteva lo spazio lasciato libero dal consocio o impresario principale " (12)

Ma se la cappella fu costruita in tale anno, il luogo doveva essere stato oggetto di venerazione già nei secoli precedenti. Ce ne dà testimonianza un'altra iscrizione, scolpita su un lastra di pietra, che forma il davanzale della finestra aperta tra la chiesetta e la grotta e che fu scoperta circa nel 1830 (13).

Si tratta di una lapide dai caratteri scolpiti in maiuscola latina, risalente al secolo IX° e che doveva ricoprire la tomba di un diacono di nome Felice. Probabilmente il luogo originario della lapide non doveva essere l'attuale, dove è probabile fosse riposta perché liscia ed adatta a formare un davanzale, ma poco lontano, vicino alla scaletta d'accesso alla grotta, o comunque lungo le pareti. Ad ogni modo non credo sia molto importante sapere quale fosse il luogo esatto nella quale Felice fu posto a dormire il lungo sonno della morte. Più importante sarebbe poter dire chi egli fosse. Alcuni affermano che fosse il grammatico, zio di Flaviano, maestro di Paolo Diacono, favorito ai tempi di Cuniberto (688-700) e morto prima del 720 e del quale esistono 108 codici, 100 dei quali lo dicono diacono.

Generalmente si suppone che tale personaggio abbia insegnato a Pavia, anche se qualcuno pensa possa aver insegnato a Cividale (14). Più probabilmente si tratta invece d'un personaggio vissuto circa un secolo più tardi. Esiste infatti il regesto d'un diploma dato a Mantova dal re Berengario nell'anno 889 nel quale il sovrano concede a un certo diacono Felice la chiesa di S. Giovanni in Antro e gli alberi ivi piantati da lui, ed il prato che il prete Lorenzo rese fertile intorno al monte Olosa e l'area sulla superficie dello stesso monte; il tigurio della stessa chiesa ed i campi nel territorio di Brischis (Broxias) ed il casale Pungulino e in Rajnaldino (Pegliano). Concede inoltre i pascoli di Brischis posti sui monti e in piano, e sulle rive dei fiumi " (15).

E' dunque evidente che il diacono Felice viveva già nei pressi di S. Giovanni, se gli furono dati gli alberi piantati "per eum", cioè da lui e che oltre a lui doveva già esservi stato anche un prete Lorenzo. Non potrei dire chi fossero questi due personaggi. Forse due chierici che curavano le anime degli abitanti del luogo, o forse due eremiti solitari che pregavano e lavoravano tra quei monti allora inacessibili. Dall'iscrizione ricaviamo inoltre anche la notizia che la chiesa a quei tempi, così come ora, era dedicata ai due santi Giovanni Battista ed Evangelista, che erano molto venerati dai Longobardi, tanto che possiamo fissare il periodo di fondazione della chiesa ai tempi di questi.

LEGGENDE

E' probabile che si trattasse d'un santuario molto venerato, ma per quanto riguarda gli antichi tempi non ne sappiamo molto. Una leggenda o diceria diceva che San Giovanni d'Antro fosse abitato da eremiti che "avevano Chiesa e Mortaio e Forno per allestire il loro sostentamento e dell'Anima, e del Corpo; del che però non trovasi altra memoria senonché quanto scrissi d'essi due Fortilizi nel Torno... "

La notizia certo non è inverosimile, se si pensa al discreto numero di eremitori esistenti nei tempi andati nei dintorni di Cividale, ma poiché non si trovano altri documenti che ne parlino, dobbiamo pensare tutt'al più che qualche uomo pio, come forse il diacono Felice ed il prete Lorenzo, si fosse rifugiato lassù in preghiera, senza però che la grotta diventasse usuale luogo di rito.

Un'altra scintilla di luce, che viene a rendere ancor più buia l'antica tenebra d'Antro, è la leggenda della regina che ivi sostenne un assedio.

La leggenda narra che una regina, assediata, si rifugiasse coi suoi nella grotta, e dopo molto tempo, non sapendo più come difendersi, gettasse a valle l'ultimo sacco di grano gridando agli assedianti ch'ella aveva lassù tanti sacchi di grano quanti erano i chicchi che essi potevano contare.

Il Podrecca ricorda a questo proposito i versi che io stesso mi sentii canticchiare da bambino: "C'era una volta una regina che voleva fare pane e non aveva farina" (17).

