Don Attilio Cormons

Nello scritto di un confratello ed amico il ricordo di un giovane sacerdote vittima della guerra.
Fu ucciso da una raffica di mitragliatrice il 18 novembre 1943 nei pressi della canonica di Cernetig
Platischis è un ameno, soleggiato paesetto del comune di Taipana adagiato in una picco­la valle fra la barriera dei Musi e quella di Zuffinis.
Fra quei monti sono le sorgenti del Natisone, che al suo primo corso fa da confine fra l’Italia e la Slovenia.
Dalla prima guerra mondiale, il Ponte Vittorio congiunge le due sponde per consentire ai montanari di quella zona di percorrere la valle ai piedi dello Stol di raggiungere Bergogna, Sedola ed altri pae­setti fino a Caporetto.
In quella strettoia riceve gli affluenti del Cernavoda e Lerada. Poten­ziato dall’afflusso di quelle acque continua solenne il suo corso fra i monti Mia e Matajur fmo alla pianura friulana.

Il nostro villaggio, chiuso fra i monti, è lontano da centri forniti di maggiori mezzi di comodità sociale, sanitarie, scolastiche, amministrative, commerciali.
La popolazione ha sempre conservato le sue caratteristiche slovene:
tradizioni, costumi, lingua, folclore.

I1 canto sloveno risuonava nella chiesa in tutte le funzioni liturgiche ed alla sera giovani e uomini si riunivano in crocchi per cantare i canti popolari sloveni.
Pur essendo sloveni, hanno sempre conservato sentimenti italiani e non hanno avuto fastidio dai soliti esaltati sciovinisti che hanno disturbato la tranquillità dei paesi lungo il corso del Natisone fmo agli anni successivi la seconda guerra mondiale.

Platischis fino a pochi anni fa ha sempre avuto la fortuna della guida pastorale di un sacerdote sloveno.

In questo ambiente tradi­zionalmente religioso e di fede autentica, il Signore ha chiamato al sacerdozio don Anto­nio Cuffolo e don Giuseppe Cramaro che han­no onorato il clero della nostra diocesi di Udi­ne per preclare doti di intelligenza, zelo pago­rale, bontà d’animo ed amore alla popolazione profondamente religiosa e pia anche se pove­ra.
Hanno difeso e coltivato le tradizioni locali servendosi con coraggio della lingua slovena nel culto e nella predicazione cristiana, nella pastorale giovanile e nella catechesi.
Hanno sopportato con coraggio ed intelligente pru­denza l’ostruzionismo sciovinistico politico e spesso anche degli sciovinisti religiosi.

Un'intelligenza spiccata, unita a grande bontà

In questo paesetto é nato il 15 ottobre 1916 dagli sposi Enrico e Maria Cuffolo, sposati nella parrocchia di Attimis, di cui Platischis era filiale, il nostro amico Affilio Cormons.
Fu battezzato dal curato vicario Antonio Cenci­gh, essendo padrini Giuseppe Sedola e Maria Cuffolo da Attimis?

Fin dall’infanzia Attilio si rivelò mite, paziente, di carattere dolce, molo inclinato -alla chiesa e con entusiasmo svolgeva le fun­zioni di inserviente all’altare.

Nelle scuole elementari rivelò un’intelli­genza spiccata, vivace, unita a grande bontà. Appena rivelò il desiderio di andare in semi­nario per farsi sacerdote, don Antonio lo pre­parò agli esami di ammissione al ginnasio che iniziò e portò brillantemente a termine a Castellerio. Nel seminario di Udine concluse i corsi liceali ed iniziò i corsi teologici, ma un brutto disturbo bronchiale lo costrinse a rien­trare in famiglia dove la buona mamma ed il vicario, don Giuseppe Simiz, lo assistettero con una cura efficace anche se prolungata, che gli consentì di riprendere gli studi teologici anche se con ritardo tanto da perdere i contatti con i compagni di scuola.

Fu ordinato suddiacono il 21 dicembre 1940 e diacono il 18 febbraio 1941.
Fu consa­crato sacerdote il 12 aprile 1941.

