Le carte del monastero di S. Maria in Valle

Una ricca fonte per conoscere la storia, l'onomastica e la toponomastica delle Valli del Natisone.
I documenti risalgono al XIII secolo e nella maggiornza dei casi sono atti notarili
Grazie alle «carte» del monastero cividalese di S. Maria in Valle, che risultano una fonte preziosa per la toponomastica e l’onomastica del Friuli nel XIII secolo, per alcuni paesi delle Valli del Natisone la data della loro prima menzione scritta viene alquanto anticipata, fatto che offre un’immagine del territorio più completa e strutturata anche dal punto di vista dell’organizzazione sociale.
Continuando a sfogliare il volume, ci imbattiamo in:

Cravero

Risale al 1251 l’istanza dell’abadessa del monastero al patriarca circa le malversazioni di Giovanni, figlio di Herpon già gastaldo del monastero, che si appropriò di un campo in villa de Cravar et Mers (Cravero e Merso) ricavando per sé due mansi.

Grimacco

Negli anni ‘90 del Duecento viene ricordato un certo Egidius nepos Jacomucii de Greymacho, massaro del signor Adalpero.

Picon

Ci siamo già imbattuti in Picon, frazione del comune di San Leonardo che faceva parte dei possedimenti del monastero di Santa Maria in Valle. Il toponimo viene citato più volte e sotto più forme (Pion, Pizom, Pizori, Pizouri...), anche alquanto diverse da quella oggi conosciuta: 1260, Deta figlia di Vidront di Pion; 1292, Byrello figlio del fu Pizulo de Pion vende all’abadessa del monastero un broiulum o viridarium (otto alberato) in Pyon.
Nello stesso documento vengono citati anche Pizolus/Pizulus e Warnerus sempre di Picon;
1292, Bonaldo del fu Marino di Pion cede all'abbadessa del monastero, in suffragio dell’anima sua e dei genitori, un campo di terra arativa sito in Cava, in loco qui dicitur Biarč (Biarzo?);
tra i testimoni di tre contratti stipulati nel 1212, 1214 e 1222 è citato un certo Roprettus de Pion;
nel 1245 Erbrodo figlio del fu Odorico Galine investe Marino de Sancto Georgio per metà, Marino (anche a nome dei fratelli Odolrico e Giovanni) per un quarto e Giovanni figlio di Vidrondo de Piono, di un mulino sito in Favoxello, situato fuori di Porta Brossana (Ambrosiana).

Prepotto

Anche il toponimo del capoluogo della Val Judrio presenta numerose varianti nei documenti del monasterodi Santa Maria in Valle:
1235 in villa de Prapoth/Prapot, 1252 Cusina e Cubissò giurati di Prapot depongono circa la pertinenza dei monti Diswoch e Muori coltivati a vigna nei pressi di Prepotto;
e ancora 1298 Domenis figlio del fu Zanut detto Sterpl di Prapot;
1298 Giovanni figlio del fu Iurch di Prapot vende a magister Wilelmino di Milano due vigne site sul monte Sclavonich e Mori; nell’elenco delle decime dovute al monastero, risalente al terzo quarto del secolo XLII, viene citato il toponimo Praprot.

Ancora le carte del monastero di S. Maria in Valle

I documenti risalgono al XIII secolo e nalla maggioranza dei casi sono atti notarili.
Costituiscono una ricca fonte per conoscere la storia, l'onomastica e la toponomastica delle Valli del Natisone.


Dopo aver sfogliato il
«Libri degli anniversari di Cividale del Friuli»
alla ricerca di dati sulla Slavia friulana, prendiamo in mano il grosso volume
“Le carte del monastero femminile di S. Maria in Valle di Cividale”
(secoli XI - XIII), pubblicato a cura di Elena Maffei (con Attilio Bartoli Langeli e Daniela Maschio) dall’Istituto Pio Paschini di Udine nel 2006.

Il monastero di Santa Maria in Valle di Cividale, che sorgeva nell’area delle scuole dalle Orsoline e che comprendeva il tempietto longobardo e la chiesa di san Giovanni Battista, era una delle maggiori fondazioni monastiche del Friuli medievale ed aveva numerosi possedimenti, alcuni dei quali anche nelle Valli del Natisone (Cravero, Biarzo, Picon).

I 220 documenti raccolti nel volume risalgono al XIII secolo, ad eccezione dei primi cinque che sono antecedenti.
In essi si trovano lasciti, donazioni, alienazioni, vendite di beni immobili che riguardano anche le Valli del Natisone o loro abitanti.
In questi atti notarili si trovano, dunque, toponimi e nomi di persona, che risultano interessanti per la storia e la lingua locale.

In ordine alfabetico ecco i riferimenti alla Slavia Friulana.

Albana e Prepotto

Il 17 luglio 1260 in Anagni papa Alessandro 1V concede al monastero di S. Maria cli Cividale privilegio di conferma, protezione ed esenzione.
Tra i beni e le entrate del monastero vengono citate le decine sui monti di Albana e Prepotto (in montibus Aylbana et Prapot).

