La fuga di p. Antonio Banchig da Modena insorta

Riflessioni in occasione delle celebrazioni del 150° anniversario della proclamazione del Regno d’Italia
Le celebrazioni del 150° anniversario della proclamazione del Regno d’Italia, avvenuta il 17 marzo 1861, che culmineranno il prossimo anno con una festa nazionale, proprio il 17 marzo, verrà preceduta e seguita da una serie di manifestazioni, convegni, pubblicazioni organizzate dal governo italiano con il coordinamento di un comitato composto da storici e artisti di chiara fama.

Questo anniversario ci ha suggerito di proporre ai nostri lettori una serie di riflessioni ricerche storiche sul risorgimento nella Slavia friulana e i personaggi che in un modo o nell’altro hanno avuto a che fare con questo movimento politico ed economico che ha portato alla formazione dello stato “nazionale” italiano.

Uno di questi personaggi è il gesuita p. Antonio Banchig (Tarcetta 1814 — Gorizia 1891), il quale per formazione, per le circostanze culturali, ecclesiastiche e politiche in cui è vissuto nonchè per esperienza diretta è stato un fermo oppositore delle idee del risorgimento italiano.
Per due volte, nel 1859 da Modena e nel 1866 da Udine, fu costretto a fuggire di fronte alle truppe italiane e riparare in città più sicure.
In questa prima parte viene narrata la sua avventurosa partenza da Modena e il suo approdo a Padova.
Il racconto è, in parte, tratto dal volume di Giorgio Banchig: P. Antonio Banchig, gesuita di frontiera, Coop. Most, Cividale 2007.



«Il 1859 […] fu per Santa madre Chiesa e per la Compagnia di Gesù anno di lutto e di sventura, e principio di nuove sventure, che vennero ogni dì moltiplicandosi fino al funesto 1866 […].
I seguaci dello stendardo di Lucifero, così permettendo Iddio per i suoi inscrutabili e giusti giudizi, avevano trionfato; ora, prendendo nuova baldanza, si volsero con maggiore ardore all’opera infernale di combatter la Chiesa, privare il Vicario di Gesù Cristo del suo dominio temporale, togliere al popolo italiano il tesoro della fede, rovinare le anime».
(1. Breve storia della Provincia veneta della Compagnia di Gesù dalle sue origini fino ai giorni nostri (1814 - 1914), Venezia 1914, p. 160.)

In questo modo era percepita dai gesuiti la politica ecclesiastica del Regno Sabaudo, ispirata a concezioni giacobine e giurisdizionalistiche ed attuata con determinazione e con atti legislativi ai danni della Chiesa e degli ordini religiosi, a partire dal 1848, in seguito al «tradimento» di papa Pio IX che non volle essere coinvolto nella guerra contro l’Austria a fianco dei piemontesi.
In quell’anno furono espulsi i gesuiti dal Piemonte,
nel 1850 fu promulgata la legge Siccardi che aboliva il foro ecclesiastico,
nel 1852 fu introdotto come unicamente valido il matrimonio civile,
nel 1855 venne tolta la personalità giuridica agli ordini religiosi e ai loro collegi, mentre i loro patrimoni furono in gran parte incamerati.

Queste leggi, con l’estendersi del dominio sabaudo, furono applicate alle altre regioni della Penisola, subentrando ai concordati vigenti sotto i vecchi regimi.
(2. Cfr. L. Bihlmeyer — H. Tuechle, Storia della Chiesa, (a cura di I. Rogger), IV, Brescia 1966, p. 224.)

Nel Regno Lombardo - Veneto era in vigore il concordato tra la Chiesa e l’Impero austriaco, sottoscritto nel 1855, «che riconosceva la piena sovranità dell’autorità ecclesiastica non solo nell’ordinamento interno della Chiesa ma anche in alcuni campi di competenza dell’autorità temporale, come il controllo della scuola e la legislazione matrimoniale».
(3. T. Simčič, Andrea Gollmayr arcivescovo di Gorizia (1855 — 1883), in L’arcidiocesi di Gorizia dall’istituzione alla fine dell’Impero Asburgico (1751 — 11918), (a cura di J. Vetrih), Gorizia 2002, p. 267.)

Questa profonda differenza nei rapporti tra Chiesa e Stato, nell’Italia risorgimentale e nell’Impero Asburgico, condizionò gli atteggiamenti delle gerarchie ecclesiastiche, dei sacerdoti e dei fedeli nei confronti delle autorità civili a seconda dell’appartenenza statale.