Lo stesso autore dice che il fatto avvenne ai tempi di Attila (18) e dopo levato l'assedio la regina tornò a dominare la valle d'Antro, e l'antico suo rifugio assunse il nome glorioso di "fortezza degli Slavi".

Un altro studioso, che si interessò alla leggenda, dice invece che probabilmente la leggenda risale al 670, in cui il duca Vettari, con venticinque cavalieri sgominò nella pianura di Broxas cinquemila Slavi, come dice Paolo Diacono (19). Per quanto riguarda la versione riferita dal Podrecca, è evidente che non possa trattarsi d'una regina dei tempi di Attila, perché allora non c'è n'erano nell'Italia settentrionale. E' pure sicuro che la cantilena infantile non si riferisca alla regina di questa leggenda ed ad ogni modo non sarei proprio sicuro che fosse originaria dalla valle del Natisone ed è anche troppo frammentaria e breve, per trarre delle conclusioni. Per quanto riguarda la versione dell'Ostermann dobbiamo ricordare che Paolo Diacono non ricorda regina, ma parla solo d'una azione del duca Vettari. Naturalmente la critica della leggenda non può basarsi sul fatto che la donna venga chiamata regina, il che è impossibile fosse, poiché tale titolo il popolo ed il popolino attribuiscono spesso a donna di grande importanza, che poi è anch'essa relativa, un po' come succede in certi uffici dove tutti son detti dottori. Alla regina viene dato ora il nome di Rosmunda, ora quello di Teodolinda.

Una donna anziana di Antro mi narrò il fatto affermando che la regina si chiamava Teodolinda e che poi morì a Monza e che il fatto avvenne nel Quattrocento circa, ai tempi di Attila. Come si vede regna una grande confusione.

Pier Silverio Leicht cercò di dire una parola chiarificatrice. L'illustre studioso afferma che tale leggenda non pare originaria e ricorda che una consimile si racconta in altri paesi d'Italia settentrionale e pare rievochi le leggende della regina Adelaide, vedova di Lotario, poi sposa di Ottone I° (20) Egli pensa che qualche menestrello abbia cantato i casi della regina Adelaide alla corte dei Patriarchi e che qualcuno li abbia poi applicati alla grotta che i Cividalesi dovevano ben conoscere. Il Leicht, con la sua saggia prudenza, conclude dicendo che " se questa ipotesi è accettabile si tratterebbe di una leggenda sorta in Italia prima del mille e perciò di cospicua antichità " (21). La leggenda fu cantata anche dal poeta Ajkerc, che chiama Vida la regina (22). Certamente la tesi del Leicht è la più attendibile, ma più semplicemente penso si tratti della leggenda della città assediata, applicata anche a questo luogo suggestivo e fortificato.

Si dice anche che nella grotta fosse tenuto prigioniero il duca Pemmone dopo che si fu attirato l'inimicizia del re Liutprando (23).

Anche questa però è da relegarsi tra le leggende. Paolo Diacono infatti narra che Pemmone, dopo di essersi inimicato il re per aver imprigionato il patriarca Callisto nel castello Ponzio, posto sopra il mare, "deliberò di fuggire coi suoi tra gli slavi, ma il figlio Ratchis intercesse dal re il perdono per il padre e lo fece ritornare nella grazia reale".

IL CASTELLO

Le fortificazioni d'Antro, intorno alle quali sorse tutto questo intrico di leggende, dovevano essere formate da un castello e dalla grotta. Francesco di Manzano dice " antico castello un po' più basso, ma vicino alla grotta e chiesuola, tutt'ora esistente... Sino al presente (dice il Valvasone) appaiono appresso il fiume Natisone le vestigia del castello d'Antro "(25)

Michele Leicht (26) dice che ad Antro ci furono tre castelli dei quali uno prossimo alla caverna e che fu distrutto anticamente e colle sue rovine fu costruito il borghetto di S. Giovanni, il che non mi sembra impossibile perché si vedono incorporate qua e là, in rustiche e modeste case, certe pietre ben sagomate; il secondo fu quello di Ahrensberg " prope Antrum" e si elevava in Biacis; il terzo ricordato come esistente intorno al 1274 e come distrutto nel 1295.

