Don Eugenio Blanchini

Questo nostro conterraneo sconosciuto
Quando negli anni 194548 fui ospite dell’istituto Tomadini di Udine, sentii parlare di don Eugenio Blanchini quale ex direttore.
La domenica andavamo al cinema San Giorgio posto a fianco della chiesa omonima. Feci poi parte della filodrammatica San Giorgio, nota ed apprezzata a livello cittadino. A1 termine di ogni recita c’era sempre una simpatica festicciola presso le suore Dorotee dell’istituto Blanchini.

Bene, mai avrei immaginato che il promotore e realizzatore di queste attività fosse un nostro compaesano e ci vollero parecchi decenni per sapere quasi casualmente dall’ottantatreenne Luigi Puller di Biacis che Eugenio Blanchini era un «Uarbanu» del paese.
Da qui l’interesse di sapeme di piú su questo nostro sacerdote.

La situazione del clero nella Slavia Friulana durante il passaggio dalla dominazione austriaca al Regno d’Italia ha comportato lacerazioni di carattere etnico e religioso. Alcuni sacerdoti, soprattutto a causa dell’anticlericalismo liberale dominante in Italia, scelsero la via dell'esodo nelle diocesi confinanti dell’Impero austriaco.
Citiamo fra questi
mons. Luigi Faidutti di Scrutto, deputato a Vienna, prsidente della provincia di Gorizia, punta di diamante del cooperativismo e del solidarismo cattolico e infine diplomatico della Santa Sede in Lituania,
don Natale Moncaro di Lasiz, ricostruttore del Santuario mariano di Lussari dopo la prima guerra mondiale,
don Giovanni Obala di Mersino, poeta e scrittore ed in seguito
don Sdraulig,
Jussig,
Manzini
ed altri.

La maggioranza dei nostri sacerdoti, però, rimase con il proprio gregge, rischiando il confino specialmente durante il primo conflitto mondiale perché accusati di austriacantismo anche a causa di alcuni giovani ufficiali superficialmente informati che pretendevano ipso facto la sostituzione nel servizio religioso dello sloveno con l’italiano.

Vi furono anche sacerdoti che, pur attaccati alla propria terra, per ragioni di salute, di studio o per esigenze di spazio operativo, si trasferirono fuori della Slavia.
Fra questi, accanto ai prof. Giovanni Cernoia di Tarcetta e Giovanni Vogrig di Clastra, vanno citati almeno monsignor Ivan Trinko e don Eugenio Blanchini, coetanei, entrambi dotati di elevate qualità spirituali ed intellettuali, che si distinsero già durante gli studi in seminario.

Eugenio Blanchin, diventato per l’anagrafe Blanchini senza richiesta né spiegazione alcuna, nacque nel paesino di Biacis, terzogenito figlio di Giovanni “il mio caro povero papà” lo ricorderà in una lettera il figlio, e da Maria Rosa Podrecca di Podutana/San Leonardo.

Sarà opportuno fare qui un chiarimento non marginale sulla mamma di don Eugenio, indicata in diversi scritti come Maria Teresa anziché Maria Rosa e sorella gemella di don Pietro Podrecca, il primo vate della Slavia.
Si tratta di un equivoco in cui è incorso qualcuno in partenza che é stato poi ripreso da altri.
Dalle ricerche eseguite presso gli archivi parrocchiali di Antro, San Pietro e San Leonardo si é potuto accertare senza equivoci che Maria Rosa Podrecca era di Podutana/San Leonardo della famiglia Nježaci, era nata il 27 luglio 1832 ed era effettivamente sorella gemella di don Pietro Podrecca, che svolse tutta la sua attività sacerdotale quale cappellano di San Leonardo.
L’omonimo don Pietro Podrecca, il poeta, invece, sappiamo che nacque a San Pietro il 16 ottobre 1822, dieci anni prima. Mori nel 1889 a Rodda ove fu cappellano.