Questo quadro appena abbozzato fornisce gli elementi necessari per comprendere l’atteggiamento di profonda ostilità che i gesuiti tennero nei confronti della politica del Regno sabaudo e il loro favore verso l’Impero asburgico.

A distanza di pochi anni dalla prima, la seconda Guerra d’indipendenza travolse ancora una volta le comunità della Compagnia di Gesù nella Provincia veneta.
I fatti bellici del maggio — giugno 1859, che videro combattere da una parte gli alleati francesi e piemontesi, dall’altra gli austriaci coinvolsero direttamente le case dei gesuiti in quelle terre.
«Centoundici, tra Padri, scolastici e fratelli coadiutori, furono i cacciati dalle nostre case nel 1859: i quali, per dir il vero, corsero bensì gran rischio anche della vita; ma non piacque a Dio che avessero a soffrire le crudeli vessazioni d’altri loro confratelli in Italia, e per la massima parte trovaron ricovero in qualche casa della Compagnia».
(4. Breve storia, cit., p. 163. )

Di fronte a questa palese persecuzione e agli enormi danni subiti dai gesuiti in Italia, il generale della Compagnia, p. Pietro Beckx, si rivolse direttamente al re Vittorio Emanuele II con una vibrante lettera di protesta, datata 24 ottobre 1860.


Dappertutto, la Compagnia di Gesù, scriveva p. Beckx, «fu spogliata di tutti i suoi beni mobili ed immobili nello stretto rigore della parola.
I membri della medesima, in numero di un migliaio e mezzo circa, furono scacciati dalle case e dalle città;
furono tradotti come malfattori a mano armata di paese in paese, detenuti nelle pubbliche carceri, maltrattati ed oltraggiati atrocemente;
furono impediti perfino di cercarsi un asilo in seno di qualche famiglia pietosa;
ed in molti luoghi non si ebbe neanche riguardo alla canizie degli anni, allo stremo dell’infermità e dell’impotenza.
Tutti questi atti si sono consumanti senza apporre a coloro che ne furono vittima, nessun atto colpevole innanzi alla legge, senza alcuna forma di giudizio, senza lasciar modo di giustificarsi; insomma si è proceduto dispoticamente alla maniera selvaggia».



Di «tanta ingiustizia» fu vittima anche p. Banchig.
L’insurrezione nel mese di giugno in Emilia lo sorprese, insieme ad alcuni suoi confratelli, a Modena.
In una lettera, datata a Padova il 19 giugno 1859, p. Lorenzo Arrigoni descrisse la drammatica partenza dei gesuiti dal quel ducato.
(5. Ibid., pp. [268] — [272].)
Il 16 giugno il comitato degli insorti dispose che entro tre giorni essi dovevano uscire dai confini dello Stato.
P. Banchig con altri confratelli era rifugiato «a S. Faustino di Modena presso il March. De Buoi: giacché mons. Vescovo preso da timore non volle riceverli, come si era convenuto».



A Modena, scriveva p. Arrigoni, «avemmo il passaporto, in nome di Vittorio Emmanuele, libero per lo Stato Pontificio e Lombardo - Veneto.
Il Sabbato 18 partimmo da Modena, io ed il P. Banchich, e di concerto ad un miglio fuori di Modena trovammo il P. Biondi coi nostri bagagli; e ci siamo diretti per Cento a Ferrara, ove siamo giunti alle due pomeridiane e trovammo il P. Cavalieri coi due Fratelli. Per una vera grazia abbiamo avuto dal generale della fortezza e dal Console Austriaco il permesso di passare il Po, negato a tutti gli altri.



La sorte fu che meno quei di Modena, che non l’avevano (e i quali giunti prima di noi al mattino, ebbero dal Console un passaporto austriaco), io e i PP. Banchich e Biondi avevamo l’antico e con questo dopo le 5,15 partimmo per Pontelagoscuro, e con difficoltà: perché non erano i nostri segnati anche dal Generale, e non ci voleva le guardie lasciar passare.
Finalmente passammo per sentire il Colonnello Austriaco a S. Maddalena; il quale, conosciuto il nostro stato, ci lasciò andare innanzi.



Non trovando colà alloggio, siamo partiti per Rovigo, ove alla mezzanotte giunti e riposato alquanto, e celebrata la S. Messa, alle 7,30 di questo giorno 19 domenica siamo partiti per Padova in sei coi bagagli non pochi, ove ora ci troviamo sani e salvi».
(6. Ibid., pp. [269] — [271].)
Autore: Giorgio Banchig
DOM n. 10 - 2010

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