Benedizione del monumento eretto in onore di cinque sacerdoti

Impegnati nell’annuncio della fede e nella difesa della lingua slovena
È stato l’arvivescovo emerito di Udine, mons. Alfredo Battisti, a celebrare la santa messa e a benedire il piccolo monumento, eretto accanto alla chiesa di Santa Maria Assunta, in onore di cinque sacerdoti, che nello scorso secolo hanno servito nel comune di Drenchia.
È stata una cerimonia sentita, raccolta, partecipata che ha riunito i sacerdoti della forania, mons. Mario Qualizza, don Rinaldo Gerussi, don Federico Saracino, e il rettore del santuario di Lussari, mons. Dionisio Mateucig, originario di Paciug di Drenchia e «allievo» di mons. Birtig, e richiamato tanta gente di Drenchia, anche quelli sparsi nei paesi del Friuli, e dei paesi vicini.
Si è trattato di un omaggio corale ai sacerdoti che in tempi difficili, come ha detto mons. Battisti nell’omelia, hanno lavorato in questi paesi per annunciare la fede, difendere e promuovere la lingua e la cultura slovena.

Richiamandosi al brano evangelico di san Giovanni sul buon Pastore, l’arcivescovo emerito di Udine ha ricordato una cena pastorale molto comune nella Palestina di quell’epoca:
alla sera il pastore conduceva nell’ovile il suo gregge e al mattino si presentava sulla porta, alzava la voce e chiamava le sue pecore, che riconoscevano la sua voce, si alzavano e lo seguivano.
Questa abituale scena ha fatto dire a Gesù:
«Io sono il buon pastore».

«Nello spirito di questo Vangelo —
ha proseguito mons. Battisti —
sono venuto a ricordare, a venerare e ringraziare a cento anni dalla loro nascita alcuni sacerdoti, esemplari pastori della Benecia: don Guion, don Cracina, don Birtig, don Succaglia, don Laurencig, che è nato nel 1908 ed è rimasto a lavorare in loco dal 1934 al 1989, anno della sua morte».

Nelle Valli del Natisone essi hanno lavorato
«in anni difficili, tra due guerre. —
ha ricordato l’arcivescovo —
Si sono impegnati per l’educazione nella fede di queste comunità, ma anche per la difesa e la promozione della lingua e della cultura slovena.
Ho sempre apprezzato la religiosità di queste popolazioni, venendo quassù negli anni del mio episcopato, espressa anche nel saluto
“Hvaljen Jezus Kristus!”.

Questo loro lavoro è stato messo in difficoltà da politiche poco lungimiranti.
I sacerdoti hanno spesso sofferto perché il loro attaccamento alla lingua e alla cultura slovena è stato erroneamente accusato di poco amore verso l’Italia, la propria patria:
sloveni ma italiani.
Io ho sofferto con loro, specialmente quando ci incontravamo nelle riunioni foraniali.

Quando iniziai la visita pastorale nelle Vallli del Natisone io ho dichiarato:
il Signore ha mandato me come vescovo a difendere e promuovere la fede.
La fede però si incarna e si esprime in una lingua, in una cultura, la cultura di questo popolo.
Venendo nelle vostre comunità io intendo difendere il diritto naturale di ogni singolo paese:
chi sceglie la lingua slovena, ha il diritto naturale di esprimerla nella liturgia e nel canto e lo stesso diritto intendo difendere nelle comunità che scelgono la lingua italiana.
Ho constatato con gioia la vicinanza di voi fedeli ai pastori che hanno lavorato in queste comunità.

Spiace che una politica errata in qualche modo non favorisca la montagna, dalla Carnia alle Valli del Natisone, costringendo tante famiglie ad emigrare e con questo provocando un grave danno con la perdita di valori umani e cristiani.

Inauguriamo oggi un monumento per onorare tutti i sacerdoti della Benecia e perpetuare il loro ricordo.
La Pasqua di Cristo, Signore risorto, che stiamo celebrando in questo tempo santo, ravvivi la speranza, la vostra speranza accogliendo l’esortazione del prima papa, san Pietro, che esortava:
“Siate sempre pronti a rispondere a coloro che vi chiedono le ragioni della vostra speranza”.
Il Signore faccia fiorire la speranza in questa meravigliosa terra».
DOM - 30.04.2010

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