Nelle Valli del Natisone «ogni goccia di sudore produce qualcosa»

Mons Trinko: “Non esistono fannulloni; se ce ne fossero, dovrebbero patire la fame o vivere di elemosina. Tutti lavorano volentieri, don dedizione, perfino con gioia.
«Gli sloveni del distretto di San Pietro sono generalmente di corporatura alta, agile ma robusta e vigorosa. È un piacere vederli. Allo stato offrono i soldati più belli, intelligenti e ubbidienti.
Con il loro colorito sano, roseo, gli occhi grigi o azzurri mostrano subito di essere della stessa stirpe degli sloveni austriaci.
Le difficoltà di ogni sorta contribuiscono a rafforzarli e a farli diventare resistenti e tenaci anche se spesso le pesanti fatiche rovinano i bei lineamenti del volto. Tutto il giorno nei campi, sotto il sole, la pioggia, nella calura e nel freddo sono avvezzi a tutto e così temprano la salute.
A ciò contribuiscono il clima favorevole, l’aria buona, le acque eccellenti, il cibo sano e sostanzioso ed anche il vino locale, che bevono volentieri anche perché ne hanno bisogno».

Con queste parole mons. Ivan Trinko (Tercimonte 1863-1954) descrive i suoi conterranei e coetanei sul finire dell’Ottocento in cinque scritti pubblicati a Lubiana nel 1898 nella rivista «Dom in svet», raccolti nel volume Beneška Slovenija, Hajdimo v Rezijo, edito dalla Mohorjeva družba di Celje (Slo) nel 1980.

In questi scritti Ivan Trinko, il 35-enne già affermato professore di filosofia nel seminario di Udine, offre, oltre ad alcune notizie storiche e geografiche, un quadro completo anche se sintetico della comunità slovena nei decenni successivi all’annessione della Slavia friulana al Regno d’Italia.
Il taglio dello scritto di Trinko non è quello del geografo o dell’operatore sociale, come quelli del Musoni o del Blanchini; è più immediato, quasi affettivo, bonario, descrittivo.
L’autore si rivela osservatore attento ma anche severo e disincantato di una situazione che egli legge da dentro la comunità, come un suo componente.

Delle note pubblicate a Lubiana ci interessa quella riguardante la situazione economica della quale verrà fatta una traduzione libera e corrente.

«Tutta la popolazione appartiene unicamente al ceto contadino.
Tra di loro non ci sono ricchi e se qualcuno con gli studi cambia la propria condizione sociale, diventando medico, avvocato, professore, se ne va altrove, dove la professione lo chiama.

Ogni famiglia ha la sua grande o piccola proprietà; salvo rare eccezioni, non ci sono grandi possidenti.
Per vivere i contadini devono lavorare con le proprie mani e il lavoro è pesante; solo nelle piane di fondovalle possono avvalersi dell’aiuto degli animali. In montagna si fa tutto a mano.
I campi sono generalmente piccoli; qua e là si deve scavare tra i sassi e portare la terra nei campi; perché la pioggia non porti via lo strato di terra, dove il declivio è più ripido i campi sono sono sostenuti da muri a secco, la cui costruzione richiede una fatica immensa e tempi lunghi.
In alcune parti si vedono muri ciclopici e viene da chiedersi che tipo di uomini siano da costruire muri di quelle dimensioni. Devono essere davvero forti e ingegnosi.

I prodotti e quanto è necessario trasportare vengono caricati sulla schiena.
È interessante ad esempio osservare come trasportano le lunghe e pesantissime travi: in sei, otto e fino a dodici si pongono con la spalla sotto il tronco e… issa sollevano il peso.
Anche in questi casi non viene a meno il buon umore e spesso gli uomini si fanno una risata su qualche battuta quando sarebbe il caso di lamentarsi e piangere.
È da sottolineare il fatto che gli uomini hanno quel tanto di orgoglio contadino da acollarsi i lavori più pesanti e lasciare alle donne quelli più leggeri.

Non esistono fannulloni; se ce ne fossero, dovrebbero patire la fame o vivere di elemosina.
Tutti lavorano volentieri, con dedizione, perfino con gioia.
Durante il lavoro rimane loro ancora tanto fiato da mettersi a cantare.
Il canto festoso echeggia di frequente da montagna a montagna.
A cantare è il boscaiolo solitario che si inventa sul momento il motivo; a cantare con voci armoniose sono le ragazze sui pascoli o nei campi; ma si sente anche il poderoso canto degli uomini.

