La forza della Parola

“Come i profeti profetarono in antico,
Cristo viene a riunire nazioni e lingue,
Giacché Egli è la luce del mondo” (1)
S'ode fra le piccole borgate di una comunità insediatasi presso il grande fiume Natisone, Nediža e i suoi vari affluenti, una lingua che con i suoi suoni mette le sue radici in un passato lontano e ancora per molti versi misterioso, arcano.
Se ancora si sente, essa rinnova il legame con questo passato e sconfina nel senza tempo, per tornare all'origine di tutto, al mistero dell'esistenza.
La lingua, espressione di sentimenti umani, di realtà esterne e non solo, costituisce un dei linguaggi attraverso il quale noi veniamo a contatto con queste dimensioni.
La realtà che a noi si dichiude è quella natisoniana, attraverso la lingua nediška si parla di una comunità particolare ed originale, il suo modo di leggere il mondo, di ciò che gli sta attorno, rappresenta il suo vissuto.
La natura è ciò che prima di qualsiasi altra cosa essa sa rendere, idissolubilmente legata alla dimensione interiore dell'uomo, quella emozional-sentimentale, e la lingua locale che eccheggia in ogni rito locale, sia esso quotidiano o devozionale, non fan che rimembrarci una tradizione culturale arcaica, quella slava comune.
Secondo varie testimonianze di storici, geografi e cronachisti(2) le tribù slave, vissute da sempre sulle rive di fiumi (la zona del “medio Dnepr” (3) ) che han dato loro protezione e vita, ebbero la necessità di mantenere l'unità originaria, la quale per cause storiche e politiche rischiava di perdersi, di dissolversi.
All'epoca delle migrazioni che portarono anche fra le vallate del Natisone gli slavi (la prima grande che è comune a tutti gli altri popoli slavi è del VI-VII sec., poi successive tra X e XI sec.) (4) secondo gli studi di slavistica, la stirpe slava preistorica era sì già divisa nei famosi tre rami da cui discendono gli avi degli odierni cechi, slovacchi, polacchi, casciubi, bassolusaziani (occidentale), sloveni, serbi, croati, montenegrini, bosniaci, macedoni e bulgari (meridionale) e russi, bielorussi e ucraini (orientali), ma essi anche all'epoca conservavavano credenze e usanze comuni, un modo di vivere simile e probabilmente anche una lingua comune (5) . Proprio questa lingua poco dissimile fra i vari slavi facilitò l'operato di due fratelli, famosi e venerati santi da tutte le nazioni slave, ma non solo, cioè Costantino-Cirillo e Metodio: essi contribuirono in maniera determinante, nello spirito ecumenico dello stesso Annuncio di Cristo, quella coesione dei popoli slavi auspicata „battezzandoli” con l'acqua cristallina e fresca della lingua appositamente elaborata (sulla base del dialetto bulgaro-macedone di Salonicco-Tessalonica) per la traduzione di testi sacri, biblici ed evangelici da originali prevalentemente greci, ossia lo slavo ecclesistico antico.

Nelle peregrinazioni assieme ai loro discepoli comprese fra il 863 e il 869 d.c., Cirillo, detto il filosofo, e Metodio arrivarono anche nella penisola italica. Vennero infatti a Roma (867 d. C) presso papa Adriano II, che consacrò prete Metodio, approvò la traduzione della Bibbia in slavo benedicendo i testi e la missione dei due fratelli con tanto di celebrazione in Santa Maria Maggiore, e poi nel 869 d.C il solo Metodio qui fu nominato vescovo presso Sirmiun in Moravia (oggi Sremska Mitrovica).

Si ricorda il loro transito per Venezia e l'infuriare del dibattito sulle lingue da usare per comunicare la parola di Dio, la cosiddetta “eresia trilinguista”, in occasione della quale Costantino -Cirillo difese in maniera brillante il diritto di tutti i popoli di conoscere la Parola di salvezza: ”Non scende forse la pioggia da Dio uguale per tutti e il sole allo stesso modo non brilla forse per tutti” (Mt. 5,45) e non respiriamo nell'aria tutti allo stesso modo?” lasciando di stucco coloro che sostenevano la dignita solo dell'ebraico, del greco e del latino, i Pilatiani (Pilato pose in queste tre lingue l'iscrizione sopra la croce di Gesù), con queste parole: “E allora come non vi vergognate di considerare solo tre le lingue e a tutte le altre genti ordinate di rimanere ciechi e sordi? (6)
E' noto il rigetto della lingua slava all'interno del clero bavarese e salisburghese alleatosi a Carlo Magno e che si contendeva con Bisanzio i territori limitrofi all'Impero dei franchi, popolato proprio da genti slave, e la riluttanza degli ecclesistici romani, poiché era un pensiero antigerarchico, andava contro il senso d'élite e d'esclusività.

