Appendice della tesi di laurea di Giorgio Qualizza

La Benečicja dagli inizi al XX secolo

POPOLAZIONE

Da. scavi archeologici eseguiti nella zona (vedi nota (a) a pag. 35 ) si sa che le odierne Valli dei Natisone furono popolate fin dall’età della pietra.

Ma per avere una prima approssimativa valutazione della consistenza numerica della popolazione dobbiamo arrivare al XIV sec.; al 1387 infatti risale il documento (riportato da Grion G. nell’op. cit., alle pagg. 185—186) che indica il numero dei lavoratori dipendenti dai vari giurisdicenti:
“. . . nel 1387 troviamo che nella gastaldia sclavonica di Antro la Comunità di Cividale contava 324 massai (coltivatori dei masi) e 14 cossani (portatori di cos (Koša = gerla) (a) — lavoranti senza animali propri), il consorzio (formato dai conti (a)) Spilimbergo Folcherini, 24 massai e 8 cossani, il Monastero Maggiore 53 massai, il patriarca 152 massai e 5 cossani, che avevano soddisfatto al loro fitto (X. den. pro massario et V den. pro cossano).

Il Grion poi, partendo da questo documento per ricavare il numero della popolazione calcolava una media di 4 persone per la famiglia di ogni pagante e otteneva così 2.312 abitanti e azzerando 2.320 e oltre. Naturalmente tale cifra così calcolata é molto approssimata e non si riesce a sapere quanti abitanti in realtà allora ci fossero nella gastaldia. E’ molto probabile che allora il numero degli abitanti fosse molto ridotto causa gravi carestie, guerre e pestilenze: infatti da un documento (che lo stesso Grion cita a pag. 186 dell’op. cit.) risalente al 7 agosto 1509, risultano 3166 abitanti. E più tardi nel 1637, in una relazione, il Provveditore Balbi ne calcolava più di 4.000.

Nella ducale di Silvestro Valerio, datata 5 febbraio 1698 (riportata da Podrecca C. nell’op. cit., 1884 - Cividale, a pag. 121) si parla già di un “. . . numero di Anime seimilacinquecentododici in circa...”.

Poi non abbiamo più alcun documento abbastanza attendibile sulla consistenza numerica della popolazione fino all’anno 1766, data del censimento (b) curato dalla Repubblica Veneta, dal quale risultarono 9645 abitanti. Probabilmente questo incremento demografico é stato favorito da condizioni di vita migliori per la relativa diminuzione di guerre, carestie e pestilenze, oltre ad una maggiorata produzione agricola.

Poi da rilevazioni demografiche eseguite nel periodo napoleonico gli abitanti nel 1811 risultarono 11.905 (c). Da rilevamenti compiuti dagli Austriaci nei 1818 (d) la popolazione risultò diminuita di 1 .000 unità, molto probabilmente a causa delle morti dovute alle guerre napoleoniche e alle carestie (particolarmente grave quella dei 1817).

Nel cinquantennio del dominio austriaco gli Sloveni delle Valli aumentarono ancora per le migliorate condizioni generali di vita e per l’incremento dei commerci. Al censimento del 1857 (e) risultarono presenti nelle Valli 13.791 persone.

Il primo censimento del Governo Italiano (1871) trovò 13.915 presenti e 15.430 residenti (f).

Al secondo censimento del Governo Italiano (1881) la popolazione slovena presente nelle Valli era di 14.239 persone, mentre la popolazione residente raggiungeva 15.621 unità (g).

Note

(a)
parentesi tonde mie.

(b)
Vedi Anagrafi di tutto lo Stato della Serenissima Repubblica di Venezia,..., voi. V, Venezia, Stamperia Ducale, 1768, cit. da Musoni F., in “Nuove ricerche di antropogeografia nelle Prealpi del Natisone”, “Ann. Ist. Tecn. Zanon, Udine” Serie 11, Voi. XXXII (1912—13), pag. 22.

(c)
Compartimento territoriale del Dipartimento di Passanano. Da attivarsi pel Primo gennaio 1811. Udine, presso li Fratelli Pecile, Tipografia Prefettizia

(d)
Compartimento territoriale delle provincie venete approvato definitivamente da Sua Maestà Imperiale Reale Apostolica ... e pubblicato dall’Imperiale Regio Governo Generale con notificazione 8 luglio 1818, Venezia per Francesco Andreoli. — Questo documento e quello del 1811 sono entrambi citati da Musoni F., “Nuove ricerche di antropogeografia... (1912—131”, pag. 23.

(e)
Tafein zur Statistik der Osterr. Monarchie. N.F. III Bd., Wien, 1861 (citato da Musoni F. in “Nuove ricerche di antropogeografia ... (1912— 13)Va pag. 24.

(f)
Popolazione presente ed assente per comuni, centri e frazioni di comune. Censimento 31 dic. 1871, Roma, Stamperia Reale, 1874, voi. I (citato da Musoni E. in “Nuove ricerche di antropogeografia... (1912—13)”, pag. 26). — Con questo censimento viene introdotta per la prima volta la distinzione tra popolazione presente o di fatto e popolazione residente o legale.

(g)
Popolazione presente ed assente per comuni, centri e frazione di comune. Censimento 31 dic. 1881, Roma, Stamperia Reale, 1884, voi. I (citato da Musoni F. in “Nuove ricerche di antropogeografia ... (1912—13)” a pag. . 29).

ORDINAMENTI POLITICO-AMMINISTRATIVI E GIUDIZIARI DEGLI SLOVENI DELLE DUE CONVALLI.

a. Dall’epoca dell’insediamento fino al trattato di Campoformido (1797).

Poco o nulla si sa, in mancanza di specifici documenti, sugli ordinamenti politico—amministrativi e giudiziari degli Sloveni risiedenti nell’area delle attuali “Valli del Natisone” prima del XIII0 sec. Da documenti della seconda metà del XIII sec. risulta che le Valli erano divise nelle due Convalli di Antro e Merso. Alla divisione amministrativa delle Valli corrispondeva quella ecclesiastica: infatti di certo dal XIV secolo in poi due erano le parrocchie cui facevano capo tutte le altre cappellanie (parrocchia di S. Pietro per la convalle d’Antro e quella di S. Leonardo per la convalle di Merso. Più tardi a 36 “občine” (comuni—ville) corrisposero 36 cappellanie).

Resta controverso il problema se la divisione amministrativa si sia conformata ad una divisione ecclesiastica preesistente o se sia avvenuto il contrario. Ancora prima é nominata nei documenti solo la Gastaldia d’Antro. Vari documenti, dall’epoca patriarcale fino a tutto il periodo veneto, testimoniano per gli Sloveni delle due Convalli una autonomia amministrativa e giudiziaria che si differenziava rispetto al resto del Friuli. Se infatti non si può negare che anche in altre zone del Friuli persistessero forme similari di autogoverno, tuttavia si deve ammettere che nel restante Friuli queste forme di autogoverno erano sempre più o meno imbrigliate dal sistema feudale vigente; mentre nelle Valli queste spinte autonomistiche (fino a che la potenza politica di Venezia non comincia a tramontare) hanno maggiore vigore: infatti sono proprio le peculiari forme di autogoverno delle due convalli a relegare molte volte, ma non sempre, a una funzione rappresentativa le forze feudali.

Naturalmente sarebbe ingenuo credere che non si siano verificati abusi di potere da parte delle varie forze che detenevano la giurisdizione feudale sul luogo, ma dai documenti che abbiamo risulta che le istituzioni amministrative e giudiziarie popolari abbiano retto bene a questa continua lotta di potere.

La “vicinia” (riunione di tutti i capi di famiglia di ogni singolo villaggio) costituiva il perno di tutta la struttura amministrativa e giudiziaria delle due convalli (a).

Come sostiene anche Podrecca Carlo, é probabile che i nostri slavi invasori dell’epoca longobarda fossero già organizzati in “županie” o “vicinie”. E i nostri slavi ci tenevano particolarmente a queste forme di autogoverno, come ci testimonia una monografia di S. Rutar sulle Colonie Slovene, che, parlando degli Sloveni sparsi nella bassa friulana, ci dice come essi si consideravano anche dopo la partenza dalla patria come membri delle “županie” (tribù). Infatti, nonostante non fosse loro facile crearsi delle “županie” proprie, causa la loro dispersione, tuttavia, limitatamente a certe zone più densamente popolate da Sloveni, tali istituzioni sopravvissero lungo tempo (si pensi soprattutto alla župania di Belgrado (vicino a Latisana) e poi a quelle di Brazzano e Manzano (tutte e tre menzionate dal Porcia a pag. 65 della op. cit.)).

