Glagolitico a San Pietro

Copertina del Messale
Copertina del Messale
Una pagina interna del Messale
Una pagina interna del Messale
Restituiti alla parrocchia due preziosi volumi del 17. e 18. secolo

Il breviario e il messale glagolitici erano testimonianze isolate o inserite in un contesto?

Il Breviario e il Messale scritti in caratteri glagolitici, che il 3 giugno scorso sono stati restituiti all’archivio parrocchia­le di San Pietro al Natisone, sono una preziosa testimonianza di carattere storico, culturale ed ecclesiale.
Si tratta di due libri liturgici in uso presso i «popoli illirici» che usavano l’«idioma slavonico».

Geograficamente la maggior parte di testimonianze scritte glagolitiche si trova lun­go la costa e nelle isole dalmate, in Istria, in alcuni paesi sloveni del triestino.
Per molti versi la presenza del messale e del bre­viario glagolitici a San Pietro è ancora enigmàtica.
Da dove e quando sono arrivati questi due libri?
Erano usati in zona e da chi?
Quali possibili influenze hanno avuto su alcuni usi litur­gici delle valli?
Rappresentano una testimonianza a sé o possia­mo inserirli in un contesto in cui la grafia glagolitica era cono­sciuta?

Sergio Bonazza in uno stu­dio pubblicato nel 1978 sul Goriški letnik
(cfr. S. Bonazza, Glagolica na Taržaškem, Goriškem in Cedajskem, Goriški letnik, n. 4/5, 1977/78. pp. 103-116)
riporta due note che lo storico triestino Pietro Kandler ha apposto ad un manoscritto glagolitico presen­te nella Biblioteca civica di Trieste.
«Foglio in pergamena -scrive Kandler nella prima nota - del secolo XIV al XV scrit­to in illirico con caratteri iden­tici a quelli delle iscrizioni sla­ve dell’Istria, del Cividalese e di Trieste».

Più interessante la seconda annotazione:
«Foglio con caratteri glagolitici.
Questo foglio, io lo giudico, di caratte­ri glagolitici, quelli medesimi che si adoperarono in Istria fino dal chiudersi del secolo XIII, usati però nel Litorale croato e nelle isole Liburniche, nella Croazia medesima e nella Servia.
Si vedono in antichi libri liturgici, nei cimiteri, anche in monumenti sacri, li ho veduti nel Cividalese, non nella Karsia, e nel Carnio...

Bonazza riporta un’altra testi­monianza, questa volta orale, sulla presenza del glagolitico nelle valli.
«Nelle mie ricerche sulla probabile presenza del glagolitico nel Cividalese - scrive - in ambienti di solito bene informati (la biblioteca civica di Udine) siamo venuti a sapere che in passato, in occa­sione di un pellegrinaggio al santuario di Maria Zell i fedeli di San Pietro fecero dono a quel convento di un messale glagolitico».
Questa notizia fu trasmessa al prof. Mareš dell’Università di Vienna, che ha fatto delle ricerche in propo­sito ma che del messale non ha trovato traccia.

Ma che cos’era il glagoliti­co, chi lo ha inventato?

Il glagolitico è la prima for­ma di scrittura dello slavo ecclesiastico antico.
E stato messo a punto attorno alla metà del secolo IX da san Cirillo, l’apostolo degli slavi, nel periodo in cui assieme al fratello san Metodio stava svolgendo la sua opera missionaria fra gli slavi della Moravia e della Pannonia.
Dopo la morte del vescovo Metodio (885), i suoi disce­poli vennero perse­guitati e si rifugia­rono in Bulgaria e in Macedonia, dove erano più favorevoli le condi­zioni per la pratica della liturgia slava.
Ohrid divenne il centro della secon­da fase dello svi­luppo della grafia glagolitica, che probailmente da qui cominciò a diffondersi sulla costa dalmata e in Istria, mentre in Macedonia e in Bulgaria, per l’influenza del­la vicina cultura greca, essa fu sostituita dal «cirillico».

Ma torniamo ai due libri glagolitici conservati a San Pietro.

Il Messale (cm 20x27) - ricordiamo che si tratta di mes­se di rito latino non bizantino - porta il titolo
«Missale romanum slavonico idiomate jussu SS. D. N. Papae Urbani octavi editum»
è stato edito a Roma nel 1741 per i tipi della Sacra congregazione di Propa­ganda fide.
Si tratta di una rie­dizione in quanto era stato papa Urbano VIII (1623-44) a dare la facoltà di stampare il messale il 29 aprile 1631 con l’obbligo di adeguarlo alle riforme introdotte dal Concilio di Trento e fatte applicare nel messale romano dai papi san Pio V (1566-72) e Clemente VIII (1592-1605).
Nel decreto di Urbano VIII viene ricordato che l’uso del «Missale idiomate slavonico» fu concesso da papa Giovanni VIII (872-882).

Nel volume conservato a San Pietro sono chiari i segni e le conseguenze di un suo lungo uso e si trovano anche delle brevi annotazioni a penna, alcune in croato altre in italia­no e latino.
C’è anche un’aggiunta di due fogli con la messa di san Simeone profeta, scritta in caratteri latini.

Il Breviario (crnlSxl9,5) è stato stampato nel 1648 in base al decreto di papa Inno­cenzo X (1644-55), il quale ne aveva affidato la traduzione a padre Raphael Levacovich dei frati minori francescani, che era arcivescovo di «Achridae, seu Primae Iustinianae» (Ohrid?).

Il volume è stato stampato dalla Congregazione di Propaganda fide alla quale l’imperatore Ferdinando II ave­va donati i tipi glagolitici.

Anche il Breviario porta i segni di un lungo uso; in più parti è restaurato e intere pagine sono state riscritte a mano.

Sulla facciata interna della copertina si trovano due scritte a penna, che potrebbero dare qualche indicazione sulla pro­venienza del volume.
La prima frase, parzialmente cancellata con tratti di penna, dovrebbe suonare così:

«Ovo je brevijal mene dou Peul (?) Jielicha od Jiža jiužnega»

(La traduzione potrebbe essere la seguente:
«Questo è il breviario a me dato da Paolo (?) Jielicha da Již meridionale».
Již è un’isola del medio Adriatico).

La seconda frase potrebbe essere letta così:
«1811 (?) - na - 28- setinbra ovo je libar mene do Torna Jeliha od Jiža maloga - ji gosta me grosa 13»;

che tradotto potrebbe significare:
«1811, 28 settembre questo libro mi è sta­to dato da Tomaso Jeliha da Již piccolo - mi è costato 13 gros».

In base a questa indicazione si potrebbe supporre che il Bre­viario sia arrivato dall’isola di Již.
Ma chi lo ha portato fino a San Pietro e per quale motivo?
Per essere usato nella liturgia oppure per devozione persona­le di qualche sacerdote che conosceva il glagolitico e che proveniva da quell’area?

Un’ultima annotazione per quanto riguarda la lingua.
Si tratta quasi certamente di una variante croata dello slavo ecclesiastico antico.
Studi più approfonditi e completi potran­no essere fatti ora che i due volumi sono ritornati nel luogo dove sono stati conservati per tanti anni, dove probabilmente sono stati usati ed hanno dato origine ad alcune particolari usanze liturgiche nelle nostre valli

(cfr. B. Zuanella, La litur­gia «glagolitica» nelle valli del Natisone, «Dom», n. 8 1982).
Giorgio Banchig
DOM 1995

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