Altana

Il 19 febbraio 1291 Pantaleone figlio del fu Iacobo Tossolan concede iure livelli a Flabiano fabbro figlio del fu Marino di Altana una terra sita fuori Porta Brossana, sulla sponda del Natisone, per il censo annuo di 15 denari aquileiesi.
E' assegnato come nunzio per l’immissione in possesso Benedetto detto Net.
Di questa cessione di beni esistono due documenti.
Nel primo il toponimo ha la forma slovena Outana, mentre nel secondo quella latina / italiàna di Altana.
Interessante notare come testimoni dell’atto notarile furono, tra gli altri, Iohanne condam Couffimanni del Tulmino e Pulico de Tulmino.

Azzida

Risale al 18 maggio 1175 il documento con il quale il patriarca di Aquileia Voldarico notifica che Herewico da Cividale, suo fidelis, ha rimesso nelle sue mani i beni da lui tenuti in beneficium nelle località di Azzida e Castelmonte (bona que apud Alzidam et Sanctam Mariam de Monte) ed ha chiesto di cederli (con riserva dell’usufrutto vitalizio a lui e alla moglie Irmingarda) al monastero di S. Maria di Cividale.
Nelle note a margine sul supporto cartaceo si legge 1175 Azida e Piccon. 6 luglio 1244.
Muori figlio del fu Rudigerio de Monasterio, alla presenza di Gisla, abbadessa cividalese, e delle sue consorelle, rende sull’altare di Santa Maria tutti i suoi beni e diritti: le terre in Azzida e Picon (omnia bona del Alchida et de Pizouri) con gli edifici, campi, prati, boschi, pascoli, vigne, monti, valli, coltivati ed incolti ad essi beni pertinenti nonché un monte coltivato a vigna in Prepotto (montem vineatum de Prepot).
Appare strana la lettura di Pizouri come Picon; lo stesso toponimo in altri documenti appare come Pion, Pyon, Piono, Pizon, e Pizori.

Sorzento

Concludiamo questa rapida ricerca dei toponini delle Valli del Natisone nel volume «Le carte del monastero femminile di S. Maria in Valle di Cividale (secoli XI — XLII)», pubblicato a cura di Elena Maffei (con Attilio Bartoli Langeli e Daniela Maschio) dall’Istituto Pio Paschini di Udine nel 2006, con due interessanti documenti che riguardano Sorzento e Vernassino e il monte Jelenca, che si erge tra la Valle del Natisone e dell’Alborna.
I documenti sono interessanti anche perché alzano un velo sulla vita sociale degli abitanti dei due paesi.

Il primo documento risale al 30 maggio 1269, quando nella chiesa di san Giovanni Battista del monastero maggiore di Cividale convengono l’abbadessa Mazza anche a nome dei massari del monastero di Vernassino (de Verniscin), il cividalese Giovanni detto de Portis, anche a nome di suo fratello Wodolrico e dei loro massari di Sorzento (de Suràžint), e ancora il cividalese Enrico Tassot, anche a nome dei suoi massari di Sorzento, i quali eleggono Enrico di Villalta, abitante a Sanguarzo (in Teyčano) quale arbitro nella controversia relativa all’uso del monte Ielenča (Jelenca) e delle sue pertinenze.

Il 21 agosto dello stesso anno Enrico di Villalta, nominato dalle parti «arbiter, arbitrator ed amicalis compositor quaestionis» emette il verdetto, dopo che Giovanni de Portis, agente anche per conto di Enrico Tassot, non aveva rispettato i termini per la presentazione dei testimoni a suo favore, mentre l’abbadessa Mazza aveva provato che i massari di Vemassino per oltre quindici anni avevano pascolato sul monte Jelenča e nelle sue pertinenze.

L’«arbitro» stabilisce che i massari di Vernassmo e quelli di Sorzento possano pascolare sul monte Jelenca e che siano restituiti vicendevolmente i beni occupati; ordina altresì che siano restituiti ai massari di Vemassino i pignora indebitamente riscossi.
Enrico di Villalta, infine, impone il silenzio perpetuo a Giovanni, Wodolrico ed Enrico Tassot e agli uomini di Sorzento e ai loro successori ed eredi super inquietatione dicti montis.

Il monte Jelenca, appunto, che grazie a questo documento ha l’onore di essere tra gli oronimi ancora in uso più antichi (se non il più antico) citati in un documento scritto.
L’etimo, prettamente sloveno, deriva dalla presenza sul suo territorio del cervo (slov. jelen).

Segnaliamo ancora un documento della fine del XIII secolo, nel quale vengono elencati i beni che Federico, figlio di Corrado de Ungrusempach (Uruspergo?) (secondo Enrico Bonessa, appassionato di storia cividalese si tratta di Ungrispach (altrimenti detti Hungersbach)), ha in feudo, con diritto di lasciarli in eredità, dal monastero di santa Maria:
tre mansi tra le pustote (medium pustottas, termine sloveno, passato anche al friulano, per indicare terreni incolti, abbandonati) in villa de Topodich (Topolò come indicato dai curatori?) acquistati da Artuico di Moruzzo; un manso nella stessa villa de Topodich e ancora un bosco nelle pertinenze della stessa località.