Queste particolari forme amministrative e giudiziarie si evolvono con alterne vicende. Come riportato da Podrecca e. (op. cit. — Cividale 1884, a pag. 12), sotto il Patriarcato la “vicinia” era già un’istituzione saldamente affermata e riconosciuta: “Uno dei vicini per turno doveva fungere da capo, Meriga o Podestà, assistito da un Vicemeriga, e da due o più Giurati. Meriga e Giurati costituivano la Banca (Giunta). Nei primi tempi le Banche stesse funzionavano anche da Tribunali, ciò che venne loro limitato dal patriarca Nicolò nel 1356, indi abolito da Giovanni da Moravia nel 1392.

Dal periodo patriarcale in poi fino al 1816, 36 erano i villaggi — comuni (občine) che componevano le due convalli di Antro e Merso,(come risulta dalla Terminazione 24 settembre 1722 (citata da Podrecca C. nell’op. cit. Cividale 1884)) dei sindici Inquisitori in terra ferma per la S.ma Repubblica di Venezia, dove vengono nominate le seguenti ville: Vernasso, Biacis, Erbezzo, Cepletischis, Vernassino, Clenia, Ponteacco, Clastra, Luicco (Livek), Tribil di Sopra, Stregna, Altana, Lasiz, Tarcetta, Mersino, Savogna, Azzida, S. Pietro, Brischis, Cosizza, Drenchia, Oblizza, Podpecchio, S. Leonardo, Spignon, Pegliano, Montemaggiore, Brizza, Sorzento, Biarz, Rodda, Grimacco, Costne, Cravero, Tribil di Sotto, Merso di Sotto. Ogni villaggio costituiva una “občina” (comune). A capo di ogni “občina” stava uno “župan” (“decano”), eletto ogni anno dai padri di famiglia, i quali componevano la “sosednja” (“vicinia”).

Nella convalle d’Antro che comprendeva la valle del Natisone vi erano 21 “občine”, mentre in quella di Merso, comprendente le valli dell’Alberone, del Cosizza e dell’Erbezzo, ve n’erano 15. La vicinia si raccoglieva ordinariamente sulla piazza del paese o sul sagrato antistante problemi che interessavano la comunità: l’elezione delle cariche, riattivazione o costruzione di strade, delimitazione dei confini, discussione sulle decisioni dei loro signori feudali, deliberazioni sulla non ingerenza nei beni comunali, contribuzioni per feste pubbliche, limitazione dei pascoli, pagamento delle decime, spese di manutenzione della chiesa e paga del cappellano.

A capo di ognuna delle due convalli di Antro e Merso stava poi un “velik župan” (“decano grande”), eletto annualmente dai župani della “velika sosednja” (grande vicinia), che comprendeva tutte le občine (comuni - villaggi) della sua convalle.

Quando era necessario discutere in merito a problemi riguardanti tutta una convalle, il “velik župan” convocava la “velika sosednja” della sua convalle attorno a una lastra di pietra detta “banca”, che per la convalle d’Antro si trovava dapprima a Biacis poi a Tarcetta, mentre per quella di Merso era a Merso di Sopra.

Poi, almeno una volta all’anno, e se necessario anche più, si riuniva sotto i tigli presso la chiesa di S. Quirino a S. Pietro il Parlamento o Arrengo, per discutere problemi riguardanti entrambe le convalli, i quali potevano essere: il rispetto dei privilegi concessi agli Sloveni delle Valli, la necessità di ricorsi da farsi a Venezia per l’introduzione abusiva di nuove tasse, l’elezione dei “veliki župani” e dei loro cancellieri, la condotta dei “veliki župani” e dei giudici.

Meritano poi un cenno particolare, accanto alle istituzioni amministrative anche quelle giudiziarie (di cui ci parla Podrecca C. alle pagg. 47—58, nella sua “Slavia Italiana” — Cividale, ‘1884 e nella sua “Siavia Italiana - Istituti amministrativi e giudiziari” Cividale, 1887, alle pagg. 115— 142).

Naturalmente,in mancanza di documenti, come già per le istituzioni amministrative, così pure per quelle giudiziarie, non sappiamo né a quando precisamente risalgano queste istituzioni, né come siano andate evolvendosi fino grosso modo al periodo del dominio veneto, ed anche relativamente a quest’ultimo periodo abbiamo pochi documenti. La mancanza di documenti scritti é in parte spiegabile: innanzitutto, come dice Podrecca O. (op. cit. — Cividale 1884, a pag. 66), “in origine si aveva il buon senso di risolvere ex novo caso per caso, stimando inutile farne verbale. Poi per l’ignoranza della scrittura, ogni memoria di deliberazione era raccomandata ai Giurati delle ville, una specie di notai orali. Più tardi il notaio-cancelliere raccolse semplici note.. .“. Poi, riferendosi all’archivio della Prefettura, continua dicendo che “non molti anni addietro (fu) operato uno stralcio che condannò alla cartiera la massima parte delle carte anteriori al 1866”.

Il Comm. Michele Leicht, in “Giudizi feudali del Friuli”, scrive che il patriarca d’Aquileia aveva due Massari, uno ad Antro e uno a Merso, ognuno dei quali nominava 12 giudici per la propria vallata.

Da un documento, datato 9 dicembre 1791, risulta che vi era una “dvanajstija” (unione di dodici giudici) per ognuna delle due convalli: nella convalle d’Antro i dodici giudici (dvanajstija) venivano eletti ogni anno dai capi-famiglia delle dodici ville che componevano la Contrada; nella Convalle di Merso i 12 giudici scadenti ogni anno di carica eleggevano i loro successori.

La “dvanajstija” di ogni convalle sa riuniva a giudicare presso la sua banca rispettiva. Ai giudizi interveniva anche il Gastaldo o suoi sostituti,ma con poteri limitatissimi, come precisa la Ducale Cornelia del 21 aprìle 1627 (riportata da Podrecca C., op. cit. — Cividale 1887, a pag. 131), la quale conferma “alli fedeli huomini et abitanti nelle Convalli e Contrade di Schiavonia di Antro e Merso, la giurisdizione Civile et Criminale et Criminalissirna col mero et misto inperio delli lochi chiamati le Banche di Antro e Merso, giudicando con la assistenza del Gastaldo, o dei suoi sostituti, con tutti li usi, ragioni, giurisdizioni, emolumenti, prerogative spettanti a D.a giurisd.ne, come da tempo immemorabile é stato anco da loro maggiori goduta et possessa senza alterazione o diminuzione alcuna et salve sempre le solite...”.

Da un’Ordinanza del Luogotenente della Patria dei Friuli, datata 22 settembre 1508, sappiamo che “. . . gli huomini delle Convalli di Antro e Merso hanno facoltà di giudicare in prima istanza, anche in caso di omicidio seguito in dette contrade, riservata appellazione alla comunità di Cividale”.

Naturalmente la comunità di Cividale attenta continuamente a questa libertà di giudizio, tanto che la Serenissima e costretta più volte ad intervenire in difesa dei diritti delle due convalli, come risulta anche da un’Ordinanza del 26 settembre 1630 dei Provveditori sopra i feudi che ingiungono al Provveditore di Cividale di “immediate e senz’ altra fidejussione far rilasciare di prigione Gaspare Troppina, essendo quel giudizio incompetente, non potendo esso giudicar se non in appellatione, (b) rimettendo il Processo alli 12 Huomini et Gastaldo non appartenendo a lei il reputar immeritevoli essi populi di quelli privilegi et ella eseguirà sotto pena altrimente sarà sub.e formato debitora Palazzo”.

Abbiamo poi un’altra Ordinanza analoga del 17 aprile 1747 per la consegna da parte del Provveditore di Cividale alle Banche di Antro e Merso del processo penale contro Andrea Raccaro.

E questo diritto di giudizio fu esercitato dalle due Banche fino alla fine del dominio veneto, come risulta dalla Ducale Manin, 9 marzo 1796 (citata da Podrecca C., op. cit. — Cividale 1887, alle pagg. 132—133), che riconferma alle due banche di Antro e Merso la “Giurisdizione Civile, Criminale et Criminalissima”.

