Aspetti storico-linguistici della cristianizzazione del mondo slavo

Relazione del prof Giorgio Ziffer al convegno “Gli studi slavistici oggi in Italia e nel mondo”

La cristianizzazione del continente europeo rappresenta un lungo processo che abbraccia tutti il primo millennio e i primi tre secoli del secondo, edunque la cristianizzazione del popoli slavi, che si concentra soprattutto fra IX e X secolo, s'inserisce perfettamente in questo quadro paneuropeo.

Pubblichiamo la relazione che ilprof Giorgio Ziffer ha presentato al conve­gno «Gli studi slavistici oggi in Italia e nel mondo», tenutosi dal 20 al 23 set­tembre dello scorso anno presso l’ Uni­versità di Udine e organizzato dall’As­sociazione italiana slavisti in occasione del IV congresso italiano di slavistica.
Docente di Filologia slava e direttore del Dipartimento di lingue e civiltà del­l’Europa centroorientale dell’ Univer­sità di Udine, il prof Ziffer si occupa principalmente di lingua e letteratura slava ecclesiastica, di storia delle lingue slave e delle traduzioni dall’italiano al­le lingue slave fino al 1800. È condiret­tore della rivista «Russica Romana».


Il cristianesimo, e non solo in quanto religione del libro, significa per il mondo slavo l’introduzione della scrittura

Il quadro storico

Il titolo della mia relazione allude a un campo di studi di grande, enorme estensione, e non solo sul piano geo­grafico, ma anche in prospettiva storica, in quanto se riferito alle lingue l’influsso del cristianesimo abbraccia un arco tem­porale amplissimo: dalla missione ciril­lometodiana o addirittura dai suoi antefatti si arriva fino al XIX secolo e oltre, poiché, per fare subito un esempio istruttivo, la prima traduzione completa della Bibbia in russo, la cosidetta «ver­sione sinodale» com’è ben noto, esce solo nel 1876.
In questa sede vorrei tut­tavia — senza pretendere di fare molto più che sfiorare alcuni argomenti —pun­tare altrove la mia attenzione, senza oc­cuparmi, dunque, in maniera specifica della storia così complessa e ricca delle traduzioni bibliche nel mondo slavo.
Del resto è, questo, un settore di studi che ha conosciuto negli ultimi anni un particolare risveglio d’interesse, testi­moniato da una serie di iniziative edito­riali di grande rilievo, fra le quali vorrei citare almeno la serie «Biblia slavica» curata da Hans Rothe e Friedrich Scholz, le edizioni dei libri dell'Antico Testamento pubblicate in Bulgaria; l’ampio studio di Marcello Garzaniti sui manoscritti slavi ecclesiastici dei vange­li; la piccola, ma agguerritissima mono­grafia di F. J. Thomson su Dobrovsky e la Bibbia slava ecclesiastica.
Siamo di fronte a un cantiere aperto che testimo­nia di un’alacre operosità. Vorrei invece soffermarmi su alcune questioni di ca­rattere storico-linguistico che mi sembrano essere rimaste un po’ in ombra ne­gli ultimi tempi e tentare un bilancio, per quanto provvisorio, dello stato degli stadi.

La cristianizzazione del continente europeo rappresenta un lungo processo che abbraccia sostanzialmente tutto il primo millennio e i primi tre secoli del secondo, e dunque la cristianizzazione dei popoli slavi, che si concentra soprat­tutto fra IX e X secolo, s’inserisce per­fettamente in questo quadro paneuro­peo.
Particolarmente interessante mi sembra — e dichiarandolo subito metto già in tavola alcune delle mie carte — il confronto col mondo germanico, so­prattutto di lingua tedesca.
Anzitutto, perché la conversione delle varie stirpi tedesche avvenne in zone in parte limi­trofe al mondo slavo; poi perché lo scar­to cronologico con la conversione degli Slavi insediati nelle zone più a occiden­te non è così grande (quella degli Me­manm e dei Baiuvari cade nel VII sec., quella dei Sassoni a cavallo dell’anno 800); e in terzo luogo perché simile ap­pare soprattutto il contesto comunicativo: nel senso che nel mondo romanzo una parte consistente della vita religiosa cristiana resta per lungo tempo appan­naggio del latino, mentre le lingue non romanze, e dunque non solo quelle ger­maniche ma anche quelle slave o, me­glio, i loro parlanti sono per così dire co­stretti ad assorbire e a compenetrarsi nei loro volgari degli elementi cristiani as­sai prima e assai più fondo dei parlanti delle lingue romanze.
Ecco dunque che nella nascita di una tradizione letteraria in lingua volgare il mondo germanico precede quello romanzo; e qualcosa di molto simile vale, come sappiamo, an­che per il mondo slavo, dove tra l’altro la questione della lingua assume fin dal­l’inizio della missione cirillometodiana un ruolo assolutamente centrale.