Anche la chiesa doveva servire di fortilizio. Gaetano Sturolo (27) dice che sopra Tarzetta è Antro Fortilizio de Schiavi, sotto a cui nel piano le vestigia dell'antico castello ed un pezzo di Torre usata da què Schiavi invece di prigione... Altro Scrittore in Relazione di Cividale, dice Antro distrutto, ma la chiesa di 5. Giovanni, come inaccessibile è luogo molto atto in tempo di guerra e può servire come più volte successo, a què Schiavi di fortilizio ". Il Lazzarini dice che il castello era vicino al fiume e che la grotta serviva di rifugio (28).

E' dunque probabile che il castello, in basso, poco sopra l'abitato di Biacis, facesse parte della rete difensiva alla quale apparteneva il castello di Castelmonte, sia come luogo di difesa, che come punto di segnalazioni. Alcuni resti del castello sono tuttora visibili e nel loro recinto sorge una chiesetta intitolata a S. Giacomo apostolo (29).

Il castello, come gli altri che dovettero esistere nella valle del Natisone non divenne mai luogo di abitazione, ma rimase sempre opera di difesa militare. Ciò sta ad indicare che in esso non ebbe mai dimora uno dei consorzi che da militari divennero familiari, forse anche perché direttamente dipendenti dal Patriarca, che mai volle cedere la giurisdizione ad altri.

FEUDATARI

A questo proposito è bene fare un accenno alla famiglia d'Antro, della quale alcuni parlano. Francesco di Manzano dice "della nobile ed antica famiglia d'Antro, (di cui nel 1252, in Vernardo della , abbiamo veduto i pregi della sua antica nobiltà col farsi egli rassegnare, la nota de' feudi da' suoi vassalli); nulla possiamo dire medesima intorno alla provenienza, ne ci è nota del pari l'epoca della sua estinzione. Nel 1306, come fu detto, sappiamo esistervi quattro individui di questa famiglia che nominiamo più sopra, e questi furono i soli che colà nella rozzezza dei costumi di uomini mezzo selvaggi fra cui vivevano, mantennero una qualche scintilla di civiltà, ed il nome del castello d'Antro. Nell'anno 1377 troveremo questa famiglia essere assai ricca, mentre la vedremo possedere un'infinità di villaggi nel nostro Friuli (30).

Antonio Ioppi ci dà addirittura un albero genealogico di tale famiglia (21). Non pare però che queste notizie, così sicure apparentemente, almeno per i due storici, fossero vere (32).

La giurisdizione d'Antro, infatti, non poteva essere data in feudo ad alcuno perché costituiva una gastaldia, cioè dei redditi feudali, affittanze, censi, livelli amministrati da appositi gastaldi, rappresentanti il Patriarca era tenuto una volta corrispondere la tassa che gli era imposta dal parlamento della Patria ed un certo numero di soldati, che poteva pure esso variare. A questo proposito potremo ricordare il nome di uno di questi gastaldi, rappresentanti il Patriarca. Paolo del fu Giacomo di Antro che nel 1394 aveva il compito di provvedere affinché la festa di S. Giacomo d'Azzida si svolgesse senza incidenti (33).

E' evidente che se in tale anno era gastaldo Paolo de Antro, questo non poteva essere il cognome d'una famiglia di feudatari ancora fiorente, ma una determinazione di luogo.

I feudi di quei signori dunque potevano essere d'abitanza, dato che nei documenti si parlava della casa del Patriarca (34).

Più probabile ancora è che si trattasse di feudatari d'origine locale, che avessero dei feudi nella gastaldia. Anche altri d'altronde avevano dei diritti di varia natura. Così il Capitolo di Cividale riscuoteva il quartese degli agnelli (25).

Un privilegio interessante, legato ad Antro, era quello della famiglia Boiani da Cividale. Il 20 dicembre 1339 il patriarca Bertrando, volendo premiare il suo milite Corrado Boiano da Cividale per le sue fatiche e la sua fedeltà al patriarcato investì lui ed i suoi discendenti maschi con il suo anello della Villa Talmasanizza presso Antro, con tutti i diritti e pertinenze. In compenso Corrado ed i suoi discendenti al primo ingresso del Patriarca di Cividale doveva portare uno spadone, precedendo il Patriarca (36). Sub infeudazioni di questo tipo furono molto numerose, provocando lo sfaldamento della gastaldia.