Questo diritto di giudizio non venne ostacolato solo dalla Comunità di Cividale, ma anche dai vari signorotti feudali del luogo (e in generale dai “giurisdicenti”). Infatti sebbene Podrecca C. a pag. 57 della op.cit. —Cividale, 1884, afferma di non aver trovato nemmeno un documento di giudizi civili o criminali resi da quei giurisdicenti, tuttavia molto probabilmente essi cercarono di influire sia nei giudizi civili che in quelli criminali, con i propri rappresentanti. Soprattutto quando la potenza politica di Venezia sta per tramontare, quando si riducono le sue capacità di controllo amministrativo sulle regioni soggette, i vari signorotti feudali approfittano comperando con il denaro le giurisdizioni su vari luoghi delle Valli (come ci riferisce S. Rutar nella op. cit.).

Podrecca C., op. cit. — Cividale 1887, a pag. 138 porta l’esempio dei Nobili Paciani di Cividale che avevano comperato un quarto della giurisdizione di Clenia ed Altovizza ed amministravano la giustizia a turno con gli altri (“condomini”) padroni, ed emanavano proclami semisovrani ai loro popoli composti di 26 vicini.

I signori feudali soffocavano così a poco a poco le istituzioni amministrative e giudiziarie popolari le quali riceveranno gli ultimi colpi mortali dai successivi governi francese e austriaco.

L’appello si faceva da Banca a Banca, eludendo così l’appello di diritto che spettava al Provveditore di Cividale. Oggetto di giudizio costituivano per lo più le liti (soprattutto a causa di confini di terreni) che erano frequentissime ed erano in maggior parte sopite dai giudici. Rarissimi erano i reati di sangue. Le punizioni inflitte ai colpevoli andavano dalla dada (specie di morsa, in cui si serrava una gamba o un braccio del colpevole, il quale, secondo la gravità della pena, rimaneva all’aperto per 12—24 o più ore) alla detenzione che si scontava per lo più nella torre di Biacis.

Note

(a)
La “vicinia” non é un’istituzione peculiare delle due convalli, ma (come fa rilevare Podrecca O. nell’op. cit. — Cividale 1887) la sua origine risale molto addietro nel tempo, tanto che Catone stesso ne parla. Presso i Longobardi ne troviamo una forma già ben definita nelle sue caratteristiche fondamentali: Rotari ci parla di una “fabula’ (parlamento) quod inter vicinos est” e di un “Decanus aut Saltarius”•, che sovrastava alla vicinia. “Tutte le vicinie si riunivano in campo (“platz”), nel mese di marzo. All’inizio le uniche leggi a cui ci si rifaceva erano le “Cadarfrede” o consuetudini; c’é anche il rappresentante del potere del re o del duca, il “Gastaldius” quindi vediamo che presso i Longobardi sono già operanti tutte le principali forme della struttura amministrativa e giudiziaria che interesserà la storia successiva del Friuli ed in particolare delle due Convalli d’Antro e Merso.

(b)
Sottolineatura mia.

b) Ordinamenti politico—amministrativi (dal 1797 al 1866).

Abbiamo già visto come le forze feudali avevano nell’ultimo periodo della dominazione veneta messo in crisi l’autonomia politico—amministrativa e giudiziaria del-le Valli. Dopo l’occupazione del 1797 il governo francese decretò l’erezione di due tribunali di prima istanza civile e criminale per ognuna delle Valli, i civili cori tre giudici ciascuno e i criminali con un giudice. Succeduta la dominazione austriaca, agli abitanti delle Valli vennero riconfermati gli antichi privilegi e la giurisdizione politica, amministrativa, civile e criminale, ma per breve tempo.

Sotto il “Regno italico” (1805 — 1815) venne creato il Cantone di S. Pietro degli Slavi, e vi avevano sede un Delegato Governativo, un Commissario di Polizia, la Commissione Cantonale di Leva, e fu istituita la “Giudicatura di Pace”.

Naturalmente, dopo il 1797 le “vicine” continuano a riunirsi, soprattutto nei luoghi montani, dove il controllo governativo era più allentato, ma la loro facoltà deliberativa ed esecutiva di un tempo comincia a passare in secondo piano, la loro riunione é sempre più formale ed anche dopo che l’Austria ne vietò la convocazione (1833), le vicinie continuarono a riunirsi, ma ormai senza più alcun potere ed in certi luoghi di montagna persistettero fino al 1850 (cioé fino alla divisione dei fondi comunali). L’indizio più chiaro dell’inizio della crisi di queste istituzioni d’autonomia popolare si ha già il 12 novembre 1797, quando nell’Arrengo, a S. Quirino, si propone “di passare all’elezione di n. 2 Deputati e Procuratori, quali abbiano a presentarsi a piedi del trono di Sua Maestà l’Imperatore ed a qualunque altra autorità, per implorare la conferma delli Antichissimi Privileggi, .‘ (da Podrecca C. a pag. 44 dell’op.cit. — Cividale, 1884). Altra decisione simile fu Presa all’unanimità sempre a S. Quirino il 27 marzo 1 803, ciò che dimostra chiaramente che i tempi di Venezia stavano per finire e che il governo austriaco di reume assolutistico aveva tutto l’interesse a che queste istituzioni popolari scomparissero. I Francesi che succedettero non mutarono parere a questo proposito, perché, come dice bene Podrecca C., considerarono “la Schiavonia un Cantone qualunque della Francia”.

Quando la “Slavia veneta”, come parte integrante dei cosiddetto “Regno Lombardo—Veneto” finisce di nuovo sotto gli Austriaci, questi si preoccuparono di eliminare del tutto le istituzioni popolari già moribonde. Coi compartimento territoriale 4 Aprile 1816 soppressero ~ 36 Comuni — Vicinie e ridussero i comuni. delle “Valli” ad 8: Drenchia, Stregna, S. Leonardo, Grimacco, Savogna, S. Pietro, Tarcetta, Rodda. Questi comuni formarono il nuovo Distretto di S. Pietro degli Slavi, a capo del quale era un imperiale regio commissario che risiedeva a S. Pietro e presiedeva ai consigli comunali ed era responsabile anche dei loro bilancio. Gli Austriaci soppressero la Giudicatura di Pace e fecero dipendere giudiziariamente il Distretto di S. Pietro dalla Pretura di Cividale. Gli Sloveni delle Valli non tardarono ad esprimere il loro malcontento verso gli Austriaci per il trattamento avuto, e proprio quando nel 1848 si presentò loro l’occasione propizia, seguirono la generale tendenza di insurrezione comune anche ai loro vicini friulani ed espressero tale malcontento verso il dominio Austriaco anche nel plebiscito del 1866, votando compatti contro l’Austria. Le ragioni principali di tale atteggiamento degli Sloveni delle Valli verso gli Austriaci vanno ricercate proprio nella politica assolutista e accentratrice che gli Austriaci avevano perseguito nelle “Valli” (così, del resto, come altrove), dando un colpo mortale alle “vicinie” come istituzioni giuridiche e ad ogni forma di autonomia popolare, organizzando un reclutamento regolare e permanente di soldati (reclutamento che doveva apparire particolarmente odioso alle popolazioni delle “Valli” abituate per il tempo passato a fornire solo un drappello regolare di 200 armati per la custodia dei 5 passi già menzionati e che solo saltuariamente, in certi casi, e limitatamente erano interessati ad un arruolamento a tempo determinato); inoltre anche la fiscalità degli Austriaci alquanto superiore in proporzione alla fiscalità alla quale erano soggette le “Valli” nel passato, può essere considerata tra gli elementi determinanti del malcontento dei “Valligiani.

Chiesa - Religione - Religiosità nelle Valli del Natisone

Premessa.

Se nel trattare delle Valli, si trascurasse di accennare almeno sommariamente alla componente “chiesa — religione — religiosità”, mancherebbe qualcosa di essenziale. Certe manifestazioni di vita, certi comportamenti tutt’ora persistenti soprattutto tra gli anziani (tra i giovani molto meno) possono essere spiegati solo alla luce di radicali convinzioni religiose (per lo più cristiane, ma altre derivanti dalle antiche credenze pagane).

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Quando gli Sloveni si insediarono nella zona del Natisone non erano ancora cristiani. Adoravano le forze della natura, come facevano altri popoli pagani. In comune con gli altri Sloveni quelli delle Valli veneravano Svarog o Perun, dio materializzato in certi alberi e in certe fonti. Particolarmente sentito dagli Sloveni delle Valli é tuttora il culto dei propri morti e conformemente alle credenze di altri popoli pagani ritenevano (ed alcuni anziani delle Valli lo credono ancora) che gli spiriti dei propri morti continuano a vagare nei luoghi dove hanno vissuto e sono sempre presenti tra i vivi.

