Dalla “Resistenza” allo “Skupni Slovenski Kulturni Prostor”

di Ferruccio Clavora

Premessa

Troppo spesso la storia della Slavia friulana viene raccontata avendo come unico riferimento geopolitico il quadro occidentale del continente europeo. Non si tiene conto, invece, del contesto balcanico-danubiano e vengono trascurate le vicende culturali e politiche che hanno contraddistinto la formazione della vicina nazione slovena e che tanto hanno inciso sulla realtà della Slavia, in particolar modo dalla seconda guerra mondiale in poi.

La mancanza di questa analisi parallela determina un grave errore di prospettiva e impedisce una corretta interpretazione dell’evolversi dei rapporti che si sono instaurati, in particolare dal periodo della lotta di Liberazione, tra la nazione slovena e segmenti specifici - e limitati - della società della Slavia.

Non è possibile, nel quadro di questa pubblicazione, entrare nei dettagli dell’intreccio strutturale che si è sviluppato e si sta consolidando tra l’attuale Slovenia ed una parte della sua propaggine in Italia: quella che si snoda lungo il Natisone ed i suoi affluenti, all’ombra del Matajur. E’ importante, però, sottolineare e mettere in relazione eventi apparentemente senza collegamenti e nessi logici. Non sembri, quindi, fuorviante il riferimento alle vicende della Mitteleuropa e della nazione slovena: è funzionale ad una corretta interpretazione di quanto avvenuto nelle valli del Natisone dal 1940 ad oggi.

La nazione slovena.

L’inizio di questo breve excursus retrospettivo va fatto risalire alla “primavera dei popoli” che nel 1848 scuote l’Europa creando le premesse, con lo sconvolgimento delle realtà statali esistenti, di una nuova architettura delle relazioni tra nazioni emergenti e poteri consolidati. Il terremoto che scompagina le coscienze individuali e collettive dei popoli europei provoca il crollo di Imperi secolari e lo sgretolamento di potenze ritenute indistruttibili. Si esauriscono alleanze consolidate e se ne stabiliscono altre, emergono nuovi soggetti sociali destinati a diventare protagonisti del nuovo assetto inter-nazionale europeo. La diffusione dei valori affermatisi nella Rivoluzione francese del 1789 produce conseguenze in tutto il continente.

Mentre il Risorgimento porterà alla nascita del Regno d’Italia, con la convinta e fattiva partecipazione del popolo della Slavia, nel cuore dell’Impero austro-ungarico prende corpo tra Vienna (Dunai) e Klagenfurt (Celovec) il progetto della Zedinjena Slovenija e cioè l’idea di unificare in una sola entità amministrativa - pur nell’ambito dell’Impero - tutti i territori abitati da Sloveni, nei quali la lingua slovena sarebbe usata negli uffici pubblici ed insegnata nelle scuole. Questo progetto, se non ebbe conseguenze pratiche immediate, diventò, poi, il programma politico di riferimento nel processo di affermazione di una coscienza nazionale slovena che avrà come approdo, dopo il disfacimento della Jugoslavia, la nascita, nel 1991, della Repubblica di Slovenia e si completerà con l’entrata del nuovo Stato nell’Unione europea, il 1° maggio 2004, e la sua adesione al Trattato di Schengen, il 21 dicembre 2007. Con questo ultimo atto, tutti i parlanti la lingua slovena - anche in riferimento al concetto di enotni slovenski kulturni prostor - fanno parte di una stessa entità politico-amministrativa, non più divisi da confini. E’ da rilevare che il progetto politico iniziale della Zedinjena Slovenija non comprendeva la “Schiavonia veneta”.

L’idea dell’unione nazionale in un unico Stato di tutti i parlanti la lingua slovena non è solo un programma politico, contribuisce anche ad affermare la posizione secondo la quale il territorio abitato dai parlanti la lingua slovena fa parte integrante del territorio della nazione slovena (“in larga misura è proprio la lingua che fa la nazione” - Ferdinand de Saussure). Questa concezione diverge da quella che considera l’appartenenza nazionale come frutto di una scelta soggettiva, di una libera dichiarazione di volontà. E’ da questa differenza interpretativa sugli elementi costituitivi della nazionalità che derivano le valutazioni di merito sull’appartenenza nazionale della Slavia veneta, italiana, friulana.

Ammirevole fu la tenacia degli sloveni nel portare avanti il progetto di unificazione nazionale. La proclamazione del progetto della Zedinjena Slovenija comportò l’intensificazione dell’impegno delle élites intellettuali e religiose nell’insegnamento della lingua nelle scuole e nel favorire lo sviluppo della produzione letteraria.

Questo sforzo di educazione linguistica portò abbastanza rapidamente alla creazione di una frattura tra il “popolo” - le masse contadine ed operaie - ed i ceti elevati, che si esprimevano in lingua tedesca.

L’eco delle rivolte sociali e nazionali in Francia, a Vienna, in Ungheria nei primi mesi del 1848, portò ad un’importante manifestazione “rivoluzionaria” il 16 marzo a Lubiana. L’esigenza dell’affermazione nazionale, fino allora ancorata agli aspetti culturali e linguistici della questione nell’ambito dell’Impero, si salda con il malcontento relativo alla situazione socioeconomica, ma non assume ancora la piena valenza politica di rivendicazione di uno Stato autonomo.

Inizia a svilupparsi un associazionismo “sloveno”, che si diffonde poi in ogni parte del territorio dell’Impero abitato dagli Sloveni: da Vienna a Lubiana, da Celje a Gorizia, da Klagenfurt a Trieste (dove opera un’associazione che collega Sloveni, Serbi e Croati). Nel mese di luglio nasce a Lubiana il primo organo di stampa politico, il bisettimanale Slovenija. Questo fervore di attività porta ad una presa di coscienza politica, premessa all’avvio di un processo di identificazione nazionale che supera i confini delle varie entità amministrative dell’Impero. E’ cosi che, per esempio, gli abitanti della Kranjška che parlavano la kranjščina si trasformano in Slovenci che parlano la slovenščina. (1)

Le dinamiche istituzionali e costituzionali che investono l’Impero - fino ad allora considerato punto di riferimento intangibile per l’affermazione di una nazione jugoslava - portano alla nascita di una volontà di democratizzazione dei rapporti interni allo Stato. Uno degli aspetti centrali della riforma della struttura dello Stato è quello dell’uguaglianza tra le nazioni dell’Impero.

Il primo maggio 1848 viene lanciato da Praga un appello ai Fratelli Slavi per la convocazione di un Congresso Slavo il quale adotta risoluzioni anche relative alle singole nazionalità presenti nell’Impero.

Ungheresi contro Vienna, Croati e Serbi contro l’Ungheria, Polacchi, Cechi, Rumeni, Slovacchi, … tutti i popoli slavi dell’Impero si ribellano contro lo strapotere della monarchia asburgica, chiedono la fine dei rapporti feudali in agricoltura, migliori condizioni per il mondo operaio e, soprattutto, l’unificazione delle varie comunità nazionali in strutture amministrative autonome, comunque, ancora sotto lo stemma della Monarchia.

La reazione è un rafforzamento dell’assolutismo che stimola ulteriormente le spinte nazionali. Il dualismo statale austro-ungarico viene messo in discussione e si esaurisce nel 1867. In questa prospettiva va interpretata anche la risposta negativa dell’Austria all’Umile ricorso formulato nel 1850 dai rappresentanti degli “Slavi del Distretto di S. Pietro degli Slavi della Provincia del Friuli, perché sia loro accordata … una Giudicatura propria e locale di prima Istanza” con “Impiegati e addetti alla medesima che conoscano, oltre l’Italiano, la lingua slava.”

Inizia la stagione dei tabori e cioè delle diciotto grandi manifestazioni organizzate in tre anni su tutto il territorio sloveno, nelle quali veniva rivendicata l’unità statale della nazione, da strutturare in sei regioni (Kranjška, Stajerška, Koroška, Goriska, Trst in Istria), con un’unica amministrazione centrale ed un Consiglio eletto democraticamente. Veniva, inoltre, richiesto l’uso pubblico della lingua slovena, il suo insegnamento e la promozione delle attività culturali. In pratica, il programma aggiornato della Zedinjena Slovenija.

Riconosciuta l’importanza strategica del fattore culturale nel processo di presa di coscienza nazionale, in attesa di tempi migliori, nello stesso periodo, si afferma una particolare prassi di diffusione della lingua slovena, attraverso l’organizzazione di momenti di lettura, discussione, recitazione: le citalnice. Questi incontri diventano sempre più luoghi di diffusione degli ideali nazionali.

Nella stessa prospettiva, nel 1851, era stata fondato a Klagenfurt lo Društvo sv. Mohorja con l’obiettivo di una capillare educazione popolare: iniziativa senza precedenti nella storia culturale slovena e che fa di quella città - almeno per il periodo 1851/1868 - il più importante centro culturale sloveno.

Impegnata nella lotta risorgimentale, la Slavia non partecipa al movimento delle citalnice e dei tabori mentre le pubblicazioni dello Društvo trovano, tramite i sacerdoti, una certa diffusione nelle Valli.

In seguito a tutte queste “rivoluzioni”, inizia un periodo turbolento caratterizzato da una crescente tensione tra le potenze europee: riaffiorano vecchie conflittualità e se ne manifestano di nuove, muta il sistema delle alleanze tra gli Stati, si unificano l’Italia e la Germania e quest’ultima inizia ad essere una pedina importante sullo scacchiere continentale. Le tensioni tra la Germania e la Francia diventano un pericolo costante per i già precari equilibri e la pace in Europa.

Il 28 luglio 1914 - festa nazionale serba, anniversario della battaglia di Kosovo Polje - a Sarajevo, vengono assassinati l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria, e sua moglie Sofia. Un mese più tardi, l’Austria-Ungheria dichiara la guerra alla Serbia: inizia la prima Guerra mondiale, un conflitto di portata gigantesca che vedrà mobilitati settanta milioni di soldati, registrando alla fine nove milioni di morti tra i militari e cinque milioni tra i civili.

Il 23 maggio 1915, in virtù del Patto di Londra del 26 aprile - atto segreto d'alleanza fra Gran Bretagna, Francia e Russia al quale aderì l’Italia impegnandosi ad entrare in guerra contro gli Imperi centrali - l’Italia dichiara guerra all’Austria e alla Germania. Il “Patto” prevedeva compensi territoriali in suo favore (il Trentino, l’Alto Adige, Trieste, Gorizia, la Dalmazia, l'Istria, con l’esclusione di Fiume) ed una partecipazione italiana alla spartizione dell'Albania, eventualmente della Turchia e delle colonie tedesche in Africa.

La rivoluzione russa dell’ottobre 1917 modifica ulteriormente i rapporti tra le potenze. Nell’aprile 1918 entrano in gioco gli Stati Uniti e il Maresciallo Foch guida, nel luglio 1918, la controffensiva di inglesi, francesi e statunitensi (seconda battaglia della Marna) che porterà alla ritirata tedesca.