Don Eugenio visse la sua prima infanzia in mezzo alla sua gente, condividendone le fatiche, le ansie, le ristrettezze e le poche gioie, imparan­do a conoscere i sentieri lungo il Natisone o della Kamunja sopra Biacis.
Dopo l’uscita dal seminario del fratello maggiore Giuseppe, fu caldamente stimolato dalla mamma ad intraprendere la difficile strada ed entrò in seminario ove completò gli studi con grande impegno ed applicazione ed appena ventiduenne, tramite dispensa papale, venne ordinato sacerdote il 23 aprile 1885.
La sollecitudine con cui gli fu concessa la dispensa veniva motivata dalla esigenza manifestata dalle autorità civili al vescovo di Udine, di inviare fra le popolazioni slovene dei sacerdoti che ne conoscessero la lingua e provvedessero nel contempo ad istruirli in quella italiana, cosa regolarmente verificatasi poiché i primi insegnanti di lingua italiana, che tolsero la nostra popolazione dall’analfabetismo, furono proprio i cappellani-maestri.

Dopo aver celebrato la prima messa ad Antro, don Eugenio ebbe cinque decreti di nomina, prima Montenars poi ad Erbezzo, a Lasiz, a San Volfango ed infine a Santa Maria la Longa presso Palmanova, ove trovò nel parroco don Grinovero, di origine slovena, un padre ed un amico il quale lo aiutò a risollevarsi da uno stato di prostrazione che minava pericolosamente la sua salute.

Don Eugenio fu insegnante a Udine presso il collegio «Giovanni da Udine» e qui, fra i giovani, maturò l’idea di creare qualcosa di duraturo a favore della gioventù.
Ripresosi nelle forze, ebbe in affidamento l’orfanotrofio «Mons. Francesco Tomadini». I nove anni di permanenza, pur fra responsabilità e fatiche di ogni genere, furono il periodo più felice e sereno per l’ancor giovane sacerdote, la cui notorietà si era ormai allargata in città tanto che nel 1899 fu eletto dai capifamiglia parroco della vasta parrocchia di San Giorgio Maggiore, che comprendeva allora anche le borgate fuori mura di Gervasutta e Sant’Osvaldo.
Furono questi anni di un apostolato fecondo, ma anche faticoso a causa delle precarie condizioni di salute che a soli 58 anni di età portarono don Eugenio alIa morte.

Un forte attivismo, un’attività vulcanica che alcuni critici giudicarono fine a se stessa ma questo, si sa, é il linguaggio degli ignavi, dei pigri, degli incapaci o peggio degli invidiosi, lo mossero ad intraprendere una serie di iniziative di largo respiro e di risonanza nazionale.
La provenienza da una famiglia di agricoltori operante su micro proprietà, l’emigrazione toccata con mano nei racconti del padre Giovanni che in gioventù fu stagionale in Croazia, il fenomeno delle «dikle» ‚ 1e nostre ragazze che andavano a servizio nelle città in balía di ogni sorta di disavventure, il contatto con la gioventù fra gli studenti al «Giovanni da Udine» ed al «Tomadini», furono tutti elementi che toccarono la sua sensibilità e ne stimolarono l’operato.

Senza voler entrare nel dettaglio delle attività e del pensiero di don Eugenio, accennerò solo alle iniziative che mise in atto per una diversa agricoltura, per l’assistenza agli emigranti, la formazione professionale delle ragazze, la costituzione del ricreatorio udinese.

Nel 1901 diede alle stampe l’opuscolo «La Slavia» con una interessante dedica in lingua slovena al compaesano neosacerdote don Giovanni Gujon che tradotta suona: «I1 giorno 4 agosto 1901, all’amico Ivan Gujon nel lieto giorno della sua prima santa messa, questa terza ristampa del libretto sulla nostra cara patria slovena in segno di cordiale simpatia ed a slimolo per un proficuo lavoro nella vigna del Signore, dedicano l’autore assieme ad altri amici».

Durante la prima guerra mondiale rimase a Udine tra la sua gente anche dopo l’invasione seguita alla ritirata di Caporetto, provvedendo all’assistenza di quanti erano rimasti in città il che, anziché merito, gli valse critiche da parte di alcune persone maligne.
L’accusa di austriacantismo lo amareggiò moltissimo e fu una delle concause che ne accelerarono il declino fisico fino alla morte che lo colse a Udine il 1 marzo 1921.

I funerali, cui parteciparono commossi cittadini di tutti i ceti sociali, furono testimonianza della stima goduta e dell’apprezzamento del suo operato.

L’avvento del regime fascista, tanto lontano dalle idee di don Eugenio, contribuì a stendere un velo di silenzio sul bene da lui fatto.
Luciano Chiabudini
(da: D. E. Blanchini Atti del Convegno5 ottobre 1996)

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