Certo doveva essere ben radicato in essi il senso del misterioso, dell’occulto, del magico se in certa misura questo spirito di compartecipazione con la natura é sopravvissuto fino ai nostri tempi e si può ancora notare in certe usanze (a) e in certa letteratura popolare che ci é stata tramandata per via orale.

Ora la società consumistica per mezzo dei suoi mass-me-dia sta uccidendo a poco a poco ma inesorabilmente la tradizione orale. Le fate, le streghe, gli gnomi e gli “uomini cattivi” che ancora dominavano la mia infanzia grazie ai racconti degli anziani, popolano sempre meno il mondo dei nostri bambini.

Quando i Franchi occuparono il Friuli, anche gli Sloveni delle Valli furono soggetti alla pressione della evangelizzazione, secondo una prassi allora comune ai conquistatori Franchi che si fondava sul principio dell’inscindibilità tra religione e politica.

Come possiamo arguire da De Rubeis, “Monumenta Ecclesìae Aquilejensis” Col. 368 e 369, l’arcivescovo Arnone di Salisburgo “consecravit Ecclesias, ordinavit Presbiteros, populumque praedicando docuit Sclaviniae Pannoniaeque seu Carintiae”, mentre l’area delle attuali “Valli del Natisone” spettava al patriarca d’Aquileia, che allora era il cividalese S. Paolino, il quale “... Carintiae nationes finitimas (e quindi anche le “Valli” — sottolineatura e contenuto delle parentesi mio) ad fìdem Cristi perduxit”. Ma questa conversione non deve essere stata facile; la tradizione vuole che S. Paolino sia riuscito a convertire gli Sloveni solo dopo aver mandato tra di loro missionari che spiegavano il Vangelo in cirillico, lingua dei Santi Cirillo e Metodio.

Le antiche credenze furono dure a morire e ne abbiamo una riprova nella crociata predicata a Cividale in pieno XIV sec. contro gli Sloveni della zona di Caporetto che “...innumerabiles arborem quondam et fontem, quae erat ad radices arboris venerabant pro Deo” (Documento Bianchi 1333. IO Aprile; da Podrecca C. — op. cit. — Cividale 1887; a pag. 58). Il fatto che la prima notizia cli una chiesa nelle Valli sia piuttosto tarda rispetto all'epoca della conversione e la proliferazione lenta delle cappellanie é indice della persistenza di credenze pagane (verosimilmente soprattutto nella zona più alta, tra i monti) e della difficoltà di penetrazione della nuova religione.

Naturalmente (come a ragione fa notare Pasquale Gujon a pag. 32 della sua op. “La gente delle Valli del Natisone” — Arti Grafiche Friulane — Udine, 1974 — pagg. 103) l’obbligo del pagamento delle decime alla Chiesa rappresentava per la popolazione un gravame economico non indifferente se si pensa che fino alla caduta della Repubblica veneta ed il conseguente crollo del sistema feudale la riscossione delle decime ha rappresentato sempre una voce non irrilevante per il detentore della giurisdizione ecclesiastica (tanto ~ vero che parecchi nobili non disdegnarono l’autorizzazione da parte del patriarca o di altre autorità ecclesiastiche alla riscossione delle decime a proprio vantaggio, perché le decime, assieme alle altre entrate connesse con la giurisdizione su un dato territorio, rappresentavano un’entrata aggiuntiva tutt’altro che disprezzabile).

La prima notizia di una parrocchia nelle Valli l’abbiamo nel 1192 in una bolla di papa Celestino III con cui viene confermata al Capitolo di Cividale assieme ad altre chiese anche “... Ecclesiam S. Petri de Algida cum cappellis suis” (G. Grion a pag. 406 dell’op. cit. dice: “La Chiesa madre dell’alta valle del Natisone era S. Giacomo di Azzida cui pertinevano tutte le Cappelle superiori fino alla valle dell’Isonzo, nonché quelle di S. Pietro, S. Quirino e di S. Giovanni d’Antro”).

La parrocchia di S. Leonardo é menzionata appena nel 1351. Un po’ alla volta ogni “villa” si costruì la sua “cappella”. Ogni cappellania venne dotata di qualche appezzamento di terreno lavorato in comune o dato in affitto per coprire le spese di manutenzione. Le chiesette antiche risalenti a questo periodo hanno davanti una caratteristica loggia con intorno banche di pietra attorno alle quali si riuniva la “vicinia” per lo più dopo la messa del giorno festivo (b).

Così sotto la Rapubblica veneta ormai ogni villa ha la sua cappellania: infatti a 36 ville corrispondevano 36 cappellanie.

La cura della propria chiesa ha sempre rappresentato uno dei principali impegni per la “vicinia” che provvedeva alla manutenzione della chiesa, alla paga del cappellano e alla nomina di un fabbriciere, delegato ad amministrare i beni della chiesa.

L’attaccamento alla religione cristiana e di riflesso alla propria chiesa aumentò col tempo tanto che, come in tutto il Friuli, anche nelle Valli, lasciti e donazioni di beni e terreni alla propria chiesa divennero usuali (c).

Si può concordare con Podrecca C., quando nell’op. cit. — Cividale, 1887 — alla pag. 58 dice: “... Divenuti però completamente cristiani, gli Slavi professeranno la Religione nova con eguale fermezza che l’antica . . .“. Bisogna tenere presente che non ultimo dei motivi dell’estrema rarità di omicidi, furti ed altre azioni del genere in un arco di storia che giunge fino ad oggi, va ricercato nella profonda religiosità della popolazione delle Valli.

Attualmente, se un discorso sulla religiosità si può fare in linea generale, tra gli abitanti delle Valli (soprattutto tra i giovani) c’é una forte crisi religiosa e non solo, per molte cause di carattere generale che non sto qui ad enunciare, perché altrimenti il disc6rso diverrebbe complicato e lungo. Basti qui accennare ad alcuni fattori che possono aver contribuito in parte a mettere in crisi presso la maggioranza della popolazione delle Valli la componente chiesa religione - religiosità:

a) in primo luogo l’emigrazione come rottura di una certa emarginazione contadina favorevole ad un rigido sistema patriarcale ligio alla tradizione e allo credenze religiose accettate dalla “società del gruppo di appartenenza”; b) indirettamente l’apertura di nuove vie di comunicazione e l’incremento di scambi commerciali e culturali con una zona via via più larga; c) l’incisività via via maggiore dei mass-media che ha ulteriormente sgretolato l’isolamento del mondo contadino; d) inoltre non ultima l’istruzione che può avere favorito l’insorgenza di un senso critico verso una mentalità religiosa considerata di tipo arcaico e la rottura di un equilibrio religioso personale preesistente.

Note

(a)
Ad es. “koleda” o “Badnik” (in ricorrenza del Natale e del Capodanno) probabilmente é quel che resta di un’antica festa pagana che celebrava il ritorno della luce; altro es, il “Krjas” (il falò fatto nella ricorrenza di S. Giovanni Battista, 24 giugno, solstizio d’estate) può essere ritenuto come un rimasuglio di un’antica festa del sole.

(b)
Per una maggiore informazione su queste chiesette vedi D’Alano p.R., “Gli ignorati affreschi delle chiesette votive della Slavia friulana” in “Val Natisone”, Udine, Soc. Fu. Friul., Doretti, 1972, pagg. 68—115.

(c.)
Di questi beni gli immobili restarono proprietà delle chiese fino al 1870, quando il governo massonico li sequestrò. Da allora in poi per le necessità delle chiese furono fatte collette di casa in casa e gli abitanti delle Valli si distinsero per generosità in queste offerte anche se le loro possibilità economiche erano modeste.

Agricoltura e Allevamento

(dagli inizi al XX° secolo).

L’agricoltura e l’allevamento dagli inizi ai nostri tempi hanno rappresentato le principali occupazioni per gli abitanti delle Valli del Natisone; tanto che Musoni F. alla fine del XIX° sec. poteva ancora affermare nella sua relazione “Sulle condizioni economiche, sociali e politiche degli Slavi in Italia” (Estratto dagli Atti del 110 Congresso Geografico Italiano—Roma 22—27 settembre 1895) a pag. 5:.’~’Tra gli Slavi dei Friuli si può dire esista un’unica classe sociale: la classe cioé degli agricoltori...”.