Nel Parlamento di Vienna, i rappresentanti delle nazioni slave dell’Impero siedono divisi in tre distinti gruppi: quello degli sloveni e croati, quello dei dalmati e quello “nazionale”. Dopo tre anni di vacanza, Carlo I, successore di Francesco Giuseppe (morto nel 1916), convoca il Parlamento per il 30 maggio 1917. Il giorno prima, i parlamentari dei tre gruppi si riuniscono nel Jugoslovanski klub ed approvano il testo di una Dichiarazione che verrà letta in Parlamento, il giorno successivo, dal loro rappresentante, Anton Korosec. Il documento riprende, in forma solenne, le rivendicazioni relative all’unificazione di tutte le province della Monarchia nelle quali vivono sloveni, croati e serbi.

Gli esiliati sloveni e croati avevano costituito, a Londra, un Comitato jugoslavo che operava per mettere al corrente l’opinione pubblica internazionale ed i governi (in particolare di Francia, Inghilterra, Russia, e Stati Uniti) della reale volontà delle nazioni degli Slavi del Sud di costituire, dopo la fine dell’Austria-Ungheria, uno stato jugoslavo sovrano. Dopo alcuni insuccessi militari, che raffreddano le velleità di costituire una “Grande Serbia”, anche la dirigenza serba apre un dialogo con il Comitato jugoslavo. La trattativa si conclude nel mese di ottobre 1918, con l’approvazione della proposta di unificazione delle nazioni jugoslave dell’Austria-Ungheria con il Regno di Serbia e del Montenegro sotto la dinastia dei Karadjordjevic. Poco più tardi, viene costituito a Zagabria il Consiglio nazionale degli sloveni, croati e serbi quale massimo organo di rappresentanza di tutti gli slavi austro-ungarici. Il 24 novembre questo Consiglio nazionale decide l’unione dei territori abitati da sloveni, croati e serbi dell’Austria-Ungheria con la Serbia ed il Montenegro. Il 1 dicembre 1918, il re Alessandro I proclama la costituzione del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni.

Il 6 gennaio 1929, re Alessandro I, per sedare i dissidi tra partiti ed etnie, avoca a sé tutti i poteri accentrando l’amministrazione dello Stato e avviando un processo di eliminazione delle differenze culturali tra i popoli. Lo stato cambia nome e diventa Regno di Jugoslavia.

Il 10 giugno 1940, dichiarando guerra alla Francia e alla Gran Bretagna, l’Italia precipita nella Seconda Guerra Mondiale. Il 25 marzo 1941, il principe reggente Paolo Karadjordjevic aderisce al Patto Tripartito con la Germania e l’Italia. Due giorni dopo viene rimosso dall’erede Pietro II che rompe l’alleanza con le forze dell’Asse. Il 6 aprile 1941 l’Italia attacca la Jugoslavia, occupa la metà meridionale della Slovenia, creando la provincia di Lubiana, che dura diciotto mesi. E’un tragico susseguirsi di morti, distruzioni, occupazioni e vessazioni. Per la Slavia si apre un altro drammatico capitolo della sua storia italiana, conclusosi solo recentemente - nella primavera estate del 2012 - con lo smantellamento dei “bunker” militari disseminati a fondo valle.

Dal 29 novembre al 4 dicembre 1943 si tiene a Jajce il Consiglio antifascista di liberazione del popolo della Jugoslavia che decide di ricomporre uno stato all’interno dei confini del vecchio Regno, dandogli il nome di Democrazia Federale di Jugoslavia. Il 29 novembre 1945 la Monarchia viene definitivamente abolita, nel 1946 la Jugoslavia prende il nome di Repubblica Federale Popolare (e nel 1963 quello di Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia). Il Consiglio nomina Josip Broz Tito, Maresciallo di Jugoslavia e 1° Ministro.

Il movimento di Liberazione

Il 27 aprile viene costituita a Lubiana la Osvobodilna fronta slovenskega naroda (Fronte di liberazione della nazione slovena) formata da una coalizione di forze antifasciste, in cui ben presto si affermò l’egemonia della componente comunista. Entro la fine dello stesso anno veniva elaborato un programma politico che, in termini aggiornati, ricalcava quello della Zedinjena Slovenija del 1848: liberazione e riunificazione del popolo sloveno - compresa Trieste - nel quadro di una sua rifondazione sociale. L’organizzazione iniziò subito le sue azioni armate estendendo gradualmente le sue attività su tutto il territorio considerato etnicamente sloveno. Con la Dichiarazione di Jajce del 30 novembre 1943, quel programma fu fatto proprio anche dal Consiglio antifascista di liberazione del popolo della Jugoslavia.

La prima azione partigiana nella Slavia si registra nel maggio 1943 con una marcia dimostrativa delle brigate Gregor e Gradnik, coerentemente con il progetto della Osvobodilna Fronta di essere presente fino all’estremità dei confini nazionali sloveni.

Nel periodo tra l’8 settembre e la fine della guerra si ebbe l’avvicendamento burrascoso di vari gruppi armati: ribelli locali, truppe di partigiani sloveni, garibaldini, osovani, tedeschi e varie formazioni fiancheggiatrici, tra cui i cosacchi. Tutto questo provocò scontri, conflitti, rappresaglie, distruzioni, che colpirono pesantemente la popolazione locale, rassegnata e terrorizzata ma anche perplessa nei confronti delle idee propagandate dai resistenti.

”8 ottobre 1943. Questa sera è capitato a Lasiz un “intellettuale” partigiano sloveno con una signora partigiana ed ha invitato la popolazione ad una conferenza nell’osteria Melissa. Mossi anche dalla curiosità, vi hanno partecipato tutti i paesani, piccoli e grandi. Ha parlato a lungo prima l’ “intellettuale” e poi l’“intellettuala”. Hanno spiegato l’ordine nuovo che sarà instaurato dopo la distruzione del nazifascismo. Tutti uguali: chi ha due vacche dovrà darne una al vicino che non ne ha nessuna; chi non si sente di vivere con la propria moglie, potrà mandarla a spasso e prendersi un’altra. Tutti lavorare uguale, tutti mangiare uguale, ecc … Niente tasse, ecc … . Tutti sono usciti ridendo e commentando … il nuovo ordine ! Il conferenziere, un’altra volta, non avrà più nessun uditore.” (2)

Tra guerra combattuta, manovre sotterranee, trattative diplomatiche, contrapposte ambizioni nazionali la Slavia vede il suo destino determinato da logiche assolutamente estranee alla sua realtà. Questo lembo di terra martoriata entra in una contesa che supera di gran lunga i suoi orizzonti, provocando lacerazioni profonde che vengono a sommarsi a quelle prodotte dal fascismo.

Dopo la capitolazione italiana, la Osvobodilna Fronta fa un ulteriore salto di qualità proclamandosi, nell’ottobre del 1943, unico legittimo rappresentante del popolo sloveno, con poteri legislativi ed esecutivi. L’organizzazione assume nella Slavia una funzione anche politica, con l’organizzazione di elezioni clandestine per i comitati locali e l’avvio di alcune scuole partigiane. Erroneamente convinti dell’acritica e massiccia adesione locale agli ideali sociali e nazionali propagandati, gli attivisti dell’OF commisero alcuni errori politici che urtarono la sensibilità e le convinzioni della popolazione, già prostrata per le conseguenze delle rappresaglie tedesche in risposta ad alcune inconsulte azioni dei “ribelli”. E’ da rilevare che, spesso senza collegamento operativo e con reciproci sospetti e strategie divergenti, si trovarono ad operare il IX Korpus sloveno, le brigate Garibaldi-Natisone, Osoppo-Friuli, Simon Gregorčič, Ivan Gradnik, la Beneška četa.

Gli avvenimenti decisivi per il futuro della collocazione geopolitica di queste terre si verificarono verso la fine di aprile del 1945 con l’avvicinarsi delle forze alleate, dopo lo sfondamento della “linea gotica”, la liberazione - occupazione - di Trieste da parte dell’esercito jugoslavo, il primo maggio e, il giorno successivo, l’entrata in città delle avanguardie neozelandesi.

Nei primi giorni di maggio la bandiera jugoslava sventolava, accanto a quelle alleate, a Trieste, Gorizia, Udine, Tarcento, Cividale e altre cittadine della fascia confinaria. Per una parte della popolazione italiana si concretizzava “lo spettro dello slavo-comunismo”. Per la componente operaia (sia slovena che italiana) era la prospettiva dell’inizio di una nuova era che avrebbe portato alla realizzazione del sogno di una società senza classi nell’ambito del nuovo Stato jugoslavo; per gli sloveni si annunciava la fine del lungo periodo di subordinazione a domini stranieri e la realizzazione dell’ideale della Zedinjena Slovenija, nell’ambito del nuovo stato degli slavi meridionali. Furono paure ed illusioni che durarono poco. Gli interessi delle grandi potenze avrebbero determinato svolte non del tutto gradite ai contendenti locali. Il confine tra Italia e Jugoslavia diventava un problema da risolvere nel quadro più vasto di una negoziazione mondiale e dei rapporti di forza tra Est ed Ovest.

Il 12 giugno 1945, in base agli accordi di Belgrado, firmati tre giorni prima, le truppe jugoslave si ritirarono oltre la linea Morgan che, in attesa delle decisioni della Conferenza di Pace, tagliava la Venezia Giulia in due parti, lasciando Trieste e Gorizia sotto amministrazione anglo-americana. La Slavia, con l’intera provincia di Udine, restò all’Italia. Non fu prevista nessuna tutela culturale e linguistica particolare per la popolazione delle valli del Natisone, del Torre, di Resia e della Val Canale, considerate definitivamente italianizzate.

In quel periodo emerse con estrema chiarezza l’orientamento che sosteneva l’inclusione di tutti gli Sloveni - e del loro territorio - nella Slovenia (e quindi nella Jugoslavia) in virtù del più volte rivendicato principio dell’autodeterminazione dei popoli. Quel principio socio-politico coincideva con quello nazionale e poteva concretizzarsi solo nell’ambito del nuovo stato che nasceva dalla sconfitta del nazifascismo. Forte fu la reazione delle popolazioni italiane non comuniste della Venezia Giulia. Iniziava, così, il braccio di ferro che per i trent’anni successivi (fino al Trattato di Osimo del 1975) caratterizzò i rapporti tra i due stati, mantenendo un clima di tensione continua tra le popolazioni di confine, con momenti di crisi acuta.

“In quel periodo la Jugoslavia tendeva ad annettersi l’intero territorio e non solo quello che in realtà le spettava. Mio fratello pur iscritto al partito d’azione, pur intimamente socialista, non poteva accettare che un territorio italiano com’è il Friuli potesse essere mira del nazionalismo jugoslavo. Si oppose e lottò. Negli ultimi mesi nei monti del Friuli la situazione era disperata poiché ognuno era tra due fuochi. Come lei sa la resistenza jugoslava ancor più di quella italiana era comunista, sicché Guido venne a trovarsi come nemici gli uomini di Tito, tra i quali c’erano anche degli italiani, naturalmente le cui idee politiche egli in quel momento sostanzialmente condivideva, ma di cui non poteva condividere la politica immediata nazionalistica”. (3)

In applicazione degli accordi di Belgrado del 9 giugno 1945, le truppe jugoslave dovettero abbandonare anche la Slavia. Considerando le incertezze determinate dall’incerto esito della Conferenza di pace, il Governo italiano e gli Alleati concessero spazio all’azione di organizzazioni paramilitari, anche in linea con quanto avveniva in altre aree d’Europa.