Importante soffermarsi un attimo sulla Pannonia, un'antica regione, considerata da molti mitica, compresa tra i fiumi Danubio e Sava (parte occidentale dell'attuale Ungheria, Burgenland oggi Land austriaco, fino a Vienna, la parte nord della Croazia e parte della Slovenia), in particolare sulla Pannonia inferiore, che costituiva la marca indipendente del principe Kocelj, sostenitore della liturgia cristiana il lingua slava, con capitale Mosaburg sull’odierno lago Balaton (odierna Ungheria)(7).
Kocelj, profondamente coinvolto, aveva invitato a corte i santi Cirillo e Metodio per due volte, cioè tra la fine dell'866 e l'inizio dell'867 con l'intento di farli ammaestrare cinquanta prescelti alle lettere slave e poi nell'869, anno in cui Metodio fu nominato episcopo proprio qui, non senza ritorsioni e sofferenze.
Sofferenze che d'altro canto spettarono anche ai seguaci dei due fratelli di Tessalonica, che perseguitati dovettero fuggire dalla Moravia verso il sud, arrivando nella Grande Bulgaria di Boris I, proseguendo là il loro operato nella parte nord meridionale, ad Ohrida, odierna Macedonia, ed a Preslav. Poi con lo zar Simeone I (890 ca.– 930 ca), nel periodo di maggior fioritura politica e culturale di questo grande stato bulgaro, godettero della protezione e di tutto ciò che comportava l'elezione della lingua slavoecclesiastica (8) a lingua ufficiale nella liturgia (nel „periodo d'oro” della letteratura anticobulgara).
L'importanza dell'operato di Cirillo e Metodio è stata fortemente ribadita dal primissimo documento della cultura slava che si situa cronologicamente a ridosso della missione evangelica dei due santi, il trattatello „Delle Lettere” del monaco Charnorizec Hrabar (fine IX sec.) che si ricollega alle parole di Cirillo nel suo Prologo ai vangeli: “Io sono il Prologo ai Santi Vangeli [...] Non avrete
intelletto senza intelligenza, ascoltando il Verbo in lingua straniera, sarà come udire il suono di una campana di rame [...] Nude davvero sono le Nazioni senza libri propri, che senz’armi non possono combattere l’avversario delle nostre anime [...]” (9).
Nonostante il mistero della paternità, il dibattito su chi lo abbia scritto, se discepoli o ecclesistici vicini ai due santi, e qui Clemente, Naum, Angelar e via dicendo o un laico, come poteva essere lo zar Simeone, lo scritto ribadisce lo spirito che anima gli slavi dell'epoca, e questo è un anelito di unitarietà e di condivisione, ciò che può salvare un popolo e la sua cultura dalla decadenza e l'oblio, prima di tutto di valori.
Comunque, dalla Bulgaria poi molte opere passarono in altre zone dei Balcani per arrivare fino nella Rus' kieviana, dove dal X secolo gli ammanuensi trascrivono, secondo la lingua anticorussa del tempo, i testi slavi meridionali.
La lingua usata per tradurre le scritture ed annunziare la buona novella, Cirillo e Metodio influenzò tutta l'area slava.
Lo slavo ecclesistico, come visto per l'esempio della soprariportata Rus' di Kiev, nel corso del tempo si differenzia per influsso della sua diffusione areale: nelle verie chiese del mondo slavo lo conosciamo sotto forma infatti di redazione o slavone, cioè di versione locale.
Le redazioni sono ancora in uso nella chiesa ortodossa russa, serba, bulgara, macedone, mentre un discorso a parte merita la recensione in uso nella chiesa croata in glagolitico (l'alfabeto precedente al cirillico, approntato appositamente da Costantino- Cirillo per trascrivere le traduzioni dei testi sacri (10) ), ma che contrariamente alle prime presenta il rito romano.