LA GASTALDIA

La gastaldia d'Antro comprendeva un territorio piuttosto vasto. Confinava ad est con quella di Tolmino, a sud con quella di Nebula, ad ovest con quella di Cividale, e a nord con le castallanie di Cuccagna, Attimis, Cergneu, Tarcento, con l'abbazia di Moggio; la Castaldia di Cividale penetrava con alcuni suoi diritti fino a Vernasso ed a Spignon (37). Questo fatto si spiega facilmente pensando che l'ordinamento militare della gastaldia era posto in funzione della difesa militare di Cividale, tanto che la continuità difensiva confinaria Cividalese comprendeva tutta la gastaldia, mentre quella cittadina giungeva fino ad Antro.

La Slavia comprendeva circa novanta villaggi, raggruppati intorno ad Antro e Merso. Questi due raggruppamenti non pare fossero ispirati da concetti economici, che avrebbero suggerito qualche centro di fondo valle, come sarebbero potuti essere S. Pietro per la Valle del Natisone e S. Leonardo per quella dell'Alberone, o un centro alla confluenza delle due vallate, come Azzida, o S. Quirino, ma da motivi difensionali, tanto più che i due centri appaiono concentrarsi a Cividale, verso la quale si aprivano le valli portanti ai valichi alpini che dovevano essere difesi. E la città friulana fu sempre al centro della vita economica delle vallate delle quali costituiva l'appoggio per la difesa militare.

La gastaldia d'Antro veniva venduta tutti gli anni, per due marche di denari, che non era molto. Essa doveva fornire al Parlamento della Patria del Friuli trentasei lancie, su un totale di duecentoquarantauna, otto balestre, su un totale di centotredici nell'anno 1376 (38), e rendeva alla mensa patriarcale più di quattro e venticinque ducati.

GIURISDIZIONE

La caratteristica più interessante di Antro, è la facoltà che gli uomini della gastaldia avevano di giudicare. Girolamo di Porcia ci dà le notizie più esaurienti in merito alla organizzazione. Egli dice che il territorio era composto di novanta ville e diviso in due parti, cioè nella contrada di Antro ed in quella di Merso. Ad Antro tutti gli anni venivano eletti dodici giudici tra gli affittuali della gastaldia " che, in presenza del gastaldo, giudicavano in civile, criminale e criminalissimo ", Cioè potevano infliggere anche la pena di morte. I condannati potevano appellarsi alla comunità di Cividale e, ai tempi della Repubblica Veneta, in cui scriveva l'autore, al Provveditore Veneto e in fine a Venezia.

Questo giudizio si chiamava la " Banca delli dodici d'Antro ", ed ancora si mostra nel Villaggio di Biacis la pietra che serviva da tavolo ai dodici giurisdicenti, mentre il ricordo è ancora vivo tra i valligiani che ne parlano come di cosa non molto lontana nel tempo, ma tenuta viva dal loro orgoglio paesano.

A Merso ugualmente si eleggevano dodici giudici, che avevano per le ville loro soggette, pari diritti, ma gli appelli, prima che a Cividale, andavano ad Antro, che diventava così Tribunale di seconda istanza. I vari villaggi componevano le vicinie, alla testa delle quali c'era un " decano ", eletto dai padri di famiglia e che trattavano gli interessi comuni (40).

Le contrade tra loro divise, potevano essere chiamate insieme, all'occorrenza, da due decani, detti Decani Grandi, che si riunivano presso la chiesa di S. Quirino (41).

Esistono dei documenti che ci descrivono lo svolgimento di quei processi. Interessante quello che si tenne il lunedì 10 ottobre 1401. Il documento che ce ne conserva la storia dice che in tal giorno, nella Villa d'Antro sulla piazza, sotto un tiglio, nel luogo dove si era soliti amministrare la giustizia, alla presenza di alcuni testimoni e di molti altri uomini di Antro in grande moltitudine accorsi, alla presenza di ser Enrico fu Folcherino da Cividale quale gastaldo d'Antro, insieme al giudice Leonardo, Pietro decano di Slatino, Zampa decano di Montefosca, Mattia decano di Miars, Matteo decano di Lass (Lasiz?) e Gregorio decano di Pegliano, convocati secondo l'uso e come voleva la regola, si procedette contro Alessio fu Tommaso di Tarzento, e al fratello Giovanni. Alessio confessò senza tortura di aver ferito insieme al fratello, Marcuzio, come appariva dall'atto scritto dal notaio. A questo punto apparvero ser Adamo fu ser Nicolò Formentini da Cividale, del quale l'ucciso era " Massaro ", il figlio dell'ucciso e la vedova a chiedere che si procedesse contro Alessio come omicida.