La prima solenne santa Messa, celebrata nella chiesetta di Platischis dove io e don Attlio avevamo tante volte pregato per la nostra vocazione, aveva riempito di gioia non solo lui, ma tutti noi che gli eravamo legati da tanta stima e affetto.

Ora toccava a me; avremmo ancora pas­seggiato per le vette del Namlen, del Javor, delle Zuffine facendo progetti per la nostra vita pastorale. Io sentivo di avere tanto biso­gno della sua dolcezza, della sua serenità inte­riore; in questo senso era per me un amico guida che ascoltavo con sempre maggiore desiderio.

Ho gioito tanto dell’amicizia con Don Atti­lio, sempre tanto docile, dolce, edificante!
Diventato sacerdote mi è parso molto più disponibile per la conversazione, per la preghiera assieme, per le passeggiate sui nostri monti dalle cui vette guardavamo la meravigliosa pianura friulana quelle nostro futuro campo pastorale, pur desi­derando uno dei tanti paesetti della nostra terra slovena per continuare a par­lare con la nostra gente così come si parlava con la nostra mamma. anche le ini­ziative pastorali collaudate dai sacerdoti, che erano della nostra zona, ci parlavano di più al cuore!

Però avremmo accettato volentieri qualsiasi paese ftiulano la cui lingua conoscevamo bene come l’italia­no, e dove ci saremmo trovati a nostro agio anche con la mentaltà della gente mentre percorrevamo il sentiero che porta da Subiit a Platischis.

Erano questi i nostri pensieri ma parlavamo anche delle difficoltà che il nostro comune amico e padre spirituale don Giuseppe Simiz, incontrava nella Valcanale dove era stato trasferito e dove ci aveva invitato per continuare ad aiutarci spiritualmente e mostrarci le difficoltà di un ambiente mistilingue reso tanto difficile a causa di alcuni problemi di carattere politico. Così andammo a Camporosso / Zabnice per trascorrervi l’estate ed avere l’esperienza del Santuario di Monte Lussari.
Don Attilio con­versava e confessava in chiesa i pellegrini provenienti dalla Slovenia ed io cercavo di fare un po da guida illustrando le montagne circostanti.

Le prime esperienze pastorali

Da lassù ci trasferimmo a Camporosso nel­la cui chiesa era ospitata la statua della Beata Vergine.
Le nostre settimane volavano e giun­se il momento di scendere fra le nostre monta­gne riportando nella nostra mente la più viva ammirazione per pre Jožef Simiz che con tan­to zelo svolgeva la sua azione pastorale il lin­gua slovena e tedesca con la sua proverbiale prudenza adatta a quel clima strano che la sot­tile propaganda nazista aveva creato per porta­re la popolazione alle opzioni per la grande Germania.
Abbiamo lasciato il nostro pre Jožef nella sua amarezza per lo sconvolgimen­to che la politica nazionalista aveva creato nel­la sua parrocchia.
Che cosa sarà di Lui e della sua gente?
Da noi era certamente un clima più sereno.
Don Attilio aveva ricevuto il decreto, per la cura pastorale di Stregna dove si recò subito con la sua buona mamma.
Bell’estate dell’anno successivo andai a fargli visita e lo trovai sereno e contento.
Mai avremmo pensa­to che l’uragano selvaggio si sarebbe abbattu­to anche sui nostri paesi: avevamo sentito par­lare dei partigiani jugoslavi che avevano fatto delle puntate nei nostri paesi di confine lasciando sbigottita la nostra gente!