La liturgia di rito romano celebrata dai sacerdoti glagoljaši era utilizzata già dal IX sec. in Dalmazia e Istria (dal XI o XII con l'iscrizione di Veglia per esempio) ed è rimasta attiva sino al XIX sec.
I vari codici, messali e breviari di contenuto biblico, preghiere e altri tipi di testi iniziarono a circolare dal XIV sec. in poi e si suole datare simbolicamente la fine di questa tradizione editoriale glagolitica croata con la pubblicazione del Brozićev brevijar a Venezia nel 1561 all'ormai acquisito predominio dei caratteri latini (11) . Proprio le libere stamperie di Venezia dal XV sec. intrapresero la pubblicazione di testi religiosi da destinarsi alle comunità cattoliche di Croazia, Dalmazia ed Istria in sinergia con i correttori croati.
Se ci si sofferma su questo punto è perché la tradizione ha raggiunto simbolicamente anche le Valli per la presenza a San Pietro al Natisone di un Messale e di un Breviario glagolitici. In Dalmazia storicamente viveva e operava la maggior parte del clero glagolitico e operava grazie al favore del Papato che a Roma poteva controllare meglio le loro pubblicazioni attraverso la Sacra Congregazione di Propaganda. Infatti proprio nella “Città eterna” vennero stampati un Messale nel 1631 e un Breviario nel 1648, che son collegati a quelli che si custodiscono in parrocchia a San Pietro. Il Messale è una riedizione del 1741 di quello del 1631 che era stato compilato dal frate francescano Rafael Levakovič, quest'ultimo curatore anche del breviario. Il testo del 1631 rappresentava allora una nuova edizione per i croati glagolizzanti, che lingisticamente però è intaccato pesantemente da numerose forme slavo-orientali, cosa che ricade sulla purezza della lingua tramandata dalle edizioni precedenti(12).
Non di scarsa importanza è il fatto che però l'ordine francescano, per ragioni di esclusività missionaria, non vedeva di buon occhio i glagoljaši, appoggiati dai vescovi croati, ed erano invisi anche ai prelati bosniaci, preoccupati delle mire espansionistiche dell'arcidiocesi di Spalato (13).
La presenza in loco di questi esemplari si ricollega alla presenza di un centro glagolitico a San Pietro attivo sino al XVII sec., chiuso con la Controriforma.
Questa due preziose edizioni ci rimandano al legame con i croati e i popoli vicini serbi e bosniaco-erzegovini, nella lingua locale si notano infatti tratti che lo testimoniano (14), oltre alla contiguità con la lingua dei fratelli dell'odierna Slovenia. Degno di nota è il fatto che le prime pubblicazioni slovene si diffusero solamente con gli ultimi anni dell'Ottocento per opera della Muhorieva Družba di Celovec ( Società di S. Ermacora di Klagenfurt, odierna Carinzia), coadiuvata da preti o di origine slovena (v. don Zupančic) o locali convinti dell'appartenenza etnico-linguistica ai fratelli sloveni d'oltreconfine.

Gli „Apostoli degli Slavi“ furono i primi a capire la fondamentale importanza di adempiere ad una cristianizzazione vera ed efficacie attraverso la creazione di un alfabeto che potesse fissare prima il Verbo, e non sarebbe stato così „come scrivere sull'acqua” (15) e che potesse poi, non più sol con linee e incisioni, rendere la peculiare espressione linguistica di questo popolo, legato fortemente proprio dal potere della parola, slovo, e da ciò la denominazione di tutti gli slavi come Slověne (Sloviene) o Slavjane (16).
L'essere slov(ì)enj-slovinj che risuona sulle labbra del popolo e che si trasforma anche in canto, non fa che esprimere quell'importanza data alla parola divina, al suo messaggio che si esprime nelle creature della natura, in quel mondo primiero che nelle Valli del Natisone trabocca, e quel ricordo non sbiadito, incancellabile di quel essere tutti derivati da una stessa fonte ed essersi riversati in migliaia di rivi e rivoli per l'Europa, anche se avvolto ancor nel mistero e per molto tempo non riconosciuto, sepolto dalla non curanza, dalla paura d'esser sé stessi, dall'ignoranza.
Ciò che per secoli ha retto la comunità delle Valli del Natisone son stati, come anche per altre realtà, il duro lavoro scandito dalle stagioni, e la fervida e devota preghiera (17) . Questa preghiera è comune agli altri popoli della Slavia attraverso la lingua nediška, con un sapore tutto suo, per la sua storia, perché porta le tracce di un substrato che condivide tratti di quella lingua letteraria ed ecclesiastica, lo slavo ecclesiastico, che Cirillo e Motodio usarono nella loro opera di evangelizzazione dal principato della Grande Moravia fin ai Balcani, intingendo la loro piuma nel calamaio di un aperta ellenica Bisanzio.

