La via crucis di don Arturo Blasutto


Ricercato dai tedeschi, dovette fuggire da Oseacco; da Liessa, invece, fu rimosso per le accuse che poi risultarono infondate
«Naj vam bo lahna zemja vaše Viškuorše».
L’augurio del parroco di Lusevera don Ren­zo Calligaro, a don Arturo Bla­sutto al termine della liturgia funebre è andato al di là della tradizionale formalità ed è stato sentito come richiesta di perdo­no e come preghiera perché questo sacerdote umiliato e dimenticato dagli uomini rice­va la ricompensa per la sua fedeltà a Cristo, alla sua gente e ai principi che dovrebbero animare ogni cristiano.

Gran parte della vita sacer­dotale di don Arturo, infatti, è stata una via crucis di incomprensioni, solitudine, diffama­zioni che lo hanno costretto appena quarantaduenne a riti­rarsi in silenzio nel paese nata­le, in seno alla propria fami­glia, che da allora lo ha assisti­to e curato.

Don Arturo Blasutto è nato a Monteaperta / Viškuorsa in comune di Taipana il 23 otto­bre 1913.
Era figlio di Anna De Bellis e di Giovanni, che faceva il muratore.
Dopo aver frequentato le scuole elementa­ri, entrò nel seminario diocesa­no e dopo gli studi liceali e teo­logici venne ordinato sacerdote dall’arcivescovo, mons. Giu­seppe Nogara, il 19 luglio 1936 nel duomo di Udine.
Il 26 luglio celebrò a Monteaperta la prima messa.

Qualche tempo dopo fu mandato vicario ad Oseacco a sostituire don Valentino Birtig che era stato nominato cappel­lano di Mersino.
Don Arturo seguì la consolidata prassi pastorale e continuò ad inse­gnare il catechismo e a predi­care nel dialetto resiano.

Ad Oseacco fu sorpreso dal­lo scoppio della seconda guerra mondiale che in zona fece sen­tire la sua drammatica presenza con l’inizio della lotta partigia­na.

Dal settembre 1944 in Val Resia operava una formazione partigiana le cui azioni erano dirette soprattutto contro la linea ferroviaria Chiusaforte-­Pontebba.

Le testimonianze racconta­no che don Arturo offri il suo aiuto umanitario e svolse la sua azione pastorale anche in mezzo a loro perché, diceva, tutti sono figli di Dio; ciò non gli impediva di accogliere e di offrire quanto aveva anche a chi combatteva sul fronte opposto.
Ma la fama e le calun­nie che lo volevano «titino» e collaborazionista dei partigiani del IX Corpus ebbero il sopravvento.
Sulla sua testa venne posta una taglia di 500 mila lire.
Fu ricercato con ogni mezzo ma, avvertito e protetto dalla sua gente, don Arturo all’inizio del ‘45 decise di lasciare Oseacco e di rifugiarsi nelle valli del Natisone presso amici sacerdoti e poi presso la famiglia a Monteaperta.

Finita la guerra e calmatesi le acque don Arturo nell’aprile del 1946 fu raggiunto dal decreto di nomina a vicario di Liessa in comune di Grimacco.
Qui, come in tutta la Slavia Friulana, la pace raggiunta, la sconfitta del totalitarismo, la conquista della libertà e della democrazia non avevano ripor­tato la serenità necessaria per dimenticare le ingiustizie subi­te e riprendere la secolare tra­dizione dell’uso della lingua slovena nella liturgia.
Il nuovo vicario di Liessa, coerente con l’insegnamento della Chiesa, con i suoi principi ed in accor­do con i confratelli della zona riprese l’uso del dialetto slove­no nell’esercizio pastorale.

La violenta campagna anti­clericale ed antislovena, che in quegli anni si scatenò contro i sacerdoti locali e le cui radici e trame sono venute parzialmen­te alla luce in questi ultimi anni, prese di mira in particola­re don Arturo anche a motivo delle voci e delle accuse che arrivavano da Resia.
Ma egli tirò dritto e continuò la sua azione pastorale in collabora­zione con gli altri sacerdoti slo­veni della zona.