I1 cristianesimo, e non solo in quanto religione del libro, significa per il mondo slavo l’introduzione della scrittura.
Non parlerò qui della creazione del nuo­vo alfabeto creato da Costantino-Cirillo — un alfabeto che rientra a pieno titolo fra gli alfabeti missionari —,ma spostan­do l’obiettivo verso la Rus’ di Kiev vor­rei piuttosto ricordare come l’ipotesi, più volte avanzata, di datare le prime te­stimonianze scritte slave orientali — e cioè l’iscrizione di Gnezdovo, il sigillo di Svjatoslav Igorevič e i «cilindri» li­gnei novgorodiani nrr. 6 e 7—al X seco­lo, e più precisamente agli anni precedenti il battesimo di Vladimir — è stata recentemente (e definitivamente) spaz­zata via da Aleksej Gippius, il quale ha giustamente insistito che la scrittura nel­laRus’ di Kiev arriva solo con il 988.

Lo slavo ecclesiastico

Che la matrice principale da cui lo slavo ecclesiastico ha derivato un gran numero di prestiti sia la lingua greca è sicuramente vero, ma riguardo ai primordi della civiltà letteraria slava ecclesiastica occorre tener presente in particolare l'antico altotedesco.

Dopo le considerazioni iniziali, il primo punto vero e proprio che vorrei toccare è quello della formazione della terminologia religiosa dello slavo ecclesiastico antico.
Così scriveva tanti anni fa Antoine Meillet: «Quando il cristianesimo si estese per tutto l’impero e oltre l’impero, portò con sé, direttamente o indirettamente, l’influsso della lingua greca. In latino, la lingua del cristianesimo è imitata dal greco; i termini tecnici sono prestiti dal greco, come presbyter e ecclesia, o calchi semantici del greco, come misericordia che rende eleos, dominus che rende kurios. Le lingue letterarie dell’Oriente, il gotico, l’armeno, il copto, lo slavo, sono, per tutto ciò che riguarda il cristianesimo e in generale la cultura, un calco del greco.
Nel mondo cristiano, e dunque in tutto il mondo civile, le lingue riflettono così la koine ellenistica».

Benché vari studiosi sia prima che dopo Meillet abbiano segnalato la diversa provenienza di una serie di termini religiosi del lessico slavo ecclesiastico antico, indubbiamente l’opinione vulgata considera ancora oggi preminente l’influsso greco.
Ora, che la matrice principale da cui lo slavo ecclesiastico ha derivato un gran numero di prestiti e di calchi strutturali e semantici durante la sua lunga storia sia la lingua greca, e che per tante ragioni la civiltà letteraria slava ecclesiastica possa e in parte debba esser studiata sullo sfondo dell’Oriente Cristiano, è sicuramente vero.
Ma occorre chiedersi se restringendo l’obiettivo sul periodo delle origini della ‘prima lingua letteraria’ degli Slavi, le cose stiano davvero così, se cioè l’influsso greco sia stato così dominante anche nei primordi della civiltà letteraria slava ecclesiastica.