Proprio a quella che fu la lingua di tutti gli slavi del tempo, poiché capita dalla maggioranza per la ancora non marcata differenziazione fra le tribù slave che la lingua locale in prima linea si collega, e questo sprona tutti a non dissipare queste tracce e a incoraggiare l'uso della lingua anche fra le nuove generazioni. Ben si sposa quest'idea con l'appello all'ecumenismo lasciatoci dai due grandi „Apostoli” slavi, di riunirsi tutti in nome di Dio, ciascuno con la propria cultura e lingua, senza preferenze, ma per poter prender parte a questo è importante anche per noi conoscere la nostra lingua: conoscere la lingua significa conoscere le radici, conoscere le radici è progettare un futuro coscente.

NOTE

(1) Il santo Cirillo ne' Prologo ai vangeli.

(2) In particolare la Storia naturale di Plinio il vecchio (I sec. d C.), Tolomeo, Tacito, il goto Giordane (VI sec. d.C), i cronisti bizantini Procopio e Costantino Porfirogenito.

(3) In una mezzaluna che va dalla Polonia sud-occidentale all'Ucraina nord-orientale con centro nell'odierna repubblica slovacca, detta “Culla Slava”, una regione compresa pressapoco tra il Dnepr, il Dnestr e la Vistola, più precisamente nelle zone circostanti le paludi del Pripjat.

(4) Anton Maria Raffo ipotizza un incontro fra Slavia occidentale e Slavia meridionale nella regione alpina orientale dopo aver riscontrato nel nediško caratteristiche linguistiche proprie alle lingue slave occidentali, quali il ceco e lo slovacco, e a quelle meridionali, sloveno e serbo-croato.
A riguardo si veda Alcuni rilievi sulla Slavia Veneta, con particolare riguardo alla Val Natisone all'interno di Val Natisone, 49° congresso, pag. 166.
Tra varie fonti si cita il poeta e ricercatore Giorgio Qualizza che nella sua tesi parla di ondate migratorie in tempi favorevoli, ma spicca la lettera da lui riportata del papa Gregorio I all'esarca Callinico e al vescovo di Solona Massimo che vede l'Istria come la prima porta alle infiltrazioni avaro-slave nel VII sec. (pag. 34).
Poi lo storico Milko Kos, ripreso da Bogo Grafenauer in Problemi di storia della colonizzazione della Slavia Veneta durante il medioevo con particolare riguardo alla colonizzazione slovena, ne' La storia della Slavia Italiana, (pag. 10), prevede una fase particolare di colonizzazione avvenuta nel XII sec. con coloni dall'Isonzo orientale (da Caporetto e Tolmino) che arrivano nelle Valli, mentre quelli del goriziano si insediano sul Collio. Si dice anche che il legame fra autoctoni e slavi appena insidiatisi lascia traccia nella toponomastica, prevalentemente originale e “bi-nome“ (es. Azzida: Algida/Ažla), in cui poche risultano le denominazioni propriamente slovene.

(5) T. A. Ivanova, Staroslavjanskij Jazyik, učebnik, 3-e izdanje, Sankt-Peterburg, 2001, pag 45.

(6) Da Le vite paleoslave di Cirillo e Metodio a cura di M. Garzaniti.

(7) F. Grivec, Santi Cirillo e Metodio, apostoli degli slavi e compatroni d'Europa, Accademia teologica Slovena, Roma, 1984, pag. 72: “Etnicamente la Pannonia Inferiore era abitata da stirpi slovene, che facevano da trait-d'union tra Moravi, gli Slovacchi, Croati e Serbi.
Geograficamente era abbastanza estesa e verso oriente confinava con la Bulgaria, mentre a sud-ovest aveva per confinanti i Croati. Linguisticamente le differenze tra le singole tribù erano pure notevoli: mentre a nord la lingua si confondeva con lo slovacco, a sud la parlata echeggiava il serbo-croato.