In mancanza di dati precisi sull’argomento, si può ritenere probabile che l’agricoltura e l’allevamento in un primo tempo fossero praticati congiuntamente. Sì sa che la parte pianeggiante della zona (soprattutto la zona di Vernasso e S. Pietro) era coltivata da alcune famiglie di coloni romani già al tempo di Giulio Cesare. Molto probabilmente ancor prima gli abitanti della zona si dedicavano soprattutto alla caccia e alla pastorizia, dato che allora quasi tutta la zona delle Valli era ancora coperta da boschi. Infatti gli Slavi che sì insediarono a più riprese nella zona,si distinsero proprio per la loro abilità nel dissodare terreni incolti (“puste”, “pustote”, come li chiamavano loro) e nel ridurre a coltura terreni boschivi. Sono proprio questi Slavi (a) che abbattendo boschi e dissodando terreni anche nella zona più alta delle Valli, guadagnano alla coltura appezzamenti via via più estesi. E proprio questa attività ci testimonia che l’agricoltura e l’allevamento nelle Valli, prima della venuta degli Slavi, interessavano solo una piccola parte delle Valli ed allora erano ancora poco sviluppati. Saranno proprio gli Slavi ad incrementarli sempre di più.

Chiamati nel Friuli (b) in periodi successivi,a coltivare le terre soggette a vari conti, monasteri ed abbazie, si affermano ben presto per la loro febbrile laboriosità nel coltivare la terra. Naturalmente per obblighi feudali dovevano pagare un certo canone o tutto in natura o parte in denaro e parte in natura; di conseguenza variando il canone periodicamente in tempi più o meno lunghi (generalmente un anno?) e non necessariamente in conseguenza di una maggiore produzione, se i contadini soggetti riuscivano ad aumentare la produzione in tempi brevi, aumentava la loro quota personale di guadagno, e così in parte si spiega il loro interesse a ricuperare a coltura appezzamenti di terreno via via maggiori. Inoltre alle volte poteva succedere che non tutti questi terreni (prima incolti e poi ricuperati) entrassero nella “pars dominica”, ma, per volontà dei signore feudale, fossero concessi parzialmente in usufrutto a coloro che li avevano ricuperati a coltura. Naturalmente si può solo ritenere probabile che questo sia successo almeno in parte e limitatamente a certi casi, visto che documenti in proposito mancano.

Risale a questo periodo l’accusa mossa a causa degli Slavi contro il duca franco Giovanni agli inizi del secolo IX dalle città litoranee dell’Istria: “... Insuper Sclavos super terras nostras posuit, ipsi arant nostras terras, et nostros roncoros, segant nostra prata, et de ipsas nostras terras reddunt pensionem Joanni”.

A questo punto é indispensabile presentare, seppure brevemente, l’intricato sistema feudale delle giurisdizioni e gastaldie che costituirono la struttura e l’ambiente entro il quale si verificarono per lungo tempo tutte le attività delle Valli, da quelle amministrative e giudiziarie a quelle economiche.

Gli Sloveni delle Valli, pur godendo di una relativa autonomia amministrativa, furono sempre nei vari periodi che si succedettero più o meno legati ad un sistema feudale molto solido che resistette fino all’alba del XIX0 sec.

In questo periodo, come altrove anche nelle due Convalli, il conferimento di terre e beni avveniva in un rigido schema (struttura) piramidale: vigeva allora un sistema di investiture trasmesse a catena dal signore più potente al lavorante terriero. Si può ritenere probabile che almeno in un primo tempo gli abitanti delle •due Convalli fossero sfruttati come “servi della gleba” nella coltivazione delle terre dei loro padroni, e che solo in seguito (dapprima alcuni di essi poi gradualmente un numero via via maggiore) fossero essi stessi investiti dapprima di alcune “pustote” (incolti) ed infine, dietro pagamento di un canone d’affitto, potessero sfruttare a proprio vantaggio gran parte delle altre terre facenti parte della “pars dominica”. I contadini delle Valli furono sempre soggetti a pagare un canone (talvolta, relativamente a certi appezzamenti, ne erano esentati dai giurisdicenti i “zupanì” (sindaci) e i giudici, tenuto conto dell’importanza delle loro cariche) per la coltura delle terre, dapprima, sotto i Franchi, ai vari marchesi, conti, che avevano in feudo quei luoghi, poi ai nobili di Cividale che ne erano stati investiti e successivamente, nel periodo patriarcale, direttamente al patriarca per alcuni luoghi, ai nobili di Cividale e alle istituzioni ecclesiastiche di Cividale (vedi soprattutto il monastero di Santa Maria in Valle e il Capitolo della cittadina allora favoriti)Per altri e ad alcuni signorotti tedeschi che avevano i loro castelli in zona. Nel periodo veneto la situazione migliora, poiché al Patriarcato subentra nei diritti di esazione la Repubblica veneta che favorisce gli abitanti delle Valli, combattendo le pretese e frenando le mire espansionistiche che i vari signorotti locali e Cividale stessa avevano sulla zona: innanzitutto protegge giuridicamente gli abitanti delle Valli e li esonera da molte contribuzioni (“... considerata conditione montanearum istarum et situ ac paupertate earum.. .“: si specifica nella Ducale 1455, 16 luglio, che esonerava gli Slavi delle Valli dalla contribuzione di legnami e paglia per le navi.) favorendo così un nuovo incremento dell’agricoltura, dell’allevamento ed anche del commercio.

Per quanto riguarda l’allevamento, si può ipotizzare che in un primo tempo nelle Valli venisse praticato l’allevamento di pecore e capre soprattutto e che solo in un secondo tempo si venne incrementando l’allevamento dei bovini. A sostegno di tale ipotesi si può addurre il fatto che gli Slavi hanno imparato l’arte del caseificio dai friulani di quel tempo (e). Ancora nel 1509, come risulta da un documento che riporterò tra breve, il numero delle pecore e capre era largamente superiore a quello dei bovini. Inoltre come ha messo giustamente in rilievo Grattoni 1. nella sua tesi (già cit.) a pag. 29, molto probabilmente l’allevamento, soprattutto di bovini, era praticato prevalentemente nelle zone più alte.(d)

Relativamente a questo primo periodo non si hanno dati, per mancanza di documenti, sull’entità dell’agricoltura e dell’allevamento.

I primi documenti che ci danno un’idea della consistenza dell’agricoltura e dell’allevamento nelle Valli sono molto tardi: il primo é dcl 1387, l’altro del 1509. Entrambi questi documenti sono citati da Grion G. nell’op. cit. alle pagg. 185—186. Il primo l’ho già riportato a pag. 419,parlando della popolazione; il secondo lo cito da Grion G., pag. 186 dell’op. cit.: “. .. 7 agosto 1509 ... Conto delle gravezze della Schiavonia e del piano di questa città (Cividale (e)). Anime 3166. Le contrade di Landro (L’Antro) e S. Lunardo (Mers) sono comuni 37, et hanno campi arativi in piano e monti (dunque ormai a questa data erano stati ridotti a coltura anche i terreni delle zone più alte (f) e ronchi piantati e in pustota ‘(incolti). (Quindi restavano ancora dei terreni non ridotti a coltura (g)) ... n. 2138 ... li prativi in piano monti e ronchi 5105 ... Animali: boi da giugo 544, armenti ... 869 ... vitelli 754 ... capre e pecore 6020... Vi é una buona quantità di boschi e pascoli che sono loro comuni”.

Da questo documento possiamo notare, riguardo all’agricoltura, che il numero degli appezzamenti é relativamente elevato e, riguardo all’allevamento, che é abbastanza fiorente (tanto più se si pensa che il XVI0 sec. fu interessato da continue carestie ed epidemie). Molto probabilmente nel XVII0 sec, l’agricoltura e l’allevamento ebbero una notevole ripresa, anche per l’introduzione del mais che d’allora in poi occuperà sempre un posto di rilievo nella produzione agricola delle Valli.

La Repubblica veneta si era riservata nelle due Convalli moltissimi latifondi “i quali però vennero sempre lasciati in godimento delle frazioni. Ognuna di queste aveva la sua investitura e le ultime, rinnovate dalla Repubblica veneta fra il 1780 e 1790, accordavano il pascolo gratuito ed in comune, lo proibivano prima del S. Giorgio di ogni anno, lasciavano ai poveri il taglio delle sterpaglie allignanti e riservavano all’Arsenale gli alberi d’alto fusto”. (così ci riferisce Podrecca C. nell’op. cit. — Cividale, 1884, a pag. 89). La maggior parte degli appezzamenti delle due Convalli erano però ancora sotto la giurisdizione di monasteri, vari nobili e c.onti e del Capitolo di Cividale, come risulta dalla Ducale 13 novembre 1713 dell’Ecc.mo Senato Veneto, che elenca tutte le “Ville della Schiavonia soggette alle varie giurisdizioni (vedi Podrecca C., op.cit.— Cividale, 1887 — a pag. 136):

1 . Del Monastero di S. Maria in Valle — Cravero con pochi Casali, Merso di Sopra, Vernassino.

