Don Giuseppe Cramaro scrive al papa

Un documento che fa impressione la lettera di don Giuseppe Cramaro al papa e che dovrebbe far riflettere soprattutto i giovani.
Leggendo la lettera si ha l'impressione di essere in una realtà lontana da noi almeno qualche millennio: la popolazione delle Valli che capisce solo lo sloveno (d. Giuseppe era allora cappellano di Antro), i bambini che iniziano la scuola verso gli otto anni, la popolazione che minaccia di non "stipendiare" il proprio sacerdote, quando questi non volesse più prestare il servizio religioso nella propria lingua.

Che sia un bugiardo don Giuseppe?

Mio padre, che lo ha frequentato molto, afferma che non ha conosciuto una persona più retta, onesta, fidata di lui.

Per fortuna la nuova Costituzione italiana, già al momento della sua nascita, ci ha offerto il diritto di esprimerci nella nostra lingua, così almeno sulla carta e oggi, dopo tanti anni, lo Stato ci offre opportunità più concrete.

Dovremmo approfittarne.

Certamente nessuno, penso, reputa opportuno tornare alla situazione in cui la gente capiva solo lo sloveno. La conoscenza delle lingue è oggi un fattore fondamentale. Mi auguro però che nelle nostre Valli la lingua di allora ritorni ad essere la "nostra" lingua.

Qualcuno su queste pagine si è meravigliato del mio "presunto improvviso" interesse per la nostra parlata, dando per scontato che in famiglia io parlo solo italiano. Voglio rispondergli anzittutto che la libertà d'espressione è un diritto nativo, per cui nessuno può permettersi di sindacare su come uno si esprime.

Per quanto riguarda il mio rapporto col natisoniano posso affermare che lo capisco benissimo e lo so anche parlare.

Dove l'ho imparato? Per strada, a scuola, dove?

La risposta al mio interlocutore.


Per tornare alla lettera, questa è stata controfirmata da tutti i sacerdoti delle Valli, oltre trenta, come afferma don Giuseppe stesso.

Don Giuseppe Cramaro, assieme a don Natale Zufferli, nativo di Azzida, si recò a Roma. Volevano informare prima di tutto il loro arcivescovo, cioè l'arcivescovo di Udine che allora si trovava a Roma, dell'ingiunzione che avevano ricevuto. Parlarono poi col cardinal Pizzardi, segretario di Stato, dal quale ebbero la famosa risposta ai loro problemi: ... "dopo sessantasette anni di appartenenza all'Italia, ormai tutti dovrebbero conoscere e parlare l'italiano"!

Delusi, consegnarono, come ultima spiaggia, la lettera nelle mani del segretario del papa mons. Tardini.

Fu tutto invano!

E continuerà ad essere invano, se non conserveremo la memoria storica di questo documento.

Ecco la lettera.

Beatissimo Padre

i sottoscritti sacerdoti, esercitanti il proprio ministero fra le popolazioni slovene dell'Arcidiocesi di Udine, mandati dagli oltre trenta confratelli della zona, ad incontrare qui a Roma il proprio Arcivescovo, onde informare Lui ed insieme a Lui Vostra Santità della gravissima situazione creatasi nella Slavia italiana in seguito all'ordine tassativo e perentorio di S. Ecc. il Capo del Governo italiano circa la predicazione e l'insegnamento della Dottrina cristiana unicamente e solo in lingua italiana (della quale ingiunzione accludono copia autentica), non avendo potuto avvicinare Voi, Beatissimo Padre, si permettono di esporre umilmente con la presente quanto segue:

Sottacendo il fatto che le ingiunzioni in parola ledono evidentemente l'art. 22 del concordato e schiantano d'un colpo la vita religiosa di una popolazione di oltre ventimila anime, debbono far presente che con questo provvedimento il Clero locale vien messo in una condizione di palese impossibilità ad esercitare il proprio ministero.

Infatti, come deve il sacerdote istruire nella lingua italiana una popolazione che parla ed intende tuttt'ora solo lo sloveno?

