La battaglia di Antro

La battaglia di Antro era solo nella testa di don Cuffolo

La cronaca di don Antonio Cuffolo

"Questa notte tutti i posti di guardia erano sguarniti.
Questa mattina i conferenti il latte alla latteria di Tarcetta sono fuggiti spaventati portando la notizia che i tedeschi erano a Tarcetta.
Infatti, ai primi albori del giorno ho potuto vedere ad occhio nudo un formicolio di soldati tedeschi nella cava della marna e per tutte le strade che fanno capo ad Antro.
La notizia si è sparsa per tutta la valle e, cosa curiosa, non ha prodotto panico tra la popolazione ma ha suscitato un vero furore antitedesco.
Difatti, senza aspettare ordini, senza organizzarsi, senza conoscere le forze e le intenzioni dei tedeschi, tutti i partigiani ripresero le armi, tutti i giovani non partigiani ed anche uomini maturi che disponevano magari del solo fucile da caccia, ognuno per conto suo od uniti in gruppetti, sotto l'unica guida e strategia del buon senso, tutti di corsa a combattere i tedeschi.
Alcuni corsero sulla Craguinza e verso Spignon per tenere lontano i tedeschi da quella parte, altri attraverso i boschi si appostarono tra le rocce sopra Antro, altri si avvicinarono ai tedeschi dai Plies; quei di Mersino e di Rodda nel granoturco tra Tiglio e Ponteacco.

Alle ore 7 del mattino sono cominciati gli spari da tutte le parti con fucili, mitraglie e bombe a mano.
I tedeschi hanno risposto con armi moderne, ma sorpresi dall'audacia degli attaccanti, credendosi circondati da nemici in gran numero, si barricarono nel paese di Antro, sparando furiosamente da tutte le parti contro i nemici invisibili.
Venuti di notte su per Spignon, scesi ad Antro, ispezionati i dintorni fino a Tarcetta e Biacis, senza trovare tracce di nemici, mentre avevano l'assicurazione che le formazioni partigiane s'erano disgregate, si credettero traditi e divennero furenti contro la popolazione di Antro.
Perquisirono tutte le case, concentrarono tutta la gente, uomini, donne, bambini nel centro della borgata, li misero al muro impostando contro di loro la mitragliatrice.
Anche il cappellano don Cramaro fu cacciato con pugni, pedate e col calcio del fucile sulla piazza e messo al muro con la gente.
Tutti si preparavano alla morte e don Cramaro li preparò con parole ad hoc, recitò con loro l'atto di dolore e diede a tutti l'assoluzione. Nel frattempo i soldati furenti misero sossopra tutte le case, la chiesa e la canonica, dove si presero tutti i denari che trovarono.

Per fortuna non trovarono nessuna arma, nessuna traccia di partigiani.
Anche tra Spignon e la Kragujnca si sente nutrita fucileria, mentre dalla valle di Erbezzo, attorno a Merso inferiore, si sente non solo fucileria, ma sparo di cannoni e si vedono salire grandi colonne di fumo.
Si vede presso Tiglio sulla strada una mitragliatrice all'aperto, bersagliata continuamente da ogni sorta di proiettili provenienti da Antro, che spara senza soste.
S'è saputo poi che alla mitragliatrice sedeva un giovinetto di Mersino. Verso mezzogiorno arrivano da Cividale rinforzi di tedeschi che avanzano sparando all'impazzata con cannoni mitraglia ed ogni sorta di armi e, passato S. Pietro, arrivarono fino a Ponteacco. Allora i tedeschi di Antro si decisero a fare la sortita verso Biacis sotto il tiro dei proiettili del Tiglio.
Le suppliche del cappellano hanno salvato la vita alla popolazione di Antro ed i tedeschi presero quali ostaggi quattro uomini del paese spingendoli davanti a sè, altrettanti uomini hanno preso anche a Biacis ed a Spagnut".
(Dal diario di don Cuffolo)

Riequilibrimo un pò gli avvenimenti!

Commento di Nino Specogna

Epica la descrizione di don Cuffolo di quella che lui chiama la battaglia di Antro.
Peccato che le stragrande maggioranza delle cose che narra sono avvenute solo nella sua testa!
Molti anni fa già mio fratello Efrem, appena letto il racconto, commentò: quelle cose son successe solo nella sua testa.
Mio fratello ha scritto qualcosa di quella giornata e alla fine riporterò il suo racconto.

D'altra parte anche a un lettore sprovveduto, che conosca il territorio della Valle del Natisone, balzano all'evidenza lampanti contraddizioni.