La Conferenza di Pace

Il 15 maggio 1945 il ministro degli Esteri italiano Alcide De Gasperi rende la prima dichiarazione politica sul confine orientale, affermando che l’Italia avrebbe accettato “un compromesso pacifico e giusto”. Successivamente ed in particolare in occasione delle riunioni del Consiglio dei Ministri degli Esteri delle quattro grandi potenze per avviare la preparazione dei trattati di pace, il governo italiano fece conoscere il suo punto di vista con un poderoso memorandum in cui venivano enunciati gli argomenti geografici, storici, etnici ed economici delle sue proposte. In sostanza, l’Italia aderiva alla seconda linea proposta dall’americano Wilson.

Al tavolo della trattativa la Jugoslavia chiese il rispetto del criterio etnico. Tale orientamento si era andato affermando tra gli sloveni dell’impero austro-ungarico parallelamente ad un orientamento di solidarietà jugoslava, mentre l’Italia mirava ad un confine geografico e strategico che fosse in grado di garantire una frontiera sicura. La posizione jugoslava fu presentata uffic ialmente dal ministro degli Esteri, lo sloveno Edvard Kardelj, in occasione del Consiglio dei Ministri degli Esteri, riunito a Londra il 18 settembre 1945. Nel “memorandum” presentato la Jugoslavia poneva come base alle trattative per il nuovo assetto territoriale il vecchio confine italo-austriaco del 1866 con qualche correzione, in modo da farlo coincidere con la linea etnica. Il territorio della “Slavia veneta” veniva così collocato nell’ambito del nuovo stato jugoslavo.

Per dirimere la questione, fu costituita una Commissione d’inchiesta formata da esperti delle quattro potenze. Questa decisione sospensiva ebbe come effetto di acuire ulteriormente le tensioni tra Italia e Jugoslavia, in particolare a Trieste ma anche nella Slavia, dove ripresero forza le manovre dei fronti contrapposti.

Il 25 aprile 1946 si tiene a Parigi la seconda sessione del Consiglio dei Ministri degli Esteri, presenti anche le delegazioni italiana e jugoslava, per sentire il loro punto di vista sulle risultanze dei lavori della Commissione d’inchiesta.

Il 3 giugno viene approvata una Dichiarazione comune delle quattro potenze che sanciva - con alcune soluzioni ancora transitorie - l’assetto internazionalmente garantito del confine italo-jugoslavo: la Slavia rimaneva, definitivamente, in Italia.

Il 29 luglio 1946 si apre a Parigi la Conferenza dei ventuno paesi vincitori per l’approvazione del trattato di pace con l’Italia. Tale conferenza doveva semplicemente ratificare gli accordi raggiunti il 3 giugno tra le quattro grandi potenze, ma la Jugoslavia rilanciò con alcuni emendamenti tra i quali uno relativo alla Slavia veneta. L’argomentazione jugoslava si richiamava al diritto dei popoli all’autodeterminazione, considerando essere il popolo definito dalla lingua parlata e non dalla libera espressione di una sua chiara volontà di appartenenza. Le proposte furono però respinte, anche con il voto negativo dell’Unione sovietica.

Il 10 agosto il presidente del Consiglio italiano Alcide De Gasperi pronunciò alla Conferenza un discorso di elevato livello etico e politico tendente a dissociare le responsabilità dell’Italia repubblicana ed antifascista da quelle del Regime.

Il 10 febbraio 1947 l’Italia firmò il Trattato di pace (in sostanza l’accordo raggiunto il 3 giugno dai quattro grandi che fu ratificato il 31 luglio 1947 dall’Assemblea Costituente, con 262 voti favorevoli , sessantotto contrari e ottanta astenuti. In sede di ratifica il ministro Sforza precisò che il Trattato andava inteso non solo come una rinuncia ad alcuni territori ma anche come garanzia per altri territori che erano stati oggetto delle aspirazioni jugoslave.

Nel corso dello stesso anno, i rapporti tra le grandi potenze - costituitesi in due blocchi - mutarono radicalmente, portando ad uno stato di estrema tensione. Trieste diventò un bastione strategico al confine del blocco orientale. L’uscita della Jugoslavia dal Cominform - e la nascita del Movimento dei non allineati - fu all’origine di un suo riavvicinamento all’Occidente, mentre si faceva più urgente la necessità di individuare una soluzione definitiva per la sistemazione delle zone A e B.

L’Assemblea Costituente

Il 2 giugno 1946, nel referendum sulla questione istituzionale i cittadini italiani si pronunciano per la Repubblica ed eleggono l’Assemblea Costituente, il primo organismo politico votato con suffragio universale nella storia italiana. Inizia uno dei capitoli più complicati ma nello stesso tempo più creativi e interessanti della storia della Repubblica Italiana.

Per fare in modo che l’attività dell’Assemblea si concentrasse esclusivamente sulla redazione della nuova Costituzione, era stato deliberato di non conferirle il potere legislativo ordinario. Questo restava, straordinariamente, prerogativa del Governo, che avrebbe dovuto far ratificare i suoi decreti dal primo Parlamento normalmente eletto. All’Assemblea restava comunque il potere di votare la fiducia (o la sfiducia) al governo, e di interrogarlo su tutte le questioni di interesse dei costituenti. I lavori dell’Assemblea si prolungarono per quasi un anno e mezzo, ben oltre i sei mesi previsti. I risultati furono ampiamente positivi.

La Carta costituzionale italiana è considerata una delle più avanzate, complete e moderne tra quelle che reggono i paesi democratici e pluralisti del mondo. Contribuirono, in modo complementare, dopo un intenso lavoro di elaborazione culturale, alla stesura del testo definitivo tutte le grandi componenti e tradizioni popolari della storia e della vita sociale, politica e civile italiana. Riuscirono a confluirvi le culture di ispirazione liberale “laica” crociana e repubblicana, mazziniana di tradizione risorgimentale; le componenti di cultura socialista di ispirazione marxista e libertaria; le componenti e le culture di ispirazione cristiana: cattolico democratica personalista (ispirata al pensiero di Jacques Maritain ed Emmanuel Mounier) e di formazione cristiano sociale e sturziana. All’inizio dei lavori, l’Assemblea elesse una commissione composta da settantacinque deputati - che passò alla storia con il nome, appunto, di Commissione dei 75 - incaricata di redigere la Costituzione. Presieduta da Meuccio Ruini la Commissione si suddivise in tre sottocommissioni: la prima sui Diritti e doveri dei cittadini, la seconda sull’Ordinamento costituzionale della Repubblica e la terza sui Diritti e doveri economici.

Dal 20 luglio 1946 al 4 marzo 1948 operò anche una Commissione per i Trattati internazionali, esaminando, in particolare, il Trattato di Pace firmato a Parigi.

Conclusi i lavori delle sottocommissioni, la Commissione dei 75 affidò ad un Comitato di diciotto membri - presieduto dallo stesso Ruini - l’incarico di strutturare e coordinare l’articolazione del “progetto di Costituzione”.

L’Assemblea Costituente conservò all’ordine del giorno il progetto di Costituzione dal 4 marzo al 22 dicembre 1947. In quel giorno furono approvati sia il testo definitivo sia le “disposizioni transitorie”. Il primo gennaio del 1948 la Costituzione entrò definitivamente in vigore.

Sul piano politico quel periodo fu complesso e travagliato. Se nell’Assemblea Costituente il dibattito fu molto intenso, a volte fortemente dialettico, ma sempre teso ad uno sforzo unitario, nella società civile e tra i Partiti il confronto fu spesso rovente, condizionato anche dal quadro politico internazionale.

La sorte futura della comunità della Slavia, in quanto componente linguistica minoritaria di confine, viene affrontata in sede di Assemblea Costituente nell’ambito della discussione sulla costituzione e la natura di una regione friulana, del suo statuto e della collocazione della Venezia Giulia e di Trieste nel nuovo ordinamento italiano.

Nella seduta del 27 giugno 1947, Tiziano Tessitori, leader del movimento autonomista friulano, illustrando l’emendamento che introduceva la denominazione di Friuli-Venezia Giulia per una regione a statuto speciale, precisava: “Non è certo possibile qualificare la regione come regione mistilingue. Entro i nuovi confini del nostro nuovo stato rimangono circa 9.400 slavi, che si concentrano quasi tutti nella città o nei dintorni di Gorizia. Ci sono altri slavi, circa 30.000, ma questi sono stati e sono incorporati all’Italia fin dal 1866: sono le popolazioni della Vallata del Natisone, popolazioni che sono profondamente italiane. Basta che l’Assemblea Costituente sappia come durante la guerra 1915-1918, l’unico reparto dell’esercito italiano che non abbia avuto nemmeno un disertore è stato il battaglione Val Natisone dell’VII Reggimento Alpini. Quando, dunque, parliamo di opportunità di uno Statuto particolare per la Regione non ci riferiamo a queste popolazioni, ma a quell’altra infima minoranza slava alla quale si accennava dapprima. Penso tuttavia che l’Assemblea non possa sottovalutare questo problema. E’ un problema di una delicatezza estrema, poiché si tratta della Regione confinaria del nostro Paese verso il confine orientale. Ritengo pertanto sia necessario e politicamente opportuno, soprattutto ora in cui tutti noi desideriamo una distensione di spiriti nei rapporti internazionali, offrire fin da questo momento la base acché i futuri amministratori di quella Regione possano creare un’organizzazione la quale con maggiore elasticità, che non sia quella derivante dallo Statuto di tutte le altre Regioni italiane, possa servire come strumento di pacificazione con il popolo vicino.

Parlo da italiano e da friulano alla massima Assemblea del mio Paese; parlo quindi con la sensibilità che il mio popolo friulano ha dei rapporti con il mondo slavo vicino. E’ plurisecolare da noi la tradizione di rapporti pacifici col mondo slavo. Ciò che costituì la ragione prima di irritazione dell’anima slava contro di noi è stata l’errata politica snazionalizzatrice che il fascismo ebbe ad inaugurare in quelle terre, politica esercitata attraverso strumenti burocratici, non solo insensibili, ma niente affatto conoscitori dell’anima di quelle popolazioni e privi di una corretta comprensione delle esigenze locali.

Io non voglio, e non ne avrei la competenza, approfondire questo tema. D’altra parte i colleghi che mi ascoltano sanno bene, senza che io debba chiarire di più, come il problema si pone con riflessi di politica internazionale, ai quali penso che l’Assemblea Costituente possa rispondere concedendo uno Statuto particolare a questa Regione. Quando poi si scenderà ai dettagli, a fissare cioè gli articoli di tale Statuto, siate pur certi che, se la elaborazione di esso, come certamente avverrà, sarà affidata ad uomini della mia terra, essi sapranno trovare quegli istituti e quelle formule che serviranno a risolvere, non tanto un problema locale ma, nell’interesse dell’intero Paese, un problema di carattere nazionale.