La terra è generalmente fertile.
Ogni goccia di sudore produce qualcosa.
Nelle annate buone la gente vive bene.
Si producono frumento, orzo, segale, mais, patate, fagioli e cose del genere. Se la pioggia o il freddo non rovinano la fioritura, c’è abbondanza di frutta; si vendono grandi quantità di pere, mele e susine.
Il castagno patisce di meno perché fiorisce più tardi.
Tra i prodotti principali sono proprio le castagne che si vendono a Cividale e da qui vengono trasportate altrove.
Alcuni commercianti locali acquistano le castagne nei paesi e le spediscono perfino a Budapest.
Questo tipo di commercio è il più redditizio in quanto tutto il denaro guadagnato rimane in loco.

Neanche il vino, bianco o rosso, manca ai nostri sloveni. In passato godeva di una certa fama il cividin, un vino non troppo forte, ma piacevole in particolare nei giorni di calura.
Purtroppo a causa delle malattie (in particolare l’oidio, ndr) il vitigno si è indebolito e produce poco.
La gente non sa industriarsi. Ha sradicato molti vitigni locali e li ha sostituiti con l’americano, peggiorando così la situazione e perdendo l’entusiasmo per la viticoltura.
Nonostante tutto alcuni agricoltori stanno riprendendo la coltivazione e con successo, cosa che ha fatto aprire gli occhi anche ad altri.

Ho detto che la gente non sa industriarsi e questo non vale solo per la viticoltura, ma in genere per tutto. Il metodo di coltivazione è primitivo: come lavorava il nonno, lavorano il padre e il figlio.
Non c’è traccia di progresso.
A causa dell’ignoranza molte cose vanno in rovina anche di quelle che non potrebbero e dovrebbero.
Qua e là sta migliorando la frutticoltura per merito e le iniziative del defunto don Pietro Podreka, grande appassionato della nostra terra.
Chi lavora secondo questo metodo e non aspetta che gli venga loro tutto dall’alto, tiene in serbo la somma guadagnata in autunno che gli tornerà utile durante l’anno.

C’è un estremo bisogno che qualcuno venga in aiuto a questa popolazione e la istruisca.
In questo e in tutti i sensi le scuole, come sono oggi organizzate, non servono a nulla.
La gente sa della loro esistenza perché deve sborsare grandi somme in quanto ogni comune deve provvedere alle proprie.

Nelle zone di montagna è di grande aiuto l’allevamento del bestiame, ma potrebbe avere migliori risultati se fosse condotto più razionalmente e se si migliorasse la razza.
Nessun intervento razionale, nessuna base scientifica, tutto alla vecchia maniera! Non ci sono latterie, ad eccezione di quella istituita a Rodda su iniziativa del cappellano (don Podreka, ndr) e che dà buoni risultati.
Dio voglia che questo esempio sia seguito altrove! Anche l’impulso alla frutticultura è arrivato da Rodda. Probabilmente la gente di lassù è la più intraprendente.

San Pietro degli Slavi, Azzida ed altri paesi vicini traggono qualche utile dalla bachicoltura, che è molto diffusa in Friuli. Non c’è nulla di strano che essa sia arrivata in parte anche nelle nostre valli.
[A conferma di quanto riportato dal Trinko sulla bachicoltura è da ricordare che nel 1890 a Cividale, dove confluiva la produzione di bozzoli anche dalle Valli del Natisone, erano attivi 8 opifici per la trattura della seta].

Alcuni traggono buoni guadagni dal legname che vendono sul mercato di Cividale e Udine.
Altri commerciano con il fieno, ma forse sarebbe meglio che lo usassero a casa aumentando l’allevamento del bestiame.
Qua e là si aiutano con l’artigianato E già che ho menzionalo le cave di Azzida, che offrono un buon guadagno, non posso passare sotto silenzio che la grande fornace di Cemur, presso Scrutto, produce una buona quantità di materiale per l’edilizia» (pp. 37-39).
Giorgio Banchig
DOM n. 14 - 2011

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