Voglio testimoniare ciò che io ricordo di quel giorno.

E' vero che quella mattina Tarcetta si è svegliata in mano ai tedeschi.
La zia mi mandò a prendere l'acqua alla fontana e tornando indietro, proprio a lato della casa di Žefi, vidi un gruppo di tedeschi.
Uno di loro stava puntando il fucile verso la cava di marna; un graduato lo dissuase a sparare e guardo col binocolo.
Guardai anch'io e a occhio nudo vidi un uomo sul bordo dell'orizzonte in un punto dominante della cava, proprio sopra la tramoggia di cemento.
Capii subito chi era, perchè l'avevo visto spesso in quel preciso posto: era il capo dei lavoratori, Domenis Toni (mi sembra si chiamasse così) dell'osteria di Antro, che dall'alto controllava gli operai che caricavano a mano con le forche i sassi nei vagoncini, che poi venivano scaricati nella tramoggia.
Questo significa due cose che contraddicono in pieno la descizione di don Cuffolo:
1° - la cava non poteva brulicare di tedeschi; il tedesco che stava per sparare non poteva non sapere che là avrebbero dovuto esserci i suoi commilitoni, se davvero fossero stati.
2° - Non c'era nessuna sparatoria, altrimenti il Domenis non poteva mettersi allo scoperto in quel modo proprio in quel posto, da dove sempre i partigiani sparavano verso la statale di Tiglio contro i tedeschi.
Comunque il graduato tedesco capì che quell'uomo era un lavoratore della cava, perchè dissuase il compagno dallo sparare.

E' poi da prendere in considerazione un fatto noto a tutti, perfino a noi bambini: quando arrivavano i tedeschi, i partigiani e i non partigiani la prima cosa che dovevano fare era quella di scappare.
Era la cosa più logica e più intelligente, perchè chi veniva preso veniva prelevato e portato via senza speranza di ritorno.
La descrizione di don Cuffolo che descrive l'insurezzione della gente contro i tedeschi fa pensare a un altro pianeta.
La grande preoccupazione della gente era quella di sparire, di rinchiudersi nelle case e attendere che i tedeschi se ne andassero.

Per capire la vera situazione di quella mattina voglio elencare alcuni fatti incontestabili:

1 - Alle sette del mattino i tedeschi erano già a Tarcetta anche se non so da dove siano venuti. Secondo me quelli che erano a Tarcetta sono venuti da Cividale.

2 - Alla stessa ora i tedeschi erano anche ad Antro. Quelli di Antro molto probabilmente, sempre secondo me stando anche al racconto di mio fratello, sono venuti dall'alto. Molto probabilmente volevano cogliere di sorpresa i partigiani accerchiandoli.

3 - Solo pensare che i tedeschi fossero barricati ad Antro fa davvero ridere. Penso che anche la fervida immaginazione di don Cuffolo abbia davvero esagerato 'sta volta.

4 - Come del resto affermare che i partigiani da Plies (Plies è la località sopra la cava di marna, che poco prima brulicava, nel racconto di don Cuffolo, di tedeschi) si avvicinarono ai tedeschi di Antro e i partigiani di Mersino e di Rodda si appostarono nel granoturco tra Tiglio e Ponteacco è pura follia.
D'altra parte Efrem racconta che proprio da questa posizione i tedeschi spararono verso la ferrovia del trenino contro Dino Raccaro di Biacis e lo uccisero.
E poi chi non sa che i partigiani sparavano sempre da sopra la cava, da Plies, contro i camion dei tedeschi che percorrevano la statale.
Sparavano soprattutto ai camion che scendevano verso Cividale nella salita di Tiglio, che era molto ripida, per cui rallentava notevolmente la corsa dei camion che diventavano più facile bersaglio.
Inoltre mai e poi mai i partigiani avrebbero attaccato apertamente i tedeschi. Sarebbe stato puro suicidio.
La tecnica militare era invece: mordi e fuggi.
Ed era l'unica logica.

5 - La verità è che i tedeschi erano gli arbitri della situazione.
Erano venuti per sorprendere i partigiani e li hanno effettivamente sorpreso.
Gli unici scontri sono stati solo occasionali, cioè quelli inevitabili dovuti alla sorpresa.
E' in uno di questi scontri che i partigiani uccisero un mulo tedesco, come racconta mio fratello, e mio cugino Gino falegname che lavorava ad Antro, detto Lesjak, venne costretto a portare il basto assieme ad altri tre uomini.