Ma, prima di finire, non posso sottacere che vi è una difficoltà, un’obiezione, una preoccupazione che ci si oppone, e la preoccupazione è questa: che una eccessiva differenziazione del Friuli nei confronti delle altre regioni d’Italia potrebbe costituire pretesto, se non argomento, alle correnti nazionalistiche slave per pretese su quelle italianissime terre, cosa alla quale il collega Pecorari accennava testé. A coloro che hanno codesta preoccupazione mi permetto di osservare che il fenomeno di un esasperato nazionalismo espansionistico non è di oggi, e non sono certo le nostre autonomie regionali che lo hanno provocato. Codeste correnti espansionistiche sono vecchie di decenni, ed esistevano anche quando esisteva la sola provincia piatta ed uniforme. Codeste mire espansionistiche non muoiono, purtroppo, opponendo la maschera o il paravento molto trasparente del negare una costituzione autonoma ad una terra le cui caratteristiche la richiedono, esse potranno essere mortificate e superate soltanto quando noi, con serietà, daremo, attraverso la nostra legislazione e soprattutto attraverso la sua applicazione, la prova della nostra decisa volontà di collaborazione fra i popoli.” (4)

L’onorevole Ruini, presidente della Commissione dei settantacinque, prima di dare luogo alla votazione dell’articolo pronunciò un breve discorso nel quale precisava:”Quando si presenta una questione come questa, bisogna prendere posizione. Io so che la schiera degli alloglotti slavi che restano all’Italia è tenuissima; e non penso certo che il riconoscimento del Friuli-Venezia Giulia quale regione speciale abbia lo stesso significato e lo stesso valore che ha la figura della regione speciale per la Valle d’Aosta e per il Trentino-Alto Adige. Non si tratta affatto di affermare che quanto ci resta è zona etnicamente e politicamente contestabile. Anzi il senso è contrario. Si tratta di dare attuazione al disposto del trattato, che per le minoranze linguistiche ed etniche sono da accordarsi garanzie. Quale via migliore che affidare il compito di definire tali garanzie alle italianissime popolazioni della regione ? Lo statuto che esse formuleranno e che lo Stato approverà, sarà pressappoco uno statuto di regione normale, con qualche norma, specialmente linguistica, per le piccolissime minoranze stesse. Aggiungo che il fatto che l’Italia dà queste garanzie ci darà un altro argomento per chiedere che anche la Jugoslavia accordi uno statuto speciale alle sue zone, dove risiede un numero ben maggiore di italiani. Infine mi sembra che la regione nuova, che istituiamo alla nostra mutilata frontiera, abbia un valore simbolico: di attendere, in una futura revisione del trattato, la sua capitale: Trieste.” (5)

Quindi, in realtà è la posizione del Friuli, ai confini con la Jugoslavia e l’incertezza del futuro di Trieste e della Venezia Giulia - quindi una questione di politica internazionale attinente sia ai confini dello Stato sia all’entità della Venezia Giulia che sarebbe rimasta all’Italia - a portare i Costituenti a comporre questa artificiosa Regione, unendo due territori che ben poco avevano - e tuttora hanno - in comune.

Il Dopoguerra

Coloro che nel maggio 1945 ebbero la fortuna di ritrovare la pace farebbero bene a ricordare che per molti, in Europa e nel mondo, la guerra continuò sotto altre forme (occupazione ideologica, oppressione, arbitrio) e che per altri non è ancora finita. Forse gli storici ci spiegheranno che l’espressione “seconda guerra mondiale” è impropria. Abbiamo combattuto in realtà una guerra sola, dal 1914 al 1989, con qualche intervallo qua e là.
Sergio Romano

Non tenere conto della tensione indotta dalla militarizzazione del territorio e di una parte non indifferente della popolazione locale, per problemi di politica internazionale, significa non volere prendere in considerazione l’elemento che maggiormente ha determinato lo stato d’animo ancora dominante in una porzione ampiamente maggioritaria della cittadinanza. L’allargamento verso Oriente dell’Unione europea ed i vari trattati sulla libera circolazione delle persone hanno solo marginalmente attenuato un comune sentire consolidatosi con il procedere degli eventi succedutisi dall’inizio del secondo conflitto mondiale.

In ossequio agli orientamenti emersi nell’incontro di Yalta, il consesso internazionale aveva integrato l’Italia nell’area occidentale, pur lasciando la porta aperta a possibili annessioni territoriali - sul confine orientale, a guerra terminata - a favore della Jugoslavia.

Il legame del partito Comunista con l’Unione Sovietica - nonostante la scelta di Togliatti di porsi nella legalità democratico-parlamentare occidentale, rinunciando alla rivoluzione - accresceva nell’opinione pubblica e nelle masse popolari non comuniste, il timore, il sospetto, la diffidenza. Il primo maggio del 1945 le truppe jugoslave entrano a Trieste, ponendo fine alla dominazione tedesca. Il 5, a Ajdovščina (Aidussina), , il Comitato di liberazione jugoslavo (A.V.N.O.J.), delibera di annettere Trieste, Gorizia ed i territori limitrofi quale 7a Repubblica autonoma della Jugoslavia. Il 29 novembre 1945, dichiarata decaduta la monarchia, dall’assemblea Costituente jugoslava, viene proclamata la Repubblica Federativa di Jugoslavia. La nuova Costituzione dello Stato jugoslavo del 31 gennaio 1946 prevede sei Repubbliche federate.

Dopo l’umiliante Conferenza di Londra, del settembre 1945, preparatoria del Trattato di Pace, il Governo italiano era già consapevole che la Jugoslavia, sostenuta da Stalin, avrebbe ottenuto soddisfazione su molte delle sue richieste territoriali.

Nel gennaio 1946, il Presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, afferma l’opportunità della costituzione di una nuova regione sul confine orientale in cui al territorio della provincia di Udine verrebbe aggiunto quello formato da Gorizia e Trieste, altrimenti troppo piccolo, e al quale attribuire un’autonomia “sui generis”, non estendibile anche al Veneto.

Nell’incertezza generale e al di là dell’azione di elementi locali, probabilmente troppo influenzati dalla creazione più o meno riservata di strutture militari parallele, vi furono anche pronunciamenti che lasciavano ben sperare nella possibilità di una politica diversa dello Stato italiano nei confronti delle popolazioni alloglotte della provincia di Udine ed in particolare di quelle della Slavia. In effetti, in una Circolare ministeriale del 18 settembre 1945, del presidente del Consiglio dei Ministri, Ferruccio Parri, specificatamente riferita alla situazione delle Valli del Natisone si legge: “Nelle regioni in cui vive un congruo numero di popolazioni di lingua non italiana, sarà garantito nelle scuole l’insegnamento della lingua materna. Intanto, che sia rispettato pienamente il diritto al culto della nazionalità slava nell’ambito dello Stato italiano e in tal modo darò disposizioni.“ (7 )

Nella Slavia, dopo la guerra, il potere non cambia di mano. Sono anni duri, che vedono una comunità pacifica e sempre leale nei confronti dell’autorità di turno subire con rassegnazione le strategie, elaborate all’esterno, che rafforzano la sua subalternità agitando lo spauracchio dell’invasione nemica. Nel discorso pronunciato a Lasiz in occasione della commemorazione del 25° della morte di don Antonio Cuffolo, Giuseppe Chiabudini afferma: “L’insorgenza e l’espansione del movimento partigiano sloveno provocò nella popolazione una reazione per cui, attorno ai cattolici, in funzione antislovena si coagularono ex-fascisti e liberali e sorse la nuova Democrazia Cristiana. Divenne allora difficile per chiunque … pena di sentirsi tacciare di “titino” o comunista, coltivare la tradizionale cultura slovena.”

In questo clima, dopo i morti nella Guerra e le vittime del lavoro che si registrano nelle terre di emigrazione, continueranno a non mancare, anche da parte delle istituzioni locali, le dichiarazioni di lealtà ed amore verso l’Italia e di contrarietà nei confronti di eventuali iniziative di avvicinamento alla cultura e alla lingua slovene. Come esemplificazione di tale deciso orientamento si propongono due documenti: l’ordine del giorno sottoscritto, il 30 settembre 1947, dai Sindaci delle Valli del Natisone, per manifestare la loro contrarietà all’insegnamento dello sloveno nelle scuole e l’atto di costituzione del Comitato di protesta contro la minacciata apertura di scuole slave nelle stesse Valli. In questo contesto di forte tensione politico-militare internazionale, di ripetute dichiarazioni di lealtà e fedeltà ad uno Stato che non aveva mantenuto le promesse di “progresso economico” annunciate nell’articolo del “Giornale di Udine” del 22 novembre 1866, confermate dai risultati delle varie consultazioni elettorali dell’epoca, nasce un’organizzazione erede dei valori di una delle componenti della lotta partigiana, la Osoppo. Negli anni, non poche saranno le polemiche innescate sulle reali finalità della struttura e le strumentalizzazioni relative alla confusione che veniva creata sull’oggetto del contendere: difesa della italianità territoriale della Slavia o lotta contro la diversità etnico-linguistica della popolazione ? Equivoco non ancora del tutto chiarito.

L’organizzazione “O”

La politica di “difesa preventiva” sul confine orientale non fu - come spesso è stato presentato - il frutto dell’illegale e sovversiva iniziativa autonoma di gruppi locali, espressione di un bieco nazionalismo anti-jugoslavo. L’organizzazione che ne derivò fu la logica conseguenza di una strategia globale dell’Occidente, dettata da istituzioni nazionali ed internazionali, nell’ambito dello svilupparsi di una “guerra fredda” tra Est ed Ovest, influenzata anche dalla complessa evoluzione dei rapporti tra l’Unione Sovietica e la Jugoslavia.

Non va dimenticato che il IX Korpus dell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia operò in Slovenia negli anni 1942-1945 con numerosi sconfinamenti in territorio italiano, in particolare nelle valli del Natisone, poiché nelle intenzioni della Jugoslavia vi era il progetto di costituire una 7a Repubblica della Federazione con il confine sui fiumi Fella e Torre.

Il 24 maggio 1945 le formazioni partigiane Garibaldi e Osoppo-Friuli vengono smobilitate creando una situazione di grande incertezza anche in considerazione del disimpegno delle Autorità Alleate e dell’impotenza delle autorità civili e militari italiane. E’ così che nel gennaio del 1946 alcuni esponenti della disciolta Osoppo-Friuli si ri-organizzano per la difesa delle popolazioni di confine. Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, gen. di Corpo d’Armata, Raffaele Cadorna viene informato dell’azione intrapresa. In meno di due mesi il movimento riesce a coinvolgere oltre due mila uomini, scarsamente armati ma animati da forte spirito patriottico. Nel mese di aprile, Cadorna invia a Udine un suo rappresentante per fissare i futuri compiti della ricostituita “O-F” che possono così essere sintetizzati: alimentare la resistenza in tutto il Friuli contro le esplicite mire espansionistiche jugoslave; sviluppare la nuova organizzazione fino al Piave; mantenere efficiente il servizio informazioni; operare nella massima segretezza, non coinvolgendo la responsabilità dell’Esercito.

Al momento dell’entrata in vigore del Trattato di Pace, il 16 settembre 1947, l’organizzazione - che nel frattempo aveva cambiato denominazione per diventare il 3° Corpo Volontari della Libertà - conterà circa 4.500 uomini. Successivamente, la struttura cambia ancora nome per assumere quello più “burocratico” di Ufficio Monografie pur continuando nel suo impegno morale ed organizzativo di “vigile sentinella alla frontiera”. In occasione delle prime elezioni politiche del mese di aprile 1948, nei soli 7 Comuni delle valli del Natisone, quasi 600 uomini assumono “uno schieramento occulto ma vigile sul confine orientale”. Deve far riflettere la pretesa segretezza della struttura unita al consistente numero di persone coinvolte: si tratta, piuttosto, di una realtà che pur nascendo, sviluppandosi e rispondendo a legittimi livelli militari risulta essere un vero e proprio movimento popolare di difesa territoriale che si manifesta apertamente solo in occasione dello scontro, con soldati jugoslavi, avvenuto a Topolò il 26 aprile 1946.