2. Del Conte Giuseppe Gropplero di Troppenburgo —Clastra.

3. Del CO. Marcello di Venezia — Vernasso.

4. Del Nob. Portis — S. Leonardo, Grimacco, S. Pietro de’ Schiavoni.

5. Dei Nob. Portis e Formentini — Savogna.

6. Del Rev.mo Capitolo — Biarzo.

7. Dei Nob. Co. Spilimbergo — Roda e Puffaro.

8. Del Co. Puppi — Mersino.

9. Del Nob. Canussio — Oblizza.

15. Del Rev.mo Mons.r Custode — Brischis.

16. Dei Rev.di Padri di S. Domenico — Brizza.

Note

(a)
Taluni nomi di luoghi e paesi si pensa abbiano tratto la loro origine proprio da tale attività degli Slavi; es. Laze, Lazic, Tarbi — i primi due molto probabilmente da “tlas”,”’laz” (selva disboscata), inoltre vicino a Gnidovizza c’é tutt’ora un microtoponimo “Las” ed anche in altri luoghi é frequente questo nome ad indicare particolari appezzamenti di terreno; Tarbi molto probabilmente deriva da “trebìt” = dissodare, pulire dalle sterpaglie e dalle gramigne un terreno; tuttora il termine “trebit” é usato per indicare la pulizia di un dato terreno dalle foglie secche). Per meglio evidenziare il fatto che la zona delle Valli del Natisone era in gran parte coperta da boschi (e quindi scarsamente popolata) già all’epoca romana,soffermiamoci in particolare su alcuni nomi di paesi:

Arbida — facilmente da “arbida” (=rovo);
Praponca (Prapotnica) — facilmente da “prapot” (= it. felce);
Hlocje — da “hlot” (in un primo tempo probabilmente Hlodcje, poi Hlocje (“hlot = tronco, legno);
Liasa — da “lies” (= it. legno) secondo alcuni (es. il Desinan); da liasa (=it. graticola per essicare frutta, semi) secondo altri (es. il Zuanella);
Garmak — da “garem” ( = it. cespuglio);
Hostne — da “‘host” ( = it. bosco);
Raune — da “raune” (= it. prato);
Lipa — da “lipa” (it. tiglio);
Puaje - da puaje (it. terreno coltivato);
Hrastovijeda - “hrast” (= it. quercia), quindi querceto;
Jesese - da “jesen” (it. frassino); quindi “jesene” (= it. frassineto);
Seuca - a mio parere potrebbe derivare da “sevec” ( slov. lett.) = it.seminatore; quindi “sevca’ (= it. luogo dove si semina, seminativo; tanto più poiché il paese Seuca é circondato da paesi toponomasticamente indicanti tutti zona boschiva — Hločje, Liasa, Garmak, Hostne,
Zverimac (da “zverina” = it. animale selvatico, feroce),
Arbida - rovi
Tapoluove (da “tapu” = it. pioppo) —)
Jelina da “jelen” (= it. cervo);
Gabrovica (Gabruca) — da “gabar” (it. carpine); quindi “gabruca” carpineto.

Ho riportato solo alcuni esempi, ma altre ipotesi abbastanza attendibili si possono fare riguardo ad altre località delle Valli. Per avere un’informazione più dettagliata sulla toponomastica della zona vedi C.C. Desinan “Problemi di toponomastica friulana”, ed. Doretti, Udine, 1976, 1977. Inoltre non bisogna trascurare le osservazioni fatte in proposito, relativamente alla toponomastica delle Valli del Natisone, da Natale Zuanella, in “Problemi di toponomastica”, apparso sul “Novi Matajur” del 1—15/7—’ ed altri appunti molto interessanti sullo stesso argomento dello stesso autore ancora inediti.

(b)
Gli Slavi che lavorarono nelle pianure del Friuli si assimilarono progressivamente alla popolazione del luogo lasciando traccia di sé per tutto il Friuli in molti nomi di località: es. Gorizia, Gradisca, Belgrado, Giassicco, Sclaunicco, Pasian Schiavonesco (Basiliano), ed altri ancora.

(c)
Indicativo é il fatto che ancora oggi nella zona di Tolmino le misure del latte hanno nomi romanici.

(d)
E ciò si può dedurre anche dalla toponomastica: es. Kravar (= it. vaccaro), Raune (= it. prato) ed altri.

(e)
Parentesi tonda mia.

(f)
Considerazione contenuta nelle parentesi tonde mia.

(g)
Considerazione contenuta nelle parentesi tonde mia.

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Nel 1717 la Repubblica cede i propri diritti di “gastaldia” sui territori che si era riservata nelle Valli ad Antonio de’ Brandis, deputato di Cividale, per ducati 37.700 (ciò che risulta da un documento datato 21 luglio 1717, riportato da Podrecca C. a pag. 88 della sua op. cit. — Cividale 1884).

Ancora il 13 maggio 1786 da una precisazione della Cancelleria della Città di Cividale risultava che “nella Schiavonia, cioé nelle sole ville ossia nelli 36 Comuni componenti le due Convalli d’Antro e Merso, si trovano 1641 corpi ossia tratti di fondi separati e distinti di ragion feudale soggetti a questa Gastaldia ed obbligati a varie rispettive annuali contribuzioni di censi perpetui ed infrancabili parte in natura e parte in soldi verso detta Gastaldia “. (documento citato da Podrecca C. nell’op. cit. — Cividale 1884 a pag. 88).

Ultimi Gastaldi furono i nobili Pontotti e de Portis. Poi come dice Podrecca C. nell’op. cit. — Cividale, 1884 a pag. 88, “in grazia di parziali affranchi, trascuranze dei Gastaldi nelle reinvestiture, impossibilità di identificazione di beni e di contribuenti, rivolgimenti politici, amministrativi e giudiziari, la Gastaldia con tutti i suoi diritti di esazione e privilegi andò perduta per sempre”. Purtroppo molto poco sappiamo sull’agricoltura delle due Convalli fino agli ultimi anni del XIX0 sec.

Sotto il “Regno Italico” di Napoleone, l’agricoltura migliorò (“in grazia dei soldati francesi... disseminati in tutte le famiglie, ... nelle ore libere dai loro esercizi guerreschi, lavoravano coi contadini, con l’esempio mostravano loro la riduzione dei dolci pendii in ronchi, Podrecca C. op. cit. — Cividale 1884, pagg. 88—89). Ma se fino a tutto il XVIII0 sec. la produzione agricola ottenuta dai fondi imbrigliati dal sistema feudale, devoluto il canone d’affitto, concedeva ai lavoranti un margine di ricavato abbastanza modesto, non bisogna pensare che da questo punto di vista le cose siano migliorate molto in seguito, poiché, sebbene dal XIX0 sec. in poi i fondi affrancati dalla giurisdizione feudale passano gradualmente in proprietà ai contadini che li lavorano, non per questo la condizione economica dei lavoranti terrieri delle Valli migliora di molto (a), poiché, sebbene d’ora in poi diventano legittimi proprietari dei fondi che lavorano, la maggior parte di quello che ricavano viene venduto per pagare le tasse che diventano sempre più gravose (anche in conseguenza dei rilevamenti statistici sempre più attendibili che vengono effettuati dai governi burocratici — accentratori, austriaco prima, italico—piemontese poi) fino a raggiungere punte paradossali sotto il Regno d’Italia (b). D’altra parte, proprio l’esigenza di far fronte ai loro doveri fiscali fu uno dei fattori principali che costrinsero gli abitanti delle Valli a sfruttare al massimo la terra disponibile, ad incrementare l’allevamento del bestiame, le attività artigianali, commerciali e industriali. Non ultima delle cause della continua crescita della popolazione in tutto l’arco del XIX0 sec. fu, assieme alle condizioni di vita in fase di miglioramento, anche la necessità di braccia da lavoro.