In particolare è, credo, l’antico altotedesco che occorre tener presente in questo ambito, e in misura maggiore rispetto a quanto ciò non sia avvenuto in passato.
Non posso qui presentare un elenco completo di tutti i lessemi slavi ecclesiastici antichi per i quali è stato individuato o quanto meno proposto un modello antico altotedesco, ma ricorderò almeno papež', m’ša, ol’tar’, v’sošd’.
Ma anche altri termini essenziali del lessico cristiano hanno la stessa origine.
Che un termine dell’importanza di milosr’dije sia di origine tedesca, e non latina o gotica, è stato stabilito in maniera incontrovertibile più di vent’anni fa da Roberto Gusmani, il quale ha scoperto nel francone orientale miltherzi l’esatto corrispondente del composto slavo ecclesiastico (purtroppo il dialogo fra slavisti e linguisti non è sempre così serrato e vivo come si vorrebbe, e così quella scoperta non ha avuto finora l’eco che sicuramente meritava: da ultimo è sfuggita perfino agli ottimi compilatori dell’Etymologickyslovník jazyka staroslovenského di Brno).
Ma i calchi strutturali e semantici formati sull’antico altotedesco sono in numero ben maggiore.
Si prenda per es. uno dei nomi dell’inferno, p’k’l’, che non è documentato all’interno del canone paleoslavo, ma che attestato com’è in testi quali i Fogli di Vienna, e le traduzioni delle Omelie di Gregorio Magno e del Vangelo di Nicodemo è sicuramente antico, e la cui dipendenza dall’aa-ted. peh non può, a mio avviso , essere messa in dubbio.
L’esitazione a riconoscere un calco semantico omonimico sul tedesco si spiega credo anche con una certa sottovalutazione dell’importanza della semantica nei nostri studi su cui tornerò anche in seguito: nella fattispecie il passaggio dal significato originario di ‘pece’ a quello di ‘inferno’ non è affatto così ovvio e scontato come si potrebbe dedurre dalla letteratura secondaria slavistica.
Anche per zakon’nik’ nel senso di sacerdote, un lessema egualmente assente dal canone a parte i Fogli di Kiev in questo significato, si è giustamente pensato fin dall’Ottocento a un modello tedesco éwarto.

La spiegazione fornita in passato alla presenza di questo strato antico altotedesco nel lessico dello slavo ecclesiastico antico coinvolgeva in primo luogo oppure esclusivamente i missionari delle diocesi di Passau, Ratisbona e Salisburgo che già in età precirillometodiana avevavano iniziato a diffondere il cristianesimo nelle terre abitate da Slavi.
Certamente questi missionari devono aver svolto un ruolo importante, collaborando alla formazione di un lessico cristiano di base, indispensabile per veicolare anche solo i concetti e i contenuti essenziali della religione cristiana.
E insieme a questi missionari franco-bavaresi occorrerà ricordare anche quelli irlandesi e, non solo perché siamo a Udine, i missionari della Chiesa di Aquileia, che pure dettero un contributo all’evangelizzazione delle terre slave.

Ma tutto ciò, tornando ora alle missioni tedesche che vi ebbero un ruolo preponderante, non basta a spiegare il fenomeno dell’influsso dell’antico altotedesco sull’antico slavo ecclesiastico.
Oltre ai missionari franco-bavaresi e alle traduzioni dall’antico altotedesco come per es. la Preghiera di S. Emmeram e alcuni altri testi, dobbiamo considerare l’esistenza di una popolazione slava che, vivendo lungo il confine con il mondo tedesco, era più o meno bilingue, già prima dei tempi di Cirillo e Metodio e che tale rimase a lungo, in alcune zone fino a oggi. Per quanto siano scarse le tracce dirette di questo bilinguismo slavo-tedesco in epoca così remota, oltre a compiere ogni sforzo possibile per ricostruirlo per via indiziaria, dobbiamo sempre tenerlo presente quando ragioniamo sulla reale situazione linguistica delle terre moravo-pannoniche e dell’arco alpino orientale.

Il rapporto tra lo slavo ecclesiastico e le altre lingue slave

Lungo tutta la sua storia plurisecolare lo slavo ecclesiastico ha intrattenuto rapporti varii e variabili con molte delle lingue slave, ma con profonde differenze, com’è ovvio, tra le due parti del mondo slavo che sarebbero diventate in prosieguo di tempo la Slavia ortodossa e la Slavia romana: e proprio queste differenze possono risaltare con particolare evidenza se traguardate dal punto di vista dell’influsso del cristianesimo sulle lingue slave.