Dopo quell’incidente, l’organizzazione subisce vari adattamenti. Si adegua alle variazioni nei rapporti tra i due Paesi, ma soprattutto muta in funzione dell’evolversi della situazione internazionale. In un primo momento il 3° Corpo Volontari della Libertà viene fatto apparire sciolto mentre gli viene solo data una nuova denominazione: Volontari Difesa Confini Italiani-VIII, (VDCI-VIII). Nel marzo del 1949 fu valutata l’opportunità di trasformare l’organizzazione in un vero e proprio organismo militare segreto, il che avvenne circa un anno più tardi, sulla base di direttive ricevute dai vertici militari, col nome di Organizzazione ”O”, probabilmente per ricordare la Osoppo-Friuli. L’organizzazione avrebbe dovuto poter contare sulla collaborazione di oltre 750 Ufficiali e Sottufficiali e di quasi 6.000 uomini di truppa.

L’efficienza dell’Organizzazione “O” fu sperimentata durante il periodo di emergenza dell’autunno 1953 quando, in occasione dell’ennesimo inasprimento delle relazioni italo-jugoslave con l’attribuzione alla Jugoslavia dell’intenzione di annettersi unilateralmente la zona B del Territorio Libero di Trieste secondo una linea etnica continua, su ordine del Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Pella, l’esercito fu schierato lungo tutto il confine Nord-orientale e, quindi, anche nelle Valli del Natisone. L’allarme cessò il 15 dicembre.

Subito dopo iniziò la fase di ridimensionamento dell’Organizzazione, che il 4 ottobre 1956 ricevette una comunicazione verbale secondo la quale “doveva considerarsi sciolta, in quanto i suoi compiti, assolti in un momento particolarmente difficile per il Paese, erano esauriti, per avere l’esercito riconquistato piena efficienza e quindi per essere nelle condizioni di assicurare la difesa del Paese.” Poche settimane dopo sarebbe iniziata una nuova avventura politico-militare di ampiezza ancora maggiore di quella della Organizzazione “0”.

Stay behind “Gladio”

Probabilmente, non tutti i protagonisti di queste operazioni erano pienamente consapevoli della dimensione mondiale dello scacchiere sul quale si giocava anche la partita locale.

Dal 4 all’11febbraio 1945, ancora prima della fine della guerra, i Capi di Governo dei tre principali Paesi alleati che stavano sconfiggendo la Germania - Franklin D. Roosevelt, Joseph Stalin e Winston S. Churchill - si incontrarono a Yalta, in Crimea, per definire le zone d’influenza nelle quali sarebbe stato diviso il mondo al termine del conflitto. Si delinearono, così, due blocchi politico-militari contrapposti, i cui rapporti avrebbero condizionato la vita di una parte consistente dell’umanità per i cinquant’anni successivi e cioè fino al crollo dell’impero sovietico e del suo sistema di dominio sulla parte orientale del continente europeo.

L’alleanza che aveva visto gli Stati Uniti e l’Unione sovietica schierati dalla stessa parte si incrinò definitivamente con il rifiuto da parte dell’Urss - per sé e per i suoi satelliti - del piano di aiuti americano (European recovery program) per il rilancio delle economie distrutte dal conflitto appena concluso. Il piano fu illustrato nel discorso pronunciato all’Università di Harvard dal Segretario di Stato statunitense George Marshall, il 5 giugno 1947. Da questo rifiuto nascerà un sistema internazionale bipolare imperniato su due “superpotenze” che si riconoscono come tali ed attorno alle quali si aggregheranno altre realtà statuali, in base a meccanismi di forte identificazione ideologica. I due blocchi si strutturano in alleanze militari (NATO e Patto di Varsavia), in organizzazioni economiche (il Comecon, l’ Organizzazione Economica di Cooperazione Economica, la Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio) ed in meccanismi culturali e di propaganda, più o meno espliciti, per l’attuazione di una sottile guerra psicologica. I rapporti tra i due sistemi saranno caratterizzati da una conflittualità permanente che avrà, tuttavia, notevoli oscillazioni nell’intensità della tensione.

Il 4 aprile 1949, un anno esatto dopo l’approvazione del Piano Marshall, viene sottoscritto a Washington il Patto Nord Atlantico (NATO: North Atlantic Treaty Organization) tra dodici Paesi: Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Portogallo, Danimarca, Norvegia, Islanda e Italia. La Grecia e la Turchia aderiranno nel 1951, la Repubblica Federale Tedesca nel 1954 e infine la Spagna nel 1982. Dopo la caduta del Muro di Berlino ed un adeguamento delle finalità strategiche dell’organizzazione alla nuova realtà politica mondiale, aderiranno anche Paesi dell’Europa centro-orientale.

La ratifica parlamentare dell’adesione italiana all’organizzazione atlantica crea non poche tensioni tra le forze politiche. Dopo l’illustrazione delle finalità del Patto, il Presidente del Consiglio dei Ministri Alcide De Gasperi, l’11 marzo 1949, conclude il suo intervento con la richiesta di un voto favorevole da parte del Parlamento. Nel dibattito che seguirà, personaggi di primo piano della politica nazionale come Palmiro Togliatti, Pietro Nenni e Giancarlo Pajetta si dichiarano contrari, confermando la profonda divaricazione esistente nella concezione della politica estera italiana, in particolare per quanto riguarda la sua collocazione tra i due “blocchi”. Il 21 luglio 1949 il Parlamento approva.

Negli anni successivi furono create strutture operative segrete finalizzate sia alla difesa dell’Europa da eventuali attacchi provenienti da Est sia al controllo politico di eventuali alleati interni dei possibili invasori. In quel clima di tensione, l’Italia diventa una pedina fondamentale dello scacchiere euro-mediterraneo sul quale è necessario, per gli Stati Uniti, garantire l’esistenza di “regimi” stabili ed amici. In quella logica e come conseguenza della necessità di disporre di una nuova struttura occulta rispondente ai parametri operativi stabiliti dalle normative NATO, il 26 novembre 1956 viene istituita l’organizzazione Stay Behind denominata Gladio.

Mentre la disciolta Organizzazione “0” aveva la funzione di resistere ad un’invasione ancora non avvenuta, la Gladio sarebbe entrata in funzione solo dopo l’avvenuta occupazione nemica e quindi in un territorio sottratto alla sovranità italiana. Oltre all’attività militare Gladio svolgeva anche operazioni di informazione, propaganda, infiltrazione, sabotaggio, ricevimento e sgombero di persone e materiali, radiocomunicazione E’ da notare che strutture Stay Behind esistevano già dal 1950 in Gran Bretagna, Olanda, Belgio, Germania ed Austria, coordinate da un Clandestine Planning Committee.

Il reclutamento inizia nel 1958 e porterà all’arruolamento di 622 persone - civili alle dipendenze dei Servizi segreti italiani che continuavano a svolgere normalmente la loro attività - selezionate in base a rigidissimi criteri giudiziari, sociali, politici e con l’esclusione di comunisti e neofascisti. Ogni “gladiatore” rappresentava un “nucleo” attorno al quale si aggregavano vari “gruppi di resistenza”. Il materiale, l’equipaggiamento e le armi necessari all’operatività dei nuclei furono collocati in 139 appositi depositi - denominati Nasco - disseminati su tutto il territorio nazionale, di cui un centinaio nel solo Friuli Venezia Giulia. In circa 60 caserme dei carabinieri e dell’esercito, dislocate tra il confine nord-orientale e la Lombardia, erano accantonate armi per circa duemila uomini. Nel tessuto sociale della Slavia si acuisce, in quegli anni, lo scontro ideologico che tanto danno farà alla comunità, portando divisioni e lacerazioni profonde non solo nella collettività ma anche nelle stesse famiglie.

Il 23 novembre 1990, in considerazione del radicale cambiamento della situazione politica internazionale, la struttura viene sciolta in un clima di polemiche velenose ed attività giudiziarie che hanno coinvolto direttamente i massimi livelli dello Stato. Successivamente, anche gli altri Paesi NATO hanno proceduto allo scioglimento delle rispettive reti Stay Behind.

Verso Londra …

Gli anni che seguirono furono segnati da un sostanziale immobilismo nelle posizioni italiane e jugoslave relative ai confini. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, preoccupati di mantenere la Jugoslavia fuori dalla sfera d’influenza russa, non avanzarono più proposte di mediazione che avrebbero potuto indispettire il Maresciallo Tito. D’altra parte una soluzione negoziata direttamente dai due Paesi sembrava realisticamente impossibile.

Finalmente l’8 ottobre 1953 Gran Bretagna e Stati Uniti, sottoscrivendo una «Dichiarazione bipartita», comunicavano contemporaneamente a Roma e a Belgrado la loro volontà di ritirarsi dalla zona A, passandone l’amministrazione civile all’Italia. La dichiarazione veniva accompagnata da un documento segreto il quale sanciva che, una volta compiuto questo passaggio, per quanto li concerneva, la questione poteva dichiararsi conclusa. Va sottolineato che questa decisione non obbligava i governi di Roma e Belgrado ad accettare come definitiva la nuova situazione che si sarebbe venuta a creare, ma lasciava la via aperta a una sistemazione definitiva, per l’intero Territorio Libero di Trieste, da concordarsi tra Italia e Jugoslavia. Ma i contrasti continuarono, registrando un duro inasprimento delle relazioni con l’attribuzione, nel 1953, da parte italiana, alla Jugoslavia, dell’intenzione di annettersi unilateralmente la zona B del Territorio Libero di Trieste, secondo una linea etnica continua. Quale misura difensiva preventiva, il Governo Pella dispone la concentrazione di truppe lungo il confine, anche nelle valli del Natisone. Dopo aver fatto decantare la tensione militare alle frontiere - con il ritiro delle truppe - gli angloamericani promossero nuove trattative segrete con la Jugoslavia. La situazione si sbloccò colla trattativa - molto laboriosa - portata avanti dal Segretario di Stato americano Murphy, nel settembre del ’54. Il risultato di questa azione diplomatica fu il Memorandum d’Intesa siglato a Londra il 5 ottobre 1954 tra Italia, Jugoslavia, Inghilterra e Stati Uniti.

Gli anni successivi al Memorandum di Londra sono anni di lento ritorno alla normalità. Se per tutto il resto d’Italia la guerra era finita nel 1945, per la Venezia Giulia ed il Friuli poteva dirsi realmente conclusa solo il 5 ottobre 1954. In quest’intervallo di nove anni infatti, oltre a dover ospitare un consistente numero di militari il territorio aveva dovuto sopportare servitù militari che ne riducevano le possibilità di sviluppo.

Il Memorandum non venne ratificato dal Parlamento e quindi recepito nel diritto interno italiano. Parte integrante dell’accordo era uno Statuto speciale a favore delle rispettive minoranze. Questo Statuto speciale, riferendosi esplicitamente al “gruppo etnico jugoslavo” e al “gruppo etnico italiano” delle “zone amministrate” dall’Italia e dalla Jugoslavia, non comprendeva disposizioni applicabili alla Slavia.