Nel corso del XIX0 sec. quel fenomeno di progressivo sfruttamento del terreno disponibile, che aveva caratterizzato tutta la storia agricola delle Valli soprattutto a partire dall’insediamento degli Slavi in poi si accentua per varie ragioni, tra cui: i) la fiscalità via via crescente; 2) l’accresciuta frammentazione della proprietà privata in seguito alla ripartizione delle proprietà comunali fra gli abitanti delle Valli (c); 3) la necessità di sopravvivenza della popolazione via via crescente (d). Poca é la terra disponibile rispetto al numero degli abitanti ed anche quella disponibile é sfruttata in misura ancora insufficiente per cui viene conquistata a coltura con un lavoro paziente ed accurato (“nel monte il campicello viene letteralmente fabbricato, si livella dapprima la roccia con le mine e poi la si copre di terra trasportatavi a braccia.” — Podrecca O. op. cit. — Cividale 1884, a pag. 75).

Da questo si può capire il profondo attaccamento verso i propri terreni che i valligiani hanno sempre conservato fino a tutt’oggi, proprio perché allora la poca terra disponibile era indispensabile per la sopravvivenza (frequentissime erano le liti per confini tra una proprietà e l’altra).

Alcuni dati statistici relativi all’intero Distretto, tolti dal Podrecca, da un “prospetto stampato li 10 dicembre 1878” (Podrecca O. — pagg. 89—90, op.cit. Cividale 1884) ci danno un’idea della situazione agricola generale del tempo: “Superficie: Pert.cens. 163489.86.— Rendita: ex austr. Lire 108744.69.— Numero degli appezzamenti: 71901.— Numero delle Ditte: 10512.— Popolazione: 15621.— Media superficie per Ditta: Pert. 15.55.— Media rendita (per ditta) (e): L. 10.34.— Media superficie per appezzamento: Pert. 2.27.— Media rendita per appezzamento: L. 1.56.— Media numero appezzamenti per ciascuna Ditta: mt. 6 Cent. 90.— Rapporto fra il numero delle Ditte e le popolazione: i a 1.41.

Il Musoni a pag. 6 dell’op. cit. “Sulle condìz. econ., soc. e poi.. .“ rileva “la persistenza dei metodi empirici e primitivi con cui... viene esercitata l’agricoltura”, e ci offre un quadro della produzione d’allora:”... si ottengono in coppia sufficiente mais,frumento, orzo, segala, ... molto coltivata la patata, legumi svariati e abbondanti, vino in quantità si distilla acquavite di prugne e di vinacce; si vendono infinite specie di frutta, la maggior parte lasciate crescere al caso; si esportano molte ed ottime castagne...”. Per quanto riguarda l’allevamento non abbiamo dati precisi fino al XIX0 sec.: Musoni F. relativamente al 1898, riferiva che da Montefosca salivano 1.500 capi tra bovini, ovini e caprini, con 150 accompagnatori per l’alpeggio nelle “planine” dislocate in vari luoghi, sul M. Mia, sul M. Lubia, nella gola di Pradolino, sul M. Matajur. Da maggio a settembre gli accompagnatori abitavano nelle planine, dediti principalmente alla trasformazione del latte che avveniva in comune. I prodotti della lavorazione del latte venivano portati giornalmente ai paesi di residenza per essere poi venduti a Cividale e in altri mercati del Friuli. Nel tempo libero questi accompagnatori di bestiame si dedicavano anche all’artigianato e all’allevamento di animali da cortile. (Musoni F., pagg. 77—103, “La popolazione in Friuli”: II Nuove ricerche antropogeografiche nelle Prealpi del Natisone, in “Annali del R. Istituto Tecnico Antonio Zanon in Udine”, serie Il, XXXII (1912—13), pp. 5—112 (Udine, Del Bianco, 1915)).

Note

(a)
Musoni F. alla fine dei XIX0 sec., parlando della situazione economica degli abitanti delle Valli, era costretto ancora ad affermare: “... le loro condizioni economiche sono tutt’altro che liete... “ (Musoni F. — “Sulle condizioni econ., soc. e poi. . . 2’, a pag. 6).

(b)
“Oggi che... i prezzi di tutte le derrate, frutta, vini, fieni, legnami, sete, sono bassi, mentre d’altra parte le imposte d’ogni genere sono fortissime e cara la manodopera oggi essi (gli Sloveni delle Valli — precisazione mia e c& pure la sottolineatura precedente). non trovano denaro sufficiente per far fronte a tutti i loro impegni e tutti, o quasi, sono sbilanciati. Dai registri degli esattori comunali risulta che pochissimi riescono a pagare in tempo le tasse senza incorrere nelle multe di legge: da quelli delle Banche che pochissime sono le famiglie senza debiti...” (Musoni F. — “Sulle condiz. econ. soc. e poi. a pag. 6). Anche il Podrecca accenna a questa gravosa fiscalità: “..,. Oltre centomila lire all’anno (raccimolate a furia di caposoldi e di esecuzioni fiscali dai miserabili possidentucci) escono per imposte dai Distretto e queste a vantaggio in gran parte del rimanente del regno...” — Podrecca e. op.cit. — Cividale 1884, a pag. 230. Ed ancora Musoni F. in “Tra gli Sloveni di Montefosca” Pag. friulane X; 161—164, parlando degli Sloveni di Montefosca, dediti principalmente all’allevamento, dice: “... tutto il formaggio e il burro trasformano in denaro, per pagare in tempo le tasse. “2”.

c)
Già nel 1839 il governo austriaco ordinò la ripartizione delle terre comunali con una “Sovrana Risoluzione 16 aprile 1839” — citata da Podrecca C., op. cit. — Cividale 1884, a pag. 89 con una notifica governativa del 10 luglio dello stesso anno, con un “Rescritto costituzionale 18 marzo 1848” — pure citato da Podrecca C. nella stessa op. menzionata precedent. e alla stessa pag. Il Podrecca dice (stessa op. menzionata precedent. alla stessa pag.) che vennero “... facoltizzati gli assegni (delle terre in questione — precisaz. mia) o per case, o per testa od in relazione alla possidenza. Le Deputazioni comunali, all’uopo sentite, adottarono quest’ultima mi-sura, onde i lotti furono di relazione formati tra il 1848 e 1849 e deliberati all’asta nel 1851 e 1852 fra le ditte intestate nelle rispettive frazioni...”. Così le aziende delle Valli ottennero vari appezzamenti, dietro pagamento al Comune di un canone annuo, detto “livello” stabilito in base alla rendita dei terreni.

(d)
La densità della popolazione risultò di 90 ab./Kmq. nel ~871, secondo calcoli compiuti da Musoni F. (in “La popolazione in Friuli: TI Nuove ricerche antropogeografiche nelle Prealpi del Natisone”, in “Annali del R. Istituto Tecnico A. Zanon in Udine”, serie 11, XXXII (1912—13), a pag. 26) in base al censimento generale del Regno d’Italia.

(e)
Precisazione contenuta nelle parentesi mia.

Industria e commercio (dal XVI° al XIX° sec.).

Per avere i primi accenni abbastanza consistenti di una attività industriale nelle Convalli, bisogna arrivare al XVI0 secolo. Il Podrecca ci parla di un’investitura del 30 giugno 1517 a Girolamo de Raimondi e soci di una miniera di argento vivo in quel di Cisgne, frazione di S. Leonardo,(pag. 93 della sua op. cit. — Cividale 1884).Il Guardi a pag. 26 del voi. 110 della sua storia fisica, segnala che “a Stupizza si vede ricomparire il filone d’argento vivo rintracciato a Cisgne, sotto la forma di mercurio nativo, e nei contorni di Albana il cinabro nativo bitumifero e simile a quello della miniera d’Idria. Il Podrecca (pag. 93 op. cit. — Cividale 1884) continua riferendo che “nella località detta Tarsiza del Matajur si fecero tre assaggi dì una miniera d’oro. Il primo nel 1866, ad opera del Governo austriaco, e si abbandonò perché trovato l’oro commisto a zinco ed in quantità giudicata troppo piccola. Il secondo fu ritentato nel 1873, da un signore austriaco e lasciato in asso, forse per difetto di mezzi. Di nuovo nel 1878 ingegneri austriaci.., conclusero per l’esistenza di una ricca miniera d’oro e d’argento, ma richiedente profonde e costose escavazioni.”

Molto diffuse nelle Valli proprio in questo periodo, sono le cave di pietra aperte in tanti luoghi; il Podrecca parla di undici cave aperte ad Azzida, Ponteacco, Clenia, Tarpezzo, Savogna ed Osgnetto, le cui pietre giungono fino a Vienna ed a Pest (Podrecca C.,pag. 93 op. cit., Cividale 1884) e fanno fronte alle richieste in tutto il Friuli.