Comincerei dalla Slavia orientale.
La storia dei rapporti tra slavo ecclesiastico e russo appartiene ai temi prediletti della filologia e linguistica slava ma, nonostante la ricca bibliografia esistente in materia, il ruolo dello slavo ecclesiastico nella formazione del russo standard è ancora lungi dall’esser stato lumeggiato in tutti suoi aspetti. Nella discussione sia sugli slavonismi attestati nello slavo orientale antico (e poi nel russo), sia sul grado di comprensibilità dei testi slavi ecclesiastici, colpisce lo scarso rilievo dato spesso alla dimensione semantica. Eppure nel confronto tra slavo ecclesiastico e slavo orientale (o ‘antico-russo’) si contrappongono non tanto due diverse lingue slave quanto - per citare le parole di Helmut Keipert - due universi semantici, quello del cristianesimo e quello del paganesimo.
Imparare a distinguere gli slavonismi fonetici e morfologici è certo operazione imprescindibile nella lettura di testi di provenienza slava orientale, siano essi originali o di traduzione.
E nell’analisi del lessico è certo corretto fare attenzione ai lessemi di chiara provenienza slava orientale (spesso così utili per chiarire la provenienza di determinate traduzioni ‘contese’ tra Slavia orientale e Slavia meridionale).
Ma tutto questo non basta se viene trascurata la dimensione semantica.
Ciò vale tanto per la discussione sul livello di comprensibilità della letteratura (e lingua) slava ecclesiastica, che presentava varii gradi di difficoltà a seconda soprattutto del genere cui apparteneva un determinato testo, quanto per la valutazione dell’effettiva presenza di slavonismi in testi slavi orientali.
Che i criteri formali non possano essere sufficienti in questo tipo di analisi dovrebbe essere ovvio, ma viene troppo spesso dimenticato. Forse che la parola vek’ (‘secolo’) che non reca alcuna marca formale di slavonismo è meno ‘slava ecclesiastica’ di blagodet’ (‘grazia’) quando è utilizzata in un contesto cristiano?
Se in una delle più antiche opere originali slave orientali, il sermone Sulla Legge e la Grazia attribuito a Ilarion di Kiev, leggiamo una frase come questa: “zakon’ bo pred’teča be i slo’ga bl(a)godeti i istine. istina že i bl(a)g(o)d(e-)tž sluga buduščemu ve-ku. žizni netle-nne-i. -” (Mosca, Gosud. Istor. muzej, ms. Sinod. 591, ed. Moldovan a p. 79; trad.: “La legge è precorritrice e ancella della grazia e della verità, la verità e la grazia invece sono ancelle del secolo futuro, della vita incorrotta, ’), è chiaro che ve-k’ non può essere considerato un lessema slavo orientale solo perché privo di qualsiasi marca slava ecclesiastica; al contrario, andrà considerato un elemento slavo ecclesiastico - e poi in séguito un calco semantico slavo orientale formato sull’identico lessema slavo ecclesiastico - né più né meno di zakon- (‘legge’), anch’esso privo di qualsiasi segno di riconoscimento a livello di significante, o di blagode-t’.
E a proposito di zakon: è precisamente la negligenza della semantica che si nota spesso nell’analisi lessicale degli stadi antichi delle lingue slave, a far sì che anche in testi russi moderni non ci si interroghi a sufficienza sul significato della parola, che oltre al significato di ‘legge’ sviluppato a partire dal Settecento, conserva in determinati contesti quello di ‘fede, religione’.
Se in un passato ancora abbastanza recente nella tendenza a relativizzare l’importanza dello slavo ecclesiastico nella storia del russo hanno avuto un peso evidenti ragioni ideologiche, è però indubbio come a quelle si sia aggiunta anche una scarsa propensione ad allargare l’analisi linguistica anche alla dimensione semantica.
I tempi però sono maturi perché la questione non venga più elusa, e nel campo specifico dei rapporti fra slavo ecclesiastico e slavo orientale, dove tanto ancora resta da fare, proprio lo studio della terminologia cristiana potrebbe apportare correttivi essenziali alla nostra visione tradizionale.