Inoltre, al protocollo furono annesse alcune note confidenziali “relative alla costruzione di una casa di cultura slovena a Trieste, il versamento, da parte dell’Italia, di un fondo di credito e controcredito e l’istituzione di una banca slovena a Trieste”. (10)

Fu allora che ebbe inizio l’intensa ed organica attività sociale, culturale, economica e politica delle organizzazioni della minoranza nazionale slovena con un occhio sempre rivolto alla nazione madre, anche se veniva abbandonata la speranza che un giorno la questione dei confini potesse essere riaperta. “Dal 1954 gli Sloveni non si facevano più illusioni su variazioni confinarie e avevano pertanto preso atto degli accordi internazionali. Perciò non avevano alimentato tendenze separatiste né compiuto alcun atto violento per sottolineare la propria decisione ad ottenere cambiamenti nell’atteggiamento delle autorità statali italiane.” (11)

E’ probabilmente come conseguenza delle note confidenziali che prende avvio anche nella Slavia un minimo di attività culturalmente caratterizzata, che ripropone in termini ambigui la questione dell’identità della comunità, la sua collocazione nell’ambito della minoranza nazionale slovena in Italia e il problema della sua tutela. La Jugoslavia… “ridimensiona le sue ambizioni: niente più Tagliamento, ma solo la fascia di confine, non più le armi, ma ciò che apre tutte le porte, il denaro. Fiumi di denaro … passeranno il confine per creare una “coscienza nazionale slovena” nelle valli della Provincia di Udine, con l’appoggio politico del P.C.I. La propaganda spicciola, ma costante ed ostinata, avviene in piccoli, ma moltiplicati laboratori politici per creare i presupposti giuridici di una nazionalità slovena.” (12)

Per la Slavia è l’inizio di una fase nuova che si svilupperà fino ai giorni nostri, caratterizzata dal fatto che “… a Roma, non conoscono, ieri come oggi, i fatti, né valutano le conseguenze di leggi che non hanno coerenza né con il presente né con il passato, succede che si moltiplicano le mosse sbagliate: tanto che importa un territorio ove ci sono sì e no diecimila abitanti, senza risorse, senza industrie e sulla via dello spopolamento ? “ (13)

... e Osimo

Non sembri casuale che il Trattato di Osimo fu firmato il 10 novembre 1975, ovvero due mesi dopo la chiusura della Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione Europea di Helsinki (CSCE), che sanciva l’intangibilità delle frontiere uscite dalla seconda guerra mondiale e promuoveva la cooperazione in Europa.

Il preambolo del Trattato appare proprio come una sintesi dei principi della Conferenza. In esso, le parti contraenti si dichiarano “convinte che l’eguaglianza fra Stati, la rinuncia dell’impiego della forza e il rispetto conseguente della sovranità, dell’integrità territoriale e dell’inviolabilità delle frontiere, … la non ingerenza negli affari interni degli altri Stati … unitamente all’applicazione in buona fede di ogni obbligo internazionale”, rappresentino «la base della salvaguardia della pace e della sicurezza internazionale e dello sviluppo delle relazioni amichevoli e della cooperazione fra gli Stati”.

Il Trattato si compone di quattro parti: un trattato politico, un accordo sulla Cooperazione economica, un atto finale e uno scambio di lettere in materia di cittadinanza.

La parte politica è il perno fondante di tutto l’accordo, dal momento che questo fu stipulato più per chiudere la vertenza confinaria che per creare nuove occasioni di cooperazione economica. Dei nove articoli di cui è costituita i primi due riguardano la definizione del confine terrestre e di quello marittimo, il sesto anticipa l’accordo sulla cooperazione economica, rendendo in tal modo inderogabilmente legati i due accordi; seguono il settimo, che dichiara decaduto il Memorandum di Londra all’entrata in vigore del Trattato di Osimo, e l’ottavo, che si preoccupa di definire la questione delle minoranze, dal momento che insieme al Memorandum sarebbe decaduto anche lo Statuto Speciale relativo alla tutela delle rispettive minoranze nelle due zone.

Di questa parte, l’articolo 1 è senza dubbio quello che, da un lato, riveste maggiore importanza e che, dall’altro, ha scatenato maggiori polemiche. Esso ha sancito infatti, in maniera definitiva, la frontiera tra Repubblica Italiana e Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia. Ha legittimato in pratica una situazione di fatto, ricalcando per un tratto il confine già esistente tra i due Stati, stabilito dal Trattato di Pace del ’47, e per il successivo la linea di demarcazione tra zona A e zona B. Tale delimitazione non ha comportato quindi per l’Italia nessuna nuova cessione di territorio alla Jugoslavia né alcun guadagno rispetto a quanto stabilito sia dal Trattato di Pace che dal Memorandum d’Intesa; a tutti gli effetti quella che nel 1954 era stata presentata come una soluzione provvisoria veniva resa ora definitiva.

Per quanto riguarda la seconda parte del Trattato, quella riguardante l’«Accordo sulla promozione della cooperazione economica», essa era costituita da due direttive principali: l’impegno dei due Governi a migliorare le condizioni di vita delle popolazioni di frontiera e l’interesse per la cooperazione economica, in particolare con la costituzione di una “Zona franca industriale” a cavallo della frontiera, sul Carso triestino.

Da più parti si considerò il Trattato come “inevitabile” considerando che la situazione dei rapporti tra l’Italia e la Jugoslavia relativamente ai confini non era modificabile «né con il consenso né con la forza». Va rilevato che tale situazione di stallo era determinata, in buona parte, dagli errori commessi dalle diplomazie italiana e alleata negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, ai quali andavano aggiunti quelli riferibili al ventennio 1954-1975. In particolare, se fino al 1954 la diplomazia anglo-americana impose scelte quantomeno discutibili (Territorio Libero di Trieste e Memorandum), dopo quella data fu la diplomazia italiana a farsi «beffare» dalla politica di Tito, lasciandosi condurre per mano verso un negoziato che l’avrebbe vista nuovamente soccombente.

L’abilità di Belgrado fu di riuscire a sfruttare la debolezza diplomatica italiana a proprio favore: era evidente che, pur di evitare un riavvicinamento della Jugoslavia alla Russia, le grandi potenze avrebbero fatto pressioni sul loro alleato italiano affinché trovasse un accordo definitivo sulla «questione di Trieste». Inoltre Tito fece capire all’Italia che un accordo era possibile, tra due Paesi che, bene o male, avevano imparato a conoscersi, mentre dopo la sua scomparsa e con la probabile esplosione di una crisi delle «nazionalità» all’interno della Jugoslavia, che avrebbe portato alla creazione di tanti piccoli Stati nazionali, la trattativa relativa ai territori della “zona B” si sarebbe ulteriormente complicata. L’Italia, con una diplomazia poco capace di farsi valere in campo internazionale, si trovava con le spalle al muro: da un lato le pressioni internazionali, dall’altro la paura di non riuscire a risolvere definitivamente un contenzioso che si prolungava oramai da trent’anni portarono alla soluzione di Osimo, dolorosa ma per molti versi inevitabile alla luce degli errori del passato.



Skupni slovenski prostor.

Per quanto riguarda la Slovenia, la questione della sovranità nazionale è stata risolta con l’affermarsi del concetto di skupni slovenski kulturni prostor e cioè di “ambito culturale sloveno unitario”. Il concetto prende forma verso la metà degli anni ’80. Viene ampiamente dibattuto in occasione del “Plenum” degli operatori culturali del Fronte di Liberazione nazionale svoltosi a Nova Gorica nel 1985 e si configura come un programma aggiornato della Zedinjena Slovenija: lo Stato sloveno deve impegnarsi a conservare la “slovenità” nei territori rimasti al di fuori dei confini statali abitati da sloveni. In questa prospettiva va valutata la portata dell’articolo 5 della Costituzione della Repubblica di Slovenia - “ Sul proprio territorio lo Stato tutela i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali. Tutela e assicura i diritti delle comunità nazionali autoctone italiane e magiare. Si occupa delle minoranze nazionali autoctone slovene negli stati confinanti, degli emigrati ed espatriati sloveni e promuove i loro contatti con la patria.” - ed interpretata la soddisfazione degli sloveni per la loro entrata nell’Unione europea e la loro adesione al Trattato di Schengen. Finalmente, viene a concretizzarsi, ampliato, il sogno dei giovani intellettuali sloveni di Vienna: l’intera Nazione slovena fa parte di un unico contesto geopolitico.

L’avvenuto ricongiungimento nazionale con la Madre Patria slovena, cancellati i confini statali, viene così celebrato anche in Provincia di Udine: “Z zakonom, ki ga je pred desetimi leti, točno 14. februarja 2001, na praznik slovanskih apostolov svetih Cirila in Metoda, sprejel italijanski senat, smo Slovenci Videnske pokrajine tudi ‘po zakonu’ postali enakopravni del skupnega slovenskega jezikovnega in kulturnega prostora. S tistim zakonom se je zaključilo tridesetletno prizadevanje slovenskih organizacij in njim naklonjenih političnih strank, da bi se končala krivična diskriminacija na račun slovenske skupnosti, ki živi v Kanalski dolini, Reziji, Terski, Karnajski in Nedižkih dolinah. Na nek način je bil tedaj na glavo postavljen ukaz časopisa Giornale di Udine, ki je 22. novembra 1866 napisal: ‘ Te Slovane je treba iztrebiti’. Dne 14. februarja 2001 je italijanska država z zlatimi besedami napisala, da tisti Slovenci imajo pravico ohraniti svoj jezik, gojiti svojo kulturo, se ekonomsko razviti, postati s svojo posebnostjo polnopravni del italijanske družbe.” (14)

La Repubblica e l’emigrazione

Mentre da una parte si decideva del destino geopolitico della Slavia e si gettavano le premesse per le nuove istituzioni dello Stato uscito sconfitto dalla guerra, dall’altra venivano assunte decisioni che avrebbero segnato l’avvio di una nuova fase della vita della comunità. Ancora una volta, e sarà sempre più spesso così, saranno situazioni esterne alla realtà della Slavia a determinare il suo destino.

L’Europa curava le profonde ferite - politiche ed economiche - provocate dal conflitto e si preparava alla ricostruzione, tentando di ricomporre un quadro di convivenza tra ex-nemici. Nella Slavia venivano, invece, accentuati gli effetti della guerra ideologica tra Est ed Ovest e avviata una politica di sistematico svuotamento del territorio.

Dopo aver registrato 459 morti tra civili, partigiani e militari nella Seconda Guerra mondiale, la Slavia si prepara ad un novo esodo. Mentre è ancora in corso la Conferenza di Pace di Parigi, tra Belgio e Italia si apre una trattativa il cui risultato sarà il Protocollo del 20 maggio 1946 che regolerà il trasferimento di decine di migliaia di lavoratori italiani verso le miniere del Belgio. I primi a partire saranno i giovani della Slavia. (15)

L’ultima valle.