Inoltre nella seconda metà del XIX0 secolo, soprattutto dopo l’incendio di Cepletischis dei 1868 (fino ad allora lo sappiamo da Istanza - menzionata dal Podrecca a pag. 93, op.cit. Cividale 1884 — presentata il 17 marzo 1722 dai rappresentanti di Antro e Merso al Provveditore di Cividale ed esistente nel Municipio di S. Pietro, risulta che tutte le abitazioni della Schiavonia erano allora coperte di paglia) si sviluppò grandemente l’industria delle fornaci per materiali da fabbrica e si cominciò a coprire le case con tegole. Il Podrecca menziona cinque fornaci nel comune di S. Pietro, cinque in quello di Savogna, quattro a S. Leonardo, una a Stregna ed una a Grimacco. In base a dati statistici relativi al 1890 nelle Valli c’erano 22 industrie anche se di dimensioni ridotte: 8 fornaci di laterizi, nei comuni di Drenchia, S. Leonardo e S. Pietro, con 37 operai; 10 cave di pietra piasentina e pietra comune nei comuni di S. Leonardo, S. Pietro e Pulfero, con 36 operai; una segheria (due operai) ed una fabbrica di mobili (10 operai) in comune di S. Pietro e due battiferro (3 operai) nel comune di Pulfero. (pagg. 123—129 — “Notizie sulle condizioni industriali della provincia di Udine”, Fasc. XXVII, Annuali di Statistica, Statistica Industriale — MINISTERO AGRICOLTURA INDUSTRIA E COMMERCIO — Roma, Tip. Eredi Botti, 1890, pp. 133). Inoltre molto diffuso é l’artigianato della costruzione di piccoli oggetti per l’agricoltura e l’allevamento (attrezzi rurali e casalinghi, cesti di vimini, sedie, ecc...) che vengono venduti soprattutto al mercato di Cividale.

Fin dal tempo dei Romani le due Convalli facevano capo ai “Forum Juìii”, il mercato di Cividale, che resterà fino ai nostri giorni il naturale sbocco commerciale per le Valli. Molto probabilmente allora gli abitanti delle due Convalli erano dediti principalmente al commercio dei prodotti dell’agricoltura e dell’allevamento. Ed é probabile che questi due settori abbiano rappresentato il principale supporto commerciale per tutto il medioevo. Soprattutto dal X1110 secolo in poi l’attività commerciare acquista un’importanza particolare per gli abitanti delle due Convalli. Le nuove esigenze economiche dei comuni (soprattutto Cividale e Udine) affermatisi da poco ed in continua ascesa favoriscono l’attività commerciale delle due Convalli. Inoltre gli stessi giurisdicenti delle Valli favoriscono gli interessi commerciali dei propri soggetti con l’istituzione di fiere a mercato franco (senza pagamento degli abituali dazi e imposte sulla merce) - — si pensi alla fiera annua a S. Quirino (4 giugno) ottenuta dai nobili Vilialta; anche il Capitolo di Cividale ebbe la sua fiera, a Madonna di Monte (attuale Castelmonte), l’8 settembre -

Come dice il Grion, “fuori di questi giorni di mercato franco, non solo i commestibili e il vino, ma anche le altre merci pagavano dogana e dazio, che di regola si rilevavano all’asta.. .“ (Grion G., op.cit. pag. 458). Bisogna però notare che le due Convalli erano esenti da molte di queste imposte. Grave impedimento ai commerci, come lo stesso Grion rileva (pag. 458 op.cit.),erano le continue ruberie a cui erano soggetti gli abitanti delle due Convalli che si recavano ai mercato di Cividale o ad altri mercati. (Oltre a Cividale e a Udine, altri mercati assiduamente frequentati dagli Sloveni delle due Convalli erano: Tarcento e la zona del Tolminese).

Il Rutar nell’op. cit. ci riferisce che anche gli stessi castellani che dominavano sulla zona assaltavano spesso con i loro armati i mercanti isolati o in comitiva che si recavano al mercato per smerciare i loro prodotti.

Non solo i mercati abituali e le fiere, ma anche le sagre religiose paesane costituivano in quel tempo per gli abitanti delle due Convalli anche una occasione per smerciare i loro prodotti. Da documenti del tempo si sa che a queste sagre (soprattutto alle più conosciute) convenivano oltre che gli abitanti del vicinato, anche numerosi forestieri (Il Rutar a pag. 29 dell’op.cit. riferisce che nella ricorrenza di S. Nicolò (SV. Miklauš) alla sagra del paese vengono soprattutto quelli di Tolmino).

Si può ritenere che anche il pellegrinaggio che “grandi comitive di pellegrini” facevano al santuario di Madonna del Monte (attuale Castelmonte), “soprattutto nel XVI0, XVII0 e XVIII0 secolo, da tutto il Friuli, poi dal Goriziano, perfino da Trieste e dalla lontana Istria” (vedi Rutar S.,op.cit., pagg. 27—28) rappresentasse per gli abitanti delle due Convalli una buona occasione per smerciare i loro prodotti.

Degno di particolare menzione é soprattutto il commercio girovago. Particolarmente sotto il dominio austriaco si intensificò fra gli abitanti delle Valli il commercio girovago. Podrecca O. alle pagg. 94—95—96 dell’op. cit., Cividale 1884, ne parla diffusamente: “Dopo la Madonna d’agosto (15 agosto — precisaz. mia) di ciascun anno, lo Slavo lascia la dolce casa.

Una volta egli non aveva che da traversare, col bordone di pellegrino, i suoi monti per recarsi, puta, alla prima tappa di Lubiana. Arrivato alla capitale o ad altra città importante dello Stato prescelto, sua prima cura sarà quella di acquistare le merci da rivendersi. Per ripone, se novizio e con peculio Sottile, gli basterà una cassa che si assicurerà sul dorso colle cinghie. Se invece il credito od i guadagni risparmiati negli anni precedenti gli consentiranno maggiori acquisti, si valerà di corretta o carro tirato da uno o più cavalli, e non potendo da solo smaltire con sollecitudine i generi, ne dividerà una parte tra famigli, soci od apprendisti, condotti dalla sua Schiavonia, ed a loro designerà i differenti paesi da sfruttarsi. In addietro facevano le spese i casolari sparsi della Boemia, dell’Ungheria e della Croazia, ma adesso che gli ebrei influirono per difficultare o proibire il commercio girovago, il nostro Slavo si spinge in Turchia od in Russia. Qui venderà panni, tele, chincaglierie, immagini di santi, comprerà di casa in casa cenci per le fabbriche (sottolineatura mia), e nei più lontani e semibarbari villaggi della Russia farà buoni affari coi palloncini di gomma, cogli uccelli ammaestrati che estraggono i pianeti e coi numeri del lotto. Ogni quindici giorni il capo ed i suoi soci o dipendenti si riuniscono, fanno i Conti, Sostituiscono altra merce alla venduta ed avanti.

Per Natale e Pasqua tutti i nostri Slavi, che girovagano nella stessa regione, si danno il convegno in una città di questa, ed ivi solennizzano quelle feste con pranzi, balli, canti del distretto di S. Pietro. Taluni, secondati dalla fortuna, finiscono coll’aprire all’estero stabili negozi o depositi di merci, specialmente marroni, che si fanno mandare dalla loro Schiavonia. S’incontreranno così i nostri montanari in Agram, Iessenovaz, Cutina, Sissek, Popovac, Serajevo, Maglari, Pest, Vienna, Turs, Becin, Troppau, Pietroburgo, Mosca, Varsavia, ecc. A S. Giovanni Battista (24 giugno — precisaz. mia) lo Slavo girovago ritorna nei suoi monti per rimanervi sino al successivo agosto e raccogliere frattanto i fieni. Quelli che furono più economi, attivi ed avveduti (e sono i più) avranno guadagnata una bella somma, talvolta un migliaio di fiorini, e per non perdere sul cambio della moneta, avranno comperato vino o cavalli da essi introdotti in Italia. Al solito non fu fatta alcuna statistica del commercio slavo, ma si calcola che in grazia di questo entrano annualmente nel distretto circa Fior. 50.000 pari ad It. L. 125.000.”

Anche Musoni F. parla dell’emigrazione temporanea dovuta al commercio girovago, e nel quinquennio 1895—99 parla di una media annua di 493 emigrati temporanei (Musoni F., “Sull’emigrazione specialmente temporanea dal Veneto e più particolarmente dal Friuli”,—a pag. 8,— in “Atti del IV Congresso geografico italiano”, pp. 16 (Milano 1901)).
Giorgio Qualizza

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