Le lingue slave e il nediško: intreccio e autonomia

I Gruppi Etnici e le loro Lingue - Profili
Partendo con un breve sguardo d'insieme sulla grande famiglia linguistica slava e la sua evoluzione, si vuol qui relazionare questo „passato” alla storia della cultura e della lingua di una comunità, quella slava delle Valli del Natisone, ancor al centro di un dibattito etnico-linguistico che non può che spingere tutti, in primo luogo gli studiosi, a voler analizzare con maggior impegno questa „particolare visione del mondo” offerta dall'espressione linguistica caratteristica e peculiare locale, in unione con la storiografia. La storia intesa come lente d'ingrandimento su fatti linguistici che non possono esser l'unico fattore su cui basare definizioni caratterizzanti una data comunità con la sua cultura.

Prima di trattare, per sommi capi, dell'evoluzione delle lingue slave e in particolare di affrontare il tema del nediško, va specificato che quello degli Slavi è attualmente il gruppo linguistico indoeuropeo più numeroso d’Europa con una storia antica tra realtà e leggenda, in parte documentata.

Le lingue parlate dalle comunità slave appartengono al ramo slavo della famiglia indoeuropea e si dividono in tre gruppi: occidentale, meridionale e orientale.
Questa divisione non tiene conto però dei dialetti parlati di ogni lingua, tra cui alcuni cosiddetti dialetti di transizione e dialetti ibridi che spesso fungono da collegamento tra lingue differenti, dimostrando similitudini che non emergono quando si comparano le lingue standard (1).
Intorno al V-VI secolo, periodo della loro prima grande espansione, parlavano ancora una lingua abbastanza omogenea (pur non escludendo alcune differenziazioni dialettali), il protoslavo o slavo comune, che probabilmente solo dopo il IX sec. per la distanza fra i gruppi slavi a seguito delle migrazioni si iniziò a differenziare ed a sviluppare al suo interno (2).
Il protoslavo, la lingua degli antenati slavi, ad ogni modo non è una lingua attestata, non possiede nessun corpus letterario (Corpussprache) e nessuna traccia scritta (Restsprache), poiché l’unitá linguistica degli slavi si era giá perduta al momento in cui avvenne la loro alfabetizzazione. Questa è stata perciò totalmente ricostruita attraverso la filologia che ha come riferimento l'Antico slavo ecclesiastico o paleoslavo, lingua dei riti religiosi attestata con testi e scritti agiografici. Questa, che dimostra dei caratteri tipici delle lingue slave meridionali - infatti ha come base il dialetto slavo di Salonicco (Tessalonica), città originaria dei monaci Cirillo e Metodio - è una lingua molto unitaria al suo interno.
Lo slavo ecclesiastico antico fu infatti lingua intelleggibile a tutte le comunità slave dell'epoca per questa sua unitarietà interna e attraverso il glagolitico (da glagol, „parola” e glagolati, „parlare”), la prima forma di scrittura definita attorno alla metà del secolo IX proprio da San Cirillo, „l’Apostolo degli Slavi”, permise da una lato di convertire al Cristianesimo gli Slavi della Grande Moravia, principato che occupava territori corrispondenti all’attuale Moravia con parte della Boemia e Slovacchia, Polonia meridionale e Ungheria settentrionale (3), dall'altro, per l’influenza della vicina cultura greca espresso in forma «cirillica», servì a compattare la comunità ortodossa della Slavia orientale partendo della Bulgaria e dalla Macedonia.
Quindi le prime importanti testimonianze scritte son paleoslave.
Pervenuteci in redazioni più recenti, per lo più dell'XI secolo, queste testimonianze fanno parte del cosiddetto Canone paleoslavo, ovvero l'insieme delle opere letterarie e delle iscrizioni la cui redazione va dal IX al XI sec. per intero, e son suddivisi in due gruppi in base agli alfabeti glagolitico e cirillico. V'è poi un gruppo di testimonianze non compreso nel Canone, perché caratterizzato da traduzioni slave in caratteri latini (4). Nel corpus paleoslavo, oltre ai testi sacri e liturgici tradotti prevalentemente dal greco, compaiono scritti di edificazione e di istruzione religiosa (omelie, agiografie, cioè vite di santi come quella per esempio di Costantino „Cirillo” e Metodio, canti e poesie ecc.) basati su modelli bizantini e un repertorio ristretto di opere a contenuto profano o semiprofano di valore minore.

Dal gruppo di manoscritti esclusi dal corpus paleoslavo traiamo il primo importante documento slavo «pannonico», cioè i Monumenti di Frisinga (Brižinski spomeniki), che rappresenta un capitolo molto discusso all'interno della storia della linguistica slava. Molto discusso, perché per alcuni studiosi questo documento potrebbe esser considerato come testimonianza di una fase latino-pannonica primitiva della lingua paleoslava, che porterebbe a concepire diversamente la ricostruzione di questa «lingua madre» delle lingue slave odierne. Ora però la tendenza dominante è quella di considerare questi monumenti come attestazione della lingua paleoslovena.

Essi son stati ritrovati nel 1803 nell’archivio vescovile di Frisinga (in Baviera) e constano di tre documenti religiosi: il primo contiene una formula di confessione e proviene presumibilmente dal ducato di Carantania (poi Carinzia, con i franchi), dove all’inizio del VII secolo era sorto il primo stato paleosloveno medioevale, il secondo è uno schema di predica sul peccato e la penitenza e il terzo è una formula di confessione individuale. Tutti e due i reperti sarebbero stati scritti nella Pannonia inferiore, la cui capitale era Mosaburg sull’odierno lago Balaton, da Cirillo e Metodio, che soggiornarono, all'interno della missione evangelizzatrice, alla corte del principe Kocelj tra l’867 e l’869, quest'ultimo promotore della liturgia e della letteratura slava nella sua Marca indipendente della Bassa Pannonia, avversa al dominio nobiliare e clericale germanico.