“A levante il cielo si veste di luce e di porpora; sulle cime dei monti sta nascendo un nuovo giorno. Le fronde vibrano di cinguettii festosi e le perle di rugiada brillano sulle foglie come mille diamanti. A due passi, il gorgoglio della fontana, più lontano il canto del gallo.
Mai in vita mia mi ero accorto di quanto potesse essere bello il sorgere del sole sulle nostre montagne. Ma oggi devo partire, e questa volta forse sarà per sempre. Ho un nodo alla gola e una grande voglia di piangere.
I primi raggi del sole danno vita a tutto ciò che mi circonda; ma io, nell’anima, sto morendo. Non ho dormito questa notte. Ho sentito tutti i rintocchi della campana della chiesa di Rodda Alta, che batte l’ora ogni quarto.
Dal balcone di legno della vecchia casa guardo verso la valle. Portato dalla brezza mattutina, mi viene da laggiù il mormorio dell’acqua chiacchierina del Natisone. Il fiume scorre limpido descrivendo qualche ampio meandro, poi va a perdersi lontano nella pianura.
Sull’altro versante, aggrappati ai declivi, sbucano dal verde folto i paesetti sparsi di Calla, Spignon, Pegliano; più in basso Antro spicca sulla parete rocciosa nella quale si aprono le grotte di San Giovanni.
Velati da una leggera foschia a valle, i piccoli villaggi dormono ancora: Lasiz, Tarcetta, Biacis, Tiglio e tutti gli altri. In fondo, San Pietro al Natisone e, quasi all’orizzonte, monte San Quirino, sormontato dalle rovine del vecchio castello di Gronunbergo.
Sento Daniela, mia moglie, agitarsi nel letto, e le foglie secche del materasso frusciano ad ogni movimento. Neanche lei ha dormito. Abbiamo parlato a lungo questa notte, sottovoce per non svegliare nostro figlio di nove mesi, che sta sognando ancora con i pugnetti chiusi. Tra poco dovrò lasciarli, chissà per quanto tempo.
L’ansia ha lasciato il posto alla speranza, ma l’inquietudine rimane. Anche se non mancano braccia vigorose, la nostra avara terra non ci dà più di che sfamarci, né lo Stato fa qualcosa per la nostra gente, così siamo costretti a sbrigarcela da soli. Nelle nostre Valli ci sentiamo abbandonati e quasi esclusi dal resto dell’Italia. Forse perché parliamo un’altra lingua ? … Abbiamo l’impressione di essere stranieri nella nostra terra; eppure i nostri ragazzi si sono battuti, hanno versato il loro sangue per la patria. Caporetto, il Piave e il Carso sono nomi ormai dimenticati … O non si vuole più ricordarli ? …
Anch’io ho sparso il mio, di sangue, solo ho avuto più fortuna di quelli che non sono ritornati. Ed ecco che oggi, come tanti altri, me ne devo andare a cercar fortuna in terra straniera, lontano da tutto ciò che mi è caro. Andarmene verso l’ignoto, con il vestito e le scarpe sdruciti, qualche lira in tasca e la testa china ! …


Ai morti in guerra ed all’emigrazione si aggiunge un altro fattore negativo che bloccherà, per decenni, qualsiasi ipotesi di sviluppo socio-economico di questo territorio: le servitù militari. Ancora una volta è la posizione confinaria che si rivela essere negativamente determinante per la comunità della Slavia.

“La causa più evidente del mancato sviluppo economico delle Valli del Natisone è rappresentata dai pesanti vincoli legati alle servitù militari che impediscono ogni modifica, seppur minima, degli ambiti territoriali. Negli anni ’50 e ’60 sono realizzate, infatti, potenti opere fortificate, poligoni di tiro e numerosissimi bunker in prossimità della confluenza dei fiumi della Slavia. La linea difensiva, che corre lungo tutto il confine con la Jugoslavia, costituisce un baluardo e la prima forza d’urto contro l’eventuale invasore che, sicuramente, sarebbe venuto dall’est europeo e dal blocco del Patto di Varsavia.

Poco importa che la Jugoslavia sia uno Stato non allineato e neutrale, cioè non aderente a nessuno dei due blocchi contrapposti: è comunque presentato come un sicuro eventuale aggressore. Le numerose opere fortificate precedono dei vincoli speciali per tutte le aree limitrofe, nelle quali la destinazione delle proprietà private è stabilita dalle autorità militari.

Nessun lavoro o infrastruttura possono essere realizzati senza l’autorizzazione del Comando militare di Padova, persino molte carte topografiche vengono poste sotto sequestro, quindi, il contadino è impossibilitato a visionarle. Vernasso è il paese che meglio rappresenta questo paradosso.

Una tale situazione danneggia fortemente l’economia della zona e blocca qualsiasi iniziativa di carattere industriale, agricolo, artigianale e commerciale. Notevolmente danneggiata è anche l’edilizia abitativa e residenziale che nella Slavia è quasi nulla viste le difficoltà burocratiche per ottenere una semplice autorizzazione. La responsabilità va ricercata pure nelle amministrazioni locali, che sono prive di strumenti urbanistici e piani di fabbricazione.” (17)

Stress da confine

Il “confine” avrà effetti estremamente negativi sulla Slavia. E’ tutto lo sviluppo della comunità che viene bloccato. L’incidenza del confine sulle caratteristiche psico-sociali della popolazione ha impedito la nascita di una classe dirigente locale rappresentativa degli interessi della Slavia, alternativa ai “leader” comandati da fuori quali garanti della subordinazione di questo territorio ad interessi “altri” e comunque esterni.

E’ da una ricerca presentata al convegno organizzato dall’Istituto di Sociologia internazionale di Gorizia, dal 24 al 27 marzo 1972, su I problemi e le prospettive delle regioni di frontiera che si possono trarre indicazioni molto interessanti sul livello di disintegrazione sociale nell’area delle valli del Natisone e dell’Alto Torre. Secondo questa ricerca la realtà immediatamente presente del confine ha generato uno stereotipo negativo che sta alla base di un vissuto stressante e dell’insorgere di ansie primarie nel campo psicologico.

Lo stereotipo del confine, pur avendo nella Slavia un’origine antica, ha trovato nel corso dei tempi elementi atti ad irrobustirne l’efficacia. La tensione che ancora viene alimentata in loco e l’impedimento posto ad una soluzione democratica delle questioni identitarie e di appartenenza nazionale determinano ansie primarie che rafforzano la spersonalizzazione dell’individuo, lo allontanano dall’esercizio di qualsiasi ruolo sociale e ne annichiliscono le capacità di comunicazione sociale. “Spersonalizzando il sé, l’individuo è portato a vedere nell’autorità legalmente costituita e dominante l’indiscutibile entità a cui sottomettersi per acquietare le ansie persecutive che non trovano quiete neppure nell’appartenenza ad un gruppo non considerato soddisfacente per sé. Il quale pertanto è destinato a destrutturarsi.” (18)

Il processo di concentrazione capitalistico e le sue leggi fondamentali sono all'origine dei gravi squilibri che si son progressivamente sviluppati all'interno del mondo industrializzato.

La teoria dell'equilibrio automatico tra aree diversamente dotate sulla sola base delle forze del mercato è stata drammaticamente smentita sulla pelle dei cittadini. Il gioco delle forze di mercato tende ad accrescere anziché a diminuire le diseguaglianze fra le varie zone. Ciò avviene perché lo sviluppo economico inizia solamente in alcune aree e non in tutto lo spazio geografico. Essenziale è, in quella fase, l’azione delle forze vive dei vari territori che possono determinare le scelte strategiche in un senso o nell’altro. Man mano che lo sviluppo procede, il lavoro e il capitale vengono attratti verso quelle aree in cui esso ha preso inizialmente l'avvio.

Questa attrazione tende a diventare cumulativa e a rafforzarsi continuamente nell'area a più rapido sviluppo, cioè un afflusso iniziale di fattori verso una determinata area tende poi a orientare gli stessi sempre più verso di essa sottreandoli alle altre. Per dirla ancora con altre parole il processo di squilibrio cumulativo, proprio della concentrazione capitalistica, deriva dalla sottrazione di risorse da alcune aree a favore di altre in maniera sempre crescente generando sottosviluppo nelle prime. Per limitare gli effetti negativi di questo processo è assolutamente necessario elaborare un disegno organico che tenga realmente conto delle necessità e degli interessi della comunità. Questo non è avvenuto per la Slavia.

Per lo sviluppo della Regione Friuli Venezia Giulia sono stati elaborati nel corso del tempo vari piani. Prima di darne un elenco e di tratteggiarne una breve analisi dobbiamo necessariamente partire dal 1966, anno in cui il CIPE (Comitato Interministeriale per la programmazione economica), su proposta del Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno e le zone depresse del Centro Nord, individuò 65 zone sul suolo italiano che non presentavano valide prospettive di sviluppo, in cui le popolazioni godevano d'un basso grado di benessere individuale (reddito pro capite) e collettivo (infrastrutture civili e servizi sociali).

Il problema della depressione nell'arco alpino dette modo di promulgare la legge 614 del 22 luglio, che può esser interpretata come il primo e più importante atto volto a contrastare l'effetto della concentrazione dei fattori propria del sistema capitalistico: si inclusero nella lista delle zone „particolarmente depresse” anche due aree della provincia di Udine, ma incredibilmente la Slavia Friulana ne restò esclusa, infatti si preferì la zona del Basso Tagliamento con 14 comuni e quella dell'Arco Pedemontano e dell'Udinese con 34 comuni. Così possibilità di sviluppo si diedero a Cividale, Buttrio, Manzano, San Giovanni e altre cittadine, mentre la rete stradale costruita nelle valli del Natisone non fece altro che alimentare il fenomeno del pendolarismo, causando un'emorragia di persone che si stabilirono per convenienza nelle vicinanze del posto di lavoro.

Questo fatto può far luce sull'illusorietà di un vero sviluppo per la Slavia nonostante i buoni propositi - a livello terorico - dei piani successivi al '66. I più importanti sono: la Ricerca per un piano comprensoriale per le Prealpi Giulie, elaborata dall'Ente friulano di Economia Montana; il Piano zonale di valorizzazione agricola delle Prealpi Giulie a cura dell'Ersa; il Piano Urbanistico Regionale (PUR) e il Piano di Sviluppo Regionale ( PSR) della Giunta Regionale.

In realtà, contrariamente a quello che si enuncia in essi, si nega, in particolare negli ultimi due documenti, la possibilità anche teorica di una differente localizzazione dei fattori di produzione e per la zona delle Valli del Natisone si prevede una tutela dell'ambiente che dovrebbe essere adibito a zona verde, a parco naturale, mettendo in secondo piano il miglioramento delle condizioni economiche della popolazione.

L'obiettivo di sviluppo e di eliminazione degli squilibri fra le diverse zone, con la creazione di posti di lavoro per un massimo grado di occupazione e con la costruzione di un'efficiente rete di comunicazioni che contrasti il fenomeno migratorio, è programmato de facto a livello delle zone socio-economiche considerate globalmente. Non vi è nessuna considerazione per le aree depresse delle stesse zone, infatti la Comunità Montana delle Valli del Natisone è interamente compresa nella 6a zona socio-economica che comprende ben 40 comuni tra i quali Udine, Manzano, San Giovanni al Natisone... Ne deriva, quindi, che i drammatici problemi della nostra zona vengono eclissati dai dati largamente positivi apportati dai comuni più forti. Anzichè risolvere gli squilibri i due piani li hanno accresciuti, creando nuovi problemi.