Nel 1950 di fronte ad attacchi sempre più violenti l’arcivescovo Nogara intervenne con una difesa scrit­ta:
«Nei giorni passati nella stampa nazionale e locale sono state lanciate accuse circa i sentimenti e l’atteggiamento dei sacerdoti delle valli del Natisone quasi fossero avversi dell’Italia e favoreggiatori del comunismo. Tali accuse sono ingiuriose ed insane, basta una sola considerazione per dimo­strarlo. Tutti, anche quegli stes­si giornali che li criticano, esal­tano l’altissimo senso d’italia­nità di quelle popolazioni. Ora come potrebbe avvenire ciò se i sacerdoti fossero antiitaliani, dato che i fedeli lassù sono attaccatissimi alle loro chiese e ai loro sacerdoti?».

Su suggeri­mento di mons. Nogara i sacer­doti scrissero una lettera al Pre­fetto di Udine nella quale, dopo aver ribadito che
«la popola­zione di queste valli ha note di origine e una parlata dialettale slovena che fu sempre di paci­fico uso»,
dichiarano che
«sia­mo stati sempre i primi a dare ogni nostra attività perché anche i problemi di queste valli abbiano soluzione nell’ambito nazionale italiano»
e si augura­no che
«la vita di queste popolazioni e la nostra possa, in base alla Costituzione, svolger­si in piena libertà e nella più leale adesione alla Patria italia­na, con rispetto della nostra parlata e delle naturali esigenze sue di vita religiosa e civile».

Questa lettera, che fu sotto­scritta anche da don Arturo Blasutto, non bastò.

La campagna di calunnie ed accuse continuò e si accanì in particolare contro il vicario di Liessa.
I superiori diocesani affi­darono ad un sacerdote locale l’incarico di svolgere sul suo comportamento un’indagine, che però non confermò nessuna delle accuse mossegli.

Nonostante ciò nel 1955 don Arturo fu rimosso dal suo incari­co.
Ancora oggi sono in molti a chiedersi il perché di questa decisione dell’autorità diocesa­na.
Ci sono due possibili chiavi di lettura che possono essere fuse in una sola.
Alcuni avanza­no l’ipotesi che a causare il provvedimento fu un’interpreta­zione affrettata e distorta di una sua presa di posizione nei con­fronti di una persona responsabi­le dell’Azione cattolica;
altri sostengono che la rimozione è da mettere in relazione con la vicenda di don Boldarino, il vicario di Cosizza che fu allontanato per suoi collegamenti con i gruppi nazionalisti della zona: si è voluto così intervenire sugli estremi di due posizioni come se i loro principi e finalità potessero essere messe sullo stesso piano.

Quanto le accuse contro don Arturo fossero infondate e strumentali lo rivela la testimonian­za di un sacerdote delle valli che, in un memoriale inviato all’arcivescovo Zaffonato nel 1957 dai sacerdoti della zona, affermava che il brigadiere dei carabinieri di Clodig aveva dichiarato:
«Se don Blasutto di Liessa parlasse in italiano, non avrebbe nessuna accusa».

Una tipica vicenda da «Gladio nostra­no».

Il 25 novembre 1955 don Arturo di ritirò a casa sua.
Rifiutò un sussidio inviatogli dall’arcivescovo:
voleva giusti­zia non elemosina.

In famiglia e in alcuni amici trovò conforto ed assistenza.
Celebrava la messa nella chiesa parrocchiale ma sen­za il suono delle campane.
Qual­che tempo dopo gli fu negato di celebrare in chiesa.
Non si abbatté; continuò nel silenzio e nella preghiera la sua via crucis.

Negli ultimi anni della sua vita si adoperò perché fosse ripresa l’antica tradizione del bacio delle croci presso la chiesa della Santissima Trinità a Mon­teaperta.
Invitò i sacerdoti e le comu­nità della zona e delle valli deIl’Isonzo con le loro croci.
E' un’iniziativa che ha preceduto in qualche modo l’incontro annuale dei tre popoli che si svolge, a turno, nelle diocesi di Udine, Lubiana e Klagenfurt.

In una let­tera scriveva che
«la mia gente guarda alla chiesa della Ss. Tri­nità come i Magi alla stella cometa che li ha condotti al Pre­sepio».

I1 26 luglio 1986 celebrò con gioia il 50° anniversario della sua prima messa attorniato da parenti compaesani e da due sacerdoti nativi di Monteaperta: don Luigi e don Celeste Blasut­to.
M.D.J. - da DOM 1994

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