Il notaio quindi lesse in latino e slavo la sentenza emessa dai giudici e Decani, interrogati per tre volte, com'era consuetudine. Il reo fu assolto perché era stato provocato gravemente (42).

Per le detenzioni serviva il vecchio ed ormai diroccato castello. Non ha alcun fondamento l'affermazione del Podrecca, che "la Schiavonia, isolata per monti e torrenti dai contermini stati, immemorabili faveva una specie di stato a sè. Infatti essa non è manca nominata nel 1327, in un atto del Parlamento, che dà l'elenco di tutti i contribuenti (ecclesiastici, nobili, castellani e comunità per la difesa della Patria)"

Abbiamo, infatti, visto il contributo del 1376; quello che differenziava le valli del Natisone dal resto del Friuli era questa caratteristica giurisdizionale.

STORIA

Antro compare naturalmente inserito nelle vicende generali della Patria del Friuli. La sua storia è un seguito di assalti e di passaggi di personaggi più o meno illustri. Queste vicende però possono aiutarci a capire quale fosse la funzione del castello, che serviva di difesa alla strada che, per Plezzo, portava oltre le Alpi ed era allora di notevole interesse.

Il castello d'Antro, tenuto dal gastaldo, doveva essere alcune volte punto di partenza per azioni facinorose, specialmente in tempi le cui fazioni erano più potenti dello Stato.

Nel 1300 il patriarca Pietro Gera dovette punire un nobile milanese Carlo, " presidente del castello di Antro ", che aveva molestato i sudditi dell'abate Rosazzo e indirettamente spogliato Enrico d'Orzone dell'avocazia e giurisdizione di Tranca, piccolo paese della Slavia (44).

Questo Carlo era un partigiano dei Torriani, venuti in Friuli dopo la cacciata da Milano, e che erano stati seguiti da molti Lombardi, ai quali i Patriarchi della famiglia della Torre diedero uffici.

Pochi anni dopo però ben diverse vicende toccarono al castello.

Durante le lotte del 1306 il Conte di Gorizia, spinto da Giovanni di Villalta, si recò nelle valli, dove conquistò il castello d'Antro, senza distruggerlo, limitandosi ad incendiare alcune case (45).

Probabilmente il Conte pensava di poter tenere così i passi delle strade che portavano fuori della patria del Friuli attraverso le Alpi e le Prealpi, poiché in quell'anno teneva anche Venzone. Il Conte di Gorizia però non dovette curare molto Antro perché, secondo una notizia che deve essere presa con beneficio d'inventario, lo stesso anno i cittadini di Cividale, fedeli al Patriarcato e nemici dei vicini castellani, si unirono ai contadini dei villaggi vicini ed assediarono e guastarono i castelli, di Guspergo, Antro e Tolmino, facendo tanto bottino, che dall'8 aprile al 5 maggio venivano i carri in città due o tre volte al giorno, e distruggendolo quasi fino alle fondamenta (46).

Abbiamo detto che la notizia è poco sicura. Altra fonte ci dice che nel 1307, mentre il Conte era intento ai suoi problemi per Venzone e pareva quasi dimentico del rimanente suo dominio, gli abitanti d'Antro di Brazzano di Manzano, di Soffumbergo e di Rosazzo si portarono a Tolmino e scacciato il capitano del Conte, lo riconquistarono al Patriarcato (47).

Quando le cose ritornarono a normalizzarsi anche la vita di Antro riprese con le sue lotte e le sue beghe. Così il 23 maggio 1321 a Cividale, nella casa del Comune, Fulchero di Zuccola e Leonardo quondam Ribissi, gastaldo d'Antro fecero un compromesso per i danni che Fuichero diceva essere stati arrecati ai suoi massari di Rodda da Leonardo (48).