E come deve uniformarsi alle regole della Chiesa ed in ispecie al Decreto "Quam singulari" sulla prima Comunione, se il bambino, appena in terza classe elementare comincia a balbettare l'italiano?

Essendo proibita ogni parola nella lingua slovena, deve egli insegnare la lingua, nella dottrina, oppure le verità eterne?

Qui i bambini, date le distanze, la pessima viabilità di montagna e l'inclemenza delle stagioni, cominciano a frequentare la scuola verso gli otto anni, cosicché il Sacerdote non può in alcun modo iniziare l'insegnamento religioso nella lingua italiana prima dei nove o dieci anni, né può pretendere una congrua preparazione alla prima Comunione se non dopo gli undici anni.

La popolazione medesima si sente crudamente colpita nel proprio sentimento religioso, in seguito all'interdizione assoluta della predicazione e dell'istruzione nella propria lingua, interdizione che non ha precedenti nella storia e depreca acerbamente, sia l'invadenza dell'Autorità civile, sia la remissività dei Sacerdoti in ciò che costituisce il patrimonio più sacro della Chiesa; per la quel cosa la medesima popolazione ha dichiarato di rifiutarsi a stipendiare più oltre il proprio Sacerdote, quando questi non volesse più prestare il servizio religioso nella propria lingua da essi intesa e parlata.

Santità!

Si è andati per le case a sequestrare il catechismo sloveno come fosse un corpo di reato; è successo il fatto che agenti intimidatori ed areligiosi si sono presentati nelle famiglie, ove si recita il Rosario in sloveno ogni sera ed hanno minacciato la denuncia se non l'avessero voluto smettere con quelle preghiere; è successo il fatto che dei bambini invitati dai genitori a recitare le orazioni nella lingua in uso, si siano rifiutati ed hanno dichiarato di denunciare gli stessi propri genitori, se essi avessero voluto continuare a farli pregare in sloveno ...

Può in coscienza il Sacerdote rimanere al proprio posto per assistere alla distruzione sistematica e violenta di tutto un passato religioso ed al tramonto della preghiera familiare e comune, che a tutt'oggi ha preservato questa patriarcale popolazione dalla labe (Ndr: macchia) dei vizi, dell'agnosticismo e del pragmatismo moderno?

E qui dobbiamo far presente che si è andati anche contro il disposto dell'art. 43 del Concordato, perché a diversi sacerdoti, il locale Tenente dei Carabinieri avrebbe interdetto anche il lavoro nell'Azione Cattolica.

(Ndr: Al termine di uno spartito musicale don Angelo Cont, sacerdote di Cicigolis, scriveva: "Cont Angelo Udine, 31 maggio 931. Ieri sono stati aboliti i circoli d'azione cattolica per opera del ...")

I sottoscritti sacerdoti furono col proprio Arcivescovo, Mons. Nogara, in udienza da Mons. Pizzardo il giorno 26 corr. mese ed ebbero da Lui dichiarazione che dai negoziati col R. Governo ben poco ci sarebbe da sperare, perché, ci disse, dopo sessantasette anni di appartenenza all'Italia, ormai tutti dovrebbero conoscere e parlare l'italiano.

Santità!

Lo Stato italiano dimentica di aver trascurata l'istruzione primaria dal 1866 ad oggi fra le popolazioni rurali e montane della Slavia italiana; ora soltanto il governo fascista ha portato un qualche incremento nell'istruzione primaria, ma ancora assolutamente inadeguato ai bisogni locali: l'Autorità Religiosa, con una esatta inchiesta, può rendersi edotta della veridicità del nostro asserto.

I Sacerdoti del Vicariato Foraneo di S. Pietro al Natisone (Udine), ai quali ancora non fu data alcuna precisa direttiva, la desidererebbero e con la presente umilmente la chiedono da Vostra Santità, onde tranquillizzare la propria coscienza, tanto più che essi sono continuamente pedinati, osservati e discussi dall'Autorità civile.

Usque ad effusionem sanguinis, chinandoci al bacio del Sacro Piede.

Roma, 27 settembre 1933.

Don Giuseppe Cramaro

Realizzazione della pagina Ruben Specogna



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