Vernasso

Vernasso appare cinque volte nelle carte del monastero di S. Maria in Valle.
La prima il 19 settembre 1205 quando l’abbadessa Sofia notifica di aver ceduto a Corrado, Giovanni e Maria figli di Wariendo e Cunigunda, tra gli altri beni, anche due prati presso Vernasso (iuxta villa de Vernas).
Una seconda volta Vemasso viene citato in un documento del 12 maggio 1234 e precisamente nella vertenza che oppone l’abbadessa Sofia a Giovanni de Monasterio circa alcuni campi che costui aveva acquistato da Milenco pittore.
Tra questi viene menzionato anche un prato a Vernasso (unum pratum in Vernassum).
Probabilmente è lo stesso prato ad apparire in un documento del 10 aprile 1294, quando Libanor, figlio del fu Pietro di Sanguarzo (de Teyčano), refuta all’ abbadessa Elicucia di Flagogna ogni suo diritto su un prato in Vernasso (in Vernasio).

In un documento risalente agli anni tra il 1251 e il 1256 viene riportata l’istanza dell’abbadessa del monastero al patriarca di Aquileia circa le malversazioni ai danni del patrimonio monastico da Giovanni figlio di Herpon già gastaldo del monastero.

Tra i beni citati ci sono anche tre prati situati presso Vernasso (in tavella sub Vernas).
Un’ultima volta la località viene citata il 19 luglio 1295, quando Adalperto miles di Cividale lascia vari beni al monastero maggiore, tra i quali anche un manso a Vernasso (in villa Vernasii).

Uno sguardo sulla Slavia in epoca medioevale

Alcune conclusione al termine dell'esame delle "Carte" del Monastero maggiore e dei libri "Libri degli anniversari" di Cividale.

La rapida carrellata sui toponimi contenuti ne «I libri degli anniversari di Cividale» (a cura di Cesare Scalon, Udine 2008,1,11) e nel «Le carte del monastero femminile di S. Maria in Valle (secoli XL - XIII)» (a cura di Elena Maffei, Udine 2006) ci offre qualche elemento per conoscere le Valli del Natisone in periodo medievale.
Più che di nuove conoscenze si tratta di conferme sull’organizzazione sociale e sull’antichità di alcuni paesi, mentre qualche novità si riscontra sull'onomastica con la presenza di nomi propri di persona prettamente sloveni.

1.

Da questi documenti, che spaziano dall’XII al XLV secolo, le Valli del Natisone appaiono un territorio con una vita sociale organizzata.
Vi vengono citati sia il gastaldo di Antro (1251), un funzionario pubblico rappresentante dell’autorità centrale (in questo caso il patriarca di Aquileia), che i decani (1259, Stojan di Drenchia, 1382 decano di Montefosca), eletti dai capifamiglia di uno o più paesi, che presiedevano le sosiednje o vicinie durante le quali venivano trattati problemi comuni del territorio ed emessi giudizi per liti di minore entità.
La più antica citazione di un gastaldo di Antro risale al 1213, quando viene ricordato un certo Ciriolo, ma è noto che la istituzione di questa funzione risale ad epoca longobarda e che la sua presenza nella Val Natisone è probabile a partire da quell’epoca come confermato dalla particolare giurisdizione goduta da questo territorio (donazione di Benengario dell’888).

I volumi presi in esame, invece, spostano all’indietro di quasi 50 anni la prima citazione di un decano nelle Valli del Natisone:
si tratta del noto Stojan decano di Drenchia ricordato nel 1259.
Per trovare altri decani bisogna, infatti, risalire al verbale del processo di appello, tenutosi il 30 ottobre 1306, dove vengono ricordati i decani di Pegliano e di Azzida e poi al 1401 per trovare i decani di Montefosca, Lasiz, Pegliano, Azzida... citati nel famoso processo per omicidio tenutosi ad Antro/Biacis.

2.

Naturalmente i documenti non riportano tutti i toponimi delle Valli del Natisone, ma solo quelli che ricadevano tra le «proprietà» del monastero cividalese di Santa Maria lii Valle od a dove provenivano le persone che offrivano ai monasteri di San Francesco e di San Domenico somme di denaro in suffragio dei loro defunti.
Non ci sono sostanziali differenze rispetto alle citazioni più antiche di quei paesi, se non nel caso di Raune, se è corretta la lettura dei curatori (Raunich = Raune).
La frazione del comune di Stregna viene ricordata nel 1271 e solo nel 1632 come Raunia.

3.

Interessanti sono, infine, alcuni nomi di persona di origine prettamente slovena come Stojan di Azzida e di Drenchia, Sfetegoj sempre di Drenchia, Sfetiz di Vernassino, Nedeljka e Stanka di Masarolis.
G.B.
da DOM 2009

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