Al di fuori del Canone compaiono altre importanti testimonianze che riguardano l’area slovena, ma son di ben trecento anni più tarde, e quindi v'è una lacuna storica che rende ancor difficilmente interpretabile l'evoluzione della lingua slovena e dei suoi rapporti con il nediško.
Ritornando allo slavo ecclesiastico, dobbiamo pensare a una lingua rigida, non flessibile, cioé refrattaria ad innovazioni, che perciò per lungo tempo bloccò il sorgere della letteratura vernacolare (5). Nonostante tutto nelle varie regioni slave dal XII sec. in poi l’unitarietá della lingua letteraria va dissolvendosi sempre piú e si arricchisce di elementi della lingua popolare (6). Nei vari centri scrittori della Bulgaria, della Serbia e della Russia si fissarono norme di prassi scrittoria che differivano da zona a zona, cosicché le produzioni di ogni centro si andarono caratterizzando e si vennero a creare quelle che noi ora chiamiamo redazioni, cioè versioni locali dello slavo ecclesiastico, i vari slavoni, propri degli uffici delle chiese bulgara, russa, serba e croata, anche se quest'ultima è cattolica ad alfabeto glagolitico.
Ne consegue che le lingue classiche slave sono quelle che ricalcano e mantengono il cirillico (antico e moderno) e che sono: il russo, il serbo-bosniaco e il bulgaro.

Emblematico ed esemplare per capire il processo d'evoluzione della lingua arcaica a quella moderna è il caso dello slavone russo che contribuì allo sviluppo della lingua letteraria della Russia, di cui costituí una componente essenziale. Un processo di osmosi, cioè di scambio reciproco fra le due lingue consentì la nascita nel corso del XVIII secolo di una lingua atta ad esprimere una letteratura laica, cioé una lingua che non risente più di nuovi influssi ecclesiastici. Questo avvenne non solo in Russia ma in generale nelle aree slave ortodosse, nel Sette-Ottocento la lingua ecclesiastica fu soppiantata dalle singole lingue nazionali che si affrancaron soprattutto grazie ai sempre maggiori contatti con le potenze europee occidentali (traffici commerciali, viaggi di formazione, relazioni diplomatiche, collaborazioni di varia natura ecc... ). La lingua slavoecclesiastica dall'Ottocento in poi s'è cristallizzata, cioé è rimasta tale e quale, divenendo slavoecclesiastico recente, limitata alla sola liturgia delle comunità ortodosse ed è quindi lingua morta.
Per quanto riguarda le aree cattoliche per secoli il latino era la lingua amministrativa e della cultura, quindi le lingue locali venivano parlate solo dal popolo, e fu solo grazie ad alcune personalità lungimiranti e coscienti della necessità di sottolineare le peculiarità della propria cultura locale che nacquero grammatiche, manuali per la traduzione dapprima dei classici o delle opere quali la Bibbia, i Vangeli e poi per scrivere opere di vario genere. Chiaramente anche qui i fautori furon perlopiù intellettuali ecclesiastici (es. per lo sloveno letterario siamo nel XVI secolo con il pastore protestante Pimož Trubar che tradusse il Nuovo Testamento e i Salmi, usando la grammatica di Adam Bohorič, scritta nel 1584, che fu usata anche per la traduzione della Bibbia da J.Dalmatin edita nello stesso anno), ma non solo anche nobili letterati (per esempio Jan Kohanowski con le liriche in polacco di Lamenti, 1580).

Manoscritti e testimonianze tra slovenia e valli del natisone

Oltre ai già citati Monumenti di Frisinga riportiamo di seguito le testimonianze più vicine alla realtà culturalmente considerata slovena, tra Slovenia e Valli del Natisone.

Il manoscritto di Rateče o di Klagenfurt (Rateški o Celovški Rokopis)
Il documento è datato 1362-1390 e riporta le preghiere del Padre Nostro, l'Ave Maria ed il Credo.

Il Manoscritto di Stična (Stiški Rokopis), datato intorno agli anni 1428-1440, contiene brevi testi di carattere religioso.

Il Manoscritto di Cergneu o Manoscritto di Cividale o, anche, Catapan di Cergneu (Černjejski Rokopis o Čedadski Rokopis (7) o anche Beneškoslovenski Rokopis), ad opera di una confraternita di frati bosniaci stabilaitasi in zona.
Il documento risulta importante per la conoscenza e lo studio dell'onomastica, della toponomastica e 0della varietà linguistica del Torre alla fine del'400.
E' un documento di carattere amministrativo che contiene la registrazione, in lingua latina, in lingua italiana e nella forma linguistica della valle del Torre, di donazioni in natura (prodotti agricoli, campi e animali) e in denaro effettuate dai fedeli alla Confraternita di Santa Maria Maddalena di Cergneu, databili dal 1497 al 1508.

Il Manoscritto di Udine (Videnski Rokopis).

E' un documento del 1457 e contiene, tra le varie annotazioni, anche un elenco di numerali in lingua preletteraria slovena ad opera di Nicholo Pentor di Cormons (1458). Potrebbe dimostrare l'esistenza di contatti commerciali tra la Slavia friulana e gli „Sloveni” asburgici.

Il Manoscritto di Castelmonte (Starogorski rokopis).