Se ora passiamo alla Slavia occidentale notiamo subito come i rapporti tra lingue come ceco, slovacco, sloveno, polacco e croato e lo slavo ecclesiastico siano notevolmente meno stretti di quelli fra lo slavo ecclesiastico e il russo, eppure pongano egualmente una serie di problemi.
Come spiegare infatti tutte quelle corrispondenze lessicali tra almeno una parte delle lingue menzionate e lo slavo ecclesiastico nella terminologia religiosa (per es. in ceco papež, oltár, pop, biskup, milosrdie ecc.)?
Ragioni storiche permettono di escludere che la maggior parte dei termini relativi alla religione cristiana si fossero diffusi già in epoca protoslava, cioè prima della conversione di quei popoli slavi al cristianesimo.

La prima ipotesi a essere formulata è stata quella di un influsso dello slavo ecclesiastico su quelle lingue, o almeno su alcune di esse, in modo particolare con riferimento al ceco, dove in effetti tra X e XI secolo abbiamo una tradizione letteraria slava ecclesiastica.
Come però ha mostrato per es. A. de Vincenz, un’interpretazione siffatta si scontra con i dati storici in nostro possesso che ci spingerebbero a escludere un rapporto diretto fra la tradizione slava ecclesiastica morava e quella boema.
Né l’attività letteraria in slavo ecclesiastico è mai stata così intensa da poter spiegare un influsso più o meno massiccio dello slavo ecclesiastico per es. sul ceco.

La spiegazione alternativa che vede in quelle corrispondenze l’effetto dell’attività e della prassi linguistica dei missionari precirillometodiani, coglie in parte nel vero, ma da sola non basta a render conto dell’insieme dei fenomeni.
Quelle corrispondenze si spiegano assai meglio se consideriamo anche il bilinguismo slavo-tedesco già chiamato in causa per capire meglio l’origine di una parte della terminologia cristiana dello slavo ecclesiastico antico.
Sia i missionari precirillometodiani, sia gli apostoli degli Slavi e i loro discepoli si trovarono a operare in terre dove la popolazione slava doveva essere almeno in parte bilingue, e dove i vari dialetti slavi lì parlati dovevano essere esposti a un influsso tedesco più o meno forte, da molti punti di vista paragonabile a quello che varie lingue slave (e dialetti) avrebbero subito in altre epoche: penso qui soprattutto al serbo lusaziano, al croato del Burgenland, e allo sloveno di Carinzia.

Alcune di quelle innovazioni ebbero vita breve, altre invece attecchirono e magari si estesero anche a lingue e dialetti slavi parlati in zone più distanti dal mondo tedesco; sia le une che le altre poterono essere documentate in testi slavi ecclesiastici di provenienza ‘occidentale’, che non sono comunque troppo numerosi, ma certo non lo furono sempre.

Inoltre, poiché per diversi secoli a partire dall’età cirillometodiana la testimonianza delle lingue slave di quell’area è assai o addirittura estremamente ridotta (si pensi per es. al caso dello sloveno per il quale tra i Monumenti di Frisinga e il Catechismo di Primož Trubar del 1550 abbiamo solo un manipolo di brevi testi in lingua), le incognite sono in realtà più d’una, e dunque tanto più difficile risulta il lavoro di analisi.
Difficile, ma non per questo meno necessario per capire le vie seguite dal processo di cristianizzazione del mondo slavo.

Alcune considerazioni finali

I non slavisti alle volte dimenticano che anche le lingue slave appartengono a pieno titolo alla storia linguistica europea (e magari non solo perchè costituiscono dal punto di vista numerico il maggior gruppo linguistico europeo), e vi appartengono anzitutto proprio grazie alla loro comune matrice cristiana.

Sul piano linguistico il processo di cristianizzazione non si è certo esaurito in un breve giro di anni o decenni: anzi, arriva quasi (o senza quasi) fino ai giorni nostri.

Vari studi degli ultimi anni hanno sottolineato come la somiglianza delle lingue slave - uno degli stereotipi della nostra disciplina, che contiene una parte di verità, ma non tutta la verità - vada analizzata più da vicino, perché più spesso di quanto non eravamo stati abitutati a ritenere, questa somiglianza è il risultato e la conseguenza di influssi reciproci secondari tra le varie lingue slave, avvenuti in età antica ma anche in epoca moderna (penso qui soprattutto all’Ottocento); e anche il protoslavo che ricostruiamo oggi appare assai meno unitario di quello che risultava alla generazione dei nostri maestri.
Ebbene, approfondire l’origine della terminologia cristiana dovrebbe, se non vado errato, aiutarci a scoprire diversi altri casi di questi sviluppi lessicali intraslavi avutisi in epoca antica.