Nel 1348 di nuovo Antro ritornò ad apparire sulla scena della storia politica. Il 3 dicembre di tale anno infatti, Nicolò, arcivescovo di Zara e vicario patriarcale, lanciò scomunica contro il conte Enrico di Gorizia per avere occupato le case patriarcali di Cividale ed il fortilizio d'Antro fino dall'ottobre precedente (49)

La restituzione però non avvenne subito perché solo il 1 maggio 1351 il conte Mainardo trattò col Patriarca e promise di restituire Cividale ed Antro colle gastaldie a certi patti (50).

Ancora una volta doveva il castello d'Antro esplicare la sua [unzione di difesa del Friuli, quando i Veneziani cercavano di conquistare la Patria, vincendo l'opposizione del Patriarca e degli Stati che cercavano di impedire che Venezia si ingrandisse prendendosi quel Friuli sul quale anch'essi desideravano estendere la loro influenza ed il loro dominio.

Il 22 settembre 1419 Brunoro della Scala, vicario imperiale scriveva che il re Sigismondo avrebbe inviato un esercito per la riconquista del Friuli, mentre il patriarca Ludovico, che era andato a chiedere soccorsi, ritornò con seimila Ungari, accompagnato da Marsilio da Carrara, dal conte Enrico di Gorizia e da Nicolò di Prata e pose campo a Bottenicco, con l'intenzione di prendere Cividale.

In tale occasione gli Ungheri corsero le ville slave, tagliaron le viti nei pressi di Cividale, distrussero i ponti sulla via di Plezzo, si impadronirono di Castelmonte e di Antro (51).

Durante il dominio Veneto la Patria del Friuli perdette la sua importanza come attrice attiva di politica, specialmente internazionale, ma le fortezze di confine, sebbene con funzioni diverse, dovevano mantenere sempre la loro importanza. Per questo le ville slave furono esentate dal doge Agostino Barbarigo, dalle prestazioni personali, il 24 settembre 1490, come la Carnia e l'Abbazia di Moggio (52).

Così vennero confermati ad Antro ed a Merso i diritti giurisdizionali che avevano, con ordinanza del 22 settembre 1502 del Luogotenente della Patria del Friuli (53).

Inoltre il Consiglio dei Dieci della Repubblica di Venezia scriveva il 17 maggio 1532 al Procuratore di Cividale " di non permettere che gli uomini della Villa di Landro vengano stretti ad alcuna fazione contro la forma dei loro previlegi "; Dogi con ducali del 1618, 1715, 1722; esoneravano gli abitanti delle convalli di Antro e di Merso dal pagamento del campatico, per premiare la difesa del confine affidata al loro valore (54).

NOTE



(1) A. CAlDERINI, Aquileia romana, Milano, 1930, pag. 235.

(2) 5. Stucchi, Forum Julii (Cividale del Friuli), Regio X, 1951, pag. 108-109.

(3) A. Di PRAMPERO, Saggio di un glossario geografico friulano dal VI al XII secolo, Venezia 1882, pag. 8: " Antrum (I). - 8. Silvestro ad Antro. 1265 - In domo Patriarchc in Antro (J); 1274 - Dithmarus de Grifenvelse exspugnavit munitionem Ecclesie Aquilegensis que vocatur Antrum prope Arensbergh (Cod. dipl. Istriano); 1275 - I Pelgan (Pegliano?); supra Antrum (Th. 122); 1295 - homines Ville Franche non tenebantur occasione officii Gastaldie Antri (J) - (I) Antrum intercisum olim castrum nunc solum Ecclesia S. JOHANNIS de Landri (f. 8. Zuan di Landri presso Biacis comune Tarcetta, Rubeis).

(4) A. LAZZARINI, Castelli friulani, Voi. VII, S. Giovanni in Antro, Biblioteca Comunale di Udine.

(5) Una chiesa in una grotta, in " La Panarie" 1938, Udine, pag. 155. In verità un " 1007 " è scolpito sulla roccia nell'andito chiuso della porta in cima alla scalinata, ma non occorre dire che non risale a tale anno.