E' composto da due fogli contenenti le preghiere del Padre Nostro, dell'Ave Maria e del Credo come nel Manoscritto di Rateče o di Klagenfurt. Si suppone sia una trascrizione di quello di Rateče e il collegamento potrebbe esser confermato a livello di lingua e scrittura, poiché son presenti caratteristiche peculiari delle parlate della Carniola, del Carso interno collegate a quelle delle Valli del Natisone. Castelmonte è meta continua di pellegrinaggi da secoli (8) e quindi è possibile parlare di commistione linguistica. L' autore del manoscritto sembra essere il vicario di Castelmonte Lavrenčij da Mirnik presso Gorizia e la scrittura risulta influenzata dall'ambiente latino-italico. Il documento faceva parte integrante del libro della Confraternita di Santa Maria del Monte e venne ritrovato solo verso gli anni '60 del XX secolo e poi pubblicato, a cura di don Angelo Cracina, nel 1973. Cracina sostiene che il manoscritto sia databile dal 1498 ai primi anni del '500, mentre Breda Pogorelec fra il 1492 e il 1498.
Opere interamente in lingua slovena, lingua soggetta ad una cosciente e decisa normativizzazione durante il XVI sec. , si ebbero a partire dalla traduzione della Bibbia di Jurij Dalmatin, cioè il 1584, ma testimonianze provenienti dalle Valli del Natisone si hanno solamente dalla seconda metà del '700 e provengono perlopiù anche qui dall'ambito ecclesiastico: i catechismi.
Questi catechismi manoscritti non si discostano molto dalla lingua slovena ufficiale dell'epoca, citiamo quello di don Michele Podrecca del 1743, e un altro sempre suo o di Leonardo Trusnig del 1780, dove la lingua locale tende ad espandere la sua presenza.
Nel corso dell'Ottocento troviamo quello di don Pietro Podrecca, Katekizem za Slovence Videmske Nadškofije na Beneškem, compilato assieme a don Michele Mucig e pubblicato nel 1869, totalmente in sloveno letterario.
Ma qualcuno rappresenta un'eccezione alla regola ed è don Andrea Floreancig di Covacevizza, che ha scritto un catechismo in lingua locale, il quale presenta influenze della lingua centrale minime. Datato 1891 è purtroppo incompleto, ma rappresenta una vera intenzione di dare alla lingua locale una dignità letteraria autonoma e una tradizione scritta.
Ai catechismi fanno seguito le prediche, quelle più famose di don Pietro Podrecca ritrovate ad Antro che sono quattro, datate 1848-1854, e di altri sacerdoti anonimi (9). La predica fu il genere letterario più in voga nelle Valli all'epoca.
Dopo le prediche, sempre in sloveno letterario, troviamo i libri di preghiere, ma già del novecento, ad esempio Naše molitve di Ivan Trinko, del 1951.
Trinko e Anton Clodig, letterato e pedagogo divenuto popolare nel mondo sloveno per le sue liriche epiche di Livško jezero (1912) e alcuni pezzi teatrali, si occuparono anche più strettamente di lingua. Del primo conserviamo una grammatica slovena rivolta agli abitanti della Valli e del secondo una descrizione della lingua locale pubblicata a San Pietroburgo nel 1878.

Esulano dall'ambito ecclesiastico anche se scritte da ecclesiastici alcune raccolte di poesie. Quella più famosa, ma non subito apprezzata dalla critica slovena, fu Poezije sempre di Ivan Trinko Zamejski (pseudonimo), pubblicata nel 1897; poi di Pietro Podrecca, sono Predraga Italija, manifesto antiaustriaco del 1848 e Slovenija in njena hčerka na Beneškem citate anche da Carlo Podrecca, le poesie religioso-popolari di Valentin Birtič-Zdravko, Spomin na dom (1983) e quelle di Rinaldo Luszach, e prima di queste opere si ricorda ancora un libretto di canti popolari scritti e musicati da don Antonio Droli (1808-1888), capellano e maestro elementare a Cravero (San Leonardo), tra cui il noto canto delle Valli Sladko vince. A queste si aggiungono pubblicazioni di varia natura del primo novecento, ancora di Ivan Trinko, racconti di piccole avventure della vita quotidiana dei ragazzi della Slavia Naši Paglavci (1929).
Non si può dimenticare poi il repertorio di canti prevalentemente religiosi in lingua slovena letteraria e sovra-dialettale (sloveno letterario interpolato alla lingua locale o “dialetto” elevato) (10), ma anche profani.
Operano in grande autonomia dalla lingua centrale, non rifiutandola, i compositori Nino Specogna e Antonio Qualizza, che maggiormente si dedicano però alle ricerche sui canti sia sacri che profani diffusi nelle Valli. Del primo, citiamo Canti sacri nel Comune di Pulfero (1998) pubblicato assieme a Luciano Chiabudini e Pod Lipo (1999), mentre per il secondo Se zmisleš... (1999, rivisto 2005), che raccoglie duecento canti del comune di Stregna.
Nino Specogna, tra l'altro, ha scritto anche libri sull'educazione musicale per le scuole dell'obbligo. I manuali Noi e la Musica (1986) e Cantiamo (1997) manifestano il suo impegno per la creazione di un istituto musicale nelle Valli. Si anticipa qui che il suo amore per la cultura autoctona lo ha condotto alla redazione di una Gramatika (Grammatica)e di un Besednjak (Vocabolario) della lingua locale nediška, avvenimento storico importantissimo che, con l'immissione dalla tradizione scritta, ha elevato a dignità di lingua il nediško (prima espressione linguistica).