E ancora: nei lavori dedicati alla storia delle lingue europee si ripete tutto sommato abbastanza spesso l’importanza o la necessità di allargare la prospettiva anche ad altre lingue.

In effetti è almeno dalle Tesi di Praga che in àmbito slavistico sappiamo quale sia l’importanza nella storia di una lingua letteraria (nel senso italiano del termine, dunque di lingua della letteratura), e poi di una lingua standard dei suoi legami con altre lingue (letterarie e standard).

Ma il contesto europeo, che negli ultimi anni è tornato prepotentemente di moda per ragioni storico-politiche non deve essere una vuota etichetta.

I non slavisti alle volte dimenticano che anche le lingue slave appartengono a pieno titolo alla storia linguistica europea (e magari non solo perché costituiscono dal punto di vista numerico, il maggior gruppo linguistico europeo), e vi appartengono anzitutto proprio grazie alla loro comue matrice cristiana.
Questa verità ha però un corollario che riguarda direttamente gli slavisti, i quali non possono illudersi di ricostruire la storia delle lingue slave, anche solo di singoli loro aspetti o fasi, senza allargare lo sguardo anche ad altre lingue non slave.

Come dicevo all’inizio, sul piano linguistico il processo di cristianizzazione non si è certo esaurito in un breve giro di anni o di decenni: anzi, arriva quasi (o senza quasi) fino ai giorni nostri.

La documentazione in nostro possesso, frammentaria e lacunosa com’è, soprattutto per i secoli più lontani che però sono anche quelli che ci affascinano di più, non può che offrirci una prospettiva temporale spesso schiacchiata, di cui occorre essere consapevoli per evitare di distorcere il reale svolgimento dei fatti.

Come per tanti altri fenomeni linguistici di vario tipo, anche qui le gramoty su betulla di Novgorod offrono una documentazione linguistica di straordinario interesse non solo in sé, ma anche per le implicazioni che esse permettono di svolgere.

Nel contesto dei riflessi linguistici della cristianizzazione del mondo slavo penso qui in primo luogo al ricchissimo materiale antroponimico rivelato dalle gramoty e che è stato magistralmente analizzato da Andrej A. Zaliznjak; un materiale che ci permette di vedere come decennio dopo decennio, quasi anno dopo anno, nella Novgorod medievale i nomi di battesimo di origine pagana vengono lentamente sostituiti da nomi cristiani.

Qualcosa di non molto diverso deve essere avvenuto un po’ in tutto il mondo slavo, solo che in nessun altro luogo possiamo seguire tale processo con altrettanta precisione, quasi in presa diretta.

E per restare in argomento, si veda quanto in profondità abbiano scavato nel loro recente studio sui nomi di battesimo dei principi slavi orientali della dinastia dei Rjurikidi dal X al XVI secolo Anna F. Litvina e Fedor B. Uspenskij, i quali tra l’altro hanno messo a frutto un’ottima conoscenza di prima mano della situazione onomastica in area scandinava: il che è necessario per ovvie ragioni storiche, ma non per questo meno meritorio.

Introducendo il suo studio sulla terminologia religiosa delle lingue slave Franz Miklosich - si era nel 1875 - aveva sottolineato giustamente la vera e propria rivoluzione che il cristianesimo aveva innescato nelle lingue slave.
A più di centotrenta anni di distanza, le nostre cognizioni in materia, così più ricche e articolate di quelle di cui disponevano i pionieri della nostra disciplina, rischiano forse talvolta di farci perdere di vista la dimensione complessiva del fenomeno.

Ma come spero di aver saputo indicare, sia pure in maniera così cursoria, meditare a fondo su tutto quello che la cristianizzazione del mondo slavo ha significato sul piano linguistico dovrebbe aiutarci non solo a illuminare meglio, sia pure indirettamente, alcuni momenti della diffusione del cristianesimo tra i popoli slavi, ma anche a sciogliere alcuni nodi fondamentali della storia delle lingue slave in generale.
Autore: Giorgio Ziffer
DOM 15-06-2007 - 15-07-2007

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