D. Antonio Cuffolo


Nel ricordo di Luciano Chiabudini
Una serie di piccoli terrazzi degradanti rendono immediata la caratteristica rurale della chiesa di Lasiz, inserita fra campicelli delimitati, lungo il muretto di sostegno al successivo digrado, da ordinati filari di viti fra i quali spiccano alti alcuni peri.
Poi meli, gelsi, qualche pruno e gli indispensabili vimini.
Fra questi filari il poco terreno, sfruttato nelle minime particelle, verdeggia di granoturco, patate, ritorti steli di leguminose.
In alto, la montagna non aspra, ripulita dalle pietraie, spazia di prati a falcio e nereggia di boscaglia lungo i torrenti.
I maestosi castagni, disseminati un po' dovunque, ostentano la propria dimensione verso l'alto, laddove costretti fra altri alberi, allargando invece le fronde sul prato libero.

Appena staccata dal campanile, sul fianco sinistro della chiesa, leggermente più in alto, su uno dei terrazzi, la casa canonica occhieggia con le sue finestre su questo dolce paesaggio, lungo la valle che stinge i verdi, spegne nelle forre l'azzurro del Natisone, bancheggia con il grigio di pietra delle rumorose tramoggie delle cave di Tarcetta e Tiglio, gli unici elementi del non rurale.

In questa atmosfera, apparentemente priva di emozioni, rivedo, nella prima immagine che mi appare alla memoria, l'uomo Antonio Cuffolo, nel campicello retrostante la casa canonica intento a dissodare il terreno.
In camicia bianca priva di colletto, come i vecchi contadini. Non molto alto di statura, il viso tondo, cappelli tagliati a spazzola, gli occhi mobili, un po' tristi, la bocca atteggiata al sorriso, saluta cordialmente e discorre con i frequenti paesani transitanti lungo l'adiacente sentiero che porta al monte.
Ed i discorsi sono del lavoro, delle semine, della produzione, dei possibili progressi. Prima ancora del sacerdote c'è in don Antonio il contadino che ama, la sua terra, tutto ciò che è di " quella " terra, di vivo, di " unico ".
Questo amore ora lo conosciamo tutti, anche noi, giovani ignari di tanta forza e della validità delle motivazioni di un comportamento resistente ad ogni forma di pianificazione linguistica.

Risultava incomprensibile ed illogica per noi fanciulli, ad esempio, la differenza di linguagigo usata dalle nostre maggiori autorità extrafamigliari, cioè chiesa e scuola.
Le preghiere ed i canti usati in famiglia erano gli stessi usati in chiesa, ma diventavano diversi a scuola.
In questo contrasto, l'adesione alla parte che proponesse qualcosa di diverso del ristretto povero mondo contadino, era obbligata.

Don Cuffolo però, caparbio, lottava per il miglioramento economico nel rispetto della tradizione.
Fu promotore ed amministratore della latteria sociale di Tarcetta;
insisteva per ottenere finanziamenti a favore di strade poderali e teleferiche onde alleviare la fatica, amareggiato dagli insuccessi oltre che dall'allora imperante fenomeno della emigrazione interna delle domestiche.
Partecipava alle sofferenze visitando assiduamente gli ammalati, spostandosi sempre a piedi (stranamente non usava neanche la bicicletta).
La frequente raccolta dei vari generi costituenti la " decima ", cui provvedeva personalmente, rappresentava anche essa una forma di contatto diretto con tutte le famiglie, il dialogo con gli anziani, l'insegnamento ai giovani.

La chiesa costituiva il centro unificante della comunità.
Le funzioni venivano accompagnate da melodie dolcissime, cantate da tutti, nei modo in cui sa cantare la nostra gente, intonato, caldo, espressivo, armonioso, solenne talvolta, spesso accorato.
Le sagre rappresentavano l'occasione di ritrovo per numerosi sacerdoti. In una sua lettera del 1952 si compiace della presenza alla testa di S. Antonio di ben 17 confratelli.

L'ospitalità della sua casa era grande.
Riceveva visite da personaggi della cultura friulana come i1 direttore del periodico "Patrie dal Friul" che vi giungeva in tandem assieme alla signora, il dottor Luigi Ciceri, credo, ed altri.
Oltre all'ottimo proosciutto, alla cui preparazione provvedeva personalmente, un decotto di erbe aromatiche di sua raccolta e composizione, la " šialca ", erano componenti obbligate della sua ospitalita.

Amabile e spiritoso nel conversare ,intercalava il dialogo con acute osservazioni su fatti storici, locali e non, arricchendoie di ìnrormazioni allora carenti.
Si rammaricava in particolare della sede patriarcale " sottrattaci da Venezia ", della cessione da parte dell'arcivescovo mons. A. Rossi del seminario minore ora collegio di Rubignacco oltre che dell'assunzione da parte dei frati cappuccini del santuario di Castelmonte in sostituzione del clero locale.
Auspicava per Cividale un rinnovato splendore quale naturale terminal verso la pianura, attraverso la via più breve del Predil, degli itinerari commerciali centro-europei.

La terribile guerra, di cui sappiamo ora tenne un diario minuzioso, non lo vide spettatore indifferente. Incorniciato in bella evidenza, un attestato degli alleati per aver dato rifugio ad un ufficiale britannico, faceva bella mostra In corridoio al fianco delle fotografie di cappellano militare della guerra 1915-18.
Il noto episodio della lunga trattativa, assieme al maestro Mario Manzini di Pulfero, con i cosacchi, atto ad evitare la minacciata rappresaglia di incendiare Lasiz e Tarcetta, iniziatasi presso il loro comando a Biacis e terminata positivamente nella canonica di S. Pietro con un brindisi a base di grappa cui dovette penosamente sottostare 1' astemio don Culfolo, sono solo alcuni esempi di partecipazione.

Molti altri episodi, molti fatti, solamente oggi, decantati dal tempo, rivelano il messaggio di un comportamento di vita coerente e coraggioso. Sarà solo il caso di accennare che il periodo pastorale di vicario di Lasiz che va dall'inizio (1920) fino al 1936 circa, costituisce il tema storico ed emblematico del notissimo romanzo in lingua slovena dello scrittore France Bevk " Kaplan Martin Cedarmac ".

Il santino stampato nel trigesimo della sua scomparsa reca scritto: " Resti sempre in benedizione la memoria di Antonio Cuffolo - I° Parroco di Lasiz - Sacerdote dalla tempra forte amò con dedizione la sua chiesa che volle degna casa di Dio - Guidò per quarant'anni il suo popolo alla semplicità della vita cristiana memore che il bene che si fa, anche se duro e contrastato, è sempre bene ". A venti anni dalla sua morte anche il paesaggio è cambiato.
Laggiù in fondo, laddove con i verdi si stempera nella latinità l'estrema propaggine occidentale dell'immenso mondo slavo, dove la natura dolcemente raccorda i monti al piano, s'intravvede la foschia delle nuove ciminiere.
Qui, nei campicelli lasciati incolti, le viti ed i meli cedono il posto all'invadente acacia. Sui prati rImboscati svettano scheletri di castagni dissecati.
Dai tronchi squarciati ma ancora saldi nel ceppo rlspuntano qua e là rari germogli.
DOM sett. 79 n. 8 - Lu. Chi

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