Una pagina affascinante e ancor misteriosa: il Messale e il Breviario glagolitici di San Pietro al Natisone



Lo slavo ecclesastico antico in grafia glagolitica ci tocca da vicino.
Intanto la sua esistenza è testimoniata da opere liturgiche disseminate lungo la costa e nelle isole dalmate, in Istria, in alcuni paesi sloveni del triestino, così come in Croazia, dove anche oggi, la litugria cattolica è stata preservata in antico slavoecclesiastico.
Questo si collega all'eccezionale ritrovamento di un messale e di un breviario in slavo ecclesiastico scritto in glagolitico proprio nella variante croata rispettivamente del XVII e del XVIII sec. a San Pietro al Natisone e all'esistenza dall'età medioevale fino all'inizio del XVII secolo di un centro glagolitico con lo scopo, si dice, anche di alfabetizzare l'espressione linguistica locale (11).
Purtroppo con la Controriforma (periodo a cavallo del XVI e XVII secolo), che anche violentemente arrivò ad osteggiare e reprimere attraverso vescovi italiani, tedeschi e sloveni l'operato dei glagoljaši, ovvero i monaci che coltivavano la scrittura glagolitica, ci fu il Sinodo di Aquileia (1596), che sospese e poi fece cessar l'attività del centro, formalmente per la necessità di correggere i codici, ma in realtà con lo scopo di introdurre forzatamente la lingua latina. Ma nonostante tutto rimasero due testimonianze preziose:

il Missale romanum slavonico idiomate jussu SS. D. N. Papae Urbani octavi editum è stato edito a Roma nel 1741 per la Sacra congregazione di Propaganda fide, ma si tratta di una riedizione in quanto era stato papa Urbano VIII (1623-'44) a dare la facoltá di stampare il messale il 29 aprile 163 con l’obbligo di adeguarlo alle riforme del Concilio di Trento.
Nel decreto di Urbano VIII viene ricordato che l’uso del «Missale idiomate slavonico» fu concesso da papa Giovanni VIII (872-882). Il volume presenta chiari segni di un suo lungo uso e vi si trovano anche delle brevi annotazioni a penna, alcune in croato altre in italiano e latino, con un’aggiunta di due fogli con la messa di San Simeone profeta, scritta in caratteri latini.

Il Breviario, stampato nel 1648 in base al decreto di papa Innocenzo X (1644-55), il quale ne aveva affidato la traduzione a padre Raphael Levacovich dei frati minori francescani, che era arcivescovo di «Achridae, seu Primae Iustinianae» (Ohrid?). Anch'esso è stato stampato dalla Congregazione di Propaganda fide alla quale l’imperatore Ferdinando II aveva donato i tipi glagolitici.
Anche il breviario, come il messale, porta i segni di un lungo uso; in piú parti è restaurato e intere pagine sono state riscritte a mano e la facciata interna della copertina arreca due scritte a penna, che potrebbero dare qualche indicazione sulla provenienza del volume (12).

Sono due testimonianze scritte importanti, ma la loro presenza in loco è avvolta ancora dal mistero e studi approfonditi mancano del tutto.
Siamo in pieno umanesimo e per la chiesa tutto ciò che non è scritto in latino deve essere eliminato.

E' probabile quindi che il Patriarca di Aquileia avesse disposto di eliminare il materiale estraneo alla tradizione ed agli scritti latini, con la giustificazione di presunti errori e inasattezze storico-

letterarie.

Una diatriba infinita: da slavo a sloveno



Ma cosa significa il termine „slavo” ? Qual'è la sua etimologia?
Ancora oggi sono varie le ipotesi anche riguardo alla derivazione del termine: un'associazione molto più diretta vuol far derivare „slavo” da slovo cioè „parola, discorso” che arriva a designare con il termine collettivo slověne il gruppo „di coloro che parlano e si capiscono”. Il fatto di derivare da „parola” potrebbe esser confermato dall'antitesi che si viene a creare con i popoli barbari la cui lingua non era capita dagli Slavi e che per questo venivano appellati nemcy, cioè „muti, gli incomprensibili”; ma il termine indica anche più genericamente „stranieri“.
Potrebbe anche derivare, per contrario, dal termine germanico che avrebbe avuto il significato di "muto" (cfr. gotico slawan "tacere, essere muto")!.
Un'altra ipotesi, la meno probabile, fa derivare il termine „slavo” da slava, cioè „gloria”, che può esser messa in relazione anche con slovo, come la gloria passa da uomo a uomo attraverso la parola. Secondo quest'ipotesi da slava potrebbe provenire il collettivo slavjane che significa "popoli che sono famosi, gloriosi".
Un'altra ipotesi è quella di Max Vasmer che si basa sulla provenienza degli slavi: essi vivevano in piane fangose dell'Europa orientale e quindi possibile che la parola derivi dal nome di un fiume, presumibilmente lo Slovutich, cioè il Dnepr, come veniva definito nella letteratura russa antica, e derivante esso stesso dalla parola greca che indica „risacca” o „lavarsi” o a simili della lingua latina come cluo ("lavare") da cui cloaca, cioè aquitrino, canale di scolo.
La parola latina cluo potrebbe esser il corrispettivo di una radice d'origine sconosciuta, skloav/sklav che indicherebbe proprio „ abitanti presso un luogo umido o presso un corso d’acqua chiamato Slovo o Slova”.
Da questa radice potrebbe allora derivare il collettivo per gli slavi orientali slavjane che è il corrispettivo di slověne.
E' interessante notare come i greci appellavano i popoli slavi: Sklabenoi, Sklauenoi, o Sklabinoi. La parola „slavo” è in stretta relazione con il termine latino medioevale di slavus/sclavus che è un calco di sklavos derivato forse dal bizantino Sklavenes, appellativo usato dagli storici dell'Impero d'Oriente del VI per le popolazioni slave che, varcato il Danubio, iniziavano a infiltrarsi nella penisola balcanica. Sclavus significa „prigioniero di guerra” e indica l'asservimento dei popoli Slavi presso gli Stati europei, principalmente tra i secoli XIV-XVIII all'interno della Repubblica marinara di Venezia (da ciò nel veneto schiavo e Schiavonia veneta), come coloni, mercenari, servi e soprattutto schiavi.