Ma dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 la situazione generale diventa caotica:
nei paesi confinanti con la Slovenia nascono spontaneamente organizzazioni armate libere per difendere la nostra autonomia politica e soprattutto la loro identità e libertà da organiz­zazioni comuniste o jugoslave di stampo comunista.
Le armi si trovano un po’ dovun­que, lasciate dalle truppe italiane in ritirata dai fronti orientali.
Noi da Subit con gli amici di Attimis abbiamo svaligiato magazzini di armi a Udine e le abbiamo portate in montagna con camion prelevati in qualche caserma abbando­nata dai militari.
Così con le organizzazioni armate libere ci siamo fatti rispettare dai comunisti slavi e dai garibaldini italiani ed eravamo in condizioni di difenderci dai soldati tedeschi che avevano invaso il Friuli e sferra­gliavano con i loro carri armati per le nostre strade.
Si guardavano dai paesi di montagna che sapevano sicuro rifugio di partigiani locali e di militari armati che non avevano potuto proseguire la strada per raggiungere le loro città di origine.
Ma in pace non stavamo: le armi erano sempre a portata di mano. Ora sembra un esagerazione, ma per fare una pas­seggiata in montagna ed essere sicuri di rien­trare era consigliabile portare in spalla il mitra. Durante le notti vigilavano le sentinelle e le ronde in movimento.

Nonostante la situazione esplosiva, mi misi in viaggio in bicicletta con il nuovo cappellano di subit alla volta della vallata del Natisone per visitare la curazia di Oblizza dov'era don Francesco cicigoi successore di don Fortunato Blasutig. Al ponte San Quirino ci fermarono le sentinelle tedesche e dopo avere controllato i nostri documenti ci avvertirono che era in atto un rastrellamento per ripulire la vallata dai partigiani di tito e che era molto pericoloso spingersi verso San Leonardo ed Oblizza, che erano pieni di partigiani e di truppe tedesche in azione.

I1 sole stava tramontando in quel pomerig­gio di novembre e noi decidemmo di proseguire il viaggio ritenendo di potere raggiunge­re Oblizza prima del buio.
Fummo accolti fra­ternamente da don Francesco e da suo padre.
Durante la notte fummo tenuti svegli da una sparatoria intensa.
Alle prime luci dell’alba del 18 novembre, notammo un ripiegamento di numerosi partigiani verso i boschi, inseguiti dai tedeschi in mezzo ad un fuoco infernale.
Restammo tappati in casa fin quando non giunsero i primi «rastrellatori» con le armi puntata cercando partigiani in tutte le stanze.
Constatatane l’assenza, ci lasciarono in pace; ma la furiosa sparatoria continuò in tutti i pae­si vicini, come Stregna dov’era curato il nostro don Affllio Cormons.

Ucciso da una mitragliata vicino alla canonica

Tutta la furia bellica sembrava riversata su quella collina!
Qui mi vengono in aiuto due verbali scritti da mons. Bertoni e da don For­tunato Blasutig che fu il successore di don Attiglio Cormons a Stregna. Don Attilio dopo avere cercato di dissuadere i partigiani dal piazzare due mitraglie, una sul campanile e l’altra nel cimitero vicino alla chiesa, accom­pagnò la diletta mamma in una famiglia vicina e poi si ritirò in canonica senza preoccuparsi di chiudere le porte e le finestre. Ad un certo punto qualcuno gettò all’interno della abita­zione una bomba che esplodendo ferì don Attilio.
Spaventato cercò di recarsi nella casa dov’era ospitata la mamma, ma a pochi passi dalla porta fu abbattuto da una mitragliata.

I1 pio e mite don Attilio Cormons è morto senza conoscere i suoi assassini.
Ora riposa nel cimitero di Stregua fra la sua gente che fu la prima a ricevere le sue cure pastorali ed alla quale rimase fedele fino alla morte.

Chi ha ucciso don Attilio?
Mentre a noi oggi preme conoscere il responsabile della sua morte dobbiamo tenere conto che la vittima dedicò tutta la sua vita alla preghiera per la conversione di quelli che facevano il male come gli aveva insegnato Gesù il suo Maestro e Salvatore che ora lo accoglie nel Regno dei Cieli dove quelle brutture, che sono la vergo­gna dell’umanità, non si conoscono se non per perdonarle.

Riposa in pace, amico caro degli anni della mia giovinezza!
Don Pietro Tomasino – da DOM 1994

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