(8) Si suole dividere la storia dell'anticoslavo in tre periodi: 1) il più antico, legato all'attività diretta di Cirillo e Metodio (seconda metà del IX sec.), di cui non abbiamo testimonianze scritte, ma che ricostruiamo sulla base di documenti posteriori, 2) il periodo più tardo, legato alla prosecuzione dell'opera cirillo metodiana in Macedonia e Bulgaria dell'est, di cui conserviamo alcuni esemplari scritti della fine X -inizio XI sec. ed infine quello dello 3) slavoecclesitico, lingua attestata nelle verie redazioni.

(9) Cfr. il testo completo in R. Jakobson, Premesse distoria letteraria slava, a cura di L. Lonzi, il Saggiatore, Milano, 1975, pp. 110-112.

(10) Esistono differenti ipotesi, quella che prevale afferma che derivi, in massima parte, dal corsivo greco del sec. IX e consta di 40 lettere.

(11) Da http://www.flacius.net.

(12) Il libro liturgico veneziano per serbi e croati fra Quattro e Cinquecento, in S. Pelusi (ed.), Le civiltà del libro e la stampa a Venezia. Testi sacri ebraici, cristiani, islamici dal Quattrocento al Settecento, Padova, Poligrafo, 2000., pag. 45.

(13) P. Vrankić, La Chiesa cattolica nella Bosnia ed Erzegovina al tempo del vescovo Fra raffaele Barišić, Pontificia università gregoriana, editrice Roma, 1984, pagg. 79-81.

(14) Tratti rilevati dal famoso linguista polacco Baudouin de Courtenay e Bruno Gujon (1868-1943), filologo nostrano (Vernasso) docente di serbocroato e sloveno all'Università Orientale di Napoli. Quest'ultimo distingue i slavi Nedisci, cioè quelli della Valle sanpietrina, e quelli dell'Erbezzo, i Rečanji.
Egli ci dice: Il precipuo distintivo caratteristico del parlare dei Rečanji è una cantilena che non si avverte fra i Nedisci,(...) i quali hanno una dizione piana, maturale. Codesta cantilena che deriva da armonia vocalica si fonda sull'antitesi fra le cupe e le chiare, fra le larghe e le strette,( …) E' carattere questo delle lingue finniche e turaniche, che le lingue slave, quale più o quale meno, hanno derivato. E' perciò lecito dedurre che nel parlare dei Rečanji, come in quello dei Resiani, vi sia influsso finnico e turanico, che non s'avverte frai Nedisci. E continua:(...) Prescindendo però da quanto si riferisce ai caratteri musicali, il divario fra parlare dei Nedisci e quello dei Rečanji ci è dato ancora da diversi caratteri fonetici propri all'una e all'altra favella” (pagg. 142-143 da B. Gujon, Le colonie slave d'Italia, estratto dal IV vol. degli STUDI GLOTTOLOGICI ITALIANI, diretti da Giacomo de Gregorio, pagg. 123- 159).
Considerando la lingua nediška in toto si può notare anche varianti lessicali usate alternativamente in base all'area del tipo “collo“ šija-huràt, “ ecc... (NdA: interessante sarebbe a questo proposito l'individuazione di queste varianti con un apposito studio).
Tutto quello che è stato sopra esposto, a differenza dei dialetti sloveni, non influisce sulla reciproca comprensione.

(15) Da Vita di Costantino, XIV.

(16) Il Grivec ne' Santi dice: “(...). E' però da notare che allora sloveno non era denominazione specifica dell'attuale etnia slovena, ma indicava in genere gli slavi” (op. cit. Pag. 73).

(17) Sulla “forza e tempra” degli slavi ricorda l'imperatore bizantino Maurizio nel suo “Strategicon” (580 d.C): “(...) loro sono tanti, resistenti alla fatica, sopportano facilmente il caldo rovente, il freddo, la pioggia, la nudità, la scarsità di cibo (…) “, così come farà I. Sreznevskij nel sua breve descrizione degli “Slavi del Friuli”.
dott. Simone Clinaz

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