Ora, analizzato brevemente il complesso quadro riguardante il termine „slavo”, si può cercare di definire che cosa significhi „sloveno”. In questo ci aiuta il monaco Hrabar, presumibilmente lo zar bulgaro Simeone I (880 ca.– 930 ca.), con la sua Apologia o trattato O pismenechi ("Intorno alle lettere"). Questa vera e propria difesa dell'alfabeto glagolitico, adottato nella liturgia del popolo slavo (13), è uno dei pochi scritti mediovali che si inserisce nell'anno esatto dell'invenzione dell'alfabeto composto intorno all'inizio del X sec.
Hrabar definisce l'antica comunità slava ai tempi di Cirillo e di Metodio con il termine slověne che ci ricollega a slovo, che, come indicato, designa „coloro che parlano e si capiscono”. L'antica lingua slava ecclesiastica all'epoca era poi chiamata semplicemente slověnьskъ, cioè slovĕnĭskǔ.
In Slovenia si parla v slovensčini/po slovensko, nelle Slavia friulana si parla po slov(i)ensko, ma anche in Slovacchia si parla po slovenský. Cosa potrebbe significare? Considerando l'epoca non si può certo parlare né di lingua letteraria slovena, nata solamente nel XVI sec., codificata da Jernej Kopitar verso la metà del XIX sec., stesso periodo in cui nacque la lingua letteraria slovacca.
La traduzione in italiano di questi termini può generare confusione e far assimilare in una sola lingua tre espressioni distinte, che testimoniano però sia il legame ancestrale dei popoli slavi con la religione, diffusa attraverso la parola, che la comune origine etnico-linguistica degli stessi.

La lingua è un fattore molto importante per i popoli, poiché rimanda al legame di una comunità con la sua storia, cultura e territorio e la denominazione degli abitanti delle Valli che si autodefiniscono slov(i)enj/slovinj rimanderebbe così alla tradizione secolare che mette le radici in tempi remoti, quei tempi ancora fortemente dibattuti, in cui la diversità fra le varie etnie slave era ancor poco marcata.

“Se la vostra lingua fosse parlata da due milioni di abitanti,
essa potrebbe chiamarsi la madre della lingua slava”

(Baudouin de Courtenay)


Dell'arcaicità e della dignità della lingua delle Valli del Natisone ci informa Paolo Diacono di Warnefrido nella sua opera più famosa, l'Historia langobardorum, quando ci riporta che essa era usata già nel VIII secolo dal principe longobardo Rodoaldo (14), e l'illustre linguista polacco Jean Baudouin de Courtenay non fa che sottolineare questi preziosi tratti quando, dopo aver attraversato a piedi nel 1873 il distretto di San Pietro degli Slavi (l'odierna vallata del sanpietrino) (15), definisce la lingua ivi parlata come la più vicina all'antico slavone o slavo ecclesiastico, ovvero la lingua dei riti religiosi russi.
Courtenay, molto amico dell'avvocato Carlo Podrecca, una delle figure più importanti del XIX sec. nel cividalese, di origini valligiane, che scrisse La Slavia Italiana, opera che affronta in maniera concisa, ma estremamente documentata tutto ciò che riguarda le Valli, dalla storia fisica a quella politica, dalle istituzioni amministrative e giudiziarie a quelle ecclesiastiche, divideva la lingua delle Valli del Natisone in quattro gruppi: quella degli Slavi di Rezja (Resia), quella degli Slavi del Ter (Torre), quella degli Slavi del Nediža (Natisone) e quella degli Slavi della Stara Gora (Castelmonte), oggi chiamati Slavi del Collio dai linguisti contemporanei.
Baudouin de Courtenay afferma che la lingua del Natisone e del Torre, in passato, possono aver avuto legami molto stretti con l'area linguistica čakava (16) e rappresentano, dal punto di vista genetico, un'estensione della lingua serbocroata (estensione che egli credette di ravvisare nel gran numero di arcaismi e innovazioni). Però con il tempo e la vicinanza agli slavi di Carinzia e Carniola, la lingua del Natisone ha perso gran parte dei suoi tratti čakavi.
Anche il già citato Carlo Podrecca (17) si collega a lui ipotizzando la possibile origine dalmata o dalla Bosnia-Erzegovina degli slavi delle Valli del Natisone, avvalendosi di convincenti esempi linguistici, e tuttavia non esclude neppure la provenienza di alcuni di essi dalla Carinzia, riferendosi all'Historia Langobardorum di Paolo Diacono (18). Egli accenna alle peregrinazioni degli abitanti delle Convalli come venditori ambulanti stagionali per l'impero austroungarico,
specificatamente in Bosnia e nell'Erzegovina, e come essi con sorpresa trovassero nomi di famiglie e villaggi identici ai loro. v L'ipotesi bosniaca non è sconsiderata se segnaliamo la presenza in passato di una comunità di frati bosniaci a Cergneu (19).
Courtenay era stato anticipato dal suo “maestro” Izmail Sreznevskij, iniziatore della linguistica slovena, che aveva visitato il Friuli slavo già nel 1841, in particolare le Valli di Resia e del Torre, più marginalmente quelle del Natisone, terra degli Slovegni (20) e scritto perciò Gli Slavi del Friuli, piccola opera che contiene molte caratteristiche etniche, culturali sul popolo slavo. Egli aveva definito la lingua delle Valli dapprima come slovinski pri beneških Slovencih (1841), undicesimo dei diciotto dialetti sloveni fino ad allora individuati, poi come beneško (1845) (21).