(6) G. STUR0L0, Libro primo di frammenti antichi e recenti dell'essere, estensione confini del Friuli, ms. sec. XVII, Museo Archeologico Nazionale di Cividale, pag. 119; G. D. CICONI in "Udine e sua provincia", Udine 1862 pag. 11, dice che " si ascende per 114 scalini di pietra e circa alla metà goticamente incisa la data 1101"; M. LEICHT in "S. Giovanni d'Antro" in Ateneo Veneto, Venezia 1882, afferma che "sopra uno dei 114 scalini lessi: FECI FARE IO MATTIA COSMATIZPER, e sopra un altro s dice che in gotico sia incisa la data 1101. Della prima iscrizione di Mattia mi faccio garante, ma circa l'altra non c'è che andarsene ad accertare".

A. TELLINI in "La grotta di S. Giovanni d'Antro", Udine, 1899, aggiunge: "scalinata di pietra di 92 gradini, addossata alla parete verticale della roccia che consiste della solita pietra piacentina. Sopra quattro gradini sulla prima metà della gradinata si legge l'iscrizione: FECI FARE IO MATTIA COMATIZ PER MIA DEVOZIONE.

(7) G. STUROLO, Libro primo, cit. pag. 119.

(8) A. GUION, Gli Sloveni del Friuli, in Pagine friulane, VI, 1893, pag. 133.

(9) G. GRION, Le iscrizioni di S. Giovanni in Antro, in Pagine friulane, VI (1893), n. 11, p. 170.

(10) A. TELLINI, La grotta di 5. Giovanni d'Antro, 1899.

(11) G.B. CORGNALI, Curiosità epigrafiche, in Ce fastu?, XIII, 1937, p. 293-94. (12) Penso che non sia il caso di parlarne, ma solo di ricordare brevemente altre iscrizioni, riportandone quanto altri scrissero: "Subito dopo l'entrata si scorge una incisione sopra una pietra della parete la cifra 1007 ritenuta autentica" (A. TELLINI, La grotta di S. Giovanni d'Antro, 1899). "La data del 1007 è di dubbia autenticità giacché allora non si usavano le cifre arabiche nelle date prima del XII° secolo e perciò essa è apocrifa " (A. GUJON, Gli Sloveni in Friuli, cit. " sopra una pietra isolata che trovasi al suolo è scolpita la crifra 1786" (A. TELLINI, La grotta cit.). " Preso l'altare sta una lapide in caratteri assai logori in cui rilevasi l'anno 1208 " (G.B. CICONI, Udine e sua provincia, cit. pag. 12).

(13) A. TELLINJ, La grotta, cit., La chiesa e la grotta dovettero subire parecchi rifacimenti ed ampliamenti, documentati dalle iscrizioni ancora o non più esistenti e da tracce che si vedono qua e là.

(14) G.G., in Pagine friulane, 28 dicembre 1893, a. 11, pag. 170, sgg. (15) L. SCHTAPARELLI, I diplomi di Berengario I, fonti per la storia d'Italia pubblicate dall'Istituto storico italiano, Roma, 1903, pag. 404, n. 2.

(16) C. STRUROLO, Frammenti antichi e recenti per la storia di reverrendissimi monasteri, conventi ed eremitori che furono e di quelli che a presente esistono in Cividale del Friuli. Voi. 11, pag. 513-14, Vol. II, pag. 778.

Mi è stato detto che il piccolo spiazzo di pochi metri quadri che si trova dietro la cappelletta è chiamato "Prato dell'eremita".

Questo toponomio potrebbe essere una testimonianza popolare ancora esistente di una vecchia od antica realtà.

(17) C. PODRECCA, Slavia italiana, Cividaie, 1884, pag. 78. Io stesso sentii i versi nella variante: "C'erano una volta un re e una regina / Che volevano fare la polenta e non avevano farina".

(18) Vedi anche MICHELE LEICHT, San Giovanni in Antro, in Ateneo Veneto, Venezia, 1882, pag. 92.

(19) V. OSTERMANN, Leggenda di S. Giovanni d'Antro, in Pagine friulane, Il, 1891, pag. 195.

(20) A. LAZZARINI, Castelli friulani, vol. XLI, 8. Giovanni d'Antro, scrive che " La leggenda dice che la principessa di Ponteacco, libera dall'assedio, donò alla chiesa di Ponteacco delle terre ".

(21) PS. LEICHT, Leggende e credenze di gente di confine, in Rivista di etnografia, I, n. 1, Napoli, pag. 8.

(22) P.S. LELcwr, Leggende e credenze, cit., pag. 8, nota 1, nella quale l'autore afferma d'aver avuto la notizia da mons. Gorenzag, ottimo conoscitore della letteratura Slovena. Il Monsignore, che noi conoscemmo, si chiamava Giuseppe Gorenzach evidentemente c'è un errore di stampa.