6 - Vero è, invece, il fatto che i tedeschi volevano sterminare la popolazione di Antro, soprattutto per il fatto del mulo ucciso nelle vicinanze e anche perchè trovarono nascosto (questo il Cuffolo non lo racconta anzi dice che non trovarono traccia di partigiano, nè racconta del mulo ucciso) nel proprio fienile il povero Fonso, che noi tutti conosciamo, un personaggio un pò particolare. Spaventato si era nascosto nel fieno.
E per questo i tedeschi lo credevano un partigiano.
Il povero don Cramaro dovette stentare un bel po' a convincere i tedeschi che Fonso era solo un povero ragazzo e ancor più stentò a convincerli di non fucilare tutta la popolazione e si offrì apertamente a essere fucilato per tutti loro.
Anche questo don Cuffolo non lo racconta.

Ecco il racconto di Efrem Specogna.



Un giorno dei primi di ottobre i tedeschi si fecero vedere a Tarcetta, provenienti da Antro.
Si fermarono sulla piazza (gorica) e nel cortile di Budraj.
La Miuta, comminando in mezzo a loro, andó nel fienile ad avvertire una squadra di partigiani che ivi dormivano, cosí che essi se la svignarono giú per la "tromba" del fieno, passarono dalla stalla nell'orto, che era situato sul di dietro e se la diedero a gambe senza che i tedeschi se ne accorgessero.

Dopo una breve sosta i tedeschi ritornarono verso Antro, dove ne fecero passare di brutte alla gente e a don Cramaro per causa dell'uccisione di un mulo sotto Antro da parte di qualche partigiano.
I tedeschi prelevarono tre o quattro uomini, compreso il mio padrino Gino Manzini (Lesijak) di Cicigolis, che lavorava come falegname dalle Tonharice.
Hanno fatto loro portare fino a Cividale tutto quello che era caricato sul mulo, "bašt" (sellatura) compreso. Dopo un po' di giorni furono rilasciati.

Dino Raccaro di Biacis perse la vita quel giorno.
Lui e il suo inseparabile amico Vittorio Cernoia stavano scappando verso Spagnut lungo la ferrovia, quando una raffica tedesca proveniente dalla statale sopra Biarzo colpí Dino.
Vittorio riuscí a salvarsi.

Anche due cacciatori, uno di Ponteacco e l'altro di Mezzana furono uccisi.
La storia é che incontrando un tedesco gli spararono con la doppietta in faccia, poi scapparono verso Mezzana. Qualche tedesco li vide entrare in una casa di Mezzana.
I tedeschi, dopo averli scovati, li fucilarono.

La battaglia che riporta Cuffolo era nella sua testa.
I partigiani se la diedero a gambe.
Fortuna che i tedeschi non si accorsero di loro.
Anch'io me la svignai su verso S. Donato assieme a Manzini Pasquale. Lassú incontrammo quasi tutti i ragazzi di Lasiz con Redelonghi.
Ci aggregammo a loro.
Sopra Pegliano facemmo sosta; qualcuno era andato giú in paese a prendere della polenta e del vino.
Ci avviammo verso la Kraguenca, dove incontrammo una vedetta, ex soldato italiano ora partigiano. Da lui sapemmo che un tenente mancava.
Ci raccontó che erano in pochi, appostati sulla Zelenica (Spignon - sopra Podcjukola), quando di buon mattino si accorsero che un grande numero di tedeschi si stava avvicinando. Se la diedero a gambe. Ma uno non riuscí a seguirli.
Scendemmo allora giú verso la Zelenica, sparpagliati, fino a che uno di noi vide il corpo di un soldato. Era giá duro.
Fosse riuscito a fare altri 30 metri, si sarebbe salvato, perché sarebbe arrivato in cima alla dolina.
Uno dei Baluš e mio cugino Renzo Gubana (tutti e due di Lasiz) lo caricarono sulle spalle e lo portarono giú a Pegliano, dove la gente lo seppellí dietro la chiesa.
Era un giovane di Cividale.

Questo il racconto di Efrem, sicuramente più logico e più convincente.
Efrem, Manzin, i ragazzi di Lasiz con Redelonghi non erano dei vigliacchi. Quella era l'unica strategia per non soccombere; essere una spina nel fianco dei tedeschi.

D'altra parte i risultati di quella giornata parlano chiaro: un mulo tedesco ucciso da una parte, tre giovani uccisi dall'altra.

La storia della resistenza non ha bisogno di fandonie, nè di fantasie.
E' una storia gloriosa così com'è avvenuta, nella povertà dei mezzi, nella semplicità, nella paura e nel terrore, ma anche nella più ferma determinazione di arrivare alla vittoria.
Nino Specogna

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