Sulla scia di Courtenay anche il geografo Francesco Musoni ( Roma, 1903) divide gli Slavi Friulani in quattro gruppi: Resiani, slavi del Torre, slavi di San Pietro al Natisone e dello Judrio, e sostiene che la loro parlata è somigliante, tranne il resiano che farebbe un'eccezione “limitata” . Ritiene che tutti questi “dialetti” sarebbero un riversamento o propaggine al di qua della frontiera degli slavi austriaci.
Un altro filologo nativo di Vernasso, Bruno Gujon (22), docente di sloveno e serbocroato all'Istituto Orientale di Napoli, riteneva anche lui come il Musoni che gli Slavi sul territorio friulano avessero una radice comune con quelli d'Austria, ma oltre alla divisione quadripartita degli Slavi Giulii già fatta da Baudouin de Courtenay aggiunge un'ulteriore divisione interna agli Slavi del Natisone (Nediši da Nediža) e quelli dell'Erbezzo (Rečanji, da rieka „fiume“, come viene chiamato l'Erbezzo), diversi dal punto di vista linguistico. Quindi Gujon definisce la parlata degli Slavi Nediši korutana (da Carantania, antico nome della Carinzia, e territorio da cui provenivano gli Slavi della vallata di San Pietro). Analizza anche nel sistema vocalico e consonantico le corrispondenze tra il serbo antico e il dialetto delle due zone, confrontando tra loro le rispettive varianti (23).v Le ipotesi serbocroata e bosniaca potrebbero non esser del tutto rigettate se teniamo in considerazione come le ondate migratorie slave fra VII e X sec. son ancora oggetto di studio, così come la presenza di tratti “non tipicamente sloveni” notati da linguisti quali Curtenay, Gujon, Anton Maria Raffo, Logar. La storia più antica e più misteriosa è ancora controversa, perché basata molte volte su ipotesi difficilmente dimostrabili.
Esistono varietà della stessa lingua locale in base ad alcuni tratti che connotano paese e paese, come indica per esempio il Gujon sulla variante di San Pietro; tratti minimi che non compromettono la comprensione all'interno dell'intera comunità. Ad esempio la caratteristica forma linguistica di Montefosca, che presenta tratti ancor più arcaici rispetto alle altre varietà della lingua nediška, non richiede l’uso di una lingua comune superiore, come può esser necessario nell'odierna Slovenia per garantire la conversazione. Studi della linguistica slovena imputano l'affascinante diversità dialettale slovena all'insediamento eterogeneo, ai contatti con le popolazioni serbocroate, alla struttura geografica, alle vie di comunicazione, alla precoce divisione amministrativa e politica, alle colonizzazioni di popolazioni alloglotte, in definitiva al processo storico evolutivo che ha portato all'odierna comunità slovena e alla sua lingua.
Anche le Slavia friulana ha vissuto un'evoluzione sociale che, fino al Patriarcato, si basava su un processo di scambio con le aree contermini, maggiormente con il distretto di Tolmino-Plezzo, ma non più intenso di quello esistente nei confronti della Serenissima, soprattutto per la mancanza a livello locale di documenti manoscritti dai primi del '500 sin alla metà del '700 quando si diffusero i primi catechismi in sloveno letterario.
Inoltre va tenuto conto del fatto che lo sloveno letterario dell'epoca, entrato in scena con il primo catechismo Katekizem in Abecednik per opera del pastore luterano Primož Trubar nel 1550, è già lontano dalla cultura locale impregnata di valori cattolico-latini. In effetti quella lingua era basata sulla variante di un’area - la Carniola- che condivideva il destino dei paesi asburgici di Carinzia e Stiria, coi quali venne a formare l'Austria Interna (Innerösterreich), già germanizzata e investita dalla Riforma protestante, fonte di neologismi che rispecchiavano questa diversa dimensione di fede.

La linguistica slovena, con esponenti contemporanei quali Logar, Rigler, Merku, Lenček che partono tutti dagli studi di Fran Ramovš, il quale fa rientrare i “dialetti” del Natisone nel sistema linguistico sloveno, costituito da più di 40 dialetti e parlate divise in sette gruppi o basi dialettali (contenenti al loro interno altri dialetti con un “timbro sonoro simile”. Il “dialetto” del Natisone rientrerebbe nella “base litoranea” (“Primorska baza”) (24).
Sulle peculiarità del nediško, questi studiosi rimarcano che le sue caratteristiche non sono altro che l’effetto del suo sviluppo autonomo.v Logar definisce la nostra lingua come un “dialetto sloveno periferico” che si è sviluppato a contatto con le vicine parlate romanze, connotato dai numerosi prestiti e calchi lessicali, dalle particolarità sintattiche, dalla natura e dal sistema vocalico e consonantico, dall'accentuazione (rimandi al russo e alle parlate del gruppo čakavo) e dalla melodia della frase, ma che conserva tratti relativamente arcaici, cioè stadi evolutivi antichi già da tempo superati dagli altri dialetti sloveni per lontananza dalle zone centrali dell'area linguistica slovena (25).
Con l'opinione dei linguisti sloveni accordano studiosi anche italiani come L. Spinozzi Monai (26) o Anton Maria Raffo (27), anche se quest'ultimo, in un precedente intervento, aveva distinto il nediško dalla lingua slovena letteraria e delle altre lingue slave meridionali, proponendo per questa una facies specifica, cioè una fisionomia specifica (28).v Il Raffo fece inoltre osservazioni interessanti (sull’accentuazione e lo jekavismo ad esempio) che lo portavano a collegare linguisticamente la Slavia friulana alle lingue slave occidentali - quali il ceco e lo slovacco - e a quelle meridionali - sloveno e serbocroato - non trascurando il grande influsso delle lingue romanze. Egli dette in questo modo alla lingua delle Valli del Natisone un vero e proprio statuto particolare all'interno del variegato panorama slavo.
Coloro che asseriscono la slovenità del nediško pongono fondamentalmente l'accento sull'isolamento storico-politico (dall'autonomia ai tempi del Patriarcato al passaggio all'Italia), culturale (alfabetizzazione italiana, vista anche come italianizzazione forzata) e geografico della Slavia friulana per giustificarne l'arretratezza e le diversità con la lingua letteraria slovena (29). Sono fattori quelli sopraelencati da tenere in grandissima considerazione, perché non consentono più un approccio solamente etnico- linguistico per analizzare la componente nediška, ma anche altri elementi.v Per ritornare alla questione della definizione della lingua locale, Giorgio Qualizza, nella sua già citata tesi di laurea, sosteneva che il “dialetto” delle Valli era sloveno, ma reso peculiare per la progressiva infiltrazione di elementi fonetici, morfologici e lessicali di altri “dialetti” e “lingue” estranee con cui esso era venuto in contatto nel corso del tempo (friulano, veneto, tedesco, italiano) (30) e per la sua elasticità espressiva. La lingua deve essere considerata come un sistema vivo, dinamico, data l'interazione costante fra gli elementi in gioco, soggetta a leggi generali interne al sistema linguistico e ad altre esterne ad esso (31) .
Qualizza fu convinto sostenitore dell'autonomia di quello che chiamava nediško. E' ancor necessario ribadire come la distinzione lingua-dialetto è una distinzione formale, a carattere convenzionale che dipende esclusivamente da fattori extra-linguistici come lo possono essere storia, politica, geografia, economia ecc. (32)
E' noto che il termine „dialetto” d'altrocanto presuppone una dipendenza linguistica per cui il suo valore semantico va usato con molta attenzione.
Il pensiero del Qualizza è condiviso da Nino Specogna, un'altra delle personalità che da anni si adoperano per la conservazione, la diffusione e il riconoscimento di questo peculiare patrimonio. Specogna s'è impegnato a redigere un Besednjak (Vocabolario) della lingua nediška (italiano-nediško e nediško-italiano) e una Gramatika (Grammatica) della stessa, spinto dall'urgente necessità di salvaguardare ciò che alcuni considerano già, a torto, una “lingua morta”. Giustamente Specogna ritiene che una lingua non si possa dire morta finché viene parlata ancora ed esistono ancora locutori della stessa. Riconoscendo però il legame originario con la lingua slovena e non avventurandosi in spericolate innovazioni, egli accoglie di questa alcune regole fonetiche e grafiche già codificate, non schematizzando o forzando le peculiarità della lingua locale ( Metodo Comparativo).