Come se non bastasse il Piano Urbanistico Regionale e il Piano di Sviluppo Regionale per il quinquennio 1971/75 si collocavano, tra l'altro, nella prospettiva di un ruolo internazionalista della Regione, dato sia dalla sua collocazione geografica al confine con il mondo tedesco e slavo, quindi vera e propria finestra sull’Est, nella prospettiva della massima armonizzazione economica della regione con il resto del paese e cooperazione con le altre comunità nazionali, in particolare con quelle confinanti, onde poter sviluppare il ruolo internazionale della regione... . Infatti i piani si collegano direttamente alla soluzione dei problemi confinari fra Italia e Jugoslavia, avvenuta con la sottoscrizione del trattato di Osimo, in cui veniva prospettata una forma di cooperazione, con l’articolo 6: Le due parti confermano la loro volontà di sviluppare ulteriormente la loro cooperazione economica con l'obiettivo, in particolare, del miglioramento delle condizioni di vita della popolazioni di frontiera dei due paesi e l’articolo 9: Le due parti procederanno di comune accordo all'elaborazione degli studi necessari allo sviluppo della cooperazione economica nelle regioni di frontiera.

A una collaborazione transfrontaliera si è arrivati solo dopo il tremendo terremoto del 6 maggio 1976, quando il Governo jugoslavo intervenne prontamente in soccorso dei terremotati partecipando alla ricostruzione e sostenendo la creazione di aziende a capitale misto italo-sloveno come la Veplas e la Hobles. Ma un piano coerente e lungimirante di sviluppo, che frenasse lo spopolamento e mettesse fine all'emarginazione di questo territorio, non vi fu neanche in questa tragica occasione.

Alle ipotesi - dimostratesi tutte velleitarie - già elencate si può aggiungere il Progetto Montagna del 31 gennaio 1987, elaborato in considerazione dell’aggravarsi delle condizioni dei territori montani, in particolare della Carnia, che costituì un'ipotesi stimolante di riscatto per le zone in difficoltà. Per le aree più depresse fu un'ulteriore occasione persa per fare crescere l'occupazione grazie all'insediamento di nuove attività produttive basate sull'utilizzo di risorse locali - forestali ed agricole - e attraverso la creazione di nuove forme di reddito famigliare integrato. Furono previsti anche interventi settoriali specifici sia da parte della stessa Regione (Ente per lo sviluppo dell'Artigianato e Agenzia del lavoro) che delle Comunità montane (assieme agli enti locali) a cui era stata affidata una specifica funzione promozionale nel settore turistico, in quello distributivo, per il sostegno all'acquacoltura, nonchè per la conservazione e l'incremento del patrimonio silvo-pastorale. L’intervento finanziario previsto ammontava a 40 miliardi di lire. Dopo dieci anni, lo stanziamento fu rinnovato - con il Fondo Montagna - per un investimento complessivo di 65 miliardi di lire. Senza, ancora una volta, risultati significativi per la Slavia.

Con la Legge sulla aree di confine del 1991, che mirava ad un’effettiva integrazione economica, finanziaria e culturale dell'Italia con la Comunità Europea in funzione di un aggancio (Regione ponte) con i mercati dei paesi dell'Europa centrale e orientale, dotata di 800 miliardi di lire (di cui 8 per le attività della minoranza slovena in Italia) furono istituite alcune strutture per favorire le relazioni economiche e sociali tra i Paesi membri della Pentagonale (Austria, Ungheria, Cecoslovacchia, Jugoslavia e Italia). Erano i primi passi verso una normalizzazione dei rapporti tra Paesi, fino a poco prima, schierati su fronti ideologicamente contrapposti. Il nuovo clima che veniva a determinarsi in questa parte d’Europa favorì lo sviluppo di relazioni internazionali più distese, ma non permise alla Slavia di recuperare il tempo perso in termini di crescita socio-economica.

Gli ultimi sviluppi

Nel 1999, con ingiustificabile ritardo, in ossequio a quanto sancito dall’articolo 6 della Costituzione repubblicana, il Parlamento italiano approva una Legge di tutela delle minoranze storiche, la n° 482. Nel 2001, approverà la legge n.° 38 a favore della minoranza linguistica slovena della regione Friuli - Venezia Giulia. Finalmente, nel 2007, a chiusura del percorso legislativo, è la Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia ad approvare una sua legge a favore della minoranza slovena, la n.° 26.

Nonostante questo sistema di tutela legislativa - e il conseguente sostegno finanziario - che include anche la Slavia friulana, questa comunità continua, inesorabilmente, a indebolirsi, suscitando sempre maggiori perplessità non solo sulla pertinenza dei cospicui investimenti ma anche e soprattutto sulla coerenza delle loro finalità con le reali aspettative della cittadinanza interessata. Da più parti e con sempre maggiore forza viene invocato una riconsiderazione delle finalità specifiche della legislazione vigente, per renderle coerenti con il comune sentire nazionale della stragrande maggioranza della popolazione della Slavia. Solo a questa condizione potrà rimettersi in moto il meccanismo virtuoso che, partendo da una chiara coscienza della propia identità, riaccende il motore dello sviluppo socio-economico. La scommessa è quella di restituire alla comunità, tramite il rilancio dei processi democratici e della trasparenza degli obiettivi, il potere di essere nuovamente protagonista del proprio futuro. Una comunità aperta all’Europa delle diversità e disponibile alla fraterna cooperazione con i vicini di casa.

BIBLIOGRAFIA



1) V. INZKO, Zgodovina Slovencev, do leta 1918, Druzba sv. Mohorja, Celovec, 1978, pag.112.

2) A. CUFFOLO, Moj Dnevnik. La seconda guerra mondiale vista e vissuta nel “focolaio” della canonica di Lasiz, Società Cooperativa Editrice Dom, 1985, Cividale del Friuli, pagg. 70-71.

3) R. TIRELLI, Verdelibertà, La Nuova base Editrice, Udine, 2001, pag. 169,

4) T. TESSITORI, Atti Parlamentari, Assemblea Costituente, 27 giugno 1947, pagg. 5234, 5235.

5) M. RUINI, Atti Parlamentari, Assemblea Costituente, 27 giugno 1947, pagg. 5236, 5237.

6) S. ROMANO, I luoghi della storia, Rizzoli, Milano, 2000, pag 453

7) F. CLAVORA, R. RUTTAR, La comunità senza nome, Unione emigranti sloveni del Friuli-Venezia Giulia, Cividale del Friuli, 1990, pag. 33

8) G. F. MARINIG, Identità e sviluppo, Storica contraddizione della Slavia friulana, San Pietro al Natisone, 2004, pagg. 27, 28, 29.

9) Per una più dettagliata analisi delle vicende legate al periodo della Resistenza e degli sviluppi delle attività “riservate” si consiglia di leggere le opere di O. Cotterli, P. Petricig, G.J. Osgnach, R. Tirelli e A. Pannocchia e F. Tosolioni, indicate nella bibliografia e che hanno costituito il riferimento per la redazione dei relativi capitoli di questa pubblicazione.

10) G. VALUSSI, Il confine nordorientale d’Italia, riedizione, I.S.I.G. , Gorizia, 2000, pag.144.

11) P. STRANJ, La comunità sommersa, Editoriale Stampa Triestina, Trieste, 1989, pag.105.

12) R. TIRELLI, Verdelibertà, La Nuova base Editrice, Udine, 2001, pag. 107.

13) R. TIRELLI, op.cit. pag. 108.

14) G. BANCHIG, Slovenci iz videnske province ..., Dom, 14. febbraio 2011 “Con la legge che il Senato italiano ha approvato dieci anni fa, precisamente il 14 febbraio 2001, data della festività degli apostoli slavi Cirillo e Metodio, siamo, noi sloveni della provincia di Udine, anche nazionale giuridicamente diventati parte, con gli stessi diritti, del comune spazio linguistico e culturale sloveno. Con quella legge si è concluso il trentennale impegno delle organizzazioni slovene e dei partiti politici a loro favorevoli, ponendo fine alla colpevole discriminazione a danno della comunità slovena che vive nella Valcanale, a Resia, nelle valli del Torre, del Cornappo e del Natisone. In qualche modo è stato allora capovolto l’ordine del giornale “Giornale di Udine” che il 22 novembre 1866 scriveva: “Questi slavi bisogna eliminarli.” Il giorno 14 febbraio 2001, lo stato italiano ha scritto in lettere d’oro che quegli sloveni hanno il diritto di proteggere la loro lingua, coltivare la loro cultura, svilupparsi economicamente. Diventare con la loro individualità parte a pieno titolo della società italiana.

15) Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione Istituto di Storia del Movimento di liberazione, 1987.


16) R. FIRMANI, L’ultima valle, Edizione del Noce, Camposampiero, 2003, pagg. 9,10.


17) G. F. MARINIG, op. cit. pag. 75.


18) ISTITUTO di SOCIOLOGIA INTERNAZIONALE di GORIZIA, I problemi e le prospettive delle regioni di frontiera”, Atti del convengo Gorizia, marzo 1972, pag, 438.



Si consiglia, inoltre di consultare le seguenti opere:

R. CAUSERO, N. CICONE, F. CLAVORA, R. RUTTAR, Linee per la rinascita ed un diverso sviluppo della Slavia friulana, Passariano, 24 maggio 1980, Editoriale Stampa Triestina, Trieste, 1980
F. CLAVORA, Crisi economica e programmazione dello sviluppo nelle zone confinarie, Quaderni Centro Studi Nediža-Editoriale Stampa Triestina, San Pietro al Natisone-Trieste, 1982.
F. CLAVORA, R. RUTTAR, La comunità senza nome, Unione emigranti sloveni del Friuli-Venezia Giulia, Cividale del Friuli, 1990
F. CLAVORA, Od duoma … do čarnega pakla, Unione emigranti sloveni del Friuli-Venezia Giulia, Cividale del Friuli, 1997
F. CLAVORA, R. MATTELIG, La Slavia, Circolo culturale ”Studenci”, Cividale del Friuli, 1997
O. COTTERLI, Le Valli del Natisone, Vedette d’Italia, Grafiche Fulvio Editore, Udine, 1966
A. CRACINA, Gli Slavi della Val Natisone, Del Bianco, Udine, 1978
C. DUGGAN, La forza del destino, Storia d’Italia dal 1796 a oggi, Editori Laterza, Roma-Bari, 2008
V.FALZONE, F. PALERMO, F. COSENTINO, La Costituzione della Repubblica italiana, illustrata con i lavori preparatori, Arnaldo Mondadori Editore, Milano, 1976
R. FIRMANI, Gli sradicati, Edizioni del noce, Camposampiero, 1998
E. J. HOBSBAWM, Il secolo breve, Rizzoli, Milano, 1995
W. LAQUEUR, L’Europa nel nostro tempo, Rizzoli, Milano 1992
G. OSGNACH, Il Matajur e la sua gente, Trieste, 1982
A. PANNOCCHIA, F. TOSOLINI, Gladio, Storia di finti complotti e di veri patrioti, Gino Rossato Editore, Novale-Valdagno, 2009
A. PERICH, Origine e fine della Jugoslavia nel contesto della politica internazionale, Lupetti-Editori di Comunicazione, Milano, 1998
P. PETRICIG, Per un pugno di terra slava, Editoriale Stampa Triestina, Trieste, 1988
P. PETRICIG, N. ZUANELLA, Atlante toponomastico e ricerca storica, Cooperativa Lipa Editrice, San Pietro al natisone, 1991
S. ROMANO, Disegno della storia d’Europa, dal 1789 al 1989, Longanesi, Milano, 1991
S. ROMANO, Guida alla politica estera italiana, Rizzoli, Milano, 2002
Ferruccio Clavora
Tratto da "Slavia Friulana - storia per il futuro".

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