(23) M. LEICHT, 5. Giovanni in Antro, cit., pag. 93, riferisce la notizia a Giacomo di Valvasone.

(24) PAOLO DIACONO, De Gestis Longobardum, VI, LI.

(25) F. Di MANZANO, Annali del Friuli, vol. III, Udine, 1860, pag. 312-13, nota 1.

(26) M. LEICHT, La Gastaldia d'Antro, in Memorie storiche forogiuliesi, 1911, VII, estr., pag. 12: Il nome Arisberg indica la presenza di arimanni, poiché vorrebbe significare appunto "castello degli arimanni". Le Valli del Natisone dovettero essere presidiate dai Longobardi prima che vi si stanziassero popolazioni slovene.

(27) G. STUROLO, Aggiunta a toni I e lI di vicende istoriali antiche, voi. III, cit. pag. 71.

(28) A. LAZZARINI, Castelli friulani, vol. III, S. Giovanni in Antro, cit. (29) Stato personale e locale dell'Arcidiocesi di Udine, Udine, 1961, pag. 145. (30) F. DI MANZANO, Annali del Friuli, III, cit., pag. 312-13, nota I. (31) Genealogie Joppi, Famiglia de Antro, ms. in Biblioteca Comunale di Udine. (32) A. LAZZARINI, Castelli friulani, 5. Giovanni in Antro, accenna alla famiglia.

d'Antro, che afferma essere stata molto antica.

(33) G.D. GUERRA, Otium Foriulense, vol. XXXII, pag. 189, ms. in Museo Arch. Naz. di Cividale, ms. sec. XVIII.

(34) A. DI PRAMPERO, Saggio, cit., pag. 8: "1265 - In domo Patriarche in Antro".

(35) F. DI MANZANO, Annali del Friuli, III, cit., pag. 48. La notizia si riferisce al 28 giugno 1262.

(36) Pergamene Boiani, torno Il, a. 70, copia, in Museo Archeol. Naz. di Cividale.

(37) M. LELCHT, La gastaldia, cit., pag. 26; a tale lavoro rimandiamo per una più.

esauriente trattazione di questo argomento. L'autore dice che ad Antro troviamo il gastaldo dai tempi remoti fino al cadere delle Repubblica Veneta (pag. 29) e che risale ai primi tempi dell'introduzione in Italia di tali ufficiali. (38) M. LEICHT, La gastaldia, cit., pag. 5.

(39) G. D. GUERRA, Otium Foriulense, XXIX, cit., pag. 368.

(40) C. PODRECCA, Slavia italiana, Cividale, 1884, pag. 39-40. Alcuni documenti, non antichi, relativi alla vita delle " vicinie" si trovano nell'archivio della parrocchia di Antro.

(41) G. DI PORCIA, Descrizione della Patria del Friuli, Udine, 1897, pag. 64. (42) V. MARCHESI, Sentenza assolutoria in una causa d'omicidio, Udine, 1897.

(43) C. PODRECCA, Slavia italiana, cit., pag. 39.

(44) F. in MANZANO, Annali del Friuli, III, cii., pag. 313.

(45) F. DI MANZANO, Annali del Friuli, III, cit., pag. 353.

(46) G. STUROLO, Frammenti antichi e moderni dell'eremo monastero di S. Maria in Valle, voi. Il; cit., pag. 551. E' evidente l'esagerazione.

(47) F. in MANZANO, Annali del Friuli, III, cit., pag. 373.

(48) F. DI MANZANO, Annali del Friuli, IV, 1862, pag. 123.

(49) G. D. GUERRA, Otium Foriulense, cit. XXXI, pag. 130 sgg.

(50) P. PASCHINJ, Storia del Friuli, II, Udine, 1954, pag. 119.

(51) B. ori RIJBELS, Monumenta ecclesiae Aquileiensis, Argentinae, 1771, Appendice, pag. 19.

(52) P. PASCHINI, Storia del Friuli, II, cit., pag. 279.

(53) P. PODRECCA, Slavia italiana, cit., pag. 47.

(54) Una chiesa in una grotta di " La panarie ", cit., pag. 159.

Giovanni M. Del Basso

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