Quanto sopra descritto ci porta inevitabilmente a stabilire uno stretto rapporto tra la lingua propria di una comunità, la sua identità ed i termini del suo sviluppo democratico. Ricordando le parole del compianto Arcivescovo di Udine, mons. Alfredo Battisti che esclamò: “Quando ad un popolo si impongono organizzazioni o strutture che gli sono estranee, diventa un popolo colonizzato, alienato, schiavo. Quando può esprimersi in base a ciò che esso è, alla sua esperienza storica … alla sua cultura, allora abbiamo un popolo libero”, si può affermare che la libera espressione di una comunità nella sua lingua materna è elemento essenziale per la sua crescita individuale e comunitaria. L’introduzione di sovrastrutture - anche linguistiche – distanti o estranee al comune sentire di un popolo determina una sua allienazione che lo rende vittima di volontà altrui. Per quanto riguarda la comunità della Slavia friulana cominciare o ricominciare ad usare il proprio materni izik, anche in ambito pubblico, diventa condizione irrinunciabile per la sua sopravvivenza e futura crescita.
Da non dimenticare, infine, il concetto universale espresso da uno dei più famosi linguisti contemporanei A.D. Smith (1986) che tra l'altro afferma: „l'elemento etnia deve essere riconosciuto da tutti come elemento di identificazione della comunità cui l'etnia si riferisce, con la consapevolezza di una discendenza comune per tutti gli appartamenti alla comunità stessa. Ciò nell'ottica di una storia comune e di forte e totale solidarietà all'interno della stessa” (33).

CONCLUSIONI



Per concludere si potrebbe affermare una più accurata e delicata considerazione della lingua nediška che rappresenta un popolo particolare e la sua visione della realtà. Essa risente si da un lato della secolare influenza italica, pensiamo alla pronuncia melodica e candenzata, all'uso di termini sostitutivi o di quelli desueti perché legati ad attività ormai non più praticate o di quelli persi nel corso delle generazioni o di ermini introdotti per adeguamento al predominio della lingua italiana nella comunicazione, ma dall'altro marca ancora l'antica provenienza slava, dove il nucleo del vocabolario è la prova inoppugnabile.
Ma poi influisce sulla cultura la localizzazione delle Valli del Natisone che fu sempre territorio di passaggio di vari popoli e culture e qui necessario rilanciare anche la validità dell'etnografia nell'aiutarci a descrivere un popolo. La lingua non fa altro che testimoniare ancor la sopravvivenza, nonostante la corrosione operata dai mezzi di comunicazione di massa e dall'alfabetizzazione italiana, del particolare cammino storico ed essa è da considerarsi legittimamente ancora il materni izik, la lingua madre della comunità: la prima risorsa locale a cui si attinge per descrivere i propri costumi.
L'analisi linguistica dovrebbe esser maggiormente condotta assieme alla storiografia, poiché i movimenti e le interazioni fra gli uomini portano a considerare una cultura sempre in evoluzione, e la lingua risente in primo luogo, poiché è il linguaggio con cui avviene uno scambio. La storia intesa come lente d'ingrandimento su fatti linguistici che non possono esser l'unico fattore su cui basare definizioni caratterizzanti una data comunità con la sua cultura.

(1) Le lingue slave rappresentano un continuum, si passa da una varietà all'altra senza soluzione di continuità, cioè sulle aree di confine linguistico c'è la reciproca comprensione, i tratti differenti nelle zone di contatto diminuiscono ed arrivano a sovrapporsi fino a passare ad un'unica varietà.

(2) Il processo di differenziazione, che è ancor dibattuto e misterioso, è avvenuto in tre fasi.

(3) Opera continuata poi dai discepoli di Metodio, che vennero perseguitati e si rifugiarono in Bulgaria e in Macedonia, e dai centri culturali di Ohrid e Preslav, sedi di accademie e la prima è città anche episcopale, continuarono la loro opera scrittoria e di evangelizzazione.

(4) Il primo gruppo annovera tra i più importanti i Fogli di Kiev, il Codice Zografensis, i Codici Mariano e Assemaniano, il Salterio e l'Eucologio Sinaitici, il Glagolita Cloziano, mentre il secondo gruppo tra i più importanti il Libro di Sava, il Codice Suprasliensis.

(5) I primi tentativi di lettaratura non religiosa, aperta a un pubblico „comune” (si trattava sempre di gente istruita, quindi nobile) si ebbero in stile misto.

(6) Il maggiore o minore apporto dell'uso locale era determinato da diversi fattori: la preparazione dello scriba, il tipo e la funzione del testo e il tipo di pubblico cui esso era destinato.

(7) Improprio per Pavle Merku.

(8) Dall'epoca longobarda (VI sec.).

(9) Il corpus è stato analizzato da Pavle Merku e Breda Pogorelec. Il Podrecca scrive in lingua letteraria con qualche concessione alla lingua locale, utilizzando figure popolari e stile barocco, mentre la maggior parte delle prediche risultate anonime sono perlopiù locali con grafia incerta, tra romanza e slovena, con inserti tratti dallo sloveno letterario.

(10) P. Merku, Letopis za leto 1971, Narodna in Študijska knjižnica v Trstu, 1974.

(11) M.Droli, Espressione linguistica delle Valli del Natisone, Cornappo e Resia, Estinzione naturale o possibile recupero?, in Studenci, anno 6, n° 2, Juliagraf, dicembre 1993, pag. 24.

(12) G.Banchig, cfr. B. Zuanella, La liturgia «glagolitica» nelle valli del Natisone, Dom, n. 8, 1982.

(13) L'alfabeto è stato creato appositamente da Metodio per tradurre le Sacre Scritture.

(14) Libro IV, cap. 4, op. cit..

(15) C. Podrecca, Slavia Italiana, Fulvio Giovanni tipografo-editore, Udine,1884, pag. 27.

(16) L'area è rappresentata dal litorale adriatico orientale (Istria, Quarnaro e altre isolette) e il čakavo (čakavski o čakavsko narječje), nelle sue molteplici varianti, è uno dei tre dialetti che compongono il continuum linguistico della lingua croata accanto al kajkavo e allo štokavo. Il suo nome deriva dal pronome interrogativo ča? (che cosa?), che corrisponde al kaj? e allo što? degli altri due dialetti. Il čakavo è la prima lingua letteraria dei Croati ed essendosi sviluppato a stretto contatto con il dalmatico, l'italiano ed il dialetto veneto, lingue parlate anche dalla maggioranza degli scrittori croati sino all'Ottocento, il suo vocabolario contiene inevitabilmente molti termini romanzi.

(17) C.Podrecca, op. cit., pagg. 14- 15.

(18) Lib. V, cap. XXII.

(19) Vedi il Manoscritto o Catapan di Cergneu.

(20) I. I. Sreznevskij, Gli Sloveni del Friuli (Friul'skje Slavjane), a cura di Roberto Gremmo, Edicije Tedoldi, Videm, pag. 21.

(21) L. Spinozzi Monai, Analisi di un corpus dialettologico inedito di J.I.A Baudouin de Courtenay e con speciale riguardo per il mutamento nel lessico, Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, Università degli studi di Udine, Anno Accademico 1985- 86, pag. 169.

(22) Autore di una grammatica slovena (Hoepli, Milano 1902) e di una serbocroata (Hoepli, Milano 1919) oltreché di varie opere di toponomastica.

(23) Sul Gujon si veda l'opera Le colonie slave d'Italia, Vizzì, Palermo, 1907.

(24) F. Ramovš, Historična gramatika slovenskega jezika, VII, Dialekti, Učiteljskaja Tiskarna, Ljubljana, 1935.

(25) T. Logar, I dialetti sloveni ed il dialetto del Natisone, in Valli del Natisone Nediške doline, a cura di Paolo Petricig, Cooperativa Lipa Editrice, Lithostampa, 2000, pag. 169.

(26) L. Spinozzi Monai, Una ricerca dialettologica sul nadiško, pp.177-187, in Valli del Natisone Nediške doline, a cura di Paolo Petricig, Cooperativa Lipa Editrice, Lithostampa, 2000, pag. 178.

(27) S. Righini- S. Salvino, Compendio di Grammatica della Parlata della Val Natisone, nella Nota introduttiva di Anton Maria Raffo, Editore Comitato “ Pro Clastra” O.N.L.U.S, San Leonardo, Grafiche Manzanesi, febbraio 2000, pag. 6.

(28) Si veda A. M. Raffo, Alcuni rilievi sulla Slavia Veneta, con particolare riguardo alla Val Natisone all'interno di Val Natisone, 49° congresso, pag. 166.

(29) Si veda B. Pogorelec, La lingua letteraria slovena nella Slavia italiana, in Lingua, espressione e letteratura nella Slavia italiana, Quaderni Nediža 2, Editoriale Stampa Triestina- Žaložnistvo tržaškega tiska, La Editoriale Libraria, San Pietro al Natisone- Trieste, 1978, pagg.103- 105.

(30) G. Qualizza, Proverbi e detti sloveni nelle Valli del Natisone, raccolti e analizzati secondo il lessico e la struttura, tesi di laurea, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Trieste, 1979, pag. 81.

(31) Ivi, pagg. 58- 59.

(32) G. Qualizza, K'a:pja s'o:nca, Giorgio Qualizza Editore, Arti Grafiche Friulane, Udine, marzo 1990, pag. 12.

(33) G. Barbina, La Geografia delle Lingue, NIS Editore, Roma, 1993, pagg. 38-39.
Simone Clinaz tratto da “Slavia Friulana